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Interviste

Anna: Niccolò Ammaniti e il cast presentano la serie Sky Original

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I segreti, le meraviglie e gli orrori del mondo senza adulti di Anna, una Sicilia grande quanto un intero continente, da cui provare a scappare, oltre il mare, nella speranza di un mondo nuovo, si svelano finalmente da oggi, quando tutti gli episodi della serie Sky Original di Niccolò Ammaniti saranno disponibili on demand su Sky e in streaming su NOW – oltre a debuttare anche su Sky Atlantic, che per tre settimane ogni venerdì dalle 21.15 proporrà due episodi della serie.

Dal romanzo omonimo (edito da Einaudi) di Ammaniti, Anna è il distopico racconto di un mondo distrutto: una fiaba per adulti che narra l’incredibile viaggio che la giovanissima protagonista dovrà intraprendere fra le rovine della civiltà che fu, “il prima”, in cerca di un futuro possibile per sé e per il fratellino.

Nel cast l’esordiente Giulia Dragotto è Anna, tenace e coraggiosa, che parte alla ricerca del fratellino rapito, Astor – interpretato da Alessandro Pecorella. Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma (interpretata da Elena Lietti – Il Miracolo, Tre piani) con le istruzioni per farcela, Il Libro delle cose importanti. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Nel cast anche gli esordienti Clara Tramontano e Giovanni Mavilla, nei panni della perfida Angelica, la regina dei Blu, e di Pietro, ragazzino di cui Anna si innamorerà, e Roberta Mattei, che nella serie sarà “La Picciridduna”.

Noi di Lost in Cinema abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di presentazione della serie, che ha visto anche la partecipazione dell’autore e regista Niccolò Ammaniti, della co-sceneggiatrice Francesca Manieri e di parte del cast, fra cui Giulia Dragotto, Elena Lietti, Alessandro Pecorella, Roberta Mattei, Giovanni Mavilla e Clara Tramontano.

Anna

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia:

C’è molto orgoglio da parte mia e di Sky nell’essere qui. Innanzitutto vorrei ringraziare Mario Gianani con la sua Wildside e Niccolò. Vorrei ringraziare soprattutto il gruppo di lavoro di Sky, perché arrivare a proporre una serie di questa qualità e di questa altezza, che nasce dall’Italia, non è banale. Questo nasce da un percorso che Sky ha fatto negli anni e che rivendica con grande convinzione, cioè che la serialità televisiva deve essere larga e pop, e lo stiamo facendo con successo, ma deve anche cercare l’altezza. Questo è il tentativo di Anna, che parte da un libro meraviglioso, che ha avuto un grande successo, e che aveva un grado di universalità capace di rendere molto semplice la narrazione.

È tutto nei rapporti fra le persone, alla cui base c’è la straordinaria capacità di Niccolò, che è quella di raccontare storie che sembrano tutt’altro che universali, ma che in realtà lo sono, per le dinamiche fra i personaggi e per le emozioni che le storie generano. In più, si è aggiunto un elemento indesiderato di universalità aggiuntivo, che genera un certo raffronto con le cose che stiamo vivendo, ma che non ha niente a che fare con la serie e con il nostro desiderio di farla.

Noi in questo racconto abbiamo trovato una chiave fra tante, che è il rapporto fra grandi e i piccoli e di come quel momento di passaggio naturale sia un po’ più complesso in questa epoca. Adesso i piccoli si trovano a dover crescere più velocemente rispetto a una volta. Questa secondo me è la chiave di Anna, a prescindere dalla pandemia. Il fatto che la serie sia venuta così bene, con una straordinaria qualità anche estetica, è il compimento ideale di questa narrazione. Ancora grazie a tutti.

Anna

Questo il pensiero di Mario Gianani, CEO di Wildside, società del gruppo Fremantle:

È il secondo capitolo, dopo Il miracolo, della nostra collaborazione con Niccolò e con la co-sceneggiatrice Francesca Manieri. È un passaggio molto importante, perché questa era una sfida su un genere che in Italia viene poco trattato. Niccolò come scrittore ha inventato e immaginato prima di tutti da molti anni. L’idea di Niccolò che ci ha colpito è quella di riscrivere le caratteristiche di un genere. Con Francesca, ha creato una distopia realistica, ambientata in un luogo completamente diverso rispetto a quelle che siamo abituati a vedere e conoscere.

