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Roberto Benigni: la straordinaria carriera di un’icona del cinema italiano

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In occasione dell’uscita in sala di Pinocchio di Matteo Garrone, per il quale è tornato alla recitazione in un film dopo sette anni, ripercorriamo la carriera di una delle stelle più luminose degli ultimi decenni del cinema italiano, ovvero Roberto Benigni. Un artista eclettico e ineffabile, capace di intrattenere e scuotere il pubblico sia sul grande schermo, dove ha affiancato alle sue naturali doti attoriali anche le attività come regista e sceneggiatore, sia in televisione, dove si è reso protagonista di alcuni dei più esilaranti momenti della storia nostrana del piccolo schermo, e per finire in teatro, dove ha saputo coniugare gli spettacoli comici con un’encomiabile impresa di riscoperta del patrimonio culturale italiano, grazie soprattutto a una serie di show dedicati a Dante e alla sua Divina Commedia senza eguali in tutto il mondo.

Nel corso di una carriera lunga più di 40 anni, Roberto Benigni ha saputo fondere come pochi risate e lacrime, satira e malinconia, leggerezza e riflessione, fotografando con le maschere protagoniste dei suoi film vizi, virtù e turbamenti della nostra società, con il tocco poetico e nostalgico del vero intellettuale e al tempo stesso con la veracità e la scurrilità di un uomo di umili origini, fortemente radicato nella sua toscanità. Per omaggiare al meglio il compleanno di questo vero e proprio orgoglio del cinema italiano, ripercorriamo le tappe fondamentali del suo percorso nella settima arte, con la speranza che torni presto a regalarci nuove intense emozioni sul grande schermo.

Gli esordi di Roberto Benigni: da Bertolucci a… BertolucciRoberto Benigni

Dopo una lunga gavetta teatrale, Roberto Benigni approda in televisione nel programma di Rai 2 Onda libera, ideato da lui stesso insieme a un giovane Giuseppe Bertolucci. In questa trasmissione irriverente, dissacrante e iconoclasta, ambientata negli immaginari studi di Televacca, una vera e propria stalla, Benigni dà vita al leggendario personaggio di Mario Cioni, uno sboccato contadino toscano che interferisce con le normali trasmissioni lanciandosi in irresistibili e controversi monologhi, decisamente rivoluzionari per la televisione del tempo.

Il successo del programma e del personaggio portano nel 1977 a Berlinguer ti voglio bene,  debutto sul grande schermo di Benigni, sotto la regia dello stesso Giuseppe Bertolucci, incentrato proprio sul personaggio di Cioni.  La pellicola è un vero e proprio ciclone di comicità e volgarità, ma è venata da un palpabile senso di alienazione e malinconia, che nonostante lo scarso successo di pubblico aiuta a imporre all’attenzione degli appassionati della settima arte l’innato talento del comico toscano.

Negli anni successivi, Roberto Benigni alterna i suoi lavori in televisione e a teatro con alcune piccole ma incisive comparsate cinematografiche in Letti selvaggi, I giorni cantati e La Luna, diretto da Bernardo Bertolucci.

La popolarità con Renzo ArboreRoberto Benigni

Dopo una breve apparizione in Chiaro di donna di Costa-Gavras, Roberto Benigni viene scelto da un maestro del cinema come Marco Ferreri per il ruolo da protagonista del suo Chiedo asilo, che conquista l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1980. Un Ferreri più delicato e meno corrosivo del solito, che però non rinuncia al suo gusto per la critica alla società e alla morale, esaltata da un Benigni solo apparentemente misurato, ma in realtà in perfetto bilico fra l’innocenza dell’infanzia e le incertezze della vita da adulti.

Sull’onda della popolarità della trasmissione televisiva L’altra domenica di Renzo Arbore, in cui Benigni interpreta uno spassoso e bizzarro critico cinematografico, il sodalizio artistico fra il comico toscano e il conduttore pugliese si rafforza anche sul grande schermo grazie a Il Pap’occhio (1980) e “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, diretti dallo stesso Arbore. Due pellicole dai destini opposti (la prima un grande successo, la seconda un flop), ma accomunate dalla stessa voglia di ironizzare sui vizi della società del tempo e su alcuni intoccabili punti di riferimento come la Chiesa, la politica e il mondo dello spettacolo, che insieme alle epiche scorribande televisive (su tutte quella del Wojtilaccio di Sanremo 1980) impongono definitivamente all’attenzione nazionale la comicità incontenibile e decisamente di rottura di Roberto Benigni.

