Chimera: intervista alla regista del film Mitzi Peirone

Chimera: intervista alla regista del film Mitzi Peirone

Grazie a BlueSwan Entertainment, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Mitzi Peirone, regista italiana di Chimera (Braid il titolo originale). Il film ha per protagoniste Madeline BrewerImogen WaterhouseSarah Hay ed è disponibile in home video e on demand. In bilico fra thriller psicologico, horror, mistero e psichedelia, Chimera è incentrato su due ragazze ricercate, che trovano riparo nella villa di un’amica mentalmente instabile. Giunte sul posto col fine di rapinare la donna, le due criminali finiscono in un torbido vortice di violenza, finzione e allucinazione, che mette a dura prova le loro certezze.

Mitzi Peirone ha esordito parlando di alcuni dei temi alla base di Chimera:

«Ho passato gli ultimi anni pensando a fare questo film, sperando che il resto poi sarà in discesa. Anche prima della pandemia, mi sono accorta che così non è, perché in questa industria tutti stiamo costantemente facendo un’audizione, dobbiamo costantemente dimostrare di essere in grado di lavorare, non importa quanti film facciamo. Quando stavo cercando di capire cosa fare della mia vita, una persona mi ha fatto una domanda veramente intelligente: Che dolore vuoi affrontare? Avere ogni giorno le stesse abitudini o affrontare l’incertezza?

Io non mi trovo a disagio nell’incertezza, nella difficoltà, nel caos, nel buio. Naturalmente, sto cercando di avere una visione razionale dello stato delle cose. Era già difficile prima fare la regista, senza parlare del fatto che sono una donna immigrata e giovane. Adesso c’è un altro livello di difficoltà, ma non mi sento scoraggiata, penso che chiunque non debba pensare alle difficoltà ma a farsi nutrire dallo stato delle cose. Le difficoltà e le sfide ci definiscono. Non temo questo momento, secondo me riusciremo a scrivere cose ancora più belle e profonde».

La regista ha proseguito parlando dell’utilizzo dei colori, soffermandosi sulla scelta del bianco e nero in una sequenza inquietante di Chimera:

«Ovviamente coi colori volevo creare qualcosa di molto fiabesco e cerebrale, e volevo che i colori fossero evidenziati, perché viviamo a metà fra il sogno e il ricordo. Anche quando Tilda prende le droghe, non è una questione di allucinazioni, ma più che altro del trauma che sta rinascendo. Come in una tragedia greca, la natura che le circonda diventa parte del loro stato d’animo.

Molte persone hanno pensato che quel bianco e nero fosse troppo. Per noi, proprio perché questa realtà è così eccessiva e barocca, volevo che i momenti di shock, quando le ragazze si rendono conto di cosa sta succedendo, fosse reso da un bianco e nero molto ruvido e reale. Come quando stai sognando e ti rendi conto che tutto ciò non è reale, ma poi la realtà del sogno ti avviluppa e ti risucchia di nuovo dentro».

Mitzi Peirone ha poi parlato dell’ispirazione per le tre protagoniste di Chimera:

«Sono tre parti di me. Ogni giorno mi sveglio come una persona diversa. Dafne è la persona che vuole più controllare la situazione; ha bisogno di essere madre, ma allo stesso tempo di avere altri che abbiano bisogno di lei: esiste solo in funzione delle altre persone. Tilda è l’eterna bambina, il personaggio che vuole essere adulto, ma in realtà si trova molto di più a suo agio non prendendosi nessuna responsabilità. Il Dottore rappresenta invece il bisogno di essere rispettati e ammirati. Tutte insieme compongono una persona sola. Io credo che ogni persona abbia questo contrasto: essere in controllo ma non volersi prendere responsabilità, voler essere ammirato ma allo stesso tempo retrarre da quella ambizione.

