Alfredino - Una Storia Italiana Alfredino - Una Storia Italiana

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Alfredino – Una Storia Italiana: Anna Foglietta e il cast presentano la serie

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Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla presentazione stampa di Alfredino – Una Storia Italiana, nuova produzione Sky Original sui fatti di Vermicino, la storia che quarant’anni fa commosse in diretta TV l’Italia. Alfredino – Una Storia Italiana racconta la storia del piccolo Alfredo Rampi, caduto in un pozzo artesiano nel giugno 1981, e andrà in onda in prima TV in due appuntamenti il 21 e 28 giugno, su Sky Cinema e in streaming su NOW. Alla conferenza erano presenti Antonella d’Errico – Executive Vice President Programming Sky Italia, Nils Hartmann – Senior Director Original Productions Sky Italia, il regista Marco Pontecorvo, la sceneggiatrice Barbara Petronio, il cast: Anna Foglietta, Francesco Acquaroli, Vinicio Marchioni, Luca Angeletti, Beniamino Marcone, Giacomo Ferrara, Valentina Romani, Daniele La Leggia, Riccardo De Filippis, Massimo Dapporto. Con loro Rita Di Iorio, Presidente del Centro Alfredo Rampi.

Ph Lucia Iuorio

Antonella d’Errico racconta la genesi di Alfredino – Una Storia Italiana:

Questo progetto non è stata una scelta facile. Ci ha davvero convinto il fatto che questo è il quarantennale del Centro Rampi e che Alfredino – Una Storia Italiana è sviluppato insieme a loro. La serie accende il faro non solo sulla tragedia, ma su tutte le cose positive che sono nate da essa, una per tutte la nascita della Protezione Civile, voluta da Sandro Pertini con Franca Rampi. C’è inoltre la visione di una società partecipativa estremamente generosa. Gli attori interpretano le persone che in quei giorni hanno iniziato una trasformazione civile molto importante, con altruismo e generosità, che poi si è sviluppata nel Centro Rampi, per evitare che tragedie simili accadano in futuro, e in altre cose molto belle e importanti per il nostro Paese.

Questo il pensiero di Nils Hartmann:

Faccio i complimenti a Marco e a tutto il cast, perché c’è stata un’incredibile disciplina e rispetto per la storia. Dal punto di vista produttivo è stato un lavoro non facile, con una ricostruzione storica raramente vista. Ringrazio tutti colo che hanno realizzato Alfredino – Una Storia Italiana.

Marco Pontecorvo ci racconta il suo approccio ad Alfredino – Una Storia Italiana:

Da quando sono venuto a sapere che da questa tragedia erano nate cose bellissime come la Protezione Civile e il Centro Rampi, ho contattato Sky e Nils e loro hanno accettato subito di buon grado questa avventura. Noi volevamo fare una ricostruzione reale e onesta di quello che era successo. Vado molto orgoglioso di questa serie e devo ringraziare l’associazione e la famiglia Rampi per la fiducia che mi hanno dato.

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Barbara Petronio sul suo lavoro di scrittura:

La prima cosa che abbiamo fatto per la scrittura è stata parlare con i responsabili del Centro Rampi, per capire cosa volevamo da questo racconto. Non volevamo fare pietismo e avevamo anche l’ambizione di raccontare l’Italia di quel periodo. Io non sapevo che una casalinga andò dal Presidente della Repubblica e con grande lucidità gli spiegò gli errori che erano stati fatti, dando il via alla Protezione Civile, che è una delle istituzioni che il cittadino sente più vicino a sé. Alle persone coinvolte non chiedevamo mai cosa facevano, ma cosa stavano facendo prima e come ne sono uscite dopo. Abbiamo deciso di dare un taglio corale, che racconta un po’ anche tutta l’Italia.

Anna Foglietta ci racconta la difficoltà di interpretare Franca Rampi, madre di Alfredino:

Sono un’attrice piuttosto navigata, ma mai come oggi sono così emozionata nel restituire il lavoro che è stato fatto e la cura che ci abbiamo messo. Abbiamo trattato Alfredino – Una Storia Italiana come un figlio di tutti. “Io avrò cura di te”, le parole della canzone di Franco Battiato me le ripetevo ogni giorno, anche quando lo scoramento prendeva il sopravvento. I miei colleghi sono il coro senza il quale non avrei portato a casa questo film. Tutte anime straordinarie, che hanno dato qualcosa in più non solo nell’interpretazione, ma anche nel sostenerci l’un l’altro, perché sapevamo che questa storia era importante, per tutti gli italiani che hanno sofferto e per la Signora Franca Rampi.

