C'era una volta... a Hollywood C'era una volta... a Hollywood

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C’era una volta… a Hollywood e Joker: il ruolo della televisione tra annichilimento e manipolazione

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Importante: questo articolo contiene numerosi spoiler su Joker di Todd Phillips e su C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Non proseguite con la lettura se non avete ancora visto i film e non volete incappare in sgradite anticipazioni sulle loro trame.

L’immaginario televisivo collettivo in C’era una volta a… Hollywood e Joker

C'era una volta a... Hollywood

Cos’hanno in comune Joker e C’era una volta… a Hollywood? Cosa potrebbe avvicinare il mondo cupo, anarchico e brutale di Arthur Fleck con quello stratificato e crepuscolare di Rick Dalton?

Arthur Fleck cresce circondato dalla televisione. Ogni giorno, di ritorno dal suo lavoro, si prende cura della mamma e poi, assieme, guardano la tv. Un oggetto che è molto più che uno strumento collaterale e che da sempre lo ha accompagnato, come un genitore virtuale, nella sua vita di bambino e di adulto. La televisione fonda l’immaginario collettivo e fonda anche quello di Arthur Fleck: Charlie Chaplin, Fred Astaire o il Murray Franklin Show. Quest’ultimo è il suo programma di intrattenimento preferito, l’unico in cui immagina di essere l’ospite d’onore, lo spettatore scelto con cui Murray Franklin agisce e completa uno dei suoi sketch comici. La televisione, nel film di Tarantino, è il mondo da cui proviene Rick Dalton, è l’universo a cui appartiene.

C’era una volta… a Hollywood è imbevuto di televisione, Dalton è un mito televisivo, antieroe della serie tv Bounty Law; quando la televisione si accende tutto si ferma: Cliff Booth, Rick Dalton e la Manson Family se ne stanno immobili a guardarla come se fossero ipnotizzati dalle sue immagini. L’unica immune a questo rito sociale è Sharon Tate. Mentre tutti si fossilizzano davanti al tubo catodico, lei preferisce la sala e, guardando se stessa, si sente finalmente amata. Per Tarantino la salvezza è sempre e comunque nel cinema. Quando i quattro membri della comune di Manson stanno per irrompere nella casa di Dalton a Cielo Drive, sembrano essere motivati anche dalla violenza che osservano in tv. “Se si cresce guardando tv, si cresce guardando omicidi”, afferma una ragazza della Manson Family, “uccidiamo proprio chi ci ha insegnato a uccidere”.

L’effetto magnetico della televisione

Joker

Sia Joker che C’era una volta… a Hollywood osservano e analizzano il ruolo che la televisione ha avuto, e ha tutt’ora, sul pubblico, trasversalmente, di qualsiasi genere e estrazione sociale. Hippy, clown, attori: nessuno è immune all’effetto magnetico della tv. Arthur Fleck è talmente stregato dal quel mondo caldo, festoso, luccicante, che è convinto che nulla di male possa succedergli in diretta televisiva: mima le mosse, i saluti al presentatore, immagina le risate, le reazioni del pubblico. Addirittura i ragazzi della setta di Manson ascrivono alla televisione un carattere educativo, pedagogico, e scelgono di rigettare tutti quegli anni di violenza vista, sentita e osservata, in faccia a chi la crea, a chi la interpreta, a chi si arricchisce attraverso di essa.

Joker muove delle critiche all’intero sistema di comunicazione come fece, in modo simile, Sidney Lumet con Quinto potere, capolavoro satirico e apologia del sensazionalismo mediatico. In entrambi i casi, la storia comincia con una speculazione mediatica e finisce con la morte in diretta, decisiva, catastrofica. Il concetto di televisione, come fabbrica di illusioni priva di etica, di Quinto potere è molto presente in Joker. “Il quotidiano svolgimento della vita è solo un’orribile commedia”, diceva Max Schumacher.

Un’orribile commedia è la definizione che lo stesso Arthur Fleck fa della sua vita ed espone durante le sue autoanalisi quotidiane. Quando Arthur osserva dall’interno le dinamiche televisive, comprende di essere stato vittima di un narrato edulcorato, e che nulla di ciò che aveva sognato era reale. La tragedia della sua vita trova una contingenza rigeneratrice proprio nella tv: Arthur, una volta entrato in quella (ir)realtà mefistofelica, annichilente, decide di donare alla televisione l’atto più personale, estremo, violento e vero che potrà mai assaporare.

