Cobra non è: intervista al protagonista Gianluca Di Gennaro

Cobra non è: intervista al protagonista Gianluca Di Gennaro

Il 30 aprile arriverà su Amazon Prime Video Cobra non è, film pulp italiano ambientato nel mondo del rap e diretto da Mauro Russo, con alcune celebri guest star come Elisa, Max Pezzali e Clementino. Noi di Lost in Cinema abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare il protagonista Gianluca Di Gennaro, già visto in numerosi film (Miele, Lo chiamavano Jeeg Robot, Capri-Revolution) e in altrettanti prodotti televisivi di successo (Il clan dei camorristi, L’oro di Scampia, Gomorra, Rosy Abate). Nel corso di una lunga e piacevole chiacchierata, l’attore ci ha parlato della genesi e della realizzazione di questo interessante progetto nostrano e del promettente futuro della sua carriera.

La locandina ufficiale di Cobra non è

Come hai conosciuto il regista Mauro Russo e come sei stato coinvolto in Cobra non è?

«Ho conosciuto Mauro un paio di anni prima del film, per un videoclip della canzone di Boomdabash Portami con te, girato in Puglia. Ci siamo trovati bene e ho potuto constatare la sua professionalità e la sua intuizione. Da lì ci siamo trovati a parlare e mi disse che aveva un lungometraggio in programma, ma era ancora agli inizi. Dopo un anno ci siamo sentiti per un provino e da lì è nata questa collaborazione, che ci ha portati a lavorare di nuovo in Puglia, per un paio di mesi. Si è creato un bel rapporto fra noi».

Come ti sei approcciato al tuo personaggio in Cobra non è? Quali sono state le maggiori difficoltà nell’interpretarlo?

«Io mi sono spesso trovato a fare dei personaggi con un vissuto difficile o comunque con dei drammi alle spalle, dove si evinceva sempre la voglia di riscatto. In questo caso questo fattore non c’era, quindi era relativamente più semplice, ma d’altra parte c’era comunque il desiderio di fare vedere la rassegnazione di questo rapper, che come in molti ambiti musicali ha dei saliscendi di notorietà. Volevamo fare risaltare l’umore del protagonista, e abbiamo lavorato molto di sottrazione, rendendolo il più passivo possibile, anche rispetto a caratteri più eccentrici come quello del manager o degli altri personaggi, che erano tutti molto più caricati».

Il protagonista di Cobra non è è una sorta di antieroe, trascinato dagli eventi. Ti trovi più a tuo agio con personaggi al confine fra bene e male o preferiresti interpretarne uno totalmente positivo?

«Come chiunque, ho lo stimolo e la voglia di mettermi alla prova su quanti più ruoli diversi possibile. Uno dei miei obiettivi però è sicuramente quello di rappresentare degli esempi positivi. Mi è capitato solo una volta, con L’oro di Scampia, con Beppe Fiorello, ma era un prodotto televisivo, al cinema è più difficile. In televisione ci sono storie vere che si possono raccontare con maggiore facilità, senza il dubbio del botteghino e dell’incasso. In quel caso l’esempio era Pino Maddaloni, che ha vinto l’oro alle Olimpiadi del 2000 nel judo. Un mio desiderio è interpretare più spesso personaggi positivi al cinema».

Hai partecipato ad altre produzioni italiane ambientati nella malavita, fra cui Lo chiamavano Jeeg Robot e Gomorra. Ti trovi a tuo agio con questo tipo di racconti o vorresti dedicarti ad altro?

«Al di là delle mie esperienze, credo che dal punto di vista delle proposte televisive e cinematografiche sia necessario un po’ di equilibrio in più. Queste storie vanno benissimo e sono contentissimo di averle fatte. Tutto quello che ho fatto lo rifarei altre volte. Ci vorrebbe però la possibilità di scegliere se andare a vedere questo o altro. C’è sicuramente poco equilibrio fra le proposte, potrebbe essere interessante fare qualcosa che possa coinvolgere un’altra fetta di pubblico, e io sarei felice di partecipare.

A causa della pandemia, Cobra non è è arrivato in streaming invece che in sala. È più la frustrazione per non essere arrivato al cinema o la speranza di raggiungere un pubblico addirittura più ampio?

