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Il cinema secondo Hitchcock: un’intramontabile lezione di cinema

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Il 2 giugno 1962, François Truffaut, critico per i Cahiers du Cinéma e già regista di due capolavori quali I quattrocento colpi e Jules e Jim, scrisse una lettera ad Alfred Hitchcock, in cui gli chiese di poterlo intervistare sulla sua carriera e della sua vita. Hitchcock, sbalordito dalle parole entusiastiche, contenute nella lettera, e dall’elogio e dalla stima che il regista francese nutriva per lui e per il suo lavoro, accettò quell’intervista, che si sarebbe poi trasformata in una serie di incontri appassionati svoltisi nel corso di una settimana presso lo studio del regista. Il libro che poi venne pubblicato, Il cinema secondo Hitchcock, è rapidamente diventato un manuale pregiatissimo, lo studio definitivo del lavoro di Hitchcock.

Un lavoro giornalistico composto da cinquecento domande, che guarda alla carriera del regista, alla nascita di ogni film, all’elaborazione della sceneggiatura, alla regia di ogni pellicola e ai risultati artistici conseguiti. Il cinema secondo Hitchcock è diventato una guida classica per il cinema, una produzione preziosissima che ha influenzato generazioni successive di registi e autori e che, cosa più importante, ha contribuito ad autenticare la reputazione di Hitchcock come autore.

Il cinema secondo Hitchcock: un’intramontabile lezione di cinema

Truffaut non aveva mai taciuto la sua enorme ammirazione per Hitchcock, lo riteneva un artigiano raffinatissimo, un autore cinematografico che riuscì a distinguersi per lo stile, per la tecnica e per la sua filosofia nello sguardo, che lo inseriva automaticamente in un pantheon di registi che si ergevano dal decadimento della produzione di allora, soprattutto francese, in mano dei cosiddetti littérateurs. Per lui e per Mr. Hitchcock  l’occasione di un’intervista fu un modo preciso di permettere al pubblico e alla critica di rivalutare il regista e tutte le sue opere, poiché, per quanto possa sorprendere, il regista britannico era decisamente apprezzato dal pubblico ma non dalla critica, che vedeva nel suo cinema un mezzo d’intrattenimento di massa senza anima.

 

Hitchcock si apre e si racconta a Truffaut, per quasi cinquanta ore di registrazione, e descrive senza remore i suoi inizi, a cominciare dagli esordi nel 1920 come disegnatore di illustrazioni per i titoli nei film muti. La sua vera produzione filmica, durante il cosiddetto periodo britannico, gli permise di girare 23 pellicole di cui 9 film muti, come Il pensionante (The Lodger) il primo film hitchcockiano in assoluto, Ricatto (Blackmail) e Omicidio!(Murder!). Quest’ultimo fu uno dei pochi whodunit che realizzò, un film ad enigma che si basa sulla domanda chi è l’assassino?. Il film non riuscì a convincere particolarmente il regista britannico, poiché a suo dire era troppo simile a un cruciverba, senza alcuna emozione.

Il cinema secondo Hitchcock: la genesi dell’opera del maestro del brivido

Hitchcock era molto rigoroso e sapeva perfettamente come ottenere la scena nella miglior forma, dove porre la macchina da presa in modo da avvicinarsi agli attori quanto più possibile, secondo la lezione del suo ispiratore David Wark Griffith. Una tecnica che sacrificava tutto in favore dell’azione filmica. A diciotto anni studiò fotografia e questo gli permise di cogliere le differenze tra la fotografia dei film americani rispetto a quelli inglesi: le pellicole americane tentavano di dividere l’immagine dallo sfondo, inserendo le luci appena dietro i primi piani, differentemente nei film inglesi i personaggi erano uniti allo sfondo.

