Il cinema secondo Hitchcock: un’intramontabile lezione di cinema

Il cinema secondo Hitchcock: un’intramontabile lezione di cinema

Il 2 giugno 1962, François Truffaut, critico per i Cahiers du Cinéma e già regista di due capolavori quali I quattrocento colpi e Jules e Jim, scrisse una lettera ad Alfred Hitchcock, in cui gli chiese di poterlo intervistare sulla sua carriera e della sua vita. Hitchcock, sbalordito dalle parole entusiastiche, contenute nella lettera, e dall’elogio e dalla stima che il regista francese nutriva per lui e per il suo lavoro, accettò quell’intervista, che si sarebbe poi trasformata in una serie di incontri appassionati svoltisi nel corso di una settimana presso lo studio del regista. Il libro che poi venne pubblicato, Il cinema secondo Hitchcock, è rapidamente diventato un manuale pregiatissimo, lo studio definitivo del lavoro di Hitchcock.

Un lavoro giornalistico composto da cinquecento domande, che guarda alla carriera del regista, alla nascita di ogni film, all’elaborazione della sceneggiatura, alla regia di ogni pellicola e ai risultati artistici conseguiti. Il cinema secondo Hitchcock è diventato una guida classica per il cinema, una produzione preziosissima che ha influenzato generazioni successive di registi e autori e che, cosa più importante, ha contribuito ad autenticare la reputazione di Hitchcock come autore.

Il cinema secondo Hitchcock: un’intramontabile lezione di cinema

Truffaut non aveva mai taciuto la sua enorme ammirazione per Hitchcock, lo riteneva un artigiano raffinatissimo, un autore cinematografico che riuscì a distinguersi per lo stile, per la tecnica e per la sua filosofia nello sguardo, che lo inseriva automaticamente in un pantheon di registi che si ergevano dal decadimento della produzione di allora, soprattutto francese, in mano dei cosiddetti littérateurs. Per lui e per Mr. Hitchcock  l’occasione di un’intervista fu un modo preciso di permettere al pubblico e alla critica di rivalutare il regista e tutte le sue opere, poiché, per quanto possa sorprendere, il regista britannico era decisamente apprezzato dal pubblico ma non dalla critica, che vedeva nel suo cinema un mezzo d’intrattenimento di massa senza anima.

Il cinema secondo Hitchcock

Hitchcock si apre e si racconta a Truffaut, per quasi cinquanta ore di registrazione, e descrive senza remore i suoi inizi, a cominciare dagli esordi nel 1920 come disegnatore di illustrazioni per i titoli nei film muti. La sua vera produzione filmica, durante il cosiddetto periodo britannico, gli permise di girare 23 pellicole di cui 9 film muti, come Il pensionante (The Lodger) il primo film hitchcockiano in assoluto, Ricatto (Blackmail) e Omicidio!(Murder!). Quest’ultimo fu uno dei pochi whodunit che realizzò, un film ad enigma che si basa sulla domanda chi è l’assassino?. Il film non riuscì a convincere particolarmente il regista britannico, poiché a suo dire era troppo simile a un cruciverba, senza alcuna emozione.

Il cinema secondo Hitchcock: la genesi dell’opera del maestro del brivido

Hitchcock era molto rigoroso e sapeva perfettamente come ottenere la scena nella miglior forma, dove porre la macchina da presa in modo da avvicinarsi agli attori quanto più possibile, secondo la lezione del suo ispiratore David Wark Griffith. Una tecnica che sacrificava tutto in favore dell’azione filmica. A diciotto anni studiò fotografia e questo gli permise di cogliere le differenze tra la fotografia dei film americani rispetto a quelli inglesi: le pellicole americane tentavano di dividere l’immagine dallo sfondo, inserendo le luci appena dietro i primi piani, differentemente nei film inglesi i personaggi erano uniti allo sfondo.

Quando Hitchcock parla del cinema lo fa differenziando il cinema muto e l’avvento del sonoro. Infatti, secondo il regista britannico, nella maggior parte dei film c’è fin troppa fotografia di gente che parla. Per lui si dovrebbe ricorrere al dialogo solo quando esso si ritiene indispensabile all’azione filmica, ma bisognerebbe sempre trovare un modo cinematografico di realizzare una storia mediante le sequenze e le inquadrature. Ed è per questo che Hitchcock credeva che con l’avvento del sonoro il cinema si fosse irrigidito e avesse perso stile e fantasia. Il regista britannico è appartenuto tanto al cinema muto quanto al cinema sonoro, ma ha sempre considerato la prima la forma quella cinematograficamente più pura.