Da ricordare in questo periodo anche la partecipazione di Benigni al grottesco e riflessivo Il minestrone di Sergio Citti (1981) e la sua prima regia cinematografica con Tu mi turbi (1983), film a episodi in cui il comico toscano gioca nuovamente con il suo rapporto con la religione e con la Chiesa.

La consacrazione di Roberto Benigni con Troisi e FelliniNon ci resta che piangere

Il 1984 vede Roberto Benigni fondersi con un altra colonna portante della risata italiana degli ultimi decenni, ovvero il compianto Massimo Troisi, nella commedia fantastica Non ci resta che piangere, in cui i due comici, nelle parti del bidello Mario e dell’insegnante Saverio, vengono sbalzati nel XV secolo, dando vita a un’irresistibile serie di esilaranti e paradossali gag. La loquacità di Benigni e la timidezza di Troisi si fondono alla perfezione in un racconto leggero e allo stesso tempo riflessivo, che fra uno sketch e l’altro non lesina critiche al presente e al passato della nostra società.

Dopo due collaborazioni con Jim Jarmusch nel 1986 negli stralunati, minimalisti e radicalmente underground Coffee and Cigarettes e Daunbailò  e il nuovo successo alla regia con Il piccolo diavolo, commedia nuovamente di stampo religioso in cui il nostro convince al fianco di un ottimo Walter Matthau, Roberto Benigni trova una delle vette più alte della sua carriera con La voce della Luna (1990), testamento artistico e spirituale di una colonna portante del cinema come Federico Fellini. Una toccante e surreale riflessione sull’emarginazione e al tempo stesso una mesta e disincantata critica alla società del consumismo e della comunicazione di massa, in cui Benigni duetta magistralmente con un’altra leggenda della comicità nostrana come Paolo Villaggio, ritrovando l’ingenua purezza dei suoi esordi e dipingendo un quadro sociale inquietante e precorritore, ma attraversato da un filo di flebile ma incrollabile speranza.

Roberto Benigni e le commedie degli anni ’90Roberto Benigni

Dopo una nuova collaborazione con Jim Jarmusch in Taxisti di notte (1991), ormai sulla cresta dell’onda, Roberto Benigni si concentra sulla comicità, alternando due successi di pubblico in patria e un pesante flop in ambito internazionale.  La commedia degli equivoci in salsa mafiosa Johnny Stecchino (1991), in cui il nostro dà fondo a tutte le sue risorse gestuali e interpretative in due ruoli decisamente agli antipodi, e il più cupo e perverso Il mostro (1994) conquistano infatti poco meno di 80 miliardi di lire totali al botteghino italiano, mentre l’ardito Il figlio della Pantera Rosa (1993) si rivela un tentativo fallito di ridare lustro e vita all’iconica saga con protagonista Peter Sellers, nonché un pesante fiasco al box office, che porta al comico toscano anche una nomination ai Razzie Award, sorta di Oscar al contrario riservati ai peggiori risultati in ambito cinematografico.

Come sappiamo però, Roberto Benigni ha dovuto pazientare poco per rifarsi con gli interessi.

Dalle stelle alle stalle: l’Oscar per La vita è bella e il flop di PinocchioLa vita è bella

Dopo aver sdrammatizzato con un sorriso e una battuta vizi e miserie della società e dell’animo umano, Roberto Benigni si approccia coraggiosamente e pericolosamente a quella che si può senza ombra di dubbio definire l’atto più tragico e disumano della storia, ovvero l’Olocausto perpetrato dalla Germania nazista nei campi di concentramento. Il nostro commuove nei panni dell’ebreo italiano Guido Orefice, che, per tenere al riparo il suo piccolo figlio Giosuè dall’orrore del lager in cui sono stati imprigionati, simula la partecipazione a una sorta di gioco a squadre, con in palio per il vincitore un vero carro armato.

Come nelle storie più riuscite e universali, il riso si trasforma progressivamente in pianto, e dalle lacrime crescono paradossalmente vita e speranza, in un ciclo di vita, orrore, morte e rinascita. Il risultato è sensazionale, e porta a Roberto Benigni tre insperati Oscar, fra cui uno come migliore attore protagonista (primo e per ora unico interprete italiano a riuscire nell’impresa), oltre a un pressoché unanime riconoscimento da parte di pubblico e critica, che proiettano il nostro nell’Olimpo del cinema contemporaneo.

