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Perché Carrie è ancora oggi l’immagine dell’emarginazione femminile
Carrie è il romanzo d’esordio di Stephen King, un manoscritto potente e prezioso per la letteratura horror, che è stato pubblicato nel 1974, di cui due anni dopo è stata realizzata la trasposizione Carrie – Lo sguardo di Satana, diretta da Brian De Palma. Sissy Spacek, che nel film interpreta Carrie White, è diventata il simbolo del cinema horror e l’immagine dell’emarginazione femminile. È impossibile non ricordare il suo volto insanguinato e il suo sguardo carnefice alla fine della pellicola. Carrie, dopo più di quarant’anni dall’uscita, non ha mai perso il suo sguardo lucido nel consegnare allo spettatore una dura lezione sugli orrori del bullismo e soprattutto sul disagio e le vessazioni che ogni giorno deve subire una donna che, come in questo caso, è un’adolescente nel culmine del suo mutamento e del suo fulgore.
Carrie White è una ragazza che vive in una piccola cittadina del Maine con sua madre, una donna integralista e ossessionata dalla religione; lei non socializza come i suoi coentanei, non ha amiche né un ragazzo, sia perché è molto timida e goffa sia perché è costretta dalla madre a rifiutare ogni tipo di interazione e di distrazione che potrebbero portarla a peccare. Ogni giorno, di ritorno da scuola, la madre costringe Carrie a chiudersi in preghiera, per non lasciarsi coinvolgere da niente che non sia virtuoso e moralmente accettabile. Ma Carrie non vive bene neppure a scuola, dove il suo aspetto castigato e austero diventa preda delle peggiori derisioni da parte dei compagni.
Sissy Spacek è diventata il simbolo del cinema horror
Carrie durante una doccia a scuola scopre un rigolo di sangue tra le sue gambe, ma lei non sa nulla del ciclo mestruale perché sua madre non le ha mai menzionato l’argomento. La sua reazione di panico e paura scatena un’ondata di prese in giro da parte delle ragazze che cominciano a lanciarle addosso tamponi e assorbenti, lasciandola tremante e impaurita. Carrie da quel momento scopre gradualmente di possedere l’abilità di controllare gli oggetti con la sua mente, un potere telecinetico che userà contro i bulli e che deflagrerà in episodi violenti.
L’idea per Carrie è sopraggiunta a Stephen King ricordando un articolo sulla telecinesi nella rivista Life che asseriva che se il potere psichico esisteva era più forte e possibile nelle ragazze adolescenti. La storia apparentemente verte su una ragazza di diciassette anni che non riesce ad adattarsi alla società in cui vive, ma l’intero romanzo trasmette un messaggio lucido ed esemplare sull’importanza di affrontare il bullismo, e attraversa la cruciale esperienza di una donna che soffre il suo cambiamento fisico. Il liceo è un luogo in cui domina un conservatorismo e un’intolleranza che non lascia spazio al diverso, in cui gli uomini e le donne si sbranano a vicenda e Carrie è la vittima sacrificale e l’oggetto di ogni scherno.
Carrie è l’immagine dell’emarginazione femminile
Nel momento in cui Carrie scopre di avere le mestruazioni, finisce in una stanza con la sua insegnante e con il preside che, in evidente imbarazzo, non sanno come affrontare l’argomento: una scena chiave che spiega quanto il ciclo mestruale è ancora un tabù culturale che viene troppo spesso ignorato e sottovalutato, soprattutto negli istituti scolastici. Carrie possiede un dono telecinetico e non è una coincidenza che il risveglio delle sue doti psichiche sia legato al suo primo ciclo mestruale.
Carrie trova dentro sé il proprio potere, il potere di potersi ribellare e di andare contro le persecuzioni dei suoi coetanei e contro sua madre, che rigetta le normali caratteristiche biologiche che le vengono presentate come qualcosa di peccaminoso. La protagonista viene ogni giorno mortificata e punita dalla madre non solo perché è una donna, ma perché è nata: lei è il frutto di un rapporto impudico e adulterino, per sua madre il suo stare al mondo è il prememoria della sua colpa, della sua condotta immorale, motivo per il quale aspira ostinatamente ad una redenzione e ad un perdono continui, proiettando su Carrie le sue frustrazioni e il suo peccato.
Il film di Brian De Palma è una parabola sul disagio e le vessazioni che subiscono le donne
Quando viene mortificata davanti ad una platea derisiva e si rende conto che qualcuno ha rovinato in modo permanente il suo unico momento di gloria, la sua rivalsa sulla società che l’aveva martirizzata fino ad un momento prima, sfoga la sua rabbia repressa, il suo dolore e la sua fragilità punendo e vendicandosi contro tutti. Il bullismo è ancora oggi una piaga nella nostra società e il film ci pone davanti ad un dilemma, in cui ci si chiede chi è davvero la vittima e chi è il carnefice: è Carrie che trova la sua sanguinosa vendetta? O la società che l’ha rigettata e le ha impedito di essere com’era?
Carrie non mostra unicamente il viaggio di una ragazza dall’infanzia all’adolescenza ma descrive il tabù che circonda il ciclo mestruale, il potere femminile e l’importanza di sviluppare la propria identità contro ogni forma di bullismo. Il film ci ha consegnato un personaggio memorabile e ineguagliabile: Carrie è una parabola edificante, il manifesto delle angherie che subisce una donna, e sottolinea quanto sia importante sviluppare la propria identità e scoprire il proprio potere, un potere non sociale, non sessuale, non religioso, ma un potere psichico che fa orrore, che crea sgomento, con cui Carrie decide di distruggere la società marcia che la rigetta e che non la accetta così com’è.
Focus
The Office: le 5 scene che hanno generato i meme più famosi
Dalla prova antincendio di Dwight all’urlo PARKOUR: le cinque scene di The Office che hanno regalato a internet alcuni dei meme più usati di sempre.