Per quanto la relazione delle protagoniste di Chimera sia tossica, sono comunque una famiglia. Preferiscono essere insieme in questo abbraccio malato, piuttosto che affrontare l’incertezza di quello che c’è fuori dalla casa. Lo spacciatore di droga o la polizia sono comunque pericoli fittizi. Noi rimaniamo intrappolati in queste case psicologiche perché abbiamo paura di rischiare, di perdere qualcosa che per quanto ci faccia stare male sappiamo cos’è. Alla fine, il succo di Chimera è che una persona può sognare per tutta la vita di diventare migliore. Le protagoniste vivono come metafora dell’incertezza fra uscire e restare nel nido».

Chimera

La regista ha successivamente spiegato il metodo con cui ha finanziato Chimera:

«Io sono partita da Torino per andare a New York a studiare teatro, senza per forza voler essere un’attrice, ma ho seguito il mio istinto. Poi ho studiato brevemente sceneggiatura, ma stavo già sviluppando Chimera. Non avevo contatti, non conoscevo nessuno. Durante quegli anni, andavano di moda soprattutto IndieGoGo e Kickstarter. Tutti andavano su queste piattaforme per chiedere fondi con finanziamenti non altissimi, attraverso magliette o altro.

Per me questo strumento non andava bene, perché al massimo si ottengono poche decine di migliaia di dollari, con cui non era possibile fare un film del livello che volevo io. Quindi nel 2015 ho conosciuto il CEO di una tech company, che mi stava spiegando gli albori del bitcoin e mi ha fatto vedere come si potevano raccogliere soldi, nel loro caso per la sfera tecnologica.

Ho pensato di applicare lo stesso metodo al finanziamento di un film, perché penso possa essere una vera risorsa per il cinema indipendente, che di solito ha idee originali e coraggiose ma non ha fondi. L’unica cosa che potevo fare era offrire un ritorno. Io ho chiesto 1.7 milioni di dollari in un tempo limitato di due settimane, perché ho pensato che sarebbe stato più intrigante per la gente. Prima del lancio della campagna ho fatto un sacco di conference call per parlare di Chimera e per parlare di questa idea rivoluzionaria per il cinema indipendente, offrendo però un ritorno del 30%. Ho trasformato così Chimera in un investimento, specificando che il genere horror è quello più redditizio e che il cinema indipendente delle donne è in ascesa. Ho spiegato il film in maniera quasi matematica e abbiamo raccolto quanto necessario, aggiungendo poi qualcosa attraverso il tax credit che offre la città di New York».

Un breve excursus sul panorama horror italiano:

«Ovviamente lo amo. Mi è piaciuto molto Suspiria di Luca Guadagnino, anche se sono una fan di Dario Argento. Penso che ci sia qualcosa di misterioso e occulto che pervade l’Italia e soprattutto la mia Torino. Credo che l’horror italiano sia uno dei migliori».

Mitzi Peirone si è soffermata sulla pianificazione del lavoro su Chimera:

«Avevo pianificato tutto, perché quando hai un budget stretto non puoi permetterti di improvvisare molto. Lo sapevo e avevo le idee chiare dal punto di vista estetico e della regia. Sono riuscita a trovare un direttore della fotografia che ha compreso il mio senso estetico e il mio gusto. Una volta che ci siamo capiti, abbiamo sviluppato un linguaggio specifico per Chimera, una sorta di mini Bibbia con tutti i riferimenti visivi. Una volta sul set sapevamo tutto. C’erano molte inquadrature delicate ed era un problema anche fare arrivare l’acqua o trovare il giusto sangue finto. Da questo punto di vista è come andare in guerra, devi essere preparata. La pre-produzione è stata fondamentale, ho passato 18 ore al giorno col customista, col direttore di fotografia, con lo scenografo, con l’assistente alla regia e coi produttore per fare in modo che una volta sul set le cose andassero lisce».