La violenza in C’era una volta… a Hollywood e Joker

C'era una volta... a Hollywood

La violenza, la follia omicida, è presente sia in Joker che in C’era una volta… a Hollywood, ma assume due forme diverse: l’una nasce come reazione a un narrato irreale, l’altra come reazione a un narrato iperviolento. In C’era una volta… a Hollywood, i membri della setta di Manson tentano di compiere l’eccidio per i quali sono diventanti tristemente famosi, e cercano di portare a compimento quelle che sono le volontà di un essere egoriferito e squilibrato. Un umanoide che non è stato in grado di fare parte di una comunità civile, che non si è mai sentito parte dello stato. Chi è così o è una bestia o è un dio, secondo Aristotele (non a caso Manson era considerato un leader religioso, la reincarnazione di Gesù Cristo e di Satana insieme).

Invece la violenza in Joker si insidia nel quotidiano di Arthur e lo definisce; la violenza proviene dalla percezione di un io ipertrofico, da un agitatore culturale che, involontariamente, diventa il simbolo di un dislivello di potere collettivo. Arthur, che ha conosciuto solo il gusto amaro della vita, ha perso il sapore per la tragedia, non prova più empatia, l’ha persa giorno dopo giorno, lentamente. In lui si autodetermina la commedia. Quella risata, esautorante, cinica, come risposta a una vita di stenti, da indice patologico diventa strumento anarchico. Joker è figlio di una comunicazione atrofizzata, com’è atrofizzato il suo linguaggio e la società in cui agisce, belluina, imperiosa, afasica.

Joker e C’era una volta… a Hollywood non sono due mondi lontani

Joker

Nonostante non si percepisca come il simbolo di una protesta, perché troppo preso da se stesso, Joker abbraccia il suo alter ego e lo fa prendendo in considerazione il fatto che Arthur Fleck probabilmente non sia mai esistito. L’evasione da se stesso, il senso di fuga dall’idea stessa di essere stato abbandonato, di essere il figlio rifiutato, rigettato da tutto e tutti, di essere un clown fallito, poi un comico miserabile, è il punto di rottura dell’uomo. L’uomo, infranto, fratturato, denigrato, si sdoppia e poi torna in se stesso: il passaggio televisivo di Arthur non è solo un’interpretazione, un elemento di disturbo ma rappresenta allo stesso tempo la morte dell’uomo e la nascita del personaggio televisivo.

Arthur sceglie di morire, simbolicamente, quando impugna la pistola, fingendo un suicidio, mentre Joker dichiara la propria esistenza in diretta televisiva. Lo stesso punto di rottura lo vivono i membri della setta di Charles Manson che, omologati in vestiti neri, con i pugnali nelle mani, vengono deprivati di una propria – reale – volontà e diventano il corpo e la volontà di Manson, depredando per lui, uccidendo per lui e riuscendo solo a farneticare frasi come: “Charlie says…”.

Joker e C’era una volta… a Hollywood non sono due mondi poi così lontani. Diventano portatori di annichilimento, di malessere e di manipolazione. Anche perché il centro di orbita in cui si muovono è lo stesso: “niente di più feroce della banalissima televisione”.

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Memorie di un assassino: la storia vera che ha ispirato il film di Bong Joon-ho

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Memorie di un assassino non è solo il primo capolavoro del regista sudcoreano Bong Joon-ho, ma è anche un film capace di influenzare il genere crime degli anni successivi, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione. Non tutti sanno però che Memorie di un assassino è basato su un’altrettanto raggelante storia vera, che fra il 1986 e il 1991 ha fatto sprofondare nella paura e nell’orrore non solo la zona di Hwaseong, dov’è ambientato il film, ma tutta la Corea del Sud, per la prima volta alle prese con un assassino seriale.

Il film di Bong Joon-ho, uscito nel 2003, verte proprio sulle indagini volte a catturare questo misterioso serial killer, responsabile dello stupro e dell’assassinio di diverse donne. Brancolando nel buio e con mezzi tecnici e scientifici del tutto insufficienti, gli investigatori (fra cui il personaggio di Song Kang-ho, futuro protagonista del dominatore degli Oscar 2020 Parasite) commettono numerosi errori, seguendo piste deboli o del tutto false, maltrattando e torturando sospetti fino a estorcere confessioni false e organizzando trappole del tutto inefficaci. Memorie di un assassino si conclude con uno splendido sguardo in macchina del detective Park Du-man, che ad anni di distanza dalle indagini sul caso, rimasto irrisolto, comprende di essere stato più volte a un soffio dalla cattura del criminale, senza però mai riuscire nell’impresa.

