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Joker: Folie à Deux, lo spiazzante finale della disperata fuga dalla realtà di Arthur Fleck
Avvertenza: questo articolo contiene spoiler sulla trama e sul finale di Joker: Folie à Deux; non proseguite con la lettura se non avete ancora visto il film e non volete conoscere in anticipo i suoi sviluppi
Il cinema di Todd Phillips è una continua fuga. Una fuga dalla realtà, ma più in generale da un sistema e da una società capaci di bloccare gli individui, imprigionandoli in esistenze a cui non sentono di appartenere. Per Todd Phillips, fuggire significa spesso folle e spassosa avventura. Ne sono emblematici esempi Road Trip, Old School, la trilogia di Una notte da leoni e Parto col folle: commedie demenziali in grado di dipingere ritratti di adulti perennemente a disagio e fuori posto, incapaci di percorrere i binari che il destino ha scelto per loro. Non c’era dunque da stupirsi nel ritrovare questo autore alla regia di Joker, cinecomic di atipico realismo, in cui la risata e la fuga convergono drammaticamente nella parabola a tinte scorsesiane del comico fallito Arthur Fleck, emarginato e affetto da gravi disturbi mentali.
Nel primo fortunato capitolo, Arthur fugge dalla sua triste condizione nei modi più disparati: immaginando una relazione con la dirimpettaia Sophie, guardando insieme alla madre il programma di Murray Franklin, attraverso le sue disastrose performance sul palco o sognando a occhi aperti al cinema durante la proiezione di Tempi moderni. C’è però un limite al dolore e ai soprusi che una persona può sopportare: una serie di pessime decisioni e sfortunati eventi lo trasforma in assassino in diretta nazionale, ma inaspettatamente lo rende anche sinistro idolo della parte più rabbiosa e disgraziata di Gotham. Le scene in cui Arthur Fleck viene portato in trionfo da una folla adorante sono una fedele rappresentazione di questa epoca populista, in cui anche le persone più spregevoli possono diventare esempi da seguire, a patto di intercettare un rancore strisciante attraverso il giusto media (la televisione nel caso di Joker, i social per la nostra contemporaneità).
Joker: Folie à Deux, lo spiazzante finale della disperata fuga dalla realtà di Arthur Fleck

Al termine di un trionfale cammino in sala, condito dal Leone d’Oro di Venezia e dal meritatissimo Oscar per il protagonista Joaquin Phoenix, ritroviamo Arthur Fleck nell’inevitabile sequel Joker: Folie à Deux, accolto con freddezza sia a Venezia (qui la nostra recensione) sia nel momento dell’approdo in sala. A prescindere dalle aspettative e dai gusti personali, vale però la pena analizzare più in profondità questa opera ambiziosa e coraggiosa, che nel bene e nel male è frutto della visione libera da compromessi di Todd Phillips, nonché pienamente in linea con il resto della sua filmografia.
A seguito degli eventi del film precedente, Arthur è rinchiuso nell’Arkham State Hospital, in attesa di un processo durante il quale il suo avvocato (Catherine Keener) punta a provare il suo stato di infermità mentale. Il tema portante di questo seguito è esplicito fin dal prologo sotto forma di cartoon, in cui il protagonista vive un conflitto fra la sua personalità e quella di Joker, diventato nel frattempo una vera e propria star. Una scissione tratteggiata attraverso l’ombra di Arthur, capace di muoversi in totale autonomia dal corpo. Una dinamica che trova una sponda perfetta nella vita del protagonista, diventato un volto noto e persino apprezzato nonostante le sue malefatte, anche grazie a un film che ne ha aumentato la popolarità.
Fra i suoi più inquietanti fan c’è indubbiamente Lee Quinzel (Lady Gaga), che durante una sessione di musicoterapia avvicina Arthur, confessandogli la sua adorazione per Joker e dando vita a una torbida relazione con lui. Inizia così un doloroso viaggio in bilico fra realtà e fantasia, in cui il musical si fonde con il dramma giudiziario, con l’ennesima utopica fuga a fare da impossibile sfondo.
