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Domina: Kasia Smutniak presenta la nuova serie Sky Original

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Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di presentazione di Domina, nuova serie Sky Original con protagonista Kasia Smutniak, i cui otto episodi saranno tutti disponibili a partire da venerdì 14 maggio su Sky e Now. La serie andrà inoltre in onda in prima serata su Sky Atlantic, con due episodi a settimana.

Prodotta da Sky Studios, Fifty Fathoms e Tiger Aspect Productions, con Cattleya nel ruolo di executive production service, Domina racconta per la prima volta dal punto di vista delle donne le lotte per il potere durante il principato di Gaio Ottaviano, il celebre Cesare Augusto, primo imperatore romano. Una grande coproduzione internazionale girata presso i Cinecittà Studios di Roma, sulla vertiginosa ascesa della terza moglie di Gaio Livia Drusilla, interpretata da Kasia Smutniak: la sua incredibile storia ridefinì completamente le aspirazioni che a quel tempo una donna poteva perseguire, finendo per segnare per sempre le sorti dell’Impero Romano.

A interpretarla nei primi due episodi, da giovanissima, Nadia Parkes. Accanto a Kasia Smutniak un grande cast internazionale: Matthew McNulty nei panni del futuro imperatore Gaio Ottaviano (nei primi due episodi interpretato da Tom Glynn-Carney); Claire Forlani interpreta Ottavia, sorella di Gaio; Christine Bottomley  sarà Scribonia, prima moglie di Gaio nonché acerrima nemica di Livia; Colette Dalal Tchantcho nei panni di Antigone, prima fidata ancella di Livia e poi donna libera e sua confidente; Ben Batt interpreta Agrippa, amico d’infanzia di Gaio Ottaviano, suo generale e poi console.

Insieme a loro, una star internazionale come Liam Cunningham (Il Trono di Spade) nel ruolo di Livio, padre di Livia Drusilla, e un’icona della cinematografia mondiale come Isabella Rossellini, che nella serie interpreterà Balbina, maitresse di un lupanare.

Oltre a Kasia Smutniak, alla conferenza erano presenti la regista Claire McCarthy, il Senior director Original Production Sky Italia Nils Hartmann, il creatore e sceneggiatore Simon Burke e le protagoniste Claire Forlani e Colette Dalal Tchantcho.

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Nils Hartmann ha raccontato la genesi di Domina:

L’idea di fare una serie ambientata nell’antica Roma girava a Sky da un po’ di tempo. Dopo Il gladiatore e Roma, ci sembrava che potesse essere un’opportunità raccontare quel periodo. Serviva un’idea, per cui siamo andati in giro e abbiamo parlato con case di produzione diverse, lanciando degli ami per capire se c’era qualcosa là fuori. L’idea ce l’ha avuta Simon Burke, che è arrivato con una proposta molto forte, incentrata sul potere della famiglia nell’antica Roma, raccontata dal punto di vista femminile. Un’idea talmente forte e semplice che l’abbiamo subito sposata. Ci siamo appassionati e abbiamo cominciato subito a lavorare sullo sviluppo di quest’idea. Il momento in cui mi sono reso conto che avevamo qualcosa di notevole fra le mani è stata una riunione a Cinecittà, con Claire McCarthy, Simon Burke e produttori, costumisti e scenografi.

Per la prima volta, ho visto i modelli e abbiamo cominciato a vedere i costumi e mi sono reso conto che questa integrazione fra l’eccellenza italiana e un inglese trapiantato in Italia e appassionato di storia romana come Simon sarebbe stata la forza di Domina. Cito una frase di Isabella Rossellini, che in Domina interpreta la matrona Balbina: “Io qui ci manderei le scuole”, riferendosi al set. La ricostruzione artistica e storica che è stata fatta è fondamentale, come lo è il racconto di una serie che ti cattura dal primo episodio. Nella stessa riunione, Claire e il direttore della fotografia Denson Baker ci hanno regalato una visione di luce che sposava la scenografia e i costumi, così è venuto fuori un progetto unico, che è giusto che sia nato in Italia e che abbia avuto questa integrazione internazionale.

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Kasia Smutniak ha poi parlato del suo approccio a Livia Drusilla:

L’aspetto che mi ha affascinata di più è che era un progetto costruito intorno a una figura storica di una donna fondamentale per la sua epoca, ma poco raccontata e conosciuta. Poter raccontare in questo momento la sua storia mi è sembrato importante, perché abbiamo bisogno di storie di questo tipo. Abbiamo bisogno di racconti su donne forti ma anche fragili, con i loro percorsi, soprattutto di donne che hanno avuto un grande impatto. Domina mira a raccontare questa epoca dal punto di vista femminile, cosa assolutamente inedita, ed è un progetto che cerca di raccontare la verità dei fatti.

