Joker: la tragica genesi di un antieroe in diretta TV

Joker: la tragica genesi di un antieroe in diretta TV

Joker di Todd Phillips è nelle sale italiane dal 4 ottobre. Dopo avervi spiegato il nostro punto di vista sul film nella nostra recensione, ci addentriamo fra le pieghe del racconto, e in particolare sul ruolo che gioca la televisione nel mutamento di Arthur Fleck. Vi raccomandiamo di non proseguire se non avete ancora visto Joker e non volete incappare in fastidiosi spoiler.

Arthur Fleck cresce circondato dalla televisione. Ogni giorno, di ritorno dal suo lavoro si prende cura della mamma, le dà da mangiare, la posa nella vasca, la aiuta a farsi il bagno e assieme guardano la televisione, un oggetto che è molto più che uno strumento, un veicolo d’informazione, è un soggetto che da sempre lo ha accompagnato, come un genitore virtuale, nella sua vita di bambino e di adulto. La televisione fonda il suo immaginario, da Charlie Chaplin a Fred Astaire, al Murray Franklin Show, il suo programma di intrattenimento preferito, l’unico nel quale si cala interamente, in cui immagina di essere l’ospite d’onore, lo spettatore scelto con cui Murray Franklin agisce e completa uno dei suoi sketch comici. Arthur, che vive di una orfanità paterna, vede in lui il suo nume tutelare, il suo protettore e padre, anche se non l’ha mai realmente conosciuto, neppure incontrato.

Arthur si circonda di figure paterne, figure iconizzate, elettive, che restano lontane da lui, lungi dall’essere realmente dei padri per lui, perché se così fosse dovrebbe anche venire a patti con l’idea che questi possano ancor più invelenire il suo spazio familiare, che di natura è un luogo altamente patogeno. Un luogo già abitato da un essere particolarmente abissale che è sua madre, una figura certamente oscura, che ha fatto parecchie visite a diversi ospedali psichiatrici, e che per lui rappresenta già la tragedia nel suo atto più inclito.

Charlie Chaplin, Fred Astaire, Murray Franklin sono parte del suo immaginarioJoker

Arthur Fleck durante il giorno fa il clown, ma spera di diventare uno stand-up comedian; scrive sul suo diario i suoi pensieri, alcune battute, in un inglese sgrammaticato, sbaglia le lettere e la scrittura. Di quando in quando partecipa ad alcune serate di stand-up comedy e cerca di cogliere ciò che fa ridere il pubblico, annota sul suo taccuino quanto le frasi sul sesso riescano ad avere maggior appiglio sulle persone, ma non se ne fa nulla di quelle annotazioni, se non determinare maggiormente la sua inettitudine.

Arthur comunque ha deciso: la sua possibilità di essere un comico vuole giocarsela fino in fondo, anche se non ha grandi storie da raccontare, anche se non ha la battuta del secolo in pugno, decide di salire sul palco. Durante la sua prima serata sul palco di un locale ciò che ci viene mostrato è un pubblico divertito, sorpreso, estasiato dalla sue parole e dalla sua mimesi.

Joker compie una delle critiche più feroci alla televisione

Tutto sembra funzionare più che bene. Talmente bene che lo stesso Murray Franklin lo nota, manda in onda alcuni sketch della sua performance e lo vuole come ospite nel suo studio. Un’idea che lo fa fibrillare. Quando però Arthur osserva dall’interno le dinamiche televisive, comprende di essere stato vittima di un narrato edulcorato, e che nulla di ciò che aveva sognato era reale. Murray Franklin lo prende in giro, non è la figura paterna che si era immaginato, anzi fin da subito cerca in tutti i modi di mortificare la sua immagine, carica di trucco, così risibile. Arthur Fleck non ci sta. Ed è forse in quel momento che capisce che se la sua vita da Arthur Fleck non ha avuto senso, quella da Joker lo avrà di sicuro.

Joker compie una delle critiche più feroci alla televisione, così come realizzò Sidney Lumet con Quinto potere, il cui protagonista decide di annunciare il suo suicidio in diretta televisiva, intervento che, tra scalpore e scandalo, fa salire vertiginosamente l’indice d’ascolto della trasmissione. Il sensazionalismo mediatico di Quinto potere è presente in Joker: Arthur, mentre è ospite dello spettacolo di Murray Franklin, diventa catalizzatore della derisione del pubblico poi della sua trasformazione in Joker.

La società in cui agisce è belluina e afasicaJoker

La tragedia della sua vita trova una contingenza rigeneratrice proprio nella televisione: la realtà televisiva, potente, illusoria conforma il suo immaginario, costruisce la sua idea di realtà. Durante la metamorfosi in Joker vediamo Arthur scendere le scale ballando, seguendo un immaginario spartito che sente solo lui, balla proprio come Fred Astaire, si lancia in una danza liberatoria, elegante, conforme a ciò che ha sempre visto in televisione. Arthur è fedele a quello che vede, soprattutto quando si tratta del tubo catodico, si sente vicino a ciò che veicola la televisione, al punto che, una volta entrato, decide di donare alla televisione l’atto più personale, estremo, violento e vero che potrà mai assaporare.

La violenza in Joker è autoperformante, si insidia nel quotidiano di Arthur e lo definisce; la violenza proviene dall’acribia di un io ipertrofico – da un agitatore culturale che, involontariamente, diventa il simbolo di un dislivello di potere collettivo – e fa in modo che il successo dei suoi gesti diventino imperativi non di un modello comico ma di un modello tragicissimo. Arthur, che ha conosciuto solo il gusto amaro della vita, ha perso il sapore per la tragedia, non prova più empatia, l’ha persa giorno dopo giorno, lentamente. Ecco perché in lui si autodetermina la commedia, la risata, esautorante, cinica, che da indice patologico diventa strumento anarchico; Joker è figlio di un ombelicalismo atrofizzato, com’è atrofizzato il suo linguaggio e la società in cui agisce, belluina, imperiosa, afasica.

La morte di Arthur Fleck e la nascita di JokerJoker

Arthur Fleck, nonostante non si percepisca come il simbolo di una protesta, perché troppo preso da se stesso, dalla ricerca di una propria identità che è il suo vulnus originario, abbraccia il suo alter ego e lo fa prendendo in considerazione il fatto che Arthur Fleck probabilmente non sia mai esistito. L’evasione da se stesso, il senso di fuga dall’idea stessa di essere stato abbandonato, di essere il figlio rifiutato, rigettato da tutto e tutti, di essere un clown fallito, poi un comico miserabile, è il punto di rottura dell’uomo.

L’uomo, infranto, fratturato, denigrato, si sdoppia e poi torna in se stesso: il passaggio televisivo di Arthur non è solo un’interpretazione ma rappresenta allo stesso tempo la morte dell’uomo e la nascita del personaggio televisivo. Sì, perché Joker nasce dalla parola e dallo sguardo di Murray Franklin, è lui il suo deus otiosus, il fautore della sua genesi. Arthur sceglie di dare voce al muto che ha dentro decidendo di morire, simbolicamente, quando impugna la pistola, fingendo un suicidio, mentre Joker dichiara la propria esistenza in diretta televisiva.

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Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva, collaboratrice per Lost in Cinema, Cinematographe.it ed Empire Italia. Eterna studente, perché la materia di studio sarebbe infinita.