Il ruolo di Lady Gaga

Todd Phillips sfrutta pienamente la presenza scenica e la cifra artistica di Lady Gaga, firmando alcune sontuose sequenze musical, che rimandano alla lunghissima tradizione del genere (emergono soprattutto i richiami a Spettacolo di varietà) ma sono allo stesso tempo doppiamente funzionali al racconto: per sua natura, il musical è infatti uno dei generi più stranianti, quindi perfetto per delineare una passione che attraversa diversi piani di realtà; al contempo, il musical ci trasmette i pensieri e le sensazioni dei personaggi attraverso le sequenze cantate. Durante le scene di ballo e danza, Arthur e Lee si scambiano parole d’amore e fantasticano sul loro futuro insieme, ma danno anche voce alle loro più intime emozioni. Proprio nel corso di uno di questi momenti apparentemente sconnessi dalla realtà, Arthur punta i fari sul classico elefante nella stanza, cioè il fatto che al centro dei pensieri di Lee c’è sempre Joker, mai Arthur.
Non è un caso che questa bizzarra declinazione dell’iconica Harley Quinn non nomini quasi mai Arthur (lo fa solo una volta, prima di lasciarlo per sempre), ma faccia sempre accezione a Joker, ovvero l’inesistente personaggio che ha permesso a un emarginato di affrancarsi temporaneamente dall’anonimato e dallo scherno generale, anche se nel modo più atroce. In un’asettica aula di tribunale, Joker: Folie à Deux dà così vita a un doppio processo: quello esplicito ad Arthur Fleck, colpevole di omicidio plurimo, e quello implicito a un’intera società, incapace di scindere la persona dal personaggio e incline alla spettacolarizzazione anche di fronte a una tragedia.
Come il suo predecessore, anche Joker: Folie à Deux è letteralmente disseminato di schermi televisivi, in cui Arthur è di volta in volta spettatore, stereotipato protagonista (come nella penosa intervista con un viscido giornalista interpretato da Steve Coogan), idolo delle masse disagiate (incluse le persone detenute insieme a lui) e cocente delusione per i populisti anti-sistema.
«Non avevamo altro che la fantasia, e tu ti sei arreso»

In un crescendo di amarezza, Arthur dà vita all’ultima triste esibizione nei panni di Joker di fronte a una platea esterrefatta, che muta in attento pubblico di una travolgente scena musical, per poi rinnegare il suo intero percorso. Nei panni di difensore di se stesso, Arthur getta la maschera e pulisce per l’ultima volta il suo trucco, ammettendo che Joker non è mai esistito: l’unico colpevole della spirale di violenza a cui abbiamo assistito è stato sempre e solo Arthur Fleck, frutto malato di una società corrotta e iniqua. Come dichiarato dallo stesso Todd Phillips, «In un certo senso, ha accettato il fatto di essere sempre stato Arthur Fleck; non è mai stato questa cosa che gli è stata imposta, questa idea che la gente di Gotham gli ha dato, che lui rappresenta. È un’icona inconsapevole. Questa cosa gli è stata imposta e non vuole più vivere come un falso: vuole essere quello che è».
L’unico atto di sincerità di una lunga e devastante messa in scena, che porta però Arthur a perdere anche il marcio seguito che ha ottenuto, incluso quello di Lee. Dopo l’ultima effimera speranza di fuga, favorita da un’autobomba lanciata contro il tribunale da alcuni seguaci di Joker, sulla scala in cui almeno per una volta si è sentito vivo Arthur viene abbandonato dalla sua amata, che con sguardo disilluso e spento gli dice emblematicamente «Non avevamo altro che la fantasia, e tu ti sei arreso». Il più triste dei ritorni della realtà per chi sosteneva «Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia, ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia».
Il sorprendente epilogo di Joker: Folie à Deux

Proprio come il Murray Franklin interpretato da Robert De Niro in Joker, in un raggelante epilogo Arthur Fleck muore per mano di un uomo cresciuto nel suo mito e dal mito deluso, attraverso il filtro del distorsore di immagini e di morale per eccellenza, ovvero la televisione. L’esecutore di questo barbaro assassinio, interpretato da Connor Storrie e accreditato semplicemente come “Young Inmate”, cela l’ultima beffarda rivelazione di Joker: Folie à Deux. Il sadico ghigno e il sorriso che il folle sembra scavare sul suo volto con lo stesso coltello utilizzato per uccidere Arthur lasciano pochi dubbi: nel momento della fine di Arthur abbiamo assistito all’inizio del percorso di colui che diventerà il vero Joker, ispirato da un uomo fragile e mediocre, capace solo di ottenere col sangue i suoi cinque proverbiali minuti di celebrità.