«Può essere sia un vantaggio, sia uno svantaggio. Io spero che in un modo o nell’altro lo possano vedere più persone possibili, perché è qualcosa di nuovo, diverso e in un certo senso sperimentale. Forse, per assurdo, quella del digitale può essere la via migliore, anche se sarei stato molto soddisfatto nello spostare persone da casa per andare a vedere un film. L’importante però è che Cobra non è venga visto e che riesca a coinvolgere il maggior numero possibile di persone».

Come pensi che sarà accolto un film così atipico come Cobra non è dal nostro pubblico?

«Io credo che prima di tutto la gente debba avere un’idea di quello che sta per guardare. Naturalmente, se ci si aspetta per esempio un film giallo, non si avrà nulla di simile da Cobra non è. Questo film è qualcosa che ti prende poco più di un’ora e venti, raccontandoti una storia, completamente senza giudizio e senza lati introspettivi dei personaggi, e coinvolgendoti per quello che è. Gradirei l’apertura mentale che gli italiani hanno con il cinema estero, mentre invece quando si tratta di film italiani spesso si cerca un messaggio particolare o una motivazione importante da decifrare, che in realtà possono tranquillamente non esserci».

Oltre che nella malavita, Cobra non è è ambientato nel mondo del rap, e mette in scena le difficoltà nell’emergere e nel restare al vertice in questo settore. Qual è il tuo rapporto con questo genere musicale?

«Io ho 29 anni, quindi il periodo in cui sono esplosi il rap e l’hip-hop in Italia l’ho vissuto dall’inizio. Sono sempre stato attratto da questo genere e ho un figlio di 8 anni che ha come idoli rapper e trapper, quindi ho questa musica a palla dalla mattina alla sera in casa. Mi sono molto divertito nel fare quel poco di rappresentazione del genere, come il pensiero del protagonista che scorre sul ritmo della musica. Pensare rappando è stato molto divertente».

Una delle scene più divertenti di Cobra non è è l’incontro-scontro al bar fra i personaggi di Max Pezzali ed Elisa e i criminali vegani. Come ti sei trovato a girare questa sequenza con due colossi della musica italiana?

«È stato bellissimo soprattutto vedere loro prestarsi e inserirsi con piacere e semplicità in questa cosa, che è apparentemente lontana dal loro mondo. Ho conosciuto un’Elisa completamente diversa da come me l’aspettavo, pensavo fosse molto tranquilla e invece è una ragazza che si diverte, si presta allo scherzo e sta al gioco».

Cobra non è
Gianluca di Gennaro con la co-protagonista di Cobra non è Denise Capezza

Senza addentrarci in spoiler, il finale di Cobra non è lascia la porta aperta a un eventuale seguito. Hai parlato di questa possibilità con Mauro Russo? Riprenderesti volentieri il ruolo?

«Sì, ne abbiamo parlato, anche se ci manteniamo sempre molto vaghi. Io sarei contento di farlo. Abbiamo la fortuna di avere tantissimi personaggi nel film e si potrebbe spaziare in molte direzioni, perché c’è materiale praticamente infinito. Anche lui sarebbe contento di farlo. Entrambi conosciamo alcune difficoltà che abbiamo incontrato durante questo percorso, ma anche per questo potremmo essere motivati a farlo e a divertirci ancora una volta insieme».

Una delle caratteristiche che colpisce positivamente di Cobra non è è la sua piena fruibilità anche per il pubblico estero. Ti senti pronto per lanciarti in produzioni straniere o credi che la tua dimensione ideale sia quella italiana?

«Io ho avuto una sola esperienza all’estero, in Svezia, quindi nel posto più lontano rispetto alle mie origini mediterranee, ma mi sono trovato benissimo. Se dovessi ripetere qualcosa di simile sarei felice, ma mi rendo conto che ci vuole una preparazione non indifferente, soprattutto per quanto riguarda la lingua e il cinema del posto con cui ti confronti. Credo di essere pronto, ma preferirei divertirmi ancora qui e realizzare tante cose che ho già in mente di fare in Italia, anche per mio orgoglio».

Vista la situazione in cui ci troviamo, come pensi che cambierà il mestiere di attore nei prossimi mesi? E come pensi che il cinema racconterà questo triste periodo?

