
Interviste
In the Image of God: la nostra intervista alla regista Bianca Rondolino
Il Torino Film Festival, svoltosi interamente online sulla piattaforma MYmovies, ci ha permesso di poter fruire di diversi film attraverso le sale virtuali. Degno di nota è il cortometraggio documentario In the Image of God, diretto dalla regista Bianca Rondolino. L’opera racconta la storia di Levi, un rabbino di Los Angeles di circa sessant’anni nato intersessuale.
Levi, nato nel 1957 a Long Island, è intersessuale come lo erano sua nonna e la sua bisnonna e, come successe loro, gli è stato imposto il genere femminile alla nascita. L’assegnazione del genere, che Levi ha subito, è stata una vera e propria violenza, un abuso. Purtroppo, nel mondo, soltanto quattro Paesi proteggono legalmente l’integrità fisica delle persone intersessuali e gli interventi chirurgici su bambini intersex sono vietati per legge: Austria, Malta, Portogallo e Uruguay.
Levi, profondamente religioso, per una vita intera si è sentito diverso, malato, contro natura: per le persone LGBTQI+ religiose spesso la fede diventa un ostacolo, un impedimento alla libertà individuale. Levi invece, trovando persone LGTBQI+ nelle scritture, comprendendo come tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio e che siamo tutti secondo natura, ha realizzato che la fede stessa fosse il crinale, il displuvio tra la propria identità e l’accettazione di sé. Partendo da qui, il rabbino Levi ha cominciato il suo percorso di attivista, concentrandosi sulla propria missione di diffondere una visione di Dio inclusiva.
Nascere intersessuali significa nascere con caratteri sessuali che non rientrano nella definizione convenzionale di maschile e femminile. L’1,7% della popolazione nasce intersessuale. Le persone intersessuali, in quasi tutto il mondo, sono sottoposte, senza il loro consenso, a interventi o terapie mediche per fare sì che i loro corpi diventino conformi al genere che è assegnato loro alla nascita. Una pura violazione dei diritti umani.
Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con la regista Bianca Rondolino del suo cortometraggio In the Image of God e del suo desiderio di dare rappresentazione alle persone intersessuali.
In the Image of God: la nostra intervista alla regista Bianca Rondolino
Ci parli della genesi del tuo documentario, In the Image of God.
Questo documentario l’ho girato a Los Angeles, una città molto LGBTIQ friendly. L’esigenza era realizzare un documentario che parlasse di identità di genere e temi di genere. Stavo cercando una persona non binaria, perché trovo che sia un tema che vada esplorato. Mi immaginavo una persona giovane, fuori dagli schemi, con una categoria estetica forse anche stereotipata, invece ho trovato Levi! Questo documentario è nato dall’esigenza di imparare delle cose e l’ho è concluso avendone imparate più di quelle che mi sarei immaginata.
Levi dice di aver trovato l’accettazione di se quando ha letto le scritture, trovando una visione di Dio inclusiva e gender queer. Ed è quello che il suo documentario ci restituisce, ovvero l’immagine di una persona che si è riconciliata con se stessa.
L’intenzione principale di questo documentario, una volta che ho conosciuto Levi, era quella di dare rappresentazione alle persone intersessuali, perché sono l’1,7% della popolazione e sono invisibili. La rappresentazione queer in generale è già molto scarsa. Ho avuto l’opportunità di offrire una storia in cui l’accettazione, la liberazione e l’autodeterminazione vengono raccontate, senza pornografia del dolore, come la si definisce in questi casi. Rispetto alle storie queer c’è questa ossessione di raccontare le sofferenze e il dolore, storie in cui l’accettazione o non arriva o è una cosa secondaria, i cui personaggi vengono definiti dal loro dolore o dalle cose che subiscono. Levi mostra l’esatto opposto.
Levi, nella parte finale, dice che la difficoltà più grande della sua vita è stata accettare se stesso perché ha in qualche modo permesso che tutti i messaggi del mondo esterno gli entrassero dentro. Credo che per tutte le persone della comunità LGBT+ l’omofobia interiorizzata sia un grandissimo problema, come la misoginia interiorizzata per le donne.
L’intersessualità mette radicalmente in discussione la visione binaria del genere su cui è basata la nostra società. Crede che la nostra società sia pronta per superarla?