Un colpo di scena confermato dallo stesso Todd Phillips: «Una delle cose che la gente non ha mai capito del primo film è stata: “Non capisco. Fa visita a Bruce Wayne e ha 30 anni più di lui. Che razza di Joker geriatrico combatterà in futuro? Non so se hai mai visto la sceneggiatura del primo film. Il primo film si chiama Joker. Non si chiama The Joker, si chiama Joker. E il primo film secondo la sceneggiatura diceva sempre “Una storia sulle origini”. Mai LA storia delle origini. Era questa l’idea che forse questo non è IL Joker. Forse questa è l’ispirazione per il Joker. Quindi, in sostanza, alla fine del film, la cosa che ti rimane è “Aspetta, cosa sta succedendo lì dietro? È lui?»
Fin dal titolo, Joker: Folie à Deux allude al disturbo psicotico condiviso, ovvero una psicosi delirante trasmessa da un individuo a un altro. Abbiamo quindi ipotizzato che fosse proprio Arthur Fleck a condividere la follia con Lee Quinzel; questo sequel autodistruttivo e respingente ci sorprende invece mostrandoci l’esatto contrario, ovvero un’intera società, ben simboleggiata da una fatale e abbagliante Lady Gaga, talmente folle da coinvolgere e demolire definitivamente una psiche già disturbata, trasformandola in un vuoto simbolo di riscatto per poi buttarla di nuovo nella spazzatura, in favore di una figura ancora più abietta e pericolosa.
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Jack Nicholson e l’Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo: il video e il discorso tradotto

Il 29 marzo 1976, al Dorothy Chandler Pavilion, Art Carney consegna a Jack Nicholson il primo dei suoi tre Oscar. È il premio per Qualcuno volò sul nido del cuculo, che quella sera fa cappotto: miglior film, regia a Miloš Forman, attore, attrice a Louise Fletcher e sceneggiatura non originale. Era dal 1934, con Accadde una notte, che nessun film riusciva a vincere tutte e cinque le categorie principali.
Per Nicholson era la quinta candidatura in sette anni, dopo Easy Rider, Cinque pezzi facili, L’ultima corvée e Chinatown. Poco prima della sua categoria era stato consegnato un premio alla carriera a Mary Pickford, e Nicholson ne approfitta per una stoccata sul rapporto fra attori e denaro, che prepara la battuta finale sul proprio agente.
Il video del discorso di Jack Nicholson
Il discorso di Jack Nicholson, tradotto in italiano
Be’, immagino che questo dimostri che di matti nell’Academy ce ne sono tanti quanti dappertutto. Ma, visto che me ne date l’occasione, sono davvero felice di avere la possibilità di ringraziare Saul e Michael e Louise e Brad e Lawrence e Bo, e tutti i ragazzi della compagnia, tutta la brigata degli svitati. E vorrei ringraziare la signorina Pickford che, per inciso, credo sia stata la prima attrice a ottenere una percentuale sui propri film. E a proposito di percentuale, ultimo ma non ultimo, il mio agente, che circa 10 anni fa mi consigliò che fare l’attore non era affar mio. Grazie.
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Jessica Chastain, il discorso dell’Oscar per Gli occhi di Tammy Faye tradotto in italiano
Il discorso con cui Jessica Chastain ha ritirato l’Oscar come migliore attrice per Gli occhi di Tammy Faye, il 27 marzo 2022: il video e la traduzione integrale in italiano.

Il 27 marzo 2022, al Dolby Theatre, Anthony Hopkins consegna a Jessica Chastain l’Oscar come migliore attrice protagonista per Gli occhi di Tammy Faye. Si tratta della sua terza candidatura, che porta alla prima vittoria: le due precedenti erano arrivate come non protagonista per The Help e come protagonista per Zero Dark Thirty.
