The Irishman e C’era una volta a… Hollywood: un confronto fra i due film

The Irishman e C’era una volta a… Hollywood: un confronto fra i due film

Importante: questo articolo contiene numerosi spoiler su The Irishman di Martin Scorsese e C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Non proseguite con la lettura se non avete ancora visto i film e non volete incappare in sgradite anticipazioni sulle loro trame.

C’era una volta a… Hollywood e The Irishman: il malinconico ritorno a casa di Quentin Tarantino e Martin Scorsese

C'era una volta a... Hollywood

Invecchiando, si ritorna sempre a casa. Lo sa Quentin Tarantino, che con C’era una volta a… Hollywood ci ha accompagnato in un malinconico viaggio nella sua Los Angeles del 1969, teatro di importanti cambiamenti sociali e culturali, e lo sa anche Martin Scorsese, che attraverso The Irishman ci ha regalato una crepuscolare epopea ambientata nel mondo della malavita organizzata, indissolubilmente legato alla sua formazione e alla sua carriera. Due opere intime e riflessive, uscite a pochi mesi di distanza, nel momento in cui Tarantino si avvicina ai 60 anni e Scorsese vede sempre più prossima la fatidica soglia degli 80. Punti esclamativi e spartiacque di due luminose carriere, destinati a darsi battaglia durante la prossima stagione dei premi.

Se è vero che i film si parlano, C’era una volta a… Hollywood e The Irishman hanno un dialogo fitto, costante, diretto. Innanzitutto, siamo di fronte a due ucronie. Dopo Bastardi senza gloria e Django Unchained, Tarantino concentra la sua sovversiva fantasia sul tristemente noto eccidio di Cielo Drive, utilizzando il cinema anche come mezzo per salvare l’angelica Sharon Tate, purtroppo solo nei confini del suo favolistico racconto. Scorsese non è però da meno. The Irishman è infatti ispirato al saggio L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa, a sua volta basato sulle confidenze di un anziano Frank Sheeran all’autore Charles Brandt. Una fonte che potremmo eufemisticamente definire sospetta, peraltro smentita, soprattutto per quanto riguarda l’uccisione di Jimmy Hoffa, da molte persone vicine al personaggio interpretato da Robert De Niro. Gran parte degli imponenti 210 minuti di Scorsese potrebbero quindi essere consapevolmente alterati, esagerati o inventati.

Il fine di The Irishman e C’era una volta a… Hollywood non è la ricerca della verità storica

The Irishman

Il regista newyorkese compie però, se possibile, un atto ancora più coraggioso di quello del più giovane collega, affrontando un altro assassinio che ha indelebilmente segnato la storia degli Stati Uniti, quello di John Fitzgerald Kennedy. Con un coraggio che non vedevamo dai tempi di JFK – Un caso ancora aperto di Oliver Stone, Scorsese affonda le mani sulle numerose teorie cospirative sull’omicidio Kennedy (per la verità, molto più credibili di ciò a cui siamo abituati), mettendo Lee Harvey Oswald fuori campo e parlando esplicitamente, tramite personaggi di spessore come lo stesso Hoffa, di ritorsione mafiosa per le scelte dell’amministrazione di JFK. Sia per Tarantino, sia per Scorsese, la fantasia e le supposizioni diventano spregiudicatamente testi su cui poggiare il racconto, proprio perché il loro fine non è la ricerca o la riproduzione della verità, quanto piuttosto una riflessione sullo scorrere del tempo e sul passaggio da un’epoca all’altra.

Il cuore di C’era una volta a… Hollywood e The Irishman risiede nel rapporto lavorativo e amicale di una coppia di protagonisti. Da una parte, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, rispettivamente attore in declino e suo sornione stunt-man. Dall’altra, Al Pacino e Robert De Niro, nei panni del leggendario sindacalista Jimmy Hoffa e del sicario di fiducia Sheeran. Quattro degli interpreti più conosciuti e apprezzati, di due generazioni diverse: eternamente giovani (nonostante i 100 anni in due) quelli di Tarantino, ringiovaniti digitalmente quelli di Scorsese. Ed è proprio il lavoro sui volti e sui corpi che gioca un ruolo fondamentale in entrambe le opere.