Pur con inevitabili modifiche per fini narrativi e rendendosi protagonista di veri e propri virtuosismi cinematografici, Bong Joon-ho rimane fedele alla situazione dell’epoca dell’uscita del film, con i crimini del serial killer di Hwaseong ridotti sostanzialmente a un cold case. Nel 2019, l’indagine ha però subito una svolta improvvisa quanto inaspettata, attribuendo all’assassino un volto e un nome, Lee Chun-jae.

Memorie di un assassino: dalla storia vera al film

Memorie di un assassino

All’epoca in cui è stato identificato come il serial killer di Hwaseong, Lee Chun-jae si trovava già in carcere a Busan per lo stupro e l’assassinio della cognata, avvenuto nel 1994. Decisiva per la sua identificazione è stato l’esame di alcuni indumenti intimi di una vittima delle serial killer, su cui sono state rinvenute tracce del DNA di Lee Chun-jae. Gli esami successivi hanno collegato l’uomo ad almeno tre dei nove omicidi, delineando ancora di più la situazione. In un primo momento, Lee Chun-jae ha negato il suo coinvolgimento in queste morti, salvo poi ritrattare e confessare di essere l’autore di ben 14 omicidi, incluse le 10 persone vittime dell’assassino seriale, di un’età compresa fra i 13 e i 71 anni.

L’assassino ha poi concesso qualche dichiarazione alla stampa, dichiarandosi sorpreso del fatto di non essere stato catturato prima. «Non pensavo che i crimini sarebbero stati sepolti per sempre. Ancora non capisco (perché non sono stato sospettato, ndr). I crimini sono accaduti intorno a me e non ho cercato di nascondere le cose, quindi ho pensato che sarei stato catturato facilmente. C’erano centinaia di forze di polizia. Incontravo continuamente investigatori, ma mi chiedevano sempre delle persone intorno a me», ha detto l’uomo. Un risvolto ancora più incredibile se si considera il fatto che nel corso degli anni sono state interrogate 21280 persone fra sospetti e testimoni e sono state rilevate 40116 impronte digitali, 570 tracce di DNA e 180 campioni di capelli.

Memorie di un assassino: la brutalità della polizia

Memorie di un assassino

Come vediamo in Memorie di un assassino, una persona con disabilità, identificata pubblicamente solo come Yoon, è stata in prigione dal 1988 al 2008 con l’accusa di avere stuprato e ucciso una ragazza di 13 anni, una delle vittime del serial killer. Decisiva per la sua detenzione una falsa confessione, estorta dopo pressioni e inaccettabili torture. Azioni mostrate con dovizia di particolari da Bong Joon-ho, che hanno portato a formali scuse del capo di polizia Bae Yong-ju: «Ci inchiniamo e ci scusiamo con tutte le vittime dei crimini di Lee Chun-jae, con le famiglie delle vittime e con le vittime delle indagini della polizia, incluso Yoon». Nel dicembre del 2019, otto degli investigatori sono stati accusati per abuso di potere e detenzione illegale.

Anche il vero assassino Lee Chun-jae ha commentato la vicenda: «Ho sentito da qualcuno che una persona con disabilità è stata arrestata, ma non sapevo per quale persona fosse stata arrestata poiché ho commesso molti reati. Ho sentito che molte persone sono state indagate e hanno subito ingiustamente. Vorrei scusarmi con tutte quelle persone. Sono venuto, ho testimoniato e descritto i crimini nella speranza che le vittime e le loro famiglie trovino conforto quando la verità verrà rivelata. Vivrò la mia vita pentendomi».

La ragazza tredicenne è stata una delle vittime di Lee Chun-jae, che in proposito ha commentato semplicemente con un «È stato un atto impulsivo».

I crimini di Lee Chun-jae

Fra il 15 settembre 1986 e il 3 aprile 1991, Lee Chun-jae ha commesso i crimini di Hwaseong. Nel mentre, l’uomo ha lavorato come operatore di gru ed è stato arrestato per essersi introdotto illegalmente in un’abitazione, per poi essere rilasciato in libertà vigilata. I crimini si sono interrotti in corrispondenza del matrimonio dell’uomo con una donna, avvenuto nell’aprile del 1992 e concluso nel dicembre del 1993, anche a causa del suo alcolismo e dei ripetuti maltrattamenti ai danni della moglie e del loro figlio. Il 13 gennaio 1994 ha drogato, stuprato e ucciso la cognata, ed è stato condannato a morte in primo grado, pena poi ridotta all’ergastolo con possibile libertà condizionata dopo 20 anni.