Quando Hitchcock parla del cinema lo fa differenziando il cinema muto e l’avvento del sonoro. Infatti, secondo il regista britannico, nella maggior parte dei film c’è fin troppa fotografia di gente che parla. Per lui si dovrebbe ricorrere al dialogo solo quando esso si ritiene indispensabile all’azione filmica, ma bisognerebbe sempre trovare un modo cinematografico di realizzare una storia mediante le sequenze e le inquadrature. Ed è per questo che Hitchcock credeva che con l’avvento del sonoro il cinema si fosse irrigidito e avesse perso stile e fantasia. Il regista britannico è appartenuto tanto al cinema muto quanto al cinema sonoro, ma ha sempre considerato la prima la forma quella cinematograficamente più pura.

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Il cinema secondo Hitchcock: una guida classica per il cinema che ha influenzato generazioni di registi e autori

Uno dei maggiori problemi che ogni cineasta deve porsi secondo Hitchcock è come riuscire a caricare d’emozione il rettangolo dello schermo, consegnandolo in mano al pubblico. Ciò di cui fu accusato dalla critica era che i suoi film e le sue sceneggiature non fossero verosimili e che il suo fosse un genere di cinema in cui le immagini erano funzionali allo svolgimento della narrazione. La critica allora tendeva a valutare la qualità letteraria di un film piuttosto che quella cinematografica. Ma la verosimiglianza a Hitchcock non interessò mai, poiché, a suo dire, se si volesse analizzare ogni sceneggiatura, in termini di plausibilità e verosimiglianza nessuna resisterebbe ad una analisi logica: non resterebbe che fare documentari. La scelta finale secondo il cineasta doveva sempre essere quella che tiene il pubblico in sospeso.

Mentre dialoga con il cineasta francese, Hitchcock si racconta al meglio e descrive soprattutto quello che è il suo cinema più celebre, ovvero il periodo americano. Il lavoro in Inghilterra aveva sviluppato il suo istinto naturale e ideale ma la tecnica, lo stile e la poetica che gli appartenevano non mutarono mai, pur dovendosi muovere attraverso due categorie cinematografiche che egli stesso definì la sensazione del cinema, a proposito del periodo inglese, e la formazione delle idee, a proposito del periodo americano. Durante il suo periodo americano realizzò pellicole memorabili come Rebecca – La prima moglie, Notorious – L’amante perduta, Psycho, La finestra sul cortile (Rear Window), L’uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much), La donna che visse due volte (Vertigo), Intrigo internazionale (North by Northwest) e Gli uccelli (The Birds).

 

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Con Il cinema secondo Hitchcock, il regista sviscera tre elementi fondanti del suo cinema: l’angoscia, il sesso e la morte

Hitchcock riuscì a fare un certo tipo di cinema soprattutto perché era capace di realizzarlo come un artigiano. Si impadroniva non solo di un’idea, ma del mezzo per poterla rendere visivamente, dalla scenografia al montaggio. Era abile nel commuovere il pubblico e lo faceva rivendendosi nel ruolo di un direttore d’orchestra, un uomo che racconta una storia drammatica, umana in cui il pubblico possa riconoscersi. Secondo lui, se si crea il film correttamente, il pubblico reagisce allo stesso modo in qualsiasi parte del mondo e qualsiasi sia la sua nazionalità.

Nei suoi film compaiono principalmente tre elementi: l’angoscia, il sesso e la morte. Essi hanno senso perché sono inseriti in un ritmo cadenzato dalla suspense, di cui lui è stato il fautore, dettandone le regole. Il suo stile e la necessità della suspense lo portarono a giocare con il tempo, contraendolo e dilatandolo. La suspense è il mezzo più potente per tenere viva l’attenzione dello spettatore e per produrla è indispensabile che il pubblico sia informato di tutti gli elementi in gioco. Hitchcock sintetizzò questo concetto con il celebre esempio della bomba che esplode sotto un tavolo: se la bomba esplode senza che il pubblico lo sappia, quella scena genera una sorpresa. Se il pubblico vede la bomba piazzata dall’anarchico sotto il tavolo e i personaggi che in seguito si siedono a quel tavolo ignari di ciò che li attende, l’effetto di senso che viene offerto è pura suspense.