Dopo una dimenticabile partecipazione al flop transalpino Asterix & Obelix contro Cesare (1999), Roberto Benigni nel 2002 si lancia in un nuovo coraggioso progetto, ovvero la trasposizione su schermo dell’immortale fiaba di Carlo Collodi Pinocchio. Nonostante un comparto visivo di prim’ordine e un risultato complessivo al botteghino non del tutto negativo (poco più di 40 milioni di euro, comunque inferiori al budget), il film si rivela un netto flop, attirando recensioni estremamente negative soprattutto in ambito internazionale, principalmente a causa delle interpretazioni e della scarsa presenza di umorismo, e portando Benigni alla spiacevole conquista di un Razzie Award come peggiore attore.

La tigre e la neve e una lunga pausa di riflessione

La tigre e la neve

Dopo un brevissimo cameo nella parte di se stesso in Caterina va in città di Paolo Virzì, Roberto Benigni torna alla regia nel sottovalutato La tigre e la neve (2005), in cui il poeta e insegnante Attilio De Giovanni, catapultato nell’orrore della guerra in Iraq per salvare la vita della sua amata. Nonostante uno scarso riscontro sia al botteghino che in termini di critica, il film si rivela un appassionato elogio della forza della speranza e dell’amore, impreziosito dalla buona performance di Jean Reno e da una manciata di sequenze di grande profondità e intensità, che fanno chiudere volentieri un occhio su qualche ingenuità nella narrazione e nella messa in scena.

Dopo di ciò, il rapporto di Roberto Benigni si è reso protagonista di una dimenticabile partecipazione a To Rome with Love (2012), fra i peggiori film di Woody Allen degli ultimi anni e a tratti irritante per la sua stereotipata e superficiale rappresentazione dell’italiano medio.

Il grande ritorno di Roberto Benigni: Pinocchio di Matteo Garrone

Roberto Benigni

Arriviamo quindi al presente, e più precisamente a Pinocchio, in cui Benigni interpreta Geppetto, celeberrimo padre del burattino vivente. Un’interpretazione brillante e allo stesso tempo commovente, che non vedevamo da troppo tempo e che costituisce il perfetto contraltare alle avventure del protagonista. In mezzo a diverse peripezie, Pinocchio ha la possibilità di comprendere che la cosa più importante per lui è proprio l’amore paterno del falegname che gli ha dato la vita.

Adesso non ci resta che aspettare fiduciosi una nuova fatica cinematografica di un artista unico e impareggiabile, che raccogliendo l’eredità dei vari Charlie Chaplin, Buster Keaton, Totò, Peter SellersRobin Williams ha saputo essere clown e poeta, giullare e saggio, maschera e simbolo, utilizzando la sua gestualità da cinema slapstick, la sua genuinità e la sua naturale espressività per raccontarci storie dolci e al tempo stesso amare, in cui l’ilarità si lega indissolubilmente alla malinconia e dove lo scherno cela dietro di sé una profonda riflessione etica e sociale. Un uomo di cinema di valore inestimabile, che ha saputo ergersi sopra alle più squallide e becere critiche e regalare spaccati di pura e limpida umanità, di cui il cinema attuale ha sempre più bisogno.

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Memorie di un assassino: la storia vera che ha ispirato il film di Bong Joon-ho

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Memorie di un assassino non è solo il primo capolavoro del regista sudcoreano Bong Joon-ho, ma è anche un film capace di influenzare il genere crime degli anni successivi, come vi abbiamo raccontato nella nostra recensione. Non tutti sanno però che Memorie di un assassino è basato su un’altrettanto raggelante storia vera, che fra il 1986 e il 1991 ha fatto sprofondare nella paura e nell’orrore non solo la zona di Hwaseong, dov’è ambientato il film, ma tutta la Corea del Sud, per la prima volta alle prese con un assassino seriale.

Il film di Bong Joon-ho, uscito nel 2003, verte proprio sulle indagini volte a catturare questo misterioso serial killer, responsabile dello stupro e dell’assassinio di diverse donne. Brancolando nel buio e con mezzi tecnici e scientifici del tutto insufficienti, gli investigatori (fra cui il personaggio di Song Kang-ho, futuro protagonista del dominatore degli Oscar 2020 Parasite) commettono numerosi errori, seguendo piste deboli o del tutto false, maltrattando e torturando sospetti fino a estorcere confessioni false e organizzando trappole del tutto inefficaci. Memorie di un assassino si conclude con uno splendido sguardo in macchina del detective Park Du-man, che ad anni di distanza dalle indagini sul caso, rimasto irrisolto, comprende di essere stato più volte a un soffio dalla cattura del criminale, senza però mai riuscire nell’impresa.