Ho partecipato a tanti biopic, ma spesso si romanza, per rendere la storia più fluida e accattivante. In questo caso invece Simon ha avuto la difficoltà di tagliare fuori alcuni fatti, perché non avevamo il tempo di raccontarli tutti. Ciò che raccontiamo è vero, con la sola eccezione di alcuni personaggi che non sono esistiti. In più è stato fondamentale girarlo a Roma, città dove vivo da parecchi anni. Chi è venuto ha respirato quell’atmosfera, quella luce e quell’energia, che ci sono ancora.

Claire McCarthy ha fatto un accenno alla sua metodologia di lavoro su Domina:

Credo che ci sia una linea sottile fra la ricostruzione storica e la rappresentazione drammatica. Abbiamo lavorato molto bene per trovare i materiali e le prove storiche e nel porci interrogativi, in modo da rendere tutto questo rilevante per il pubblico di oggi.

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Simon Burke ha parlato del suo interesse per il personaggio di Livia Drusilla:

È stata la prima persona in cui mi sono imbattuto quando abbiamo cominciato a cercare una donna che avesse potere in quell’epoca. Pensavo che le donne non avessero potere nell’antica Roma, sapevo che non avevano la possibilità di votare o entrare nel Senato. Quando ho scoperto la storia di Livia Drusilla, ho capito che riusciva a esercitare il potere attraverso suo marito e suo figlio e ho scoperto anche che era la più bella ragazza di Roma, proveniente da una famiglia di noti repubblicani e diventata poi la moglie di un tiranno.

Mi sono quindi interessato al suo percorso e al personaggio che ci stava dietro. Gradualmente, abbiamo poi cominciato a sviluppare le due teorie del complotto al centro di Domina: la prima è che Livia sia il genio politico alla base dell’ascesa di Augusto, la seconda che non l’ha fatto per se stessa, ma per ripristinare la repubblica.

Claire Forlani si è poi espressa sul suo personaggio in Domina, Ottavia:

Ottavia è una donna ricca di grazia, molto moderata. Studiando il suo personaggio, ci si rende conto che non proviene da una famiglia nota e che lei e suo fratello sono usciti dal nulla, arrivando però al vertice. Ottavia era determinata ad arrivare in cima e a restarci. Abbiamo quindi compreso la sua forza e il prezzo che doveva pagare per rimanere al vertice. C’erano tante caratteristiche diverse da tratteggiare e come attrice mi è piaciuto molto.

Colette Dalal Tchantcho ha fatto una riflessione sul rapporto fra la sua Antigone e Livia:

Quando ho letto la sceneggiatura, ho capito che Antigone si prende cura della casa e di tutte le questioni pratiche, mentre Livia si occupa della politica e del rapporto con gli uomini. Insieme coprivano ogni aspetto, la percezione era che avessero gli occhi praticamente ovunque. Ci sono diverse scene in cui discutono su quello che hanno scoperto, e tante volte ci sono informazioni o dettagli che passano dall’una all’altra. Ci sono situazioni in cui si salvano reciprocamente, ed è per questo che sono un vero dream team.

Kasia Smutniak ha poi parlato dell’importanza della protagonista di Domina, Livia:

Domina è arrivato al momento giusto per me. Credo che ogni donna quando cresce si guarda indietro, rendendosi conto del percorso che ha intrapreso e della fatica che ha fatto per arrivare dov’è. Quando parlo di fatica, intendo la difficoltà di rimanere se stessa e mantenere le proprie libertà. Serve un po’ di maturità per raccontare questo personaggio, questa storia e queste donne, perché non è la storia di Livia, ma il racconto delle donne di quell’epoca. Domina è importante oggi, perché quando parliamo dei diritti delle donne, come il voto, dobbiamo ricordarci che in tante parti del mondo sono ancora negati. Duemila anni fa, certi passaggi sono stati fatti da donne come Livia Drusilla, che poi sono state cancellate.

