Roberto Benigni: la straordinaria carriera di un’icona del cinema italiano

Roberto Benigni: la straordinaria carriera di un’icona del cinema italiano

In occasione dell’uscita in sala di Pinocchio di Matteo Garrone, per il quale è tornato alla recitazione in un film dopo sette anni, ripercorriamo la carriera di una delle stelle più luminose degli ultimi decenni del cinema italiano, ovvero Roberto Benigni. Un artista eclettico e ineffabile, capace di intrattenere e scuotere il pubblico sia sul grande schermo, dove ha affiancato alle sue naturali doti attoriali anche le attività come regista e sceneggiatore, sia in televisione, dove si è reso protagonista di alcuni dei più esilaranti momenti della storia nostrana del piccolo schermo, e per finire in teatro, dove ha saputo coniugare gli spettacoli comici con un’encomiabile impresa di riscoperta del patrimonio culturale italiano, grazie soprattutto a una serie di show dedicati a Dante e alla sua Divina Commedia senza eguali in tutto il mondo.

Nel corso di una carriera lunga più di 40 anni, Roberto Benigni ha saputo fondere come pochi risate e lacrime, satira e malinconia, leggerezza e riflessione, fotografando con le maschere protagoniste dei suoi film vizi, virtù e turbamenti della nostra società, con il tocco poetico e nostalgico del vero intellettuale e al tempo stesso con la veracità e la scurrilità di un uomo di umili origini, fortemente radicato nella sua toscanità. Per omaggiare al meglio il compleanno di questo vero e proprio orgoglio del cinema italiano, ripercorriamo le tappe fondamentali del suo percorso nella settima arte, con la speranza che torni presto a regalarci nuove intense emozioni sul grande schermo.

Gli esordi di Roberto Benigni: da Bertolucci a… BertolucciRoberto Benigni

Dopo una lunga gavetta teatrale, Roberto Benigni approda in televisione nel programma di Rai 2 Onda libera, ideato da lui stesso insieme a un giovane Giuseppe Bertolucci. In questa trasmissione irriverente, dissacrante e iconoclasta, ambientata negli immaginari studi di Televacca, una vera e propria stalla, Benigni dà vita al leggendario personaggio di Mario Cioni, uno sboccato contadino toscano che interferisce con le normali trasmissioni lanciandosi in irresistibili e controversi monologhi, decisamente rivoluzionari per la televisione del tempo.

Il successo del programma e del personaggio portano nel 1977 a Berlinguer ti voglio bene,  debutto sul grande schermo di Benigni, sotto la regia dello stesso Giuseppe Bertolucci, incentrato proprio sul personaggio di Cioni.  La pellicola è un vero e proprio ciclone di comicità e volgarità, ma è venata da un palpabile senso di alienazione e malinconia, che nonostante lo scarso successo di pubblico aiuta a imporre all’attenzione degli appassionati della settima arte l’innato talento del comico toscano.

Negli anni successivi, Roberto Benigni alterna i suoi lavori in televisione e a teatro con alcune piccole ma incisive comparsate cinematografiche in Letti selvaggi, I giorni cantati e La Luna, diretto da Bernardo Bertolucci.

La popolarità con Renzo ArboreRoberto Benigni

Dopo una breve apparizione in Chiaro di donna di Costa-Gavras, Roberto Benigni viene scelto da un maestro del cinema come Marco Ferreri per il ruolo da protagonista del suo Chiedo asilo, che conquista l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1980. Un Ferreri più delicato e meno corrosivo del solito, che però non rinuncia al suo gusto per la critica alla società e alla morale, esaltata da un Benigni solo apparentemente misurato, ma in realtà in perfetto bilico fra l’innocenza dell’infanzia e le incertezze della vita da adulti.