«Siamo da più di due mesi chiusi così, credo che sarà inevitabile fare riferimento a questo. Forse però siamo già saturi, non so quanto la gente abbia voglia di tornare su questo periodo. Per esempio, se fra sei mesi dovessero riaprire i cinema, io andrei a vedere qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che stiamo vivendo. Inevitabilmente ci saranno prodotti che parleranno di questo, ma spero che possa essere anche un’occasione per pensare a cose nuove e non ancora realizzate».

Hai già lavorato con molte colonne del cinema italiano, come Mario Martone, Sergio Castellitto, Stefano Accorsi e Valeria Golino. C’è un artista del nostro Paese con cui desideri collaborare?

«Per esempio non ho mai lavorato con Paolo Sorrentino, e mi piacerebbe molto. Credo però che ci sia un discreto numero di nuove leve che non sono assolutamente male, e sarei felice di fare qualcosa con loro. Parlo di persone come Alessandro BorghiMatilda De Angelis. Una nuova generazione di attori che stimo molto».

Cobra non è

Qual è il ruolo da te interpretato che ti è maggiormente rimasto dentro? E c’è un tipo di ruolo che invece vorresti interpretare?

«La mia prova a cui sono più legato, anche per quello che ha rappresentato per me, è il mio primo film, Certi bambini di Andrea e Antonio Frazzi, in cui avevo solo 12 anni. Lo ricordo con immenso piacere e con amore profondo, perché è stato quello che mi ha fatto innamorare di questo mestiere. In quell’occasione ho cominciato a capire che volevo fare questo. In futuro vorrei interpretare la storia di un eroe positivo, che esiste, dalla vita quasi normale. Per ora non posso dire di più, ma vorrei acquistare i diritti del libro e parlarne».

Non escludi un futuro da regista?

«La regia mi piace, mi interessa, ma magari un po’ più avanti, perché sono consapevole che non ci si può basare solo sull’intuito e sul talento, ma ci vogliono anche delle nozioni ben precise e una preparazione non indifferente. In quel caso dovrei quindi mettermi a studiare un po’ e capire come si fa quel mestiere».

Dopo Cobra non è, quali saranno i prossimi progetti che ti vedranno coinvolto?

«Prima di questo blocco totale, stavo girando qui a Napoli I bastardi di Pizzofalcone, con Alessandro Gassmann, e c’è un film che ho già girato, la prima regia dello svedese Ronnie Sandahl, che è lo sceneggiatore di Borg McEnroe. Ha firmato una trilogia di film sportivi, il secondo è quello che abbiamo fatto insieme e il terzo sarà negli Stati Uniti, sulla ginnastica artistica. Si chiama Tigers ed è una storia vera, girata fra Torino e Milano. Parla di uno sportivo svedese e racconta il mondo del calcio in modo diverso rispetto a quello a cui siamo abituati, lontano dai luoghi comuni sulle macchine, i soldi e le donne. Parla delle difficoltà che un ragazzino può avere cambiando nazione, lasciando la propria famiglia e dovendosi integrare in una squadra e in un clima di competizione quotidiana. Io sono il capitano di una squadra italiana che acquista il ragazzo».

Hai cominciato a lavorare nel mondo dello spettacolo da giovanissimo. Guardandoti indietro, c’è un consiglio che ti senti di dare a chi vuole seguire la stessa strada e uno che invece vorresti dare all’intera industria dell’intrattenimento, per aiutare nuovi talenti a emergere?

«Prima di tutto, consiglio a chiunque voglia fare questo mestiere di pensarci bene, perché ci sono degli alti e bassi molto duri, che sono però ripagati da soddisfazioni immense. Il fatto di iniziare da piccolo mi ha dato il vantaggio di fare tante esperienze, ma anche la possibilità di vivere questo mestiere come un gioco, con molta spensieratezza. Atteggiamento che è meglio mantenere anche in età adulta, nonostante la consapevolezza dell’importanza del proprio lavoro. Vivere questo mestiere in modo sereno è importante, come è importante mettere la passione in tutto quello che si fa, altrimenti non si dura più di due o tre mesi.

Per quanto riguarda l’industria italiana, il mio consiglio è quello di cercare di essere un po’ più coraggiosi. Cobra non è e Lo chiamavano Jeeg Robot sono film coraggiosi, e spero che possano essere l’inizio di una visione diversa, di un’apertura mentale che possa significare qualcosa per tutti. I tempi cambiano ed è giusto che si sperimenti il più possibile».

Marco Paiano

Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per N3rdcore. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.