Pur con inevitabili modifiche per fini narrativi e rendendosi protagonista di veri e propri virtuosismi cinematografici, Bong Joon-ho rimane fedele alla situazione dell’epoca dell’uscita del film, con i crimini del serial killer di Hwaseong ridotti sostanzialmente a un cold case. Nel 2019, l’indagine ha però subito una svolta improvvisa quanto inaspettata, attribuendo all’assassino un volto e un nome, Lee Chun-jae.

Memorie di un assassino: dalla storia vera al film

Memorie di un assassino

All’epoca in cui è stato identificato come il serial killer di Hwaseong, Lee Chun-jae si trovava già in carcere a Busan per lo stupro e l’assassinio della cognata, avvenuto nel 1994. Decisiva per la sua identificazione è stato l’esame di alcuni indumenti intimi di una vittima delle serial killer, su cui sono state rinvenute tracce del DNA di Lee Chun-jae. Gli esami successivi hanno collegato l’uomo ad almeno tre dei nove omicidi, delineando ancora di più la situazione. In un primo momento, Lee Chun-jae ha negato il suo coinvolgimento in queste morti, salvo poi ritrattare e confessare di essere l’autore di ben 14 omicidi, incluse le 10 persone vittime dell’assassino seriale, di un’età compresa fra i 13 e i 71 anni.

L’assassino ha poi concesso qualche dichiarazione alla stampa, dichiarandosi sorpreso del fatto di non essere stato catturato prima. «Non pensavo che i crimini sarebbero stati sepolti per sempre. Ancora non capisco (perché non sono stato sospettato, ndr). I crimini sono accaduti intorno a me e non ho cercato di nascondere le cose, quindi ho pensato che sarei stato catturato facilmente. C’erano centinaia di forze di polizia. Incontravo continuamente investigatori, ma mi chiedevano sempre delle persone intorno a me», ha detto l’uomo. Un risvolto ancora più incredibile se si considera il fatto che nel corso degli anni sono state interrogate 21280 persone fra sospetti e testimoni e sono state rilevate 40116 impronte digitali, 570 tracce di DNA e 180 campioni di capelli.

Memorie di un assassino: la brutalità della polizia

Memorie di un assassino

Come vediamo in Memorie di un assassino, una persona con disabilità, identificata pubblicamente solo come Yoon, è stata in prigione dal 1988 al 2008 con l’accusa di avere stuprato e ucciso una ragazza di 13 anni, una delle vittime del serial killer. Decisiva per la sua detenzione una falsa confessione, estorta dopo pressioni e inaccettabili torture. Azioni mostrate con dovizia di particolari da Bong Joon-ho, che hanno portato a formali scuse del capo di polizia Bae Yong-ju: «Ci inchiniamo e ci scusiamo con tutte le vittime dei crimini di Lee Chun-jae, con le famiglie delle vittime e con le vittime delle indagini della polizia, incluso Yoon». Nel dicembre del 2019, otto degli investigatori sono stati accusati per abuso di potere e detenzione illegale.

Anche il vero assassino Lee Chun-jae ha commentato la vicenda: «Ho sentito da qualcuno che una persona con disabilità è stata arrestata, ma non sapevo per quale persona fosse stata arrestata poiché ho commesso molti reati. Ho sentito che molte persone sono state indagate e hanno subito ingiustamente. Vorrei scusarmi con tutte quelle persone. Sono venuto, ho testimoniato e descritto i crimini nella speranza che le vittime e le loro famiglie trovino conforto quando la verità verrà rivelata. Vivrò la mia vita pentendomi».

La ragazza tredicenne è stata una delle vittime di Lee Chun-jae, che in proposito ha commentato semplicemente con un «È stato un atto impulsivo».

I crimini di Lee Chun-jae

Fra il 15 settembre 1986 e il 3 aprile 1991, Lee Chun-jae ha commesso i crimini di Hwaseong. Nel mentre, l’uomo ha lavorato come operatore di gru ed è stato arrestato per essersi introdotto illegalmente in un’abitazione, per poi essere rilasciato in libertà vigilata. I crimini si sono interrotti in corrispondenza del matrimonio dell’uomo con una donna, avvenuto nell’aprile del 1992 e concluso nel dicembre del 1993, anche a causa del suo alcolismo e dei ripetuti maltrattamenti ai danni della moglie e del loro figlio. Il 13 gennaio 1994 ha drogato, stuprato e ucciso la cognata, ed è stato condannato a morte in primo grado, pena poi ridotta all’ergastolo con possibile libertà condizionata dopo 20 anni.