Dopo aver diretto alcuni episodi de Il miracolo, qui Niccolò ha fatto un passaggio decisivo alla regia. Avevamo grande fiducia in lui e siamo rimasti soddisfatti e sorpresi, perché ha fatto un lavoro di regia magnifico, con un tasso di immaginazione e fantasia che credo sia quello che oggi le persone cercano in una serie di valore, dove l’immagine è al servizio dell’emozione. Mi fa piacere che fra noi Niccolò e Francesca ci sia una strada da percorrere sempre più evolutiva. Niccolò non si accontenta della sua fama di scrittore, ma cerca sempre di mettere qualcosa in più, di mettersi in discussione. Le serie vivono di questa forza evolutiva, perché viviamo in un mondo di algoritmi, dove agli artisti è chiesto in qualche modo di romperli, di spiazzarli. Credo che Niccolò e Francesca siano riusciti a farlo e gli siamo grati.

Niccolò Ammaniti

L’autore e regista di Anna Niccolò Ammaniti ha parlato della genesi del progetto:

Dopo aver chiuso Anna come romanzo, ho passato anni a continuare a pensare a questa storia. Mi ero molto concentrato su Anna come protagonista, per vedere la storia di questa ragazzina che si trova in nuovo mondo. Come lo affronta, come diventa madre senza esserlo, cosa immagina del futuro, come riesce in qualche modo a superare i limiti di questa esistenza che ha davanti. Più passava il tempo, più altre storie emergevano nella mia testa, finché ho sofferto. Ho parlato con il mio editore, dicendogli che volevo farne una versione più lunga, aggiungendo personaggi e storie, raccontando meglio il passato dei personaggi che Anna incrocia. La Picciridduna per esempio è un personaggio che appare appena nel romanzo, ma che invece poteva avere uno sviluppo nel passato.

Ho poi parlato con Mario Gianani, che aveva acquisito i diritti del romanzo, e gli ho proposto di allargare il racconto, facendone una serie corale. Nel momento in cui si è trattato di scegliere il regista, ho proposto di farlo io, perché volevo vedere se le mie storie potevano incarnarsi nei bambini. Devo ringraziare Mario e Sky che mi hanno dato la possibilità di farlo, perché non era detto, dal momento che non era quella la mia formazione. Devo ringraziare tutti gli attori e soprattutto tutti i bambini che hanno lavorato con noi, che hanno lavorato tantissimo e non si sono mai tirati indietro. Mi avevano detto che è difficilissimo lavorare con i bambini, invece è stata una gioia enorme per me, soprattutto perché io non ho figli e mi sono trovato con una grandissima famiglia. Quello che mi rattrista adesso è che è finito.

Anna

Sulla stessa lunghezza d’onda la co-sceneggiatrice di Anna Francesca Manieri:

Per me è una gioia lavorare con Niccolò, è la seconda volta e spero di lavorare di nuovo con lui. Lui è la persona con il tasso di idee più alto del mondo, che è una cosa difficile da gestire, perché è una proliferazione continua. Siamo simili caratterialmente, ma molto diversi per visione del mondo. Niccolò è fondamentalmente un biologo, ateo ma con una forte spiritualità. Io invece sono piuttosto religiosa. Tutti e due abbiamo però una discreta ironia sull’esistenza. Quando si ha un rapporto patetico con i personaggi e una visione che punta agli assoluti, con la forza di Niccolò in scrittura, è possibile uscire dagli algoritmi e spaccare il meccanismo di antagonisti e colpi di scena.