Lei è stata forse la prima vera femminista, ha creato leggi per le donne, come quella che sanciva la possibilità per loro di ereditare proprietà, cosa che prima era negata. Le donne erano usate come oggetti di riproduzione, quando divorziavano perdevano tutto, compresi i figli. Le nostre protagoniste sono sempre incinte. Penso che quando le donne guarderanno Domina, riconosceranno tantissime cose, perché raccontiamo aspetti molto intimi. Simon ha avuto una grandissima sensibilità di scrittura e Claire è riuscita a focalizzarsi su aspetti che forse interessavano anche lei a livello personale, fondamentali per la società di oggi. Sapere che 2000 anni fa abbiamo fatto dei passi avanti, che poi sono stati cancellati per tornare indietro, è un campanello d’allarme per capire che quello che stiamo facendo oggi, se non coltivato, può essere cancellato allo stesso modo.

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Simon Burke ha poi fatto una riflessione sul pubblico potenziale di Domina:

Io credo che il pubblico di Domina possa essere chiunque. Anche se la storia è raccontata da un punto di vista femminile, è un racconto in cui c’è sangue, violenza, sesso, epica, che può riverberare sul presente perché spiega come si è diffusa la democrazia. È stato un processo lento, orchestrato con grande intelligenza. Usciamo dalla presidenza di Trump, c’è da poco stata la Brexit. Queste corrispondenze mi hanno dato i brividi, perché se guardiamo a quello che è successo negli Stati Uniti ci accorgiamo di come i repubblicani stessero cercando di distruggere la democrazia dal suo interno, che è esattamente ciò che Livia e Augusto fanno in questa storia.

Sono molto intelligenti nel farlo, molto astuti, le persone notano a malapena le loro mosse. Prima che loro se ne accorgano, tutto è sparito. Quello che abbiamo oggi è molto prezioso e non possiamo darlo per scontato, dobbiamo proteggerlo.

Questa la riflessione di Kasia Smutniak sul potere per le donne

In Domina, Livia ha bisogno del potere per sopravvivere. Questo mi ha fatto ragionare, perché quando pensiamo alle donne al potere, forse anche in quel caso ha più a che fare con la sopravvivenza. La libertà di scegliere per se stesse è già potere. Oggi non mi viene in mente una donna simile a Livia, perché stiamo parlando di una donna che per disperazione ha dovuto fare un percorso molto violento, rinunciando a tutto, compresi i propri figli. Oggi ci sono delle figure forti, dei punti di riferimento, ma non vedo un personaggio come Livia.

Anche Claire Forlani ha ragionato sulla rappresentazione del potere in Domina:

Ogni donna nel contesto contemporaneo deve lottare con un senso di disagio. Domina è molto simbolico, perché poche donne possono permettersi di esprimersi pienamente. Non c’è una figura particolare, ma un discorso generale che riguarda le donne, che possiamo alimentare.

Questo invece il pensiero in proposito di Simon Burke:

In quei tempi il potere veniva abusato, tanto quanto usato. Quando perdevi il potere venivi ucciso, era una questione di vita o di morte. All’epoca rischiavi non soltanto la tua vita, ma anche quella dei tuoi cari, che venivano massacrati quando c’erano dei cambiamenti. La posta in palio era nettamente più alta. Quando ha un potere assoluto, l’umanità non lo usa mai bene.

Kasia Smutniak ha infine approfondito il messaggio e i temi di Domina:

Quell’epoca ci sembra folle, molto lontana. La cosa più accattivante sembra la sfarzosità. Conosciamo quell’epoca perché è stata raccontata molto al cinema. La figura femminile più conosciuta è Cleopatra, perché è diventata una sorta di icona pop, in quanto protagonista di tanti film. Di Livia si sa poco o nulla, perché è stata cancellata dalla sua epoca. L’intento di Domina è riportare alla luce il mito di Livia. Credo che sia importante, perché gli storici antichi erano tutti uomini, quindi il punto di vista era sempre maschile. In Domina non vediamo molto la sfarzosità, anche perché racconta l’epoca prima del Colosseo e di tante altre cose. È molto violenta, molto crudele. Chi pensa di sapere tutto su quell’epoca, attraverso questa serie può imparare qualcosa di molto più veritiero.

Per poter interpretare Livia, prima ho dovuto capirla. Le decisioni che prende, soprattutto a proposito dei suoi figli, per una madre oggi sono molto difficili da capire. Noi raccontiamo Livia nel suo intimo, nei suoi momenti più difficili, come la rinuncia ai figli. Lei era consapevole di avere un ruolo specifico, che era fare tornare al potere la repubblica. Aveva dei principi, a cui è rimasta coerente per tutta la vita. Le scene dei parti sono state quelle più emotivamente difficili. Domina è anche una storia d’amore, che indubbiamente era conveniente per entrambi, ma era anche alimentata da una grandissima passione. Il matrimonio è durato 51 anni, fino alla morte di Augusto, ed è stata una storia bellissima da raccontare.