Memorie di un assassino: la reazione dell’assassino alla visione del film

Memorie di un assassino

Per Memorie di un assassino, Bong Joon-ho ha tratto ovviamente ispirazione dalla vicenda reale, ma anche dall’opera teatrale di Kim Kwang-lim Come to See Me, che per la prima volta ha adattato gli eventi. Il regista ha inoltre più volte ammesso l’influenza della miniserie a fumetti di Alan Moore ed Eddie Campbell From Hell, fondamentale anche per la prima memorabile stagione di True Detective.

Per sua stessa ammissione, Bong Joon-ho è stato letteralmente “ossessionato” dal caso per anni. «Volevo davvero vedere il suo volto, ho anche provato a immaginarlo e a disegnarlo per me stesso», ha detto. «Avevo un elenco di domande che ero pronto a fargli nel caso in cui in qualche modo lo avessi incontrato». Una volta scoperta la sua identità, «Finalmente ho potuto vedere il suo volto pubblicato sui giornali. Guardarlo mi ha fatto provare sentimenti complicati».

Nel già citato finale di Memorie di un assassino, il detective protagonista guarda direttamente in macchina. Il regista ha ammesso che la scena era anche un modo per guardare dritto in faccia l’assassino, che in cuor suo sperava vedesse il film prima o poi.

Lee Chun-jae non potrà essere processato per i crimini del serial killer di Hwaseong, che nel frattempo sono caduti in prescrizione. L’uomo ha effettivamente visto Memorie di un assassino e questa è stata la sua reazione: «L’ho visto come un film e non ho provato alcun sentimento o emozione nei confronti del film».

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Monica Vitti è morta: addio a una colonna portante del cinema italiano

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Monica Vitti

Non esiste un’interprete senza una voce. Un adagio che sintetizza il mestiere della recitazione, ma che si adatta perfettamente anche a una delle più grandi attrici della storia del cinema italiano, ovvero Monica Vitti. La sua inconfondibile voce roca, che sapeva modulare in infinite sfumature caratteriali e interpretative, è stata, insieme al suo indimenticabile volto, la prima cosa a cui abbiamo pensato una volta appresa la notizia della sua morte, giunta a oltre 90 anni di età, di cui 30 passati lontani dalle scene a causa di una malattia degenerativa che ha progressivamente eroso la sua mente e la sua memoria. Una voce protagonista di alcune delle più celebri battute della storia del cinema italiano (come dimenticare “Mi fanno male i capelli” in Deserto rosso?), grazie alla quale rimarrà per sempre scolpita nei ricordi di tutti, prendendosi la rivincita sul triste destino che ha segnato l’ultima parte della sua esistenza.

Il lascito di Monica Vitti non si ferma però al suo timbro vocale, al suo malinconico broncio capace di trasformarsi in abbagliante sorriso e all’ironia che l’ha sempre accompagnata, in scena e nella vita reale. Monica Vitti è infatti stata il volto per eccellenza di due floride stagioni del nostro cinema: da una parte la produzione più autoriale, a cui ha contribuito grazie al sodalizio artistico e umano con Michelangelo Antonioni, consegnandoci capolavori del calibro di L’avventura, La notte, L’eclisse e il già citato Deserto rosso. Dall’altra, la grande commedia all’italiana, nella quale si è confrontata con giganti come Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni, tratteggiando sempre personaggi unici e incredibilmente vitali, e diventando di fatto il valore aggiunto di film memorabili, fra i quali citiamo La ragazza con la pistolaDramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca) e Polvere di stelle.

Monica Vitti: molto più che diva

Monica Vitti

In un’epoca in cui la donna nel cinema italiano era spesso limitata al ruolo di madre o a quello di mero oggetto del desiderio, Monica Vitti è stata molto più che diva, ha cambiato le regole del gioco: prima è diventata emblema dell’incomunicabilità e del disagio esistenziale, poi il volto per eccellenza dell’anticonformismo e della risata italiana, senza mai rinunciare alla propria unicità e a una sensualità mai volgare, sempre accompagnata da tempi comici perfetti e da un’intensità recitativa ineguagliabile. Un talento che l’ha portata a distinguersi con gli stessi eccellenti risultati anche al cinema e al teatro, senza dimenticare qualche sporadica ma esaltante performance all’estero, fra le quali merita certamente una menzione Modesty Blaise – La bellissima che uccide di Joseph Losey, uno dei primi cinecomic della storia del cinema.