Queste le parole della regista sulle scelte musicali di Chimera:

«Io amo la musica in maniera folle. Non voglio darti una spiegazione precisa, ma trovo che ci sia una connessione fra la musica elettronica e quella sinfonica classica, perché sono entrambe un viaggio. La musica pop ti martella finché non ti rimane in testa, ma poi finisce lì. Non voglio assolutamente screditare la musica pop, ma secondo me se Mozart fosse vivo adesso, farebbe musica elettronica.

Per me la musica elettronica e la musica classica vanno più d’accordo col ritmo di Chimera. Ho messo il Barbiere di Siviglia e il Don Giovanni perché fanno parte della mia infanzia e della mia crescita artistica. Lo stesso metodo che ho utilizzato col direttore della fotografia Todd Banhazl l’ho applicato con il compositore Michael Gatt. Come c’erano Caravagglio e gli psichedelici, ci dovevano essere la musica classica e quella elettronica, le lenti sferiche di Brooklyn e le lenti anamorfiche da dipinto dentro la casa. Volevo che quel contrasto fosse chiaro, quindi ho scelto due cose apparentemente in antitesi».

Chimera

Mitzi Peirone ha poi approfondito il gioco di ruolo come dinamica narrativa di Chimera:

«Per me vale quello che hanno detto Pirandello, Platone, i buddisti, Shakespeare e anche Matrix: ogni persona ha più persone dentro, e lo scopo della vita è capire l’essenza della nostra anima. Le diverse personalità che assumiamo partono da un pensiero, da un’idea. Io penso di essere una regista e quindi mi comporto da tale, perché io ho concepito questa idea. I bambini che giocano lo fanno senza che nessuno gli dica niente. Fanno delle prove teatrali per la vita vera. In un certo senso non siamo diversi da loro, siamo ragazzini che stanno giocando a giochi da adulti, in cui continuiamo a interpretare dei ruoli. Ma parte tutto dalla testa, dallo sforzo psicologico, dalle nostre convinzioni.

Credo che l’immaginazione sia il vero motore delle nostre vite e dell’universo. La realtà non è come è, ma come la percepiamo noi. I nostri ricordi non sono organici, non ci ricordiamo la verità oggettiva, ma ci ricordiamo ciò che abbiamo patito o amato. Il gioco di ruolo inizia da bambini e non finisce mai. Per me i momenti di crisi esistenziali sono fulmini a ciel sereno, ma ci servono. Dobbiamo chiederci chi siamo e cosa stiamo facendo. Per cui l’idea della finzione, di credere in una realtà inventata in noi stessi, alla fine è la realtà. Qualunque cosa in cui crediamo, tranne la scienza, è stata inventata».

Chimera

Qualche cenno sulla scelta della location della casa delle tre protagoniste:

«I miei nonni vivevano a Boves, in provincia di Cuneo. Abbiamo ereditato una casa gigantesca, bellissima, dove ho passato buona parte della mia infanzia. Mia nonna, che si chiamava Mitzi come me, aveva come obiettivo quello di farci giocare. Ci stimolava, ci aiutava a travestirci e a perderci nei boschi. Ha amato farci crescere in questa sorta di Wonderland, e le devo tantissimo. Chimera è in parte ambientato in questa villa, e volevo che fosse decadente e allo stesso tempo mistica.

L’idea della location e della scenografia deriva da Gli insospettabili, una villa rimasta ancorata a un bisogno ancestrale di rimanere bambini. Volevo qualcosa di spettrale e allo stesso tempo fiabesco. Abbiamo visto molte case, che erano o troppo barocche o troppo serie, poi per fortuna abbiamo trovato quella casa sopra New York, che è la stessa casa dove hanno girato I Tenenbaum. Il bagno dove Petula si fa la barba è lo stesso in cui Luke Wilson si taglia le vene nel film di Wes Anderson; la vasca è la stessa in cui Margot si sdraia con la pelliccia e la sigaretta».