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L’ombra di Stalin: intervista alla regista Agnieszka Holland

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L'ombra di Stalin

Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto la possibilità di incontrare Agnieszka Holland, regista de L’ombra di Stalin, disponibile on demand sulle principali piattaforme e in home video a partire dal 19 agosto. Il film racconta la drammatica vicenda dell’Holodomor, carestia che si abbatte sull’Ucraina dal 1932 al 1933 causando milioni di morti, anche a causa delle azioni dell’URSS e di Stalin. Fra i protagonisti, troviamo James Norton, Vanessa Kirby e Peter Sarsgaard. Questa la sinossi ufficiale del film:

1933. Gareth Jones è un giovane e ambizioso giornalista gallese che si è guadagnato la notorietà per essere stato il primo giornalista straniero a intervistare Hitler. Alla ricerca della sua prossima grande storia, si concentra sull’utopia sovietica chiedendosi come Stalin stia finanziando la rapida modernizzazione dell’Unione Sovietica. Decide allora di recarsi a Mosca con l’obiettivo di ottenere un’intervista con lo stesso Stalin. Una volta nella capitale russa, ha modo di incontrare Ada Brooks, una giornalista britannica che gli rivela come la storia del regime sia del tutto diversa da quella che trapela.

Apprendendo della carestia indotta dal governo, Gareth riesce a eludere le autorità e si reca clandestinamente in Ucraina, dove è testimone di una delle più grandi atrocità della storia: milioni di persone vengono lasciate morire di fame per rivendere il grano all’estero e finanziare con i ricavi l’impero sovietico. Ritornato in patria, Gareth pubblica un articolo in cui rivela gli orrori a cui ha assistito ma le sue denunce vengono presto smentite dai colleghi occidentali di stanza a Mosca, costretti dalle pressioni esercitate dal Cremlino.

Mentre aumenta il numero delle minacce di morte che riceve, Gareth si ritrova a dover lottare in nome della libertà quando la sua strada incrocia quella di un giovane autore di nome George Orwell con cui condivide le sue scoperte.

L'ombra di Stalin

A L’ombra di Stalin è legata qualche esperienza personale? Si riconosce in qualcuno dei personaggi?

Il mio scopo era quello di supportare la verità e di parlare di una vicenda scomoda e poco diffusa. Ho un gene della giustizia che mi caratterizza, un bisogno di raccontare la verità. Però, mi ritengo molto meno coraggiosa di quanto sia stato Mr. Jones. Non sono un’eroina, ho solo cercato di raccontare le gesta di altri.

Che cos’ha pensato quando ha letto la sceneggiatura?

Ero molto scettica quando ho ricevuto la sceneggiatura, perché avendo girato già tre film sull’Olocausto ricevo moltissimi pitch da parte di registi e case di produzione che riguardano tragedie umanitarie. Raramente mi attraggono come ha fatto questa storia. Il motivo per cui mi ha particolarmente colpita è che era una storia sconosciuta al pubblico, perché molto spesso si parla dei crimini commessi da Hitler e meno di frequente di quelli perpetrati da Stalin. La non conoscenza di questi fatti ci impedisce di cogliere l’impatto che hanno avuto sul nostro presente e sulla storia in generale.

Ho trovato molto interessante la storia raccontata attraverso questo giornalista, che di base è una persona onesta e semplice. Il suo punto di vista permette di creare un collegamento molto interessante fra la situazione dell’epoca e la percezione della nostra cultura. Per me è stato molto importante anche il fatto che questo soggetto evidenziasse il ruolo del giornalismo, perché allora come oggi è importante capire quanto la comunicazione sia polarizzata dai media e utilizzata per manipolare il pubblico. La corruzione dei media che emerge da questa storia è sicuramente un punto di interesse, rilevante a quei tempi e anche adesso.

Qual è l’impatto che queste opere possono avere sugli spettatori e come possono illuminarci la mente?

Sicuramente ci deve essere il momento giusto ma anche la disponibilità da parte del pubblico a ricevere un film che parla di determinati temi. I film possono aiutare a provare una determinata esperienza e a sentire i pericoli del passato che si ripropongono nel presente. Il passato non è mai solo passato, è anche un percorso che il presente sta seguendo e che eventualmente potrebbe influenzare il futuro.

