Il doppiaggio: preziosa arte o anacronistico retaggio culturale?

Il doppiaggio: preziosa arte o anacronistico retaggio culturale?

Il doppiaggio è stato sempre al centro di un dibattito acceso tra pubblico, critica e cinefili poiché in Italia è sempre stato preferito, almeno dal pubblico, al suo rivale cinematografico, ovvero la versione originale, favorita invece da buona parte di cinefili e di critica. Nel nostro Paese il doppiaggio è la scelta di mercato principale, ha una tradizione consolidata ed è sicuramente entrato a far parte del nostro immaginario culturale: nel tempo è diventato una realtà importante del mondo audiovisivo. 

Il doppiaggio e la sua esigenza nacquero nel 1929 come una svolta tecnologica e durante il fascismo si trasformò in un’operazione di censura: la xenofobia linguistica del regime fascista impose divieti alle pellicole in qualsiasi lingua che non fosse l’italiano. In Italia, durante l’avvento del sonoro e del doppiaggio, non tutti i fruitori e gli spettatori erano in grado di leggere i sottotitoli: per questi motivi nacque l’idea di doppiare i film, che altrimenti sarebbero rimasti incomprensibili a tanti spettatori di allora. Questo handicap in Italia ha fatto in modo che il doppiaggio diventasse un’industria ancora più imponente e importante rispetto ad altrettanti paesi non anglofoni.

Il doppiaggio in Italia come risposta all’analfabetismo

Doppiaggio

In Italia moltissimi attori si sono cimentati nella nobile arte del doppiaggio, da Alberto Sordi a Nino Manfredi, e molti doppiatori, diventati celeberrimi, come Ferruccio Amendola e Maria Pia Di Meo, sono riusciti a dare alle pellicole un valore aggiunto, rendendo film come Rocky, Il Padrino, Taxi Driver, Il Cacciatore ancora più memorabili. Il doppiaggio, in alcuni casi, ha addirittura acquisito una rilevanza maggiore rispetto al film stesso, poiché la forza del doppiatore è riuscita a trascendere la mera questione della traduzione linguistica e diventare epopea. Traduzioni e traduttori svolgono un ruolo cruciale nella trasmissione vococentrista di un’opera e di una multiculturalità di cui spesso i film sono determinati. In fin dei conti il talento di un doppiatore consiste nella capacità di trasferire lo spirito di un’altra lingua nella propria e di rendere il fascino originale dell’attore, ricreando l’anima del personaggio che interpreta.

Ma se da un lato la necessità di un doppiatore è quella di mediare e di trasferire tutta una serie di sfumature, inflessioni e timbriche dall’originale alla lingua di riferimento, dall’altra ciò che inesorabilmente si perde è il lavoro assoluto degli attori. La voce del doppiatore, nella misura in cui traduce un’opera, inibisce e va a intaccare il senso e lo stile della versione originale, cancellando buona parte dell’operato dell’attore e la sua prossemica. Il lavoro di un attore è caratterizzato non solo dalla propria gestualità o dalla capacità di poter trasferire sensazioni ed emozioni attraverso il proprio viso e il corpo, ma anche e soprattutto da intonazione e timbrica vocale. L’interpretazione dell’attore viene inevitabilmente oscurata, spesso stravolta: una traduzione errata o un doppiaggio impreciso possono rovinare e in molti casi alterare l’integrità del film stesso.

Il doppiaggio: arte o retaggio culturale?

Doppiaggio

In un film come Inglorious Basterds, in cui sono presenti 5 lingue (l’italiano, il francese, il tedesco, l’americano e l’inglese), il doppiaggio è passato come una falce su ogni diversificazione linguistica, rendendo stereotipiche le scene, annullando le particolarità vocali di ogni attore e penalizzando il ritmo di ogni linguaggio specifico. L’interpretazione attoriale è inibita nei film doppiati, tant’è che i toni e le espressioni fonetiche, che contraddistinguono i personaggi e gli stili di recitazione, sono letteralmente persi nella traduzione.

Ma ci sono tantissimi esempi come questo, per esempio nelle serie TV come Breaking Bad e How I Met Your Mother: nella prima si è persa totalmente la profondità del personaggio di Walter White, presente nelle inflessioni della voce di Bryan Cranston, e nel secondo caso il doppiaggio appiattisce completamente le voci dei protagonisti e di conseguenza anche le loro personalità.