Sull’onda della popolarità della trasmissione televisiva L’altra domenica di Renzo Arbore, in cui Benigni interpreta uno spassoso e bizzarro critico cinematografico, il sodalizio artistico fra il comico toscano e il conduttore pugliese si rafforza anche sul grande schermo grazie a Il Pap’occhio (1980) e “FF.SS.” – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, diretti dallo stesso Arbore. Due pellicole dai destini opposti (la prima un grande successo, la seconda un flop), ma accomunate dalla stessa voglia di ironizzare sui vizi della società del tempo e su alcuni intoccabili punti di riferimento come la Chiesa, la politica e il mondo dello spettacolo, che insieme alle epiche scorribande televisive (su tutte quella del Wojtilaccio di Sanremo 1980) impongono definitivamente all’attenzione nazionale la comicità incontenibile e decisamente di rottura di Roberto Benigni.

Da ricordare in questo periodo anche la partecipazione di Benigni al grottesco e riflessivo Il minestrone di Sergio Citti (1981) e la sua prima regia cinematografica con Tu mi turbi (1983), film a episodi in cui il comico toscano gioca nuovamente con il suo rapporto con la religione e con la Chiesa.

La consacrazione di Roberto Benigni con Troisi e FelliniNon ci resta che piangere

Il 1984 vede Roberto Benigni fondersi con un altra colonna portante della risata italiana degli ultimi decenni, ovvero il compianto Massimo Troisi, nella commedia fantastica Non ci resta che piangere, in cui i due comici, nelle parti del bidello Mario e dell’insegnante Saverio, vengono sbalzati nel XV secolo, dando vita a un’irresistibile serie di esilaranti e paradossali gag. La loquacità di Benigni e la timidezza di Troisi si fondono alla perfezione in un racconto leggero e allo stesso tempo riflessivo, che fra uno sketch e l’altro non lesina critiche al presente e al passato della nostra società.

Dopo due collaborazioni con Jim Jarmusch nel 1986 negli stralunati, minimalisti e radicalmente underground Coffee and Cigarettes e Daunbailò  e il nuovo successo alla regia con Il piccolo diavolo, commedia nuovamente di stampo religioso in cui il nostro convince al fianco di un ottimo Walter Matthau, Roberto Benigni trova una delle vette più alte della sua carriera con La voce della Luna (1990), testamento artistico e spirituale di una colonna portante del cinema come Federico Fellini. Una toccante e surreale riflessione sull’emarginazione e al tempo stesso una mesta e disincantata critica alla società del consumismo e della comunicazione di massa, in cui Benigni duetta magistralmente con un’altra leggenda della comicità nostrana come Paolo Villaggio, ritrovando l’ingenua purezza dei suoi esordi e dipingendo un quadro sociale inquietante e precorritore, ma attraversato da un filo di flebile ma incrollabile speranza.

Roberto Benigni e le commedie degli anni ’90Roberto Benigni

Dopo una nuova collaborazione con Jim Jarmusch in Taxisti di notte (1991), ormai sulla cresta dell’onda, Roberto Benigni si concentra sulla comicità, alternando due successi di pubblico in patria e un pesante flop in ambito internazionale.  La commedia degli equivoci in salsa mafiosa Johnny Stecchino (1991), in cui il nostro dà fondo a tutte le sue risorse gestuali e interpretative in due ruoli decisamente agli antipodi, e il più cupo e perverso Il mostro (1994) conquistano infatti poco meno di 80 miliardi di lire totali al botteghino italiano, mentre l’ardito Il figlio della Pantera Rosa (1993) si rivela un tentativo fallito di ridare lustro e vita all’iconica saga con protagonista Peter Sellers, nonché un pesante fiasco al box office, che porta al comico toscano anche una nomination ai Razzie Award, sorta di Oscar al contrario riservati ai peggiori risultati in ambito cinematografico.

Come sappiamo però, Roberto Benigni ha dovuto pazientare poco per rifarsi con gli interessi.

Dalle stelle alle stalle: l’Oscar per La vita è bella e il flop di PinocchioLa vita è bella

Dopo aver sdrammatizzato con un sorriso e una battuta vizi e miserie della società e dell’animo umano, Roberto Benigni si approccia coraggiosamente e pericolosamente a quella che si può senza ombra di dubbio definire l’atto più tragico e disumano della storia, ovvero l’Olocausto perpetrato dalla Germania nazista nei campi di concentramento. Il nostro commuove nei panni dell’ebreo italiano Guido Orefice, che, per tenere al riparo il suo piccolo figlio Giosuè dall’orrore del lager in cui sono stati imprigionati, simula la partecipazione a una sorta di gioco a squadre, con in palio per il vincitore un vero carro armato.