Il cinema secondo Hitchcock e l’utilizzo del MacGuffin

Tutto questo fa parte della sua poetica, come anche il MacGuffin, espediente filmico che crea il pretesto dell’intrigo all’interno della narrazione, ma che con il passare dei minuti si rivela un particolare importante per i personaggi, senza tuttavia acquisire una particolare importanza per l’intreccio. Secondo Truffaut, il film che rappresentò la quintessenza di Hitchcock fu Notorius, il cui MacGuffin è rappresento da un campione di uranio nascosto in una bottiglia di vino. In Psycho invece, il MacGuffin è rappresentato dalla busta con i quarantamila dollari, che sembra essenziale ma in realtà non assume nessun valore reale all’interno della storia.

Il cinema secondo Hitchcock

Psycho è uno dei pochi film di Hitchcock in cui il protagonista è il cattivo. Ma ciò che più gli interessò, come ben descrisse nell’intervista, e su cui posò particolare attenzione, furono il montaggio, la fotografia e il disegno sonoro. L’omicidio del personaggio di Janet Leigh, le cui riprese durarono sette giorni e settanta posizioni di macchina, rappresenta il culmine della violenza all’interno del film, che è talmente spaventosa e angosciante da destare inquietudine e paura nello spettatore anche nelle scene a venire, che di violenza ne posseggono sempre meno: è il ricordo di quella scena a tenere in tensione lo spettatore, che non potrà evitare di dimenticarla.

Il cinema secondo Hitchcock è un manuale denso e preziosissimo

Hitchcock fu un innovatore, raccontò i meccanismi della paura perché egli stesso ne era sopraffatto, a partire dalla paura della polizia, dei luoghi chiusi, delle altezze e delle debolezze dell’uomo, capace di trasformarsi in un demone e mettere in pericolo chiunque. Hitchcock ha raggiunto quegli angoli inesplorati della mente umana, rivelandosi un artista capace di scolpire il tempo, un teorico dello spazio, elegante e consapevole. Un vero e proprio maestro del brivido, che ancora oggi continua a influenzare e ispirare le nuove generazioni di cineasti. Un altro momento indimenticabile nel cinema di Hitchcock è certamente La donna che visse due volte (Vertigo), e in particolare il modo in cui costruì la scena della tromba delle scale: come racconta a Truffaut, egli riprese un modellino, fece costruire una riproduzione dell’interno della chiesa nei minimi dettagli e ricreò l’effetto delle vertigini con una carrellata in avanti in sincrono con una zoomata all’indietro.

Truffaut sapeva perfettamente che il cinema non è mai stato integro e completo in se stesso come nel lavoro di Hitchcock, che era capace di rendere il suo mestiere un’arte preziosissima. Il suo cinema spesso riusciva a diventare un plebiscito elegante, spaventoso, inquietante, ma mai vuoto. Il suo cinema era tributario di uno smarrimento, di uno spavento che proveniva direttamente dal big bang dei Fratelli Lumiere, ovvero il momento della creazione dell’universo filmico che destò lo sgomento nel pubblico. Un sentimento che Hitchcock scelse di ereditare, di trasferire nelle sue pellicole.

 

Nel cinema di Hitchcock c’è qualcosa di intestimoniabile

Hitchcock ha cercato di perpetuare il contrasto, ha cercato di edificare una narrazione affilata, pungente, che scindesse immagine e autore, attore e dialogo, in modo da dare al cinema, essendo ibrido dell’arte, maggior psicologia, maggior espressione. Il suo cinema è un inquilino pericoloso, struggente, un precipitarsi di fatti e di azioni che si libera della letteratura per appropriarsi ampiamente della propria immagine; la dialettica si abbandona per cedere il passo a un’iperbole visiva, completa, appagante. Nel suo cinema c’è qualcosa di intestimoniabile, che si coglie nella coscienza. Hitchcock individua sempre un qualcosa di tenebroso, che accede all’incomprensibile, che scavalca l’opera e attore, ed è completo perché ci sono ricercatezza e qualità drammatiche, a partire dall’atmosfera, dalle inquadrature, dai silenzi agli sguardi. Una completezza estetica ed etica.