In Anna ci confrontiamo con tematiche affini a quelle de Il miracolo. Nella quinta puntata c’è una parabola che è proprio il nucleo tematico della serie, che parla della reciproca implicazione tra bene e male e di una visione del mondo retributiva. Aprendosi a questa visione, sono l’ironia e la compassione a guidare la scrittura, non il colpo di scena. Io ero spaventata, ma Niccolò ha fatto un lavoro veramente incredibile. La cosa più incredibile di Anna è che quando la vedi non percepisci la fatica che ci sta dietro, cosa che avviene solo quando una visione guida una traiettoria.

Giulia Dragotto

La protagonista di Anna Giulia Dragotto ha parlato del suo personaggio:

Anna mi ha lasciato tante cose belle. Dopo essere entrata nei suoi panni, posso dire di essere totalmente diversa da lei. Lei è una folle e coraggiosa. Trovandomi nella sua stessa situazione, non so proprio come avrei agito.

Elena Lietti

Questa la riflessione di Elena Lietti sul suo personaggio:

L’eredità è nelle azioni di Maria Grazia, che è una donna indipendente, autonoma, libera da vincoli, fedele a se stessa e ai bambini. In lei vediamo il coraggio, l’autonomia e la libertà di pensiero di Anna, che praticherà in tutta la serie. L’eredità è in quel libro, un gesto essenziale e allo stesso tempo eroico di intuire cosa sta arrivando prima di altri e di scrivere un manuale di sopravvivenza in un mondo senza adulti, con indicazioni molto pratiche. Anche quando non è presente nei flashback, questa mamma diventa il motore di tutta la ricerca.

Roberta Mattei

A seguire, ha preso la parola Roberta Mattei, interprete del personaggio più misterioso di Anna, La Picciridduna:

Il mio è un personaggio funzionale, l’unica persona adulta rimasta viva. È una ragazza con una forte personalità, che era facile spostare su una situazione disagiata, ma che invece sceglie di vivere la propria natura, abbandonandosi a essa. Quella della serie è una natura che parla e che è chiara in ogni personaggio.

Niccolò Ammaniti

Ancora Niccolò Ammaniti, sulle difficoltà delle riprese di Anna:

La speranza è quella che muove tutta la storia. All’inizio è offuscata, ma piano piano emerge sempre più forte e diventa una spina propulsiva anche per Anna, che affronta tutto nella speranza che ci sia qualcos’altro. La speranza è simboleggiata dalla Sicilia, che è divisa dal continente soltanto da un’enorme dito d’acqua. Anna avanza cercando qualcosa che interrompa un’epoca senza futuro, per aprire un varco per lei, per suo fratello e per l’intera umanità.

La gestazione della serie è stata molto lunga, avevamo cominciato una bozza addirittura prima de Il miracolo. Poi l’abbiamo abbandonata e ripresa. Io e Francesca abbiamo continuato a lavorare a lungo e in seguito siamo partiti per un giro della Sicilia che non finiva mai, per trovare le location. Non era facile immaginarsi prima i posti che sarebbero diventati anni dopo uno scenario pandemico, con una natura che si riprendeva gli spazi. Il lavoro su location e scenografia è stato lunghissimo, poi è cominciato il periodo del casting, che è stato impegnativo soprattutto per la ricerca dei ragazzi.

Quando siamo partiti, io avevo paura di non farcela fisicamente, perché non ero abituato. Abbiamo girato gran parte del tempo in Sicilia, muovendoci su tutta la regione, ma anche nel Lazio e in Toscana. Mentre eravamo a Palermo, è arrivato il Covid. La situazione è diventata complicata, non sapevamo neanche se si sarebbe potuto continuare. Da un giorno all’altro, siamo andati tutti in lockdown. A quel punto è stato stranissimo, perché dopo mesi di lavoro eravamo improvvisamente soli e chiusi in casa. Ci incontravamo su Zoom per cercare di capire. In quel periodo ho avuto la possibilità di lavorare da remoto sul montaggio, quindi paradossalmente ho avuto una fortuna dal punto di vista lavorativo, perché ho visto quello che avevo fatto e ho potuto correggere alcune cose.