Alfred Hitchcock

 

Il cinema secondo Hitchcock: una guida classica per il cinema che ha influenzato generazioni di registi e autori

Uno dei maggiori problemi che ogni cineasta deve porsi secondo Hitchcock è come riuscire a caricare d’emozione il rettangolo dello schermo, consegnandolo in mano al pubblico. Ciò di cui fu accusato dalla critica era che i suoi film e le sue sceneggiature non fossero verosimili e che il suo fosse un genere di cinema in cui le immagini erano funzionali allo svolgimento della narrazione. La critica allora tendeva a valutare la qualità letteraria di un film piuttosto che quella cinematografica. Ma la verosimiglianza a Hitchcock non interessò mai, poiché, a suo dire, se si volesse analizzare ogni sceneggiatura, in termini di plausibilità e verosimiglianza nessuna resisterebbe ad una analisi logica: non resterebbe che fare documentari. La scelta finale secondo il cineasta doveva sempre essere quella che tiene il pubblico in sospeso.

Mentre dialoga con il cineasta francese, Hitchcock si racconta al meglio e descrive soprattutto quello che è il suo cinema più celebre, ovvero il periodo americano. Il lavoro in Inghilterra aveva sviluppato il suo istinto naturale e ideale ma la tecnica, lo stile e la poetica che gli appartenevano non mutarono mai, pur dovendosi muovere attraverso due categorie cinematografiche che egli stesso definì la sensazione del cinema, a proposito del periodo inglese, e la formazione delle idee, a proposito del periodo americano. Durante il suo periodo americano realizzò pellicole memorabili come Rebecca – La prima moglie, Notorious – L’amante perduta, Psycho, La finestra sul cortile (Rear Window), L’uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much), La donna che visse due volte (Vertigo), Intrigo internazionale (North by Northwest) e Gli uccelli (The Birds).

 

Alfred Hitchcock

Con Il cinema secondo Hitchcock, il regista sviscera tre elementi fondanti del suo cinema: l’angoscia, il sesso e la morte

Hitchcock riuscì a fare un certo tipo di cinema soprattutto perché era capace di realizzarlo come un artigiano. Si impadroniva non solo di un’idea, ma del mezzo per poterla rendere visivamente, dalla scenografia al montaggio. Era abile nel commuovere il pubblico e lo faceva rivendendosi nel ruolo di un direttore d’orchestra, un uomo che racconta una storia drammatica, umana in cui il pubblico possa riconoscersi. Secondo lui, se si crea il film correttamente, il pubblico reagisce allo stesso modo in qualsiasi parte del mondo e qualsiasi sia la sua nazionalità.

Nei suoi film compaiono principalmente tre elementi: l’angoscia, il sesso e la morte. Essi hanno senso perché sono inseriti in un ritmo cadenzato dalla suspense, di cui lui è stato il fautore, dettandone le regole. Il suo stile e la necessità della suspense lo portarono a giocare con il tempo, contraendolo e dilatandolo. La suspense è il mezzo più potente per tenere viva l’attenzione dello spettatore e per produrla è indispensabile che il pubblico sia informato di tutti gli elementi in gioco. Hitchcock sintetizzò questo concetto con il celebre esempio della bomba che esplode sotto un tavolo: se la bomba esplode senza che il pubblico lo sappia, quella scena genera una sorpresa. Se il pubblico vede la bomba piazzata dall’anarchico sotto il tavolo e i personaggi che in seguito si siedono a quel tavolo ignari di ciò che li attende, l’effetto di senso che viene offerto è pura suspense.

Il cinema secondo Hitchcock e l’utilizzo del MacGuffin

Tutto questo fa parte della sua poetica, come anche il MacGuffin, espediente filmico che crea il pretesto dell’intrigo all’interno della narrazione, ma che con il passare dei minuti si rivela un particolare importante per i personaggi, senza tuttavia acquisire una particolare importanza per l’intreccio. Secondo Truffaut, il film che rappresentò la quintessenza di Hitchcock fu Notorius, il cui MacGuffin è rappresento da un campione di uranio nascosto in una bottiglia di vino. In Psycho invece, il MacGuffin è rappresentato dalla busta con i quarantamila dollari, che sembra essenziale ma in realtà non assume nessun valore reale all’interno della storia.