Molte persone sono pronte perché stanno emergendo, facendo coming out o facendo percorsi interiori; per cui adesso da un lato è una nicchia che per alcune persone sembra un trend generazionale, ma non lo è. Molte persone si identificano come non binarie, o come gender fluid, oppure gender queer, o queer in generale, e sempre più persone riescono a vivere una vita transgender normale dal punto di vista dei diritti e delle discriminazioni. Secondo me non è tanto questione se la società sia pronta o meno, la società è un continuo evolversi e lentamente sta cominciando a includere anche queste persone.
C’è una sensibilità sempre maggiore rispetto a tematiche di genere. In questo senso la rappresentazione della comunità LGBT+ è un elemento fondamentale perché è una forma di legittimazione, conoscenza e memoria.
I documentari sono molto potenti perché danno l’opportunità di raccontare storie vere, e siamo in un momento storico in cui noi tutti ci rendiamo conto che ci sono tantissime storie da raccontare e fino ad adesso la narrazione del paese e della realtà è stata in mano a un gruppo molto piccolo e limitato di persone, tendenzialmente uomini, bianchi e privilegiati. Il documentario permette di sovvertire questa cosa; sono felice di far parte di questo genere, lo vedo come uno strumento politico di rappresentazione, rivolta a persone che non l’hanno ricevuta, e come strumento di autorappresentazione di comunità storicamente emarginate.
Lei è una regista e un’autrice, quindi è sia un’artigiana dell’immagine che della parola. Quali sono gli errori che secondo lei commettono molti suoi colleghi, colleghe e colleghə quando vogliono parlare di genere queer o di identità di genere?
La scelta delle parole è molto importante. È importante conoscere i pronomi giusti, la differenza tra identità di genere e identità sessuale, bisogna usare le parole giuste. È sbagliato dire per esempio i trans – cosa che leggo ovunque – per definire le persone transgender, o usare la parole gay per indicare tutta la categoria e ciò che non è eteronormativo. Questo è molto importante, anche se da fuori molti si lamentano del politicamente corretto, asserendo che sono solo parole. Per la comunità LGBT+, di cui faccio parte, l’uso sbagliato delle parole è una violazione, è una discriminazione, è una continua micro-aggressione, anche se molte persone non se ne rendono conto. È un piccolo sforzo che può avere delle grandi conseguenze.
Nel caso della comunità transgender in particolar modo, ma anche in tutta la comunità queer, non tutte le narrazioni e le rappresentazioni fanno bene alla comunità, perché molte di queste rinforzano e ripetono gli stereotipi e promuovono una cultura maschilista, razzista e omofoba. Nel caso delle persone transgender spesso la narrazione è pensata per un pubblico cisgender, ed è pensata per soddisfare la curiosità di un pubblico estraneo che ha un approccio ossessivo alle parti del corpo, alla transizione, alle operazioni, piuttosto che a tutto il resto. Spesso questo tipo di racconto rende le persone transgender ridotte alle loro parti del corpo, come se non fossero esseri umani.
Crede che i social network rappresentino una risorsa nella sensibilizzazione sull’intersessualità?
Si, senza dubbio. Ho lavorato nei social media diversi anni. Ci sono molte critiche mosse da parte di chi considera che i social, e i contenuti veicolati attraverso di essi, non permettano un reale approfondimento, poiché sono pensati e strutturati dagli algoritmi. Però permettono e hanno permesso la democratizzazione dei contenuti e della condivisione: per cui persone che non avrebbero mai avuto accesso a strumenti particolari, a un vocabolario queer, a storie intersessuali, adesso ne hanno la possibilità. I media mainstream non danno spazio a persone invisibili come le persone intersessuali, in questo senso i social media possono sopperire a questa mancanza.
Parlando della sua partecipazione al Torino Film Festival, la fruizione di un festival virtuale è sicuramente diversa.
Mi è mancata molto la dimensione fisica del Torino Film Festival. Mi è mancato non poter conoscere gli altri registi, stare in sala, sentire i commenti, le emozioni, la reazione del pubblico. Però sono molto contenta perché la mia intenzione principale era dare rappresentazione a una fetta di popolazione, alla comunità queer.
Prossimo progetto?
Mi piacerebbe che il mio prossimo documentario parlasse di una storia italiana. La storia di Levi è molto potente ma è anche molto americana. Nel nostro paese c’è un grande problema di rappresentazione perché l’Italia che vediamo al cinema o in tv sembra rimasta ferma a trent’anni fa. È molto bianca, molto razzista, sessista. Mancano le voci delle nuove generazioni, le idee. In Italia ci sono tantissime storie da raccontare, vederci rappresentati sullo schermo può avere un effetto benefico, soprattutto vedere una rappresentazione accurata di chi siamo.
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.