Lo stesso autore ha poi parlato delle somiglianze fra la serie e la realtà che stiamo vivendo:

Io avevo lavorato moltissimo su questa malattia, la rossa, che si manifesta attraverso delle macchie. Quindi la mia malattia aveva qualcosa di dermatologico, che il Covid non ha. Per me era più un problema di narrazione del rapporto fra bambini e adulti, che avevo già affrontato in Io non ho paura. Volevo vedere cosa avrebbero potuto fare dei bambini in un mondo senza adulti. Un virus mi sembrava plausibile in questo senso. Quando è arrivata la vera pandemia è stato strano, abbiamo girato anche delle sequenze con molti morti, quando a Palermo si cominciava già ad avvertire la pesantezza della situazione. La regia è molto affascinante per me, mi piace molto la costruzione visiva e in questo momento ho bisogno di vederle le cose che immagino. Il cinema mi ha permesso questo e mi ha permesso anche di avere molte relazioni umane, che avevo diminuito nel corso del tempo.

Quando scrivo le storie, faccio fatica a dare una morale. Se c’è una morale in Anna, è la riflessione su cosa lasciamo ai nostri figli. Quanto il passato conta per immaginare il futuro, perché non esiste un futuro se non c’è il passato. Questo mondo che racconto ha cancellato la memoria, perché erano troppo piccoli per ricordare. L’unica che ha memoria è Anna, grazie appunto al libro della mamma, che gli dice di continuare a leggere, perché è fondamentale. Leggere ci ha permesso di capire come vivevano per esempio i romani o gli egiziani. Anna è una tradizione che viene portata avanti.

Giulia Dragotto

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare una possibile seconda stagione di Anna:

Per immaginare una seconda stagione c’è bisogno di un’idea, di una storia forte. Noi andiamo contro gli algoritmi. Quello che posso dire è che c’è grande interesse nel continuare a lavorare con Niccolò. C’è la totale apertura a sposare nuove storie, se poi questa storia sarà la possibilità di continuare a esplorare il percorso di Anna ce lo dirà la forza narrativa che partirà da Niccolò e dai suoi desideri e dal nostro interesse a svilupparli. Quando Niccolò ha un’idea, noi la ascoltiamo con attenzione.

Anna

Francesca Manieri ha parlato della fase della vita che attraversano i protagonisti di Anna:

Già nel romanzo c’è la caratteristica che un piccolo personaggio percorre in un arco di tempo molto contenuto tutte le stazioni: madre, moglie e vedova. Dal punto di vista drammaturgico, Anna rende evidente una caratteristica del coming-of-age, che funziona perché è una stazione ineluttabile dell’esistere, valida per tutte le età. La ferita dell’adolescenza ha sempre a che fare con la morte, e qui diventa ancora più forte, perché si muore per davvero.

Anna

Questo il pensiero in proposito di Niccolò Ammaniti:

L’adolescenza è il momento in cui ci confrontiamo con la società e perdiamo il gioco e la fantasia, almeno in parte. Io l’ho sentita sempre come una morte, e Anna in qualche modo rappresenta questo, ricordare chi siamo stati durante la nostra infanzia e adolescenza.

Anna

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare i punti di contatto fra Anna e la pandemia in corso:

La sovrapposizione con una parte del nostro presente è assolutamente scollegata dalla scelta di fare la serie. Noi portiamo Anna al pubblico per motivi molto diversi rispetto all’assonanza con il Covid. Avevamo già in partenza l’idea di dare alla serie questo slot e lo abbiamo confermato. Teniamo molto al fatto che la serie venga percepita per quello che è, e non per un esercizio collegato a questo momento della nostra vita.