Mentre stavo preparando L’ombra di Stalin, ho letto un’inchiesta fatta in Russia su quale secondo i russi è stato il leader di maggiore successo della nazione. La risposta è stata Stalin, nonostante gli omicidi, per la maggior parte di russi. È come se a una domanda del genere, i tedeschi indicassero Adolf Hitler come il miglior leader della storia della Germania. In questo momento storico di incertezze e sfide è estremamente facile l’insorgenza di partiti populisti di destra con influenze di estrema sinistra. È molto facile essere attratti, confusi e manipolati dalla politica e da personaggi di questo tipo. Molte persone negli Stati Uniti credono a Trump e credono che la vittoria elettorale di Biden sia stata una frode, e che lui sia un pedofilo e un cannibale. Tutte invenzioni frutto della manipolazione dell’opinione pubblica.

Sarà sempre più difficile disinteressarsi alla politica e forse i film possono aiutare a porsi delle domande e a lanciare segnali di allarme.

L'ombra di Stalin

All’inizio de L’ombra di Stalin, a proposito de La fattoria degli animali George Orwell dice: “Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque. Una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo”. Questo è stato anche il suo approccio al film e ai fatti narrati?

Quello che ho cercato di fare è stato rendere lo storytelling interessante e accattivante, con un ritmo di narrazione che non fosse piatto. Rispetto ad altri film che ho fatto, raccontare questa storia è stato più facile, perché era più semplice identificare il bene e il male, soprattutto con un personaggio principale così puro e onesto. Per quanto Orwell non sia così semplice da leggere, ho trovato fondamentale il suo modo di presentare la storia e l’introduzione del suo personaggio nel film.

Il nonno della scrittrice Andrea Chalupa era un sopravvissuto dell’Holodomor. Si è ritrovato in Germania alla fine della seconda guerra mondiale ed era registrato in Russia come uno dei tanti soldati che non avevano fatto ritorno a casa. Lui e degli amici hanno trovato il libro de La fattoria degli animali, l’hanno letto in inglese e hanno pensato subito che raccontasse la loro storia. L’hanno quindi tradotto in ucraino e la loro traduzione è stata una delle prime traduzioni del libro. C’è una sorta di collegamento mistico fra la storia e il film.

Ci può dire qualcosa sull’evoluzione del protagonista de L’ombra di Stalin e sulle scelte di fotografia?

Il protagonista all’inizio è semplicemente una persona curiosa, un ragazzo brillante che è a caccia della notizia. Ha chiaramente intuito la verità degli eventi e il fatto che i conti non tornavano nella gestione dell’economia di Stalin, ma allo stesso tempo non era sua intenzione diventare il portavoce del popolo ucraino. C’è un’evoluzione data dal peso della responsabilità e dal suo desiderio di raccontare questa storia. Non volevo forzare troppo le palette della fotografia perché non volevo che si distinguessero chiaramente la fame e l’opulenza. Sono state scelte abbastanza naturali. Noi siamo arrivati a girare in Ucraina a marzo, nello stesso periodo in cui il vero Jones ha fatto il suo viaggio, e abbiamo trovato una condizione climatica dura, con -15 gradi e la neve alta, quindi ci siamo ritrovati già sul set del film. Non abbiamo fatto particolari correzioni a livello di colore.

Come avete lavorato per ricostruire ciò che Jones poteva vedere? Quali fonti avete utilizzato?

La maggior parte delle fonti sono testimonianze orali. Ci sono circa 1000 persone sopravvissute, soprattutto persone rifugiate in Polonia. Ci sono pochi documenti scritti, fra cui testimonianze di altri giornalisti. La scena del carretto con il neonato ancora vivo è realmente avvenuta ed è stata riportata proprio dal nonno della sceneggiatrice, di cui parlavamo prima. L’assurdità di tutta questa storia è che non si sa il numero preciso di vittime, gli storici sono incerti fra 3,5 e 9 milioni, il che significa che la maggior parte delle vittime sono senza nome, dimenticate, senza un luogo in cui riposare. Tutti i registri dell’epoca sono stati distrutti da Stalin. Un altro motivo per cui era mio dovere raccontare questa storia.

Come ha lavorato con James Norton? Avete fatto prove?