Lo stile di Hitchcock è forse tra i più riconoscibili e si intravede sempre, anche in una semplice scena discorsiva, perché è un continuo suggerire qualcosa che avviene altrove. Un modo di distribuire l’emozione veicolata tanto nel dramma quanto nell’umorismo. Tutto questo Truffaut ha cercato di definirlo e di inserirlo nella sua monografia, che è ancora oggi una lezione di cinema fondamentale che lascia comprendere quanto la grandezza di un autore non sempre venga appresa immediatamente dalla critica. Un manuale denso, seminale e confessionale di un regista che contribuì ad autenticare la grandezza di Mr. Hitchcock.

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.

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Memorie di un assassino: la storia vera che ha ispirato il film di Bong Joon-ho

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Memorie di un assassino non è solo il primo capolavoro del regista sudcoreano Bong Joon-ho, ma è anche un film capace di influenzare il genere crime degli anni successivi, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione. Non tutti sanno però che Memorie di un assassino è basato su un’altrettanto raggelante storia vera, che fra il 1986 e il 1991 ha fatto sprofondare nella paura e nell’orrore non solo la zona di Hwaseong, dov’è ambientato il film, ma tutta la Corea del Sud, per la prima volta alle prese con un assassino seriale.

Il film di Bong Joon-ho, uscito nel 2003, verte proprio sulle indagini volte a catturare questo misterioso serial killer, responsabile dello stupro e dell’assassinio di diverse donne. Brancolando nel buio e con mezzi tecnici e scientifici del tutto insufficienti, gli investigatori (fra cui il personaggio di Song Kang-ho, futuro protagonista del dominatore degli Oscar 2020 Parasite) commettono numerosi errori, seguendo piste deboli o del tutto false, maltrattando e torturando sospetti fino a estorcere confessioni false e organizzando trappole del tutto inefficaci. Memorie di un assassino si conclude con uno splendido sguardo in macchina del detective Park Du-man, che ad anni di distanza dalle indagini sul caso, rimasto irrisolto, comprende di essere stato più volte a un soffio dalla cattura del criminale, senza però mai riuscire nell’impresa.

Pur con inevitabili modifiche per fini narrativi e rendendosi protagonista di veri e propri virtuosismi cinematografici, Bong Joon-ho rimane fedele alla situazione dell’epoca dell’uscita del film, con i crimini del serial killer di Hwaseong ridotti sostanzialmente a un cold case. Nel 2019, l’indagine ha però subito una svolta improvvisa quanto inaspettata, attribuendo all’assassino un volto e un nome, Lee Chun-jae.

Memorie di un assassino: dalla storia vera al film

Memorie di un assassino

All’epoca in cui è stato identificato come il serial killer di Hwaseong, Lee Chun-jae si trovava già in carcere a Busan per lo stupro e l’assassinio della cognata, avvenuto nel 1994. Decisiva per la sua identificazione è stato l’esame di alcuni indumenti intimi di una vittima delle serial killer, su cui sono state rinvenute tracce del DNA di Lee Chun-jae. Gli esami successivi hanno collegato l’uomo ad almeno tre dei nove omicidi, delineando ancora di più la situazione. In un primo momento, Lee Chun-jae ha negato il suo coinvolgimento in queste morti, salvo poi ritrattare e confessare di essere l’autore di ben 14 omicidi, incluse le 10 persone vittime dell’assassino seriale, di un’età compresa fra i 13 e i 71 anni.