Anna

Niccolò Ammaniti ha poi citato le sue ispirazioni per Anna:

Ho avuto molte ispirazioni per Anna. La prima è stata un quadro di Pieter Bruegel, I giochi dei fanciulli, in cui c’è una piazza in una specie di totale larghissimo dall’alto su questa piazza piena di bambini che giocano e che fanno spesso giochi molto violenti, da adulti. Questi bambini hanno dei volti molto seri, sembrano quasi annoiati. Quel quadro è stata la prima impressione visiva di ciò che dovevo fare. Come film invece c’è stato Apocalypto, perché aveva questa cura del trucco e dei costumi, che mi aveva molto colpito e che volevo riprodurre in un mondo di bambini.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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Interviste

Tim Burton incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Tim Burton

Fra i tanti eventi che hanno segnato una convincente edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è sicuramente l’incontro del pubblico dell’Auditorium con Tim Burton. Il regista statunitense ha anche ricevuto il Premio alla Carriera della manifestazione dalle mani di Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, che hanno lavorato più volte insieme a lui, contribuendo con i loro costumi e con le loro scenografie al successo delle sue visionarie opere. Come da tradizione della Festa, Tim Burton ha dialogato con il direttore artistico Antonio Monda e con il professore di cinema della Columbia University Richard Peña, ripercorrendo la sua vita e la sua carriera.

Tim Burton

Qual è il primo film visto da Tim Burton? A rispondere è lo stesso regista:

Gli argonauti di Don Chaffey, film indimenticabile che vidi in una sala in California. Una sala straordinaria, dove sembrava di stare all’interno di una conchiglia. Ricordo le scene di combattimento con gli scheletri. Questa è stata la mia prima esperienza al cinema.

Tim Burton ha parlato della sua esperienza nell’animazione Disney a inizio carriera:

Orribile. Si tratta dei miei giorni più bui. C’erano moltissime persone di talento e creatività, impegnate in film come Red e Toby nemiciamici e The Black Hole – Il buco nero, che richiedevano 10 anni di produzione. Figure come Brad Bird e John Lasseter, che alla Pixar hanno dimostrato tutto il loro talento ma lì non avevano spazio. Ero veramente pessimo nel lavoro dell’animazione. Molti sottolineavano che i miei personaggi avevano l’aspetto di qualcuno che è stato messo sotto da una macchina. Per fortuna ero così negato che sono passato a fare altre cose.

Tim Burton ha parlato della sua profonda ammirazione per Mario Bava:

Negli anni ’80 andai a un festival del film horror a Los Angeles, una maratona di 48 ore di fila. A volte durante questi eventi si tende ad assopirsi, ma quando vidi La maschera del demonio di Mario Bava per me fu come essere in un sogno, o più spesso un incubo. Pochi sono riusciti a catturare questo stato onirico, oltre a lui anche Federico Fellini e Dario Argento.

Il regista ha parlato del ruolo dell’art director nei suoi film:

Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me la scenografia e la musica fanno parte dei film, sono veri e propri personaggi. Questo vale anche per i costumi, dal momento che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Dante Ferretti. I grandi con la loro opera danno un altro personaggio al film, che così diventa il mezzo visivo per eccellenza. I miei disegni sono molti primitivi, per me me gli artisti sono fonti di ispirazione.

Una scena di Edward mani di forbice ha permesso a Tim Burton un excursus sul suo processo creativo:

Rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, ero così. Le fiabe permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io non mi reputo uno sceneggiatore, parto dalle idee e cerco di stabilire rapporti di collaborazione con persone abili in tal senso. Nel caso di Nightmare Before Christmas, non sono partito da materiale mio, ma era comunque qualcosa che mi permetteva di riconoscermi in alcuni elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui rapportarmi, aprendomi alle collaborazioni. Un po’ come quando lavoravo in Disney all’inizio, dove si lanciavano spunti e poi ci si ragionava su insieme.

Il regista ha confermato una voce sulla sua ispirazione per Mars Attacks!:

Mettiamo da parte i grandi romanzi. Sono partito dalla carte che avvolgevano le gomme da masticare. Ho avuto un’infanzia un po’ contorta.

Tim Burton ha fatto un accenno al suo rapporto con gli studios:

Io ho fatto soltanto film con gli studios. Sono stato in una posizione un po’ insolita, perché nonostante questo sono sempre riuscito a fare ciò che volevo fare, e non ho ancora capito come. Per fortuna non hanno mai veramente capito cosa stessi facendo.