Memorie di un assassino: la reazione dell’assassino alla visione del film

Memorie di un assassino

Per Memorie di un assassino, Bong Joon-ho ha tratto ovviamente ispirazione dalla vicenda reale, ma anche dall’opera teatrale di Kim Kwang-lim Come to See Me, che per la prima volta ha adattato gli eventi. Il regista ha inoltre più volte ammesso l’influenza della miniserie a fumetti di Alan Moore ed Eddie Campbell From Hell, fondamentale anche per la prima memorabile stagione di True Detective.

Per sua stessa ammissione, Bong Joon-ho è stato letteralmente “ossessionato” dal caso per anni. «Volevo davvero vedere il suo volto, ho anche provato a immaginarlo e a disegnarlo per me stesso», ha detto. «Avevo un elenco di domande che ero pronto a fargli nel caso in cui in qualche modo lo avessi incontrato». Una volta scoperta la sua identità, «Finalmente ho potuto vedere il suo volto pubblicato sui giornali. Guardarlo mi ha fatto provare sentimenti complicati».

Nel già citato finale di Memorie di un assassino, il detective protagonista guarda direttamente in macchina. Il regista ha ammesso che la scena era anche un modo per guardare dritto in faccia l’assassino, che in cuor suo sperava vedesse il film prima o poi.

Lee Chun-jae non potrà essere processato per i crimini del serial killer di Hwaseong, che nel frattempo sono caduti in prescrizione. L’uomo ha effettivamente visto Memorie di un assassino e questa è stata la sua reazione: «L’ho visto come un film e non ho provato alcun sentimento o emozione nei confronti del film».

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Monica Vitti è morta: addio a una colonna portante del cinema italiano

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Monica Vitti

Non esiste un’interprete senza una voce. Un adagio che sintetizza il mestiere della recitazione, ma che si adatta perfettamente anche a una delle più grandi attrici della storia del cinema italiano, ovvero Monica Vitti. La sua inconfondibile voce roca, che sapeva modulare in infinite sfumature caratteriali e interpretative, è stata, insieme al suo indimenticabile volto, la prima cosa a cui abbiamo pensato una volta appresa la notizia della sua morte, giunta a oltre 90 anni di età, di cui 30 passati lontani dalle scene a causa di una malattia degenerativa che ha progressivamente eroso la sua mente e la sua memoria. Una voce protagonista di alcune delle più celebri battute della storia del cinema italiano (come dimenticare “Mi fanno male i capelli” in Deserto rosso?), grazie alla quale rimarrà per sempre scolpita nei ricordi di tutti, prendendosi la rivincita sul triste destino che ha segnato l’ultima parte della sua esistenza.

Il lascito di Monica Vitti non si ferma però al suo timbro vocale, al suo malinconico broncio capace di trasformarsi in abbagliante sorriso e all’ironia che l’ha sempre accompagnata, in scena e nella vita reale. Monica Vitti è infatti stata il volto per eccellenza di due floride stagioni del nostro cinema: da una parte la produzione più autoriale, a cui ha contribuito grazie al sodalizio artistico e umano con Michelangelo Antonioni, consegnandoci capolavori del calibro di L’avventura, La notte, L’eclisse e il già citato Deserto rosso. Dall’altra, la grande commedia all’italiana, nella quale si è confrontata con giganti come Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, tratteggiando sempre personaggi unici e incredibilmente vitali, e diventando di fatto il valore aggiunto di film memorabili, fra i quali citiamo La ragazza con la pistolaDramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) e Polvere di stelle.

Monica Vitti: molto più che diva

Monica Vitti

In un’epoca in cui la donna nel cinema italiano era spesso limitata al ruolo di madre o a quello di mero oggetto del desiderio, Monica Vitti è stata molto più che diva, ha cambiato le regole del gioco: prima è diventata emblema dell’incomunicabilità e del disagio esistenziale, poi il volto per eccellenza dell’anticonformismo e della risata italiana, senza mai rinunciare alla propria unicità e a una sensualità mai volgare, sempre accompagnata da tempi comici perfetti e da un’intensità recitativa ineguagliabile. Un talento che l’ha portata a distinguersi con gli stessi eccellenti risultati anche al cinema e al teatro, senza dimenticare qualche sporadica ma esaltante performance all’estero, fra le quali merita certamente una menzione Modesty Blaise – La bellissima che uccide di Joseph Losey, uno dei primi cinecomic della storia del cinema.