In questo film, Jessica Chastain interpreta Tammy Faye Bakker Messner, predicatrice televisiva americana diventata negli anni un punto di riferimento per la comunità LGBTQ+, e il discorso è costruito tutto su quel paradosso: Chastain non parla di sé ma degli “atti radicali d’amore” del personaggio, e li usa come chiave per il presente.
La parte centrale è la più citata: il riferimento al suicidio come una delle principali cause di morte negli Stati Uniti, con l’aggiunta che ha toccato anche la sua famiglia, e l’attacco alle leggi “discriminatorie e bigotte” che in quelle settimane diversi stati americani stavano discutendo. I nomi che elenca all’inizio sono invece quelli dei suoi agenti, e subito dopo vengono le quattro attrici con cui era in gara: Kristen Stewart per Spencer, Nicole Kidman per A proposito dei Ricardo, Penélope Cruz per Madres paralelas e Olivia Colman per La figlia oscura.
Il finale è in italiano, e non è un vezzo: «Mio tesoro, Giulietta, Augustus», ovvero il marito Gian Luca Passi de Preposulo, e i loro due figli. È la serata degli Oscar passata alla storia per lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock: il premio a Chastain arriva verso la fine, quando in sala era già accaduto tutto.
Il video del discorso di Jessica Chastain
Il discorso di Jessica Chastain, tradotto in italiano
Grazie. Oh, mio Dio, ragazzi. Okay. Bene. Allora, wow, grazie mille all’Academy per questo. Di sicuro non sarei qui adesso, probabilmente non avrei nemmeno una carriera, se non fosse per Hylda Queally, Paul Nelson, Steve Warren e Nicole Perna. Vi voglio bene, ragazzi; grazie mille. Devo proprio dire i vostri nomi, perché vi voglio bene. Kristen, Nicole, Penélope, Olivia, vi voglio tanto bene, ed essere inclusa nel discorso insieme a voi è un onore enorme. Devo ringraziare Michael Showalter, il mio regista, che ha creato uno spazio che ispirava creatività, amore e coraggio. La squadra incredibile di trucco e acconciatura, Linda, Stephanie, Justin, che mi hanno davvero aiutata a trovarla. Le produttrici Kelly Carmichael, Rachel Shane, Gigi Pritzker. Devo ringraziare David Greenbaum, Matthew Greenfield, tutta la Searchlight, per avere accompagnato il nostro film. Il mio compagno di scena e collaboratore, Andrew Garfield: il grandissimo Andrew Garfield. Grazie mille per avere tirato fuori il meglio di me presentandoti ogni giorno con il meglio di te. Grazie.
E in questo momento stiamo uscendo da un periodo difficile, pieno di molti traumi e di isolamento. E tantissime persone, là fuori, si sentono senza speranza e si sentono sole. E il suicidio è una delle principali cause di morte negli Stati Uniti. Ha toccato molte famiglie; ha toccato la mia. E in particolare i membri della comunità LGBTQ, che spesso si sentono fuori posto fra i loro coetanei. Ci troviamo davanti a una legislazione discriminatoria e bigotta che sta dilagando nel nostro paese, con l’unico obiettivo di dividerci ancora di più. Ci sono violenze e crimini d’odio commessi contro civili innocenti in tutto il mondo. E in momenti come questo io penso a Tammy, e mi sento ispirata dai suoi atti radicali d’amore. Abbiamo parlato molto d’amore, stasera. E mi sento ispirata dalla sua compassione, e la vedo come un principio guida che ci porta avanti. Ed è una cosa che ci unisce tutti nel desiderio di essere accettati per quello che siamo, accettati per chi amiamo, e di vivere una vita senza la paura della violenza o del terrore. E a chiunque di voi, là fuori, si senta davvero senza speranza o solo, voglio soltanto dire che siete amati senza condizioni per l’unicità che siete. Mio tesoro, Giulietta, Augustus. Siete il mio cuore. E vi ringrazio tutti tantissimo. Grazie.