L’assassino ha poi concesso qualche dichiarazione alla stampa, dichiarandosi sorpreso del fatto di non essere stato catturato prima. «Non pensavo che i crimini sarebbero stati sepolti per sempre. Ancora non capisco (perché non sono stato sospettato, ndr). I crimini sono accaduti intorno a me e non ho cercato di nascondere le cose, quindi ho pensato che sarei stato catturato facilmente. C’erano centinaia di forze di polizia. Incontravo continuamente investigatori, ma mi chiedevano sempre delle persone intorno a me», ha detto l’uomo. Un risvolto ancora più incredibile se si considera il fatto che nel corso degli anni sono state interrogate 21280 persone fra sospetti e testimoni e sono state rilevate 40116 impronte digitali, 570 tracce di DNA e 180 campioni di capelli.

Memorie di un assassino: la brutalità della polizia

Memorie di un assassino

Come vediamo in Memorie di un assassino, una persona con disabilità, identificata pubblicamente solo come Yoon, è stata in prigione dal 1988 al 2008 con l’accusa di avere stuprato e ucciso una ragazza di 13 anni, una delle vittime del serial killer. Decisiva per la sua detenzione una falsa confessione, estorta dopo pressioni e inaccettabili torture. Azioni mostrate con dovizia di particolari da Bong Joon-ho, che hanno portato a formali scuse del capo di polizia Bae Yong-ju: «Ci inchiniamo e ci scusiamo con tutte le vittime dei crimini di Lee Chun-jae, con le famiglie delle vittime e con le vittime delle indagini della polizia, incluso Yoon». Nel dicembre del 2019, otto degli investigatori sono stati accusati per abuso di potere e detenzione illegale.

Anche il vero assassino Lee Chun-jae ha commentato la vicenda: «Ho sentito da qualcuno che una persona con disabilità è stata arrestata, ma non sapevo per quale persona fosse stata arrestata poiché ho commesso molti reati. Ho sentito che molte persone sono state indagate e hanno subito ingiustamente. Vorrei scusarmi con tutte quelle persone. Sono venuto, ho testimoniato e descritto i crimini nella speranza che le vittime e le loro famiglie trovino conforto quando la verità verrà rivelata. Vivrò la mia vita pentendomi».

La ragazza tredicenne è stata una delle vittime di Lee Chun-jae, che in proposito ha commentato semplicemente con un «È stato un atto impulsivo».

I crimini di Lee Chun-jae

Fra il 15 settembre 1986 e il 3 aprile 1991, Lee Chun-jae ha commesso i crimini di Hwaseong. Nel mentre, l’uomo ha lavorato come operatore di gru ed è stato arrestato per essersi introdotto illegalmente in un’abitazione, per poi essere rilasciato in libertà vigilata. I crimini si sono interrotti in corrispondenza del matrimonio dell’uomo con una donna, avvenuto nell’aprile del 1992 e concluso nel dicembre del 1993, anche a causa del suo alcolismo e dei ripetuti maltrattamenti ai danni della moglie e del loro figlio. Il 13 gennaio 1994 ha drogato, stuprato e ucciso la cognata, ed è stato condannato a morte in primo grado, pena poi ridotta all’ergastolo con possibile libertà condizionata dopo 20 anni.

Memorie di un assassino: la reazione dell’assassino alla visione del film

Memorie di un assassino

Per Memorie di un assassino, Bong Joon-ho ha tratto ovviamente ispirazione dalla vicenda reale, ma anche dall’opera teatrale di Kim Kwang-lim Come to See Me, che per la prima volta ha adattato gli eventi. Il regista ha inoltre più volte ammesso l’influenza della miniserie a fumetti di Alan Moore ed Eddie Campbell From Hell, fondamentale anche per la prima memorabile stagione di True Detective.

Per sua stessa ammissione, Bong Joon-ho è stato letteralmente “ossessionato” dal caso per anni. «Volevo davvero vedere il suo volto, ho anche provato a immaginarlo e a disegnarlo per me stesso», ha detto. «Avevo un elenco di domande che ero pronto a fargli nel caso in cui in qualche modo lo avessi incontrato». Una volta scoperta la sua identità, «Finalmente ho potuto vedere il suo volto pubblicato sui giornali. Guardarlo mi ha fatto provare sentimenti complicati».