Il cinema secondo Hitchcock

Psycho è uno dei pochi film di Hitchcock in cui il protagonista è il cattivo. Ma ciò che più gli interessò, come ben descrisse nell’intervista, e su cui posò particolare attenzione, furono il montaggio, la fotografia e il disegno sonoro. L’omicidio del personaggio di Janet Leigh, le cui riprese durarono sette giorni e settanta posizioni di macchina, rappresenta il culmine della violenza all’interno del film, che è talmente spaventosa e angosciante da destare inquietudine e paura nello spettatore anche nelle scene a venire, che di violenza ne posseggono sempre meno: è il ricordo di quella scena a tenere in tensione lo spettatore, che non potrà evitare di dimenticarla.

Il cinema secondo Hitchcock è un manuale denso e preziosissimo

Hitchcock fu un innovatore, raccontò i meccanismi della paura perché egli stesso ne era sopraffatto, a partire dalla paura della polizia, dei luoghi chiusi, delle altezze e delle debolezze dell’uomo, capace di trasformarsi in un demone e mettere in pericolo chiunque. Hitchcock ha raggiunto quegli angoli inesplorati della mente umana, rivelandosi un artista capace di scolpire il tempo, un teorico dello spazio, elegante e consapevole. Un vero e proprio maestro del brivido, che ancora oggi continua a influenzare e ispirare le nuove generazioni di cineasti. Un altro momento indimenticabile nel cinema di Hitchcock è certamente La donna che visse due volte (Vertigo), e in particolare il modo in cui costruì la scena della tromba delle scale: come racconta a Truffaut, egli riprese un modellino, fece costruire una riproduzione dell’interno della chiesa nei minimi dettagli e ricreò l’effetto delle vertigini con una carrellata in avanti in sincrono con una zoomata all’indietro.

Truffaut sapeva perfettamente che il cinema non è mai stato integro e completo in se stesso come nel lavoro di Hitchcock, che era capace di rendere il suo mestiere un’arte preziosissima. Il suo cinema spesso riusciva a diventare un plebiscito elegante, spaventoso, inquietante, ma mai vuoto. Il suo cinema era tributario di uno smarrimento, di uno spavento che proveniva direttamente dal big bang dei Fratelli Lumiere, ovvero il momento della creazione dell’universo filmico che destò lo sgomento nel pubblico. Un sentimento che Hitchcock scelse di ereditare, di trasferire nelle sue pellicole.

Il cinema secondo Hitchcock

Nel cinema di Hitchcock c’è qualcosa di intestimoniabile

Hitchcock ha cercato di perpetuare il contrasto, ha cercato di edificare una narrazione affilata, pungente, che scindesse immagine e autore, attore e dialogo, in modo da dare al cinema, essendo ibrido dell’arte, maggior psicologia, maggior espressione. Il suo cinema è un inquilino pericoloso, struggente, un precipitarsi di fatti e di azioni che si libera della letteratura per appropriarsi ampiamente della propria immagine; la dialettica si abbandona per cedere il passo a un’iperbole visiva, completa, appagante. Nel suo cinema c’è qualcosa di intestimoniabile, che si coglie nella coscienza. Hitchcock individua sempre un qualcosa di tenebroso, che accede all’incomprensibile, che scavalca l’opera e attore, ed è completo perché ci sono ricercatezza e qualità drammatiche, a partire dall’atmosfera, dalle inquadrature, dai silenzi agli sguardi. Una completezza estetica ed etica.

Lo stile di Hitchcock è forse tra i più riconoscibili e si intravede sempre, anche in una semplice scena discorsiva, perché è un continuo suggerire qualcosa che avviene altrove. Un modo di distribuire l’emozione veicolata tanto nel dramma quanto nell’umorismo. Tutto questo Truffaut ha cercato di definirlo e di inserirlo nella sua monografia, che è ancora oggi una lezione di cinema fondamentale che lascia comprendere quanto la grandezza di un autore non sempre venga appresa immediatamente dalla critica. Un manuale denso, seminale e confessionale di un regista che contribuì ad autenticare la grandezza di Mr. Hitchcock.

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Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva, collaboratrice per Lost in Cinema, Cinematographe.it ed Empire Italia. Eterna studente, perché la materia di studio sarebbe infinita.