Ci sono serie che si limitano a farti ridere e serie che entrano nel linguaggio della società e del web: The Office appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Adattamento americano della serie britannica di Ricky Gervais e Stephen Merchant, andata in onda dal 2005 al 2013 per nove stagioni, la sitcom ambientata nella filiale di Scranton della Dunder Mifflin ha regalato al web una quantità impressionante di meme, che ancora oggi circolano quotidianamente e vengono usati persino da chi la serie non l’ha mai vista.
Il merito è soprattutto di Michael Scott (Steve Carell), capo dell’ufficio ed essere umano decisamente imbarazzante seppur con un’umanità sempre più evidente con il passare degli episodi. Sono fonte di risate a volontà sia le sue frasi, sia il suo rapporto con Dwight Schrute (Rainn Wilson). Quest’ultimo è poi afflitto dalle continue provocazioni di Jim Halpert (John Krasinski). Accanto a loro, una fauna umana variegata e irresistibile. Netflix Italia ha raccolte cinque sequenze indimenticabili diventate parte integranti dei social e del loro linguaggio, dalla celeberrima prova antincendio con cui Dwight terrorizza l’intero ufficio all’urlo «PARKOUR!» che apre la sesta stagione. Rivediamole insieme.
Le 5 scene di The Office diventate meme
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Stranger Things 5: il dietro le quinte della stagione finale
Il cast e la troupe sul set dell’ultima stagione di Stranger Things: il video ufficiale che racconta la chiusura di una storia lunga dieci anni.

Girare l’ultima stagione di una serie durata 10 anni per un attore non è un lavoro come gli altri, e si vede. Il peso emotivo e culturale di tutto ciò traspare chiaramente nel dietro le quinte della quinta e ultima stagione di Stranger Things, che mostra un set in cui alla concentrazione si mescola la consapevolezza che sta finendo tutto: i protagonisti sono entrati in questa storia da bambini e ne escono adulti, e diversi membri della troupe li accompagnano dal primo giorno di riprese del 2015.
Fra prove, effetti pratici e ultimi ciak, il video ufficiale di Netflix Italia è anche un piccolo saluto rivolto a chi la serie l’ha seguita fin dall’inizio. Guardiamolo insieme.
Sul set della stagione finale di Stranger Things
Sul nostro sito trovate la recensione dell’episodio finale, mentre la serie è disponibile su Netflix.
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Friends: la prima e l’ultima battuta di ogni protagonista
Dalla frase con cui Monica apre la serie all’ultima battuta di Chandler: il video ufficiale che ripercorre la prima e l’ultima battuta dei sei protagonisti di Friends.

Dieci stagioni, 236 episodi, dal 1994 al 2004: Friends è la sitcom che ha definito un’epoca e che, a più di vent’anni dal finale, continua a essere una delle serie più riviste in assoluto. Creata da David Crane e Marta Kauffman, Friends racconta le vite di sei amici newyorkesi, seguendo con piglio ironico e disincantato le loro (dis)avventure personali e sentimentali e l’evoluzione delle loro esistenze: proprio per questo l’idea di Netflix Italia mettere in fila la prima e l’ultima battuta di ognuno di loro funziona come un piccolo compendio di tutto quello che Friends è stato.
La serie si apre al Central Perk con Monica (Courteney Cox) che liquida le domande degli amici sul suo appuntamento, e si chiude dieci anni dopo nell’appartamento ormai vuoto, con Rachel (Jennifer Aniston) che propone di andare a prendere un caffè e Chandler (Matthew Perry) che risponde con l’ultima battuta della serie: «Sure. Where?». Una domanda ironica, per un gruppo che aveva passato dieci anni sullo stesso divano. In mezzo ci sono l’esordio di Ross (David Schwimmer) sul suo matrimonio appena naufragato, le battute di Joey (Matt LeBlanc) e Chandler sull’ipotetico difetto del nuovo spasimante di Monica e l’immancabile e adorabile nonsense di Phoebe (Lisa Kudrow).