Non l’ho mai conosciuta, ma credo di conoscerla. L’ho portata e la porto dentro, e credo che mi abbia sempre tenuto per mano. È una donna che stimo infinitamente, perché la dignità nel dolore è un elemento che contraddistingue gli esseri umani e che li rende degni di definirsi tali. È stata umana con tutti in quei giorni, con suo figlio e con tutti quelli che cercavano di farlo uscire da quel pozzo. La Signora Rampi è un essere fuori dall’ordinario, e per interpretarla ho avuto bisogno dell’aiuto di tutti, in particolare di quello di Marco, che mi ha tirata su quando stavo andando giù e mi ha fatto ridere quando era giusto ridere. Mi sono sentita supportata da tutti e devo dire grazie a tutti, perché abbiamo ottenuto un grande risultato.

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Rita Di Iorio spiega perché ha accettato di collaborare al progetto:

Nominare Alfredino Rampi porta gli italiani a cadere di nuovo nel pozzo, nel dolore, nell’angoscia, nella rabbia e nell’impotenza per non aver potuto salvare quel bambino. Pochi hanno avuto la possibilità di elaborare quel dramma e sapere che quella morte non è stata vana. È nata l’associazione, è nata la Protezione Civile, in un percorso di 40 anni dove noi abbiamo dato il possibile per la cultura della sicurezza. Per la prima volta dopo 40 anni, abbiamo detto sì perché ho sentito al telefono la voglia di raccontare e ricordare tutto ciò che era nato da quell’evento. Non ho percepito strumentalizzazione e morbosità. Devo ringraziare Marco, perché calibrare un dramma con questa dolcezza e con questo rispetto è stato unico. Anche Sky ha voluto condividere la nostra mission sociale, insieme agli attori.

Francesco Acquaroli sulla sua interpretazione di Elveno Pastorelli:

Io avevo 19 anni all’epoca di Alfredino – Una Storia Italiana, e mi ricordo tutto perfettamente. Mi ricordo anche le ultime ore della diretta passate insieme a mia madre senza riuscire a staccarci dallo schermo, anche se lei doveva andare a lavorare e io dovevo preparare la maturità, perché ci sembrava di arrenderci. C’era un senso di presenza, come per sospingere spiritualmente questo bambino fuori dalla trappola. Poter rivivere a 40 anni di distanza, con una maturità che non avevo, è stata l’occasione per rivedere e rielaborare certe cose, grazie anche alla distanza storica che c’è.

Quelli erano anni terribili per l’Italia, dove il terrorismo ci metteva quotidianamente di fronte al dolore e allo spavento. Davanti a una situazione che richiede l’intervento dei Vigili del fuoco, in quell’Italia lì si fermano tutti davanti al televisore e davanti a questo senso di ingiustizia inaccettabile. È stato davvero qualcosa di enorme, che non sottovaluto. Fu uno shock che si aggiungeva a un periodo già difficile, che immobilizzò una nazione intera.

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Daniele La Leggia sulla sua partecipazione ad Alfredino – Una Storia Italiana:

Ho sentito una grande responsabilità all’inizio del progetto. Quando ho visto il servizio ricostruito in modo così fedele ho capito le emozioni e l’esperienza di questa storia, accaduta prima che io nascessi. Farne parte in questo modo è stato per me una sorta di viaggio nel tempo. Il mio ruolo prevedeva una certa fisicità nel dover entrare in quel pozzo, che nonostante la sicurezza è stata un’esperienza fortissima. Mi sono sentito sempre protetto e Marco in ogni momento mi ha dato la forza per crederci, facendomi crescere tantissimo. A volte la storia dipende da quando finisce. Qui non finisce con la tragedia, ma con la creazione della Protezione Civile. Ogni italiano si è sentito chiamato in causa.