Come nelle storie più riuscite e universali, il riso si trasforma progressivamente in pianto, e dalle lacrime crescono paradossalmente vita e speranza, in un ciclo di vita, orrore, morte e rinascita. Il risultato è sensazionale, e porta a Roberto Benigni tre insperati Oscar, fra cui uno come migliore attore protagonista (primo e per ora unico interprete italiano a riuscire nell’impresa), oltre a un pressoché unanime riconoscimento da parte di pubblico e critica, che proiettano il nostro nell’Olimpo del cinema contemporaneo.

Dopo una dimenticabile partecipazione al flop transalpino Asterix & Obelix contro Cesare (1999), Roberto Benigni nel 2002 si lancia in un nuovo coraggioso progetto, ovvero la trasposizione su schermo dell’immortale fiaba di Carlo Collodi Pinocchio. Nonostante un comparto visivo di prim’ordine e un risultato complessivo al botteghino non del tutto negativo (poco più di 40 milioni di euro, comunque inferiori al budget), il film si rivela un netto flop, attirando recensioni estremamente negative soprattutto in ambito internazionale, principalmente a causa delle interpretazioni e della scarsa presenza di umorismo, e portando Benigni alla spiacevole conquista di un Razzie Award come peggiore attore.

La tigre e la neve e una lunga pausa di riflessione

La tigre e la neve

Dopo un brevissimo cameo nella parte di se stesso in Caterina va in città di Paolo Virzì, Roberto Benigni torna alla regia nel sottovalutato La tigre e la neve (2005), in cui il poeta e insegnante Attilio De Giovanni, catapultato nell’orrore della guerra in Iraq per salvare la vita della sua amata. Nonostante uno scarso riscontro sia al botteghino che in termini di critica, il film si rivela un appassionato elogio della forza della speranza e dell’amore, impreziosito dalla buona performance di Jean Reno e da una manciata di sequenze di grande profondità e intensità, che fanno chiudere volentieri un occhio su qualche ingenuità nella narrazione e nella messa in scena.

Dopo di ciò, il rapporto di Roberto Benigni si è reso protagonista di una dimenticabile partecipazione a To Rome with Love (2012), fra i peggiori film di Woody Allen degli ultimi anni e a tratti irritante per la sua stereotipata e superficiale rappresentazione dell’italiano medio.

Il grande ritorno di Roberto Benigni: Pinocchio di Matteo Garrone

Roberto Benigni

Arriviamo quindi al presente, e più precisamente a Pinocchio, in cui Benigni interpreta Geppetto, celeberrimo padre del burattino vivente. Un’interpretazione brillante e allo stesso tempo commovente, che non vedevamo da troppo tempo e che costituisce il perfetto contraltare alle avventure del protagonista. In mezzo a diverse peripezie, Pinocchio ha la possibilità di comprendere che la cosa più importante per lui è proprio l’amore paterno del falegname che gli ha dato la vita.

Adesso non ci resta che aspettare fiduciosi una nuova fatica cinematografica di un artista unico e impareggiabile, che raccogliendo l’eredità dei vari Charlie Chaplin, Buster Keaton, Totò, Peter SellersRobin Williams ha saputo essere clown e poeta, giullare e saggio, maschera e simbolo, utilizzando la sua gestualità da cinema slapstick, la sua genuinità e la sua naturale espressività per raccontarci storie dolci e al tempo stesso amare, in cui l’ilarità si lega indissolubilmente alla malinconia e dove lo scherno cela dietro di sé una profonda riflessione etica e sociale. Un uomo di cinema di valore inestimabile, che ha saputo ergersi sopra alle più squallide e becere critiche e regalare spaccati di pura e limpida umanità, di cui il cinema attuale ha sempre più bisogno.

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.