Il regista ha parlato del suo Batman, considerato molto dark:

C’è molta confusione su questo discorso. C’era chi diceva che il mio Batman fosse molto più dark, mentre altri dicevano il contrario. Ricordo che McDonald’s non era contenta, perché dalla bocca del Pinguino usciva una roba nera e non sapevano come regolarsi con gli happy meal.

Una scena di Big Fish è servita da spunto di riflessione sul budget di un film e sulle proiezioni di prova:

Il cinema è un’opera collettiva che vede la partecipazione di tante figure diverse da loro. Quando sei un pittore lavori da solo, ma il cinema è una fonte collettiva di gioia. Che il film sia a budget limitato o a budget enorme, pensi sempre che non ne hai abbastanza. Ci sono tanti elementi impalpabili e intangibili, ma non mi sono mai sentito limitato. Le proiezioni di prova sono sempre esperienze che incutono grande terrore, perché comportano anche riempire dei moduli nei quali al pubblico viene chiesto il personaggio preferito. Alla fine se ne fa un uso quasi sempre distorto, è molto difficile rendersi conto di quella che è la percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato dal rivedere i miei film, vorrei godermi la visione ma non ce la faccio.

Per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Tim Burton ha collaborato con un grande della musica americana come Stephen Sondheim:

Stephen è geniale, fu un’esperienza difficile fargli vedere il film. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. È una miscela di horror, commedia e musical. Era molto preoccupato perché nessuno degli attori era un cantante. Io però non lo ritenni un problema, sapevo di essere in buone mani con quel gruppo di attori. È stato di grande sostegno, abbiamo cambiato un po’ di cose ma è andata bene. Devo dire che è stato estremamente divertente: anche se può sembrare assurdo, per me è stato come fare un film muto. Mi sono divertito più con questo film che con molti altri.

Una scena di Big Eyes ha portato a una riflessione su questo recente film di Tim Burton:

Mi ricordo che i quadri di Margaret Keane si trovavano in tutte le case. Io li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai potesse piacere tanto questo tipo di quadro. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. Tutti in qualche modo siamo toccati in modo diverso da quello che vediamo. Per me erano inquietanti, altri li trovavano così carini da appenderli alle mura delle camere dei bambini. Questo è il mestiere dell’artista, ad alcuni piaci e ad altri no.

Il regista ha particolarmente apprezzato la mostra su di lui organizzata dal MOMA nel 2009:

La mostra al MOMA è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista, quindi si è trattato di frugare nei cassetti e trovare queste opere. Un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste mi riempiono di gioia. Questa tra l’altro è stata la mostra che in assoluto ha avuto più successo. Io non mi reputo un artista, però fa pensare che le opere d’arte riescano a ispirare altre persone.

L’ultima sequenza proposta è stata di Ed Wood, il film di Tim Burton che ci dice che anche il peggiore regista di tutti i tempi è a suo modo un artista:

Con Plan 9 from Outer Space, Ed pensava di girare Star Wars. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari, in cui si reputa fra i più grandi. Questo ci riporta al discorso di prima su che cos’è l’arte.

Tim Burton

Tim Burton abbraccia Dante Ferretti

Tim Burton

Tim Burton ringrazia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci per il premio

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Interviste

Petite Maman: intervista alla regista del film Céline Sciamma

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Petite Maman

Applaudito all’ultimo Festival di Berlino, Petite Maman è il nuovo attesissimo film di Céline Sciamma, dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme. Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di Tomboy, uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. 

Petite Maman ha per protagonista Nelly, una bambina di otto anni che dopo la morte della nonna passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Nelly esplora la casa e il bosco che la circonda, dove sua madre giocava da bambina e dove aveva costruito la casetta di legno di cui Nelly aveva sentito tanto parlare. Dopo che la madre va via all’improvviso, Nelly incontra nel bosco una bambina della sua età che si chiama proprio Marion e sta costruendo una casetta di legno.

Distribuito in Italia da Teodora Film e MUBI, Petite Maman è stato presentato in anteprima durante Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, occasione che ci ha permesso di incontrare e parlare con la regista Céline Sciamma proprio del suo ultimo lavoro e delle sue ispirazioni. 