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Joaquin Phoenix, il discorso dell’Oscar per Joker tradotto in italiano

Il 9 febbraio 2020, al Dolby Theatre, Olivia Colman consegna a Joaquin Phoenix l’Oscar come migliore attore protagonista per Joker. È la sua quarta candidatura e la prima vittoria, quasi 20 anni dopo la nomination come migliore attore non protagonista per Il gladiatore. Per tutta la stagione dei premi Phoenix è salito sui palchi parlando degli stessi argomenti, e per tutta la stagione si è presentato con lo stesso smoking. Sempre lo stesso, per non farne cucire altri e mandare così un messaggio contro gli sprechi e a favore della sostenibilità ambientale
Il discorso che pronuncia agli Oscar è la versione definitiva di quel ragionamento, e non somiglia a nessun altro ringraziamento della serata: nessun elenco di nomi, nessun produttore citato, nemmeno un accenno a Todd Phillips o al film. Phoenix tiene insieme disuguaglianza di genere, razzismo, diritti queer, diritti degli indigeni e diritti degli animali sotto un’unica idea, cioè la lotta contro il dominio e la prevaricazione.
Joaquin Phoenix ammette poi di essere stato per anni una persona difficile e ingrata, cosa rara su quel palco. Chiude infine citando una toccante frase che il fratello River, morto nel 1993 a 23 anni, aveva scritto quando ne aveva 17.
Il video del discorso di Joaquin Phoenix
Il discorso di Joaquin Phoenix, tradotto in italiano
Dio, sono pieno di così tanta gratitudine in questo momento. E non mi sento elevato al di sopra di nessuno degli altri candidati, né di nessuno in questa sala, perché condividiamo lo stesso amore, l’amore per il cinema. E questa forma di espressione mi ha dato la vita più straordinaria. Non so cosa sarei senza. Ma credo che il dono più grande che mi abbia fatto, e che abbia fatto a molti di noi in questa sala, sia l’occasione di usare la nostra voce per chi non ha voce. Ho pensato molto ad alcune delle questioni angoscianti che ci troviamo ad affrontare tutti insieme. E credo che a volte sentiamo, o ci venga fatto sentire, che sosteniamo cause diverse. Ma io ci vedo qualcosa in comune. Credo che, sia che si parli di disuguaglianza di genere, o di razzismo, o di diritti queer, o di diritti degli indigeni, o di diritti degli animali, stiamo parlando della lotta contro l’ingiustizia. Stiamo parlando della lotta contro la convinzione che una nazione, un popolo, una razza, un genere o una specie abbia il diritto di dominare, controllare, usare e sfruttare un’altra impunemente.
Credo che ci siamo scollegati moltissimo dal mondo naturale. E molti di noi sono colpevoli di una visione del mondo egocentrica, della convinzione di essere il centro dell’universo. Entriamo nel mondo naturale e lo saccheggiamo per le sue risorse. Ci sentiamo in diritto di inseminare artificialmente una mucca, e quando partorisce le rubiamo il figlio anche se le sue grida d’angoscia sono inequivocabili. E poi prendiamo il suo latte, che era destinato al suo vitello, e lo mettiamo nel nostro caffè e nei nostri cereali. E credo che temiamo l’idea del cambiamento personale perché pensiamo di dover sacrificare qualcosa, di dover rinunciare a qualcosa. Ma gli esseri umani, quando danno il meglio, sono così inventivi e creativi e ingegnosi, e credo che quando usiamo l’amore e la compassione come nostri principi guida possiamo creare, sviluppare e mettere in atto sistemi di cambiamento che siano vantaggiosi per tutti gli esseri senzienti e per l’ambiente.
Ora, io sono stato, sono stato una canaglia nella mia vita. Sono stato egoista. Sono stato crudele a volte, difficile da gestire sul lavoro, e ingrato, ma tanti di voi in questa sala mi hanno dato una seconda possibilità. E credo che sia lì che diamo il meglio. Quando ci sosteniamo a vicenda. Non quando ci cancelliamo a vicenda per gli errori passati, ma quando ci aiutiamo a crescere. Quando ci istruiamo a vicenda. Quando ci guidiamo a vicenda verso la redenzione. Questo è il meglio dell’umanità. Quando aveva 17 anni, mio fratello scrisse questo verso, disse: «Corri in soccorso con amore, e la pace seguirà». Grazie.