L’abbiamo ammirata nell’interpretazione di donne indipendenti e profondamente ribelli, mogli annoiate in cerca di un’esistenza migliore, ragazze in cerca di rivincita e riappropriazione di se stesse. L’abbiamo vista arrabbiata, divertita, innamorata e tradita, vittima e carnefice, libera e prigioniera, amandola ogni volta. Il suo profondo e magnetico sguardo come finestra sull’anima dei suoi personaggi, la sua strepitosa verve comica come strumento per tratteggiare spaccati umani mai banali, scolpiti indelebilmente nella storia del cinema.

Da semplici spettatori e amanti dell’arte, l’abbiamo accompagnata a distanza negli ultimi decenni di dolorosa malattia, illudendoci di farle arrivare il nostro affetto e il nostro calore e di farle trovare una via d’uscita dal labirinto in cui la sua mente era intrappolata. Oggi infine piangiamo la sua scomparsa, certi però del fatto che la sua eredità nell’immaginario collettivo non svanirà, e che il suo sorriso, capace di demolire qualsiasi canone di bellezza, entrerà a fare parte del mito.

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Netflix: tutte le nuove uscite che vedremo a febbraio 2022

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Netflix

Anche a febbraio, Netflix ha in serbo tante novità per i propri abbonati, a cominciare dal ritorno di due serie particolarmente amate come Disincanto e Space Force. Non mancano i film originali, come Dalla mia finestra, Il mese degli deiAmore e guinzagli. Spazio come sempre anche a documentari e reality show, come Il truffatore di Tinder e L’amore è cieco. Di seguito, l’elenco completo di quello che vedremo il prossimo mese su Netflix.

Cosa vedremo su Netflix a febbraio 2022

Netflix

1 febbraio

  • Dion (serie originale, stagione 2)
  • Finding Ola (serie originale, stagione 1)
  • John Wick (film non originale)
  • Riverdale (serie non originale, stagione 5)
  • Conan il ragazzo del futuro (serie non originale, stagione 1)

2 febbraio

  • Oscuro desiderio (serie originale, stagione 2)
  • Me Contro Te – Il Film – La Vendetta del Sig. S (film non originale)
  • Il truffatore di Tinder (documentario originale)

3 febbraio

  • Murderville (serie originale, stagione 1)

4 febbraio

  • Dalla mia finestra (film originale)
  • Il colore delle magnolie (serie originale, stagione 2)

6 febbraio

  • Brooklyn 99 (serie non originale, stagione 7)

8 febbraio

  • Il mese degli dei (film originale)
  • Ms. Pat: Y’All Wanna Hear Something Crazy? (stand-up comedy originale)
  • L’amore è cieco: Giappone (reality show originale)

9 febbraio

  • Disincanto (serie originale, stagione 4)
  • Idee da vendere (reality show originale, stagione 1)

11 febbraio

  • Amore e guinzagli (film originale)
  • Tallgirl 2 (film originale)
  • Bigbug (film originale)
  • Jeen-Yuhs: A Kanye Trilogy (film originale)
  • Love Tactics (film originale)
  • Inventing Anna (serie originale, stagione 1)
  • Toy Boy (serie originale, stagione 2)
  • L’amore è cieco (reality show originale, stagione 2)

14 febbraio

  • Fedeltà (serie originale, stagione 1)

16 febbraio

  • Secrets of Summer (Cielo Grande) (serie originale, stagione 1)

17 febbraio

  • Perdonaci i nostri peccati (film originale)
  • Erax (film originale)
  • Heart Shot – Dritto al cuore (film originale)
  • Il giovane Wallander (serie originale, stagione 2)
  • Al passo con i Kardashians (reality show non originale, stagione 17)

18 febbraio

  • Non aprite quella porta (film originale)
  • La serie di Cuphead! (serie originale, stagione 1)
  • Space Force (serie originale, stagione 2)
  • Uno di noi sta mentendo (serie originale, stagione 1)
  • Downfall: Il caso Boeing (documentario originale)

19 febbraio

22 febbraio

  • Bubba Wallace: in gara contro ogni limite (serie originale, stagione 1)

25 febbraio

  • Vikings: Valhalla (serie originale, stagione 1)
  • La giudice (serie originale, stagione 1)
  • Madea: Il ritorno (film non originale)

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