Nel già citato finale di Memorie di un assassino, il detective protagonista guarda direttamente in macchina. Il regista ha ammesso che la scena era anche un modo per guardare dritto in faccia l’assassino, che in cuor suo sperava vedesse il film prima o poi.

Lee Chun-jae non potrà essere processato per i crimini del serial killer di Hwaseong, che nel frattempo sono caduti in prescrizione. L’uomo ha effettivamente visto Memorie di un assassino e questa è stata la sua reazione: «L’ho visto come un film e non ho provato alcun sentimento o emozione nei confronti del film».

Memorie di un assassino in Home Video

Dove vedere Memorie di un assassino in streaming

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Monica Vitti è morta: addio a una colonna portante del cinema italiano

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Monica Vitti

Non esiste un’interprete senza una voce. Un adagio che sintetizza il mestiere della recitazione, ma che si adatta perfettamente anche a una delle più grandi attrici della storia del cinema italiano, ovvero Monica Vitti. La sua inconfondibile voce roca, che sapeva modulare in infinite sfumature caratteriali e interpretative, è stata, insieme al suo indimenticabile volto, la prima cosa a cui abbiamo pensato una volta appresa la notizia della sua morte, giunta a oltre 90 anni di età, di cui 30 passati lontani dalle scene a causa di una malattia degenerativa che ha progressivamente eroso la sua mente e la sua memoria. Una voce protagonista di alcune delle più celebri battute della storia del cinema italiano (come dimenticare “Mi fanno male i capelli” in Deserto rosso?), grazie alla quale rimarrà per sempre scolpita nei ricordi di tutti, prendendosi la rivincita sul triste destino che ha segnato l’ultima parte della sua esistenza.

Il lascito di Monica Vitti non si ferma però al suo timbro vocale, al suo malinconico broncio capace di trasformarsi in abbagliante sorriso e all’ironia che l’ha sempre accompagnata, in scena e nella vita reale. Monica Vitti è infatti stata il volto per eccellenza di due floride stagioni del nostro cinema: da una parte la produzione più autoriale, a cui ha contribuito grazie al sodalizio artistico e umano con Michelangelo Antonioni, consegnandoci capolavori del calibro di L’avventura, La notte, L’eclisse e il già citato Deserto rosso. Dall’altra, la grande commedia all’italiana, nella quale si è confrontata con giganti come Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, tratteggiando sempre personaggi unici e incredibilmente vitali, e diventando di fatto il valore aggiunto di film memorabili, fra i quali citiamo La ragazza con la pistolaDramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) e Polvere di stelle.

Monica Vitti: molto più che diva

Monica Vitti

In un’epoca in cui la donna nel cinema italiano era spesso limitata al ruolo di madre o a quello di mero oggetto del desiderio, Monica Vitti è stata molto più che diva, ha cambiato le regole del gioco: prima è diventata emblema dell’incomunicabilità e del disagio esistenziale, poi il volto per eccellenza dell’anticonformismo e della risata italiana, senza mai rinunciare alla propria unicità e a una sensualità mai volgare, sempre accompagnata da tempi comici perfetti e da un’intensità recitativa ineguagliabile. Un talento che l’ha portata a distinguersi con gli stessi eccellenti risultati anche al cinema e al teatro, senza dimenticare qualche sporadica ma esaltante performance all’estero, fra le quali merita certamente una menzione Modesty Blaise – La bellissima che uccide di Joseph Losey, uno dei primi cinecomic della storia del cinema.

L’abbiamo ammirata nell’interpretazione di donne indipendenti e profondamente ribelli, mogli annoiate in cerca di un’esistenza migliore, ragazze in cerca di rivincita e riappropriazione di se stesse. L’abbiamo vista arrabbiata, divertita, innamorata e tradita, vittima e carnefice, libera e prigioniera, amandola ogni volta. Il suo profondo e magnetico sguardo come finestra sull’anima dei suoi personaggi, la sua strepitosa verve comica come strumento per tratteggiare spaccati umani mai banali, scolpiti indelebilmente nella storia del cinema.