Più si ha a che fare con film e serie TV in lingua originale più ci si rende conto che il doppiaggio non sempre riesce a essere fedele ai dialoghi. Gli adattamenti non sono calzanti; molti modi di dire, slang, accenti, dialetti e giochi di parole non riescono ad essere trasferiti, perché nella traduzione si perde l’ironia e certi riferimenti culturali non sono traducibili. Non è più possibile accettare che film come Manchester by the Sea o Her vengano stravolti da un doppiaggio penoso e monocorde, e che gli stessi non vengano compresi o apprezzati per quello che rappresentano davvero.

Una traduzione errata o un doppiaggio impreciso possono rovinare e in molti casi alterare l’integrità del film stesso

Doppiaggio

In pochissimi hanno scelto una terza via nel tentativo di avvicinare e risolvere l’esigenza del doppiaggio e della qualità della versione originale, ovvero un adattamento curato dallo stesso regista. Uno di questi fu Kubrick, tenace sostenitore del doppiaggio, che si occupò personalmente della scelta delle voci da prestare ai personaggi. Quando Kubrick curò la versione italiana di Shining, tradusse la frase scritta ripetutamente e in modo ossessivo da Jack Torrance “All work and no play makes Jack a dull boy” come “Il mattino ha l’oro in bocca”. Erroneamente, ma fu una scelta consapevole, frutto della sua volontà.

I sottotitoli sono un’ottima alternativa che potrebbe risolvere alcune di queste problematiche, ma il pubblico italiano è tenacemente fedele all’idea del doppiaggio, anzi, in molti casi il pubblico non si pone neppure il problema. Questo dibattito è sempre più in divenire e con l’avvento dello streaming legale e la possibilità di poter scegliere facilmente la lingua in cui vedere un film o una serie TV, sempre più pubblico si sta aprendo alla possibilità di poter guardare un’opera apprezzandola nella lingua originale. Ma perché il pubblico continua sempre a preferire una traduzione rispetto all’originale?

La prima risposta può essere semplicemente la questione linguistica: la popolazione italiana non è particolarmente portata alla conoscenza delle lingue straniere, purtroppo. In certi casi la preferenza del doppiaggio proviene da un retaggio culturale, una semplice abitudine di cui il pubblico si avvale: nella percezione dello spettatore affezionato, il doppiaggio non altera il senso e la qualità del film anzi, in molti casi, il doppiaggio salva il senso delle scene o addirittura rende un film mediocre apprezzabile grazie alla bravura dei doppiatori.

Vedere i film in versione originale significa abbracciare una forma di mediazione più diretta e utile a livello pedagogico

Una riflessione che può essere accompagnata da una considerazione: se la storia ha un fascino universale, allora la lingua non potrà mai essere totalmente una barriera, ma se la lingua è lo strumento di mediazione culturale di in un’opera cinematografica, allora una buona traduzione e un buon doppiaggio saranno sempre essenziali e non potranno godere di una neutralità totale rispetto alla storia.

Nell’eterno dibattito doppiaggio si doppiaggio no, scegliere i sottotitoli sembra essere diventata una scelta più di tendenza che una preferenza auspicabile, ma non è così. Scegliere i sottotitoli non significa rifiutare la tradizione o rigettare in ogni misura e condizione il lavoro dei doppiatori: significa semplicemente abbracciare una forma di mediazione più diretta e utile a livello pedagogico. I sottotitoli aiutano il pubblico a comprendere i dialoghi di un film mantenendo la sensazione e il suono originale; inoltre, solo in questo modo la qualità della recitazione può essere apprezzata a pieno.

Considerato che ormai in Italia il problema dell’analfabetismo non c’è più, potremmo dire che i tempi sono maturi per poter pensare di attuare un cambio di rotta; la scusa che i sottotitoli sono uno svantaggio che obbliga lo spettatore a distogliere l’attenzione dall’inquadratura non regge. Bisogna sempre capire cosa predilige il pubblico, se tendere verso il doppiaggio sempre e comunque, anche nella sua forma più annichilente (una scelta che si può operare quando la lingua non è parte integrante del tessuto narrativo e non va a incidere sul racconto) oppure godere della versione originale. Ciò che si può asserire, in ultima analisi, è che la tradizione atavica del doppiaggio oggi comincia davvero a perdere senso ed essere mortificante per l’esperienza dello spettatore.

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Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva, collaboratrice per Lost in Cinema, Cinematographe.it ed Empire Italia. Eterna studente, perché la materia di studio sarebbe infinita.