Chimera

Mitzi Peirone si è soffermata sulla scelta del titolo originale Braid, cioè treccia:

«Da un punto di vista freudiano, le ragazze sono una persona divisa in tre. Inoltre, il padre dell’ipnotismo si chiamava James Braid, che per primo aveva teorizzato di curare le psicosi in modo diverso dalla medicina tradizionale. Sono finita nel mondo dell’ipnotismo e l’ho trovato molto affascinante. Ancora, la mente detta la realtà intorno a noi. Braid, treccia, come tre ragazze intrecciate».

La regista ci ha poi dato qualche anticipazione sui suoi progetti futuri:

«Ho scritto un film di fantascienza in cui il mondo ha creato un microchip che permette di colmare il solco che abbiamo fra noi stessi e il cervello. Questo chip ti aiuta a bilanciare la serotonina o l’endocrina, aiutando le persone a calmarsi. Una sorta di assistenza medica personale, che in qualsiasi situazione ti dice cosa fare. Come in Her, una società rosea, immune allo squilibrio, come ne Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Questo è ambientato nel 2091, ma dal 2050 ci sono state migrazioni climatiche, con milioni di persone che hanno cercato di lasciare le zone troppo calde o aride che stanno cercando asilo in queste zone dove invece la civiltà sta sbocciando. Sono state create delle comunità sotterranee per questi migranti climatici, finché non vengono assegnati a una nazione e a una casa.

Abbiamo una società dei sotterranei che aspetta di risalire, poi il piano di sopra dove c’è una società perfetta e armoniosa. Seguiamo un giorno nella vita di una ragazza che si chiama Scarlett, quando arriva una sorta di update che va storto, i chip esplodono e paralizzano l’umanità dal collo in giù. Pochissime persone sopravvivono, e dai sotterranei risalgono le persone che stavano aspettando, assetate di sangue perché sono state ostracizzate. Scarlett e altre quattro persone devono capire perché si sono salvate e come sopravvivere in questo nuovo mondo. Il film si chiama Ultramundus e ha un incipit in cui si spiega come si è arrivati a quel punto. Io cerco di scrivere delle cose che mi spaventano, quindi per me il prossimo capitolo è sul cambiamento climatico e sulla migrazione.

Sto sviluppando anche una serie, che si chiama The Human Overdose, in cui il mondo ha esaurito le proprie risorse. Soltanto l’1% può procreare e a 70 anni vieni espulso nel deserto. Una Terra che sembra Marte, lacerata, in cui si è arrivati a leggi draconiane per poter sopravvivere. Troppe persone, troppa avidità, per un pianeta che inevitabilmente si esaurirà. Già adesso stiamo vivendo le conseguenze del cambiamento climatico, quindi mi sembra giusto parlarne».

Mitzi Peirone ha parlato delle sue influenze:

«Personalmente sono indecisa se fare ancora un film horror. Uno dei miei horror preferiti degli ultimi anni è Hereditary – Le radici del male di Ari Aster, film sul satanismo, ma chiaramente filosofico e psicologico. Chimera non lo considero un horror, ma un thriller psicologico. Amo la fantascienza e sento una vocazione a parlare di cose che mi preoccupano. Penso che un regista possa utilizzare i propri strumenti per aprire una conversazione. La fantascienza mi intriga particolarmente perché si può parlare dei problemi del mondo corrente aprendo un dibattito su come sistemarli».

In conclusione, una breve considerazione sulla condizione femminile, con particolare enfasi sull’ascesa delle registe:

«Perché non prima? È un peccato che il mondo si sia perso le registe donne per tutto questo tempo, perché penso che la donna sul set, la donna leader, la donna in comando, salverà il mondo. Noi dal punto di vista genetico e biologico siamo in grado di coinvolgere e nutrire chiunque. Per me le persone sul set sono la mia famiglia, che dovrò dirigere con determinazione e passione. non è per caso che le nazioni che hanno fatto bene col Coronavirus sono guidate da donne. Abbiamo più bisogno di donne ovunque, donne al potere. Soprattutto il genere horror le donne lo capiscono, patiscono l’horror ogni giorno, più degli uomini».

Marco Paiano

Marco Paiano