Valentina Romani ci parla del suo personaggio:

Io penso che l’eroe non sia chi vince sempre, ma cui che non si arrende mai. La storia ha il potere di insegnarci moltissimo e dalla storia si impara a non sbagliare in futuro. Il mio personaggio è un giovane donna molto coraggiosa e sensibile, che ha fiducia in sé e nella sua preparazione e che cerca con rispetto di dire la sua per partecipare al salvataggio. Il punto di forza di Alfredino – Una Storia Italiana è quello di mostrare che dal dolore può nascere qualcosa di straordinario, che continua nel tempo e di cui in questi due anni abbiamo visto più che mai l’importanza.

Alfredino - Una Storia Italiana

Ph Lucia Iuorio

Massimo Dapporto commenta il suo contributo ad Alfredino – Una Storia Italiana, dove interpreta Sandro Pertini

Quando è successa questa tragedia avevo 35 anni. Quando Marco mi ha chiamato per chiedermi di interpretare Sandro Pertini mi sono sentito onorato, ma mi sono chiesto anche come interpretarlo. Quando mi sono tagliato i baffi, ho scoperto che avevo un Pertini nascosto sotto di loro. Il mio è un cameo, ma Marco mi ha ripreso alcune volte perché avevo fatto cose esagerate, e lo devo ringraziare perché aveva perfettamente ragione. Ci ho messo tutta la mia buona volontà per fare un omaggio alla famiglia Rampi e a Sandro Pertini.

Anna Foglietta sul suo approccio alla vicenda:

Ho un ricordo molto chiaro di quel periodo. Sono cresciuta col ricordo di Alfredino, ma non ho mai avuto la morbosità di informarmi sulla storia, l’ho ritrovata tutta nella sceneggiatura. Inizialmente avevo un po’ di paura, ma quando ho letto la sceneggiatura non ho più avuto dubbi. Pochi sanno quello che è successo dopo la tragedia, tutti si concentravano sul dolore. Non ho conosciuto Franca Rampi per rispettare la sua volontà, ma bisogna catturare l’essenza delle persone, e per farlo non c’è bisogno di conoscerle. L’attore è l’animale più generoso che esista sulla faccia della Terra. L’attore è pura generosità; è corpo, anima e carne a disposizione di un personaggio che fa di tutto per restituire una verità destinata a chi ne usufruisce. Io in quei mesi ho dato tutta me stessa.

Ph Lucia Iuorio

Marco Pontecorvo e i suoi ricordi dell’evento:

In casa nostra siamo stati incollati alla televisione, come il resto d’Italia. Mia mamma si ricorda esattamente tutto, mentre io mi ricordo di non aver capito perché Licheri non fosse riuscito a tirare fuori Alfredino. Non ho parlato con la Signora Rampi, che credo non abbia mai voluto rivedere neanche i filmati. Per cui abbiamo cercato di ricostruire insieme lo spirito di quella donna, in più ho letto e visto tanto materiale, per cercare di capire chi fosse questa donna. Durante tutto l’evento, lei si è fatta da parte per lasciare spazio ai soccorsi, quasi per non dare fastidio. Credo che la Signora Rampi non abbia visto Alfredino – Una Storia Italiana e non la vedrà, perché sarebbe come rituffarsi in un dolore che non vuole vivere di nuovo.

Anna Foglietta su una delle scene più importanti di Alfredino – Una Storia Italiana, quando Franca Rampi viene criticata per aver mangiato un gelato nel tentativo di riprendersi per lo shock:

La scena del gelato è emblematica di tutta la storia. Franca Rampi ha rispettato se stessa, e nel rispetto di se stessi io ci trovo un atto rivoluzionario. Lei era a disposizione dei soccorritori, ha avuto un crollo psico-fisico ed è stata aiutata con un gelato. Il coro è stato subito pronto a giudicarla, perché in un momento simile stava mangiando un gelato. Per quanto mi riguarda, è stata la scena più violenta di Alfredino – Una Storia Italiana, perché fa capire quanto è facile giudicare. Incolpare gli altri significa trovarsi un grandissimo alibi che ti deresponsabilizza dalla conoscenza di te stesso, e su questo dobbiamo riflettere tutti, perché siamo sempre più pronti a puntare il dito. 

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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