C’era una volta a… Hollywood e The Irishman sono anche grandi storie di amicizia

C'era una volta a... Hollywood

Tarantino ferma due precisi istanti nel tempo, articolando il racconto in quattro giornate, fra febbraio e agosto 1969. La lucida fotografia della perdita dell’innocenza, sotto i colpi della famiglia Manson, del movimento hippy, ma anche del passaggio a una nuova era dell’industria cinematografica, che i protagonisti del cinema narrativo classico inseguono affannosamente, celando il loro logorio fisico e arrabattandosi fra TV e B-movie, alla ricerca di un posto al sole.

Scorsese usa invece il de-aging dei propri protagonisti per un vero e proprio omaggio funebre al gangster movie. De Niro e Pacino si aggirano come sgraziati fantasmi in un mondo che non esiste più. I loro movimenti senili e impacciati, impietosamente fotografati dal regista in volontario contrasto con le loro sembianze giovanili, raccontano, con il punto di vista di un vecchio dimenticato da tutti, che aspetta in un ospizio la fine dei propri giorni, oltre 50 anni di storie degli Stati Uniti e della criminalità, strettamente legate fra loro.

Ma C’era una volta a… Hollywood e The Irishman sono anche grandi storie di amicizia, che nonostante i punti di contatto si muovono in direzioni opposte. Due rapporti basati sulla fiducia e sul sostegno, in cui a emergere sull’atavica mediocrità dei protagonisti (DiCaprio e De Niro) è il cuore dei personaggi secondari (Pitt e Pacino). Significativo che la lealtà e il sacrificio dello stunt-man Booth schiudano finalmente i cancelli della Hollywood che conta a Dalton, mentre per il fedifrago Sheeran, spietato esecutore di Hoffa, può esistere soltanto una vita di rimorso. Una contrapposizione di punti di vista che si riflette anche sulla atmosfere: Tarantino, come suo solito, rende epiche situazioni ordinarie, come le scaramucce di Cliff con Bruce Lee e la famiglia Manson; Scorsese invece trasforma anche le più importanti esecuzioni in doveri da svolgere, in modo rapido ed essenziale.

Cinema come nostalgica favola

The Irishman

Ciò che unisce questi due monumenti della settima arte è la cinefilia. Tarantino eleva all’ennesima potenza il suo citazionismo, divertendoci con un’infinita serie di omaggi agli spaghetti western, stupendoci con l’immersione di Dalton ne La grande fuga al posto di Steve McQueen e infine scaldandoci il cuore, nel momento in cui la Tate, spettatrice di se stessa, sente proprio in una sala cinematografica il calore del pubblico, nel più dolce e sentito degli omaggi possibili. Scorsese gioca invece con il nostro immaginario, dilatando a dismisura il respiro del racconto, come il Sergio Leone di C’era una volta in America, riprendendo toni e atmosfere del suo Quei bravi ragazzi e sfruttando l’aura sprigionata dai suoi protagonisti. Impossibile non volare con la fantasia e coi ricordi durante gli ultimi intensi momenti fra Sheeran e Hoffa: Noodles che tradisce Michael Corleone, Travis Bickle che fredda spietatamente Carlito Brigante.

Ma forse il significato intrinseco di C’era una volta a… Hollywood e The Irishman è da ricercare in una manciata di movimenti di macchina, come il lento carrello iniziale che ci mostra un decrepito Sheeran in procinto di cominciare la sua confessione, o il volo della camera di Tarantino, fra le luci e i drive-in di Hollywood. Le due opere si concludono in due particolari case: la villa di Cielo Drive, da cui Tarantino si ritrae quasi pudicamente con l’incontro fra la Tate e l’involontario eroe Dalton, e la tenebrosa stanza di ospizio di Sheeran, condannato con l’oblio da Scorsese. Cinema come nostalgica favola, in cui i due registi si sentono a casa. E cos’è in fondo la nostalgia, se non la rassegnata accettazione dell’impossibilità di tornare a casa?

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.