Da semplici spettatori e amanti dell’arte, l’abbiamo accompagnata a distanza negli ultimi decenni di dolorosa malattia, illudendoci di farle arrivare il nostro affetto e il nostro calore e di farle trovare una via d’uscita dal labirinto in cui la sua mente era intrappolata. Oggi infine piangiamo la sua scomparsa, certi però del fatto che la sua eredità nell’immaginario collettivo non svanirà, e che il suo sorriso, capace di demolire qualsiasi canone di bellezza, entrerà a fare parte del mito.

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Netflix: tutte le nuove uscite che vedremo a febbraio 2022

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Netflix

Anche a febbraio, Netflix ha in serbo tante novità per i propri abbonati, a cominciare dal ritorno di due serie particolarmente amate come Disincanto e Space Force. Non mancano i film originali, come Dalla mia finestra, Il mese degli deiAmore e guinzagli. Spazio come sempre anche a documentari e reality show, come Il truffatore di Tinder e L’amore è cieco. Di seguito, l’elenco completo di quello che vedremo il prossimo mese su Netflix.

Cosa vedremo su Netflix a febbraio 2022

Netflix

1 febbraio

  • Dion (serie originale, stagione 2)
  • Finding Ola (serie originale, stagione 1)
  • John Wick (film non originale)
  • Riverdale (serie non originale, stagione 5)
  • Conan il ragazzo del futuro (serie non originale, stagione 1)

2 febbraio

  • Oscuro desiderio (serie originale, stagione 2)
  • Me Contro Te – Il Film – La Vendetta del Sig. S (film non originale)
  • Il truffatore di Tinder (documentario originale)

3 febbraio

  • Murderville (serie originale, stagione 1)

4 febbraio

  • Dalla mia finestra (film originale)
  • Il colore delle magnolie (serie originale, stagione 2)

6 febbraio

  • Brooklyn 99 (serie non originale, stagione 7)

8 febbraio

  • Il mese degli dei (film originale)
  • Ms. Pat: Y’All Wanna Hear Something Crazy? (stand-up comedy originale)
  • L’amore è cieco: Giappone (reality show originale)

9 febbraio

  • Disincanto (serie originale, stagione 4)
  • Idee da vendere (reality show originale, stagione 1)

11 febbraio

  • Amore e guinzagli (film originale)
  • Tallgirl 2 (film originale)
  • Bigbug (film originale)
  • Jeen-Yuhs: A Kanye Trilogy (film originale)
  • Love Tactics (film originale)
  • Inventing Anna (serie originale, stagione 1)
  • Toy Boy (serie originale, stagione 2)
  • L’amore è cieco (reality show originale, stagione 2)

14 febbraio

  • Fedeltà (serie originale, stagione 1)

16 febbraio

  • Secrets of Summer (Cielo Grande) (serie originale, stagione 1)

17 febbraio

  • Perdonaci i nostri peccati (film originale)
  • Erax (film originale)
  • Heart Shot – Dritto al cuore (film originale)
  • Il giovane Wallander (serie originale, stagione 2)
  • Al passo con i Kardashians (reality show non originale, stagione 17)

18 febbraio

  • Non aprite quella porta (film originale)
  • La serie di Cuphead! (serie originale, stagione 1)
  • Space Force (serie originale, stagione 2)
  • Uno di noi sta mentendo (serie originale, stagione 1)
  • Downfall: Il caso Boeing (documentario originale)

19 febbraio

22 febbraio

  • Bubba Wallace: in gara contro ogni limite (serie originale, stagione 1)

25 febbraio

  • Vikings: Valhalla (serie originale, stagione 1)
  • La giudice (serie originale, stagione 1)
  • Madea: Il ritorno (film non originale)

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