Petite Maman: l’intervista alla regista del film, Céline Sciamma

Céline Sciamma

Non c’è magia, non ci sono portali che aprono lo spazio-tempo ma solo uno stacco di montaggio che ci conduce in un’altra dimensione. Hai pensato fin dall’inizio a questa modalità di contrapporre due dimensioni differenti? 

Quando ho iniziato a scrivere per questo film, e quando poi ho terminato la prima bozza della sceneggiatura, mi sono resa conto che questo film è un vero e proprio viaggio nel tempo. Allora mi sono cominciata a porre delle domande. E mi sono resa conto anche che non volevo che ci fosse una macchina del tempo all’interno del film, volevo che l’unico aspetto magico fosse quello che dà il cinema. Quando si ha un’idea la cosa più importante è rispettarla, quindi mi sono detta che non volevo avere paura; questa è stata la mia intenzione iniziale, la voglio rispettare, voglio resistere alla tentazione delle convenzioni. Ho voluto che questo cinema rispecchiasse quello che io definisco una sorta di realismo magico, un vero e proprio genere cinematografico, e ho voluto ricreare questa atmosfera di magia primitiva. 

C’è una grande cooperazione nel film tra ragazze e tra generazioni diverse, quanto ha lavorato per favorire questo? 

Questa è un po’ l’idea che combina l’aspetto gioioso e l’aspetto politico del film, che molto spesso vanno di pari passo. L’idea era di eliminare le gerarchie, creare una sorta di equilibrio tra quella che è una madre e quella che è una figlia. Ed è proprio per questo che ho scelto due sorelle; ho pensato tra me e me, ma se io incontrassi mia madre all’età di otto anni potrebbe essere mia sorella! Ho cercato di passare da quella che è un’idea di genealogia verticale ad una orizzontale, ed è questo che ha portato appunto a questo aspetto della solidarietà, della sorellanza, ed è in questo modo che ho cercato di superare la visione di duo, madre e figlia, fino ad arrivare a un vero e proprio trio, e ho cercato di focalizzarmi su questo ruolo del trio nella storia: madre, figlia e la nonna, che è anche molto importante. 

Ritorna il tema dell’infanzia e lo sguardo dei bambini. I bambini possono essere un nuovo pubblico di riferimento? Ci sono dei punti di contatto tra lo sguardo dei bambini e lo sguardo delle donne sul mondo? 

Volevo ricreare al cinema questo sguardo sia femminile che infantile, in fondo si tratta di personaggi che non riescono quasi mai a dimostrare o a vivere quella che è la loro integrale individualità. I bambini sono un pubblico che mi interessa molto, non hanno pressione culturale, e con questo pubblico, che è interessantissimo, molto moderno, puoi essere poetica, inventiva. 

Quando hai deciso di fare questo film, avevi dei riferimenti del cinema precedente che hai rincorso? 

Ho pensato molto al cinema d’animazione giapponese, come Miyazaki, e questo film che ha una connotazione molto pittorica, con l’autunno, i colori, fa molto riferimento a questo cinema d’animazione. Volevo citare un altro film che a mio modesto parere è stato un po’ sottovalutato che è Big, con Tom Hanks, io l’ho visto da bambina, l’ho trovato un film davvero sovversivo, e mi ha colpito molto. 

La rappresentazione della maternità al cinema ha subito un cambiamento molto importante, vediamo storie di maternità non performativa, non conforme. Cosa ne pensi di questa nuova ondata? 

Me ne rallegro in qualche modo. Io dico sempre che il cinema ha un impatto gigantesco sulla vita delle persone, il fatto che vi siano questi film significa che si è autorizzati anche a fare qualcosa di diverso. 

Céline Sciamma

Ascoltiamo abbastanza i bambini? 