L’abbiamo ammirata nell’interpretazione di donne indipendenti e profondamente ribelli, mogli annoiate in cerca di un’esistenza migliore, ragazze in cerca di rivincita e riappropriazione di se stesse. L’abbiamo vista arrabbiata, divertita, innamorata e tradita, vittima e carnefice, libera e prigioniera, amandola ogni volta. Il suo profondo e magnetico sguardo come finestra sull’anima dei suoi personaggi, la sua strepitosa verve comica come strumento per tratteggiare spaccati umani mai banali, scolpiti indelebilmente nella storia del cinema.

Da semplici spettatori e amanti dell’arte, l’abbiamo accompagnata a distanza negli ultimi decenni di dolorosa malattia, illudendoci di farle arrivare il nostro affetto e il nostro calore e di farle trovare una via d’uscita dal labirinto in cui la sua mente era intrappolata. Oggi infine piangiamo la sua scomparsa, certi però del fatto che la sua eredità nell’immaginario collettivo non svanirà, e che il suo sorriso, capace di demolire qualsiasi canone di bellezza, entrerà a fare parte del mito.

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Netflix: tutte le nuove uscite che vedremo a febbraio 2022

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Netflix

Anche a febbraio, Netflix ha in serbo tante novità per i propri abbonati, a cominciare dal ritorno di due serie particolarmente amate come Disincanto e Space Force. Non mancano i film originali, come Dalla mia finestra, Il mese degli deiAmore e guinzagli. Spazio come sempre anche a documentari e reality show, come Il truffatore di Tinder e L’amore è cieco. Di seguito, l’elenco completo di quello che vedremo il prossimo mese su Netflix.

Cosa vedremo su Netflix a febbraio 2022

Netflix

1 febbraio

  • Dion (serie originale, stagione 2)
  • Finding Ola (serie originale, stagione 1)
  • John Wick (film non originale)
  • Riverdale (serie non originale, stagione 5)
  • Conan il ragazzo del futuro (serie non originale, stagione 1)

2 febbraio

  • Oscuro desiderio (serie originale, stagione 2)
  • Me Contro Te – Il Film – La Vendetta del Sig. S (film non originale)
  • Il truffatore di Tinder (documentario originale)

3 febbraio

  • Murderville (serie originale, stagione 1)

4 febbraio

  • Dalla mia finestra (film originale)
  • Il colore delle magnolie (serie originale, stagione 2)

6 febbraio

  • Brooklyn 99 (serie non originale, stagione 7)

8 febbraio

  • Il mese degli dei (film originale)
  • Ms. Pat: Y’All Wanna Hear Something Crazy? (stand-up comedy originale)
  • L’amore è cieco: Giappone (reality show originale)

9 febbraio

  • Disincanto (serie originale, stagione 4)
  • Idee da vendere (reality show originale, stagione 1)

11 febbraio

  • Amore e guinzagli (film originale)
  • Tallgirl 2 (film originale)
  • Bigbug (film originale)
  • Jeen-Yuhs: A Kanye Trilogy (film originale)
  • Love Tactics (film originale)
  • Inventing Anna (serie originale, stagione 1)
  • Toy Boy (serie originale, stagione 2)
  • L’amore è cieco (reality show originale, stagione 2)

14 febbraio

  • Fedeltà (serie originale, stagione 1)

16 febbraio

  • Secrets of Summer (Cielo Grande) (serie originale, stagione 1)

17 febbraio

  • Perdonaci i nostri peccati (film originale)
  • Erax (film originale)
  • Heart Shot – Dritto al cuore (film originale)
  • Il giovane Wallander (serie originale, stagione 2)
  • Al passo con i Kardashians (reality show non originale, stagione 17)

18 febbraio

  • Non aprite quella porta (film originale)
  • La serie di Cuphead! (serie originale, stagione 1)
  • Space Force (serie originale, stagione 2)
  • Uno di noi sta mentendo (serie originale, stagione 1)
  • Downfall: Il caso Boeing (documentario originale)

19 febbraio

22 febbraio

  • Bubba Wallace: in gara contro ogni limite (serie originale, stagione 1)

25 febbraio

  • Vikings: Valhalla (serie originale, stagione 1)
  • La giudice (serie originale, stagione 1)
  • Madea: Il ritorno (film non originale)

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