Penso che oggi come oggi i bambini, come la gioventù, siano davvero in prima linea nelle lotte, nel portare avanti nuove idee, lo vediamo per esempio nel caso del cambiamento climatico. Eppure abbiamo visto in questi anni che in qualche modo l’infanzia e i giovani vengono considerati dei cittadini di seconda classe, come se non avessero delle idee politiche, in realtà dipende tutto dalla struttura che li accolgono, che sia la famiglia, la scuola, la società. Ovviamente io lavoro con i bambini, in questo caso con queste due ragazze, quindi mi sono resa conto di quanto siano capaci di individualità, di impegno. I giovani, i bambini sono i portati di nuove idee, ma non per questo noi non dobbiamo lottare perché queste idee prevalgano, i bambini spesso non hanno il peso politico per portare avanti queste idee: siamo noi che dobbiamo farcene portavoce. 

Il suo cinema vive di molte suggestioni, come concilia il suo desiderio di trasmettere un messaggio politico con la libertà interpretativa che lascia allo spettatore? 

In fondo non ho un messaggio politico preciso da dare, piuttosto mi baso sulle sensazioni. Non c’è un messaggio, cerco di mettere delle idee, delle idee che poi voglio far stare insieme, più idee ci sono insieme più il film diventa politico; per me è importante che ci sia questa ricchezza di possibilità che ti porta a vivere maggiormente la vita, che ti dà più possibilità di interpretazione, quindi queste idee devono danzare insieme, e lo devono fare in maniera davvero sensuale. Sensuale per questo, perché c’è quest’idea del desiderio, un’idea che dà voglia di avere altre idee. 

Io credo sempre che i cambiamenti arrivano dove sono più forti i momenti di resistenza. Dove più c’è oppressione c’è anche più forza di resistenza, forse è anche questo il motivo per cui il cinema borghese, e il cinema più sentimentale, innova poco.

Si parla delle paure dei bambini nel film: da bambina aveva paura di qualcosa?

Avevo paura di tutto praticamente, tanti degli elementi del film ricordano molto della mia infanzia, per esempio gli spazi sono ispirati a ricordi della mia infanzia: l’esterno è proprio girato nella città in cui sono cresciuta. Anche la casa che è costruita proprio in studio è basata proprio su ricordi, e ha molte caratteristiche di quelle che erano le case delle mie nonne. Ho cercato di ricreare una sorta di intimità dello spazio, dell’infanzia stessa, ed è uno spazio e un tempo che non ha una connotazione precisa, io volevo che un bambino degli anni ’50 del secolo scorso e un bambino del 2021 potessero vivere e riappropriarsi di questa storia. L’idea era di lavorare su queste paure, paure dell’infanzia, una delle paure più forti che pervade questo film è la tristezza degli adulti. C’è un unico mostro, questa pantera nera, che simboleggia un po’ tutte le nostre paure, e poi volevo che fosse un’ombra fabbricata da un essere umano, perché i bambini spesso credono che queste paure, questi mostri siano gli esseri umani, i grandi che entrano in scena. 

Com’è stato girare un film durante la pandemia? 

Sicuramente ci sono molti protocolli da seguire e da integrare durante la lavorazione. Da questo punto di vista questo film ha creato meno problemi nel senso che è stato comunque girato in studio, pochi attori, pochi livelli di interazione fisica. Tuttavia è stato comunque qualcosa di diverso dal solito, io dico spesso che girare un film è una sorta di lockdown personale in qualche modo, e attraverso questo mondo vuoto in realtà riesci a ricreare qualcosa. Questa volta il mondo era veramente vuoto, il mondo intorno a noi; quindi quando eravamo li davanti alla cinepresa, il solo fatto di veder togliere una mascherina, di vedere un volto, sicuramente è stata un’esperienza di grande tensione emotiva. Nel film ci sono tante immagini che sono cariche di questi momenti: proprio questo film così atemporale in realtà è così caratterizzato del momento che abbiamo attraversato. 

Il cinema può essere uno spazio sicuro? In cui creare intimità e sorellanza? 

Io ho fatto dei film in questo modo, ma ho fatto anche altri film per vivere questo sogno, questa immagine, l’idea di poter ricreare questa comunità fraterna: è un’utopia del cinema. Si fanno dei film per vivere determinate idee, oltre che portarle nel mondo. 

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