Sono stata soddisfatta dal cast del film. Quando si gira un film indipendente la necessità è quella di avere un cast importante per riuscire ad avere i finanziamenti. Il processo di casting ha richiesto quasi un anno e mezzo. Ho lavorato con un direttore molto bravo, che ha invaso la sceneggiatura agli attori, fra cui James Norton. I provini si sono svolti anche online, perché non tutti si trovavano nello stesso posto. James mi ha colpito particolarmente, è un ragazzo intelligente e serio. Ha fatto molte ricerche, perché non conosceva questa storia. Vanessa Kirby poi è più forte della vita stessa. Il budget si è aggirato intorno agli 8 milioni di dollari.

Vanessa Kirby

Un cenno di Agnieszka Holland sulla sua carriera:

Non ho mai pianificato di fare la regista a Hollywood. Volevo fare film in Europa, poi mi sono trovata a lavorare negli Stati Uniti soprattutto per via del successo del mio film Europa Europa. Non sono rientrata in Polonia per un po’ ma ho trovato comunque un ambiente florido in cui lavorare. L’indipendenza nel fare un film a Hollywood diminuisce con l’aumentare del budget, ancora di più per una regista donna. Ce l’ho fatta comunque, perché ho perseverato e non ho mai voluto fare film politici, ma semplicemente essere me stessa. Alla fine degli anni ’90 mi sono resa conto che se avessi voluto raccontare un certo tipo di storie l’avrei potuto fare solo in televisione o col cinema europeo, quindi sono rientrata.

Anche alla luce delle critiche agli Stati Uniti che si percepiscono ne L’ombra di Stalin, quali sono i mostri di cui avere paura oggi?

La chiave di lettura rispetto agli USA è che il capitalismo pone problemi di ingiustizia sociale, economica e razziale. Io comprendo le persone che hanno creduto al comunismo, che poi però si è rivelata utopica. Il capitalismo fa da base a queste crisi che esplodono e portano attrazione verso un altro sistema politico. Volevo raccontare una storia semplice, ma quello che ci sta dietro è sempre molto più complesso.

L'ombra di Stalin

Come ha lavorato sulla colonna sonora?

Ho lavorato anche in altri film col compositore Antoni Lazarkiewicz. Lui è attento e intelligente nel comporre una musica che rifletta la storia. In questo caso abbiamo deciso di avere una musica che accompagnasse il ritmo e il movimento del protagonista e della società sovietica. Serve a dare vivacità a L’ombra di Stalin e al suo racconto. In Ucraina non c’è musica, solo la canzone cantata dai bambini, i cui testi sono originali.

Ci può parlare della sua collaborazione con Ed Harris?

Ed Harris è uno dei miei cari amici, nonché fratello astrale, perché siamo nati lo stesso giorno in anni diversi. Abbiamo già lavorato in altri film insieme, l’ho visto qualche settimana fa a Los Angeles e ci siamo ripromessi di girare ancora insieme prima di diventare entrambi anziani. È una delle persone più oneste che abbia mai conosciuto.

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Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Naufragi

Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

Naufragi

Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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Generazione 56K: il cast racconta la nuova serie Netflix

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Generazione 56K

È disponibile dall’1 luglio su Netflix Generazione 56K, nuova serie italiana della piattaforma prodotta da Cattleya e realizzata in collaborazione con The Jackal. La serie racconta i ragazzi degli anni Novanta, che hanno vissuto l’arrivo di internet come una vera e propria rivoluzione, mentre ancora si destreggiavano tra floppy disk, videocassette e walkman, masticando chewingum sullo sfondo delle musiche degli 883 e dell’inconfondibile suono del modem 56K. Oggi sono cresciuti e si sono adattati ad un mondo iper tecnologico, rendendo gli smartphone e le app parte integrante della loro vita: alleati insostituibili sul lavoro, nel tempo libero e negli incontri sentimentali.

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare all’incontro di presentazione con il cast, che ha visto la presenza dell’ideatore, sceneggiatore e regista Francesco Ebbasta, del regista Alessio Maria Federici, di Francesca Longardi di Cattleya, dello sceneggiatore Davide Orsini e degli interpreti Angelo Spagnoletti, Cristina Cappelli, Claudia Tranchese, Gianluca Fru e Fabio Balsamo.

Questa la sinossi ufficiale di Generazione 56K:

Al centro della storia Daniel e Matilda, che si conoscono da giovanissimi e s’innamorano da adulti, e che, insieme agli amici di sempre, Luca e Sandro, sono il simbolo della Generazione del Modem 56K. Daniel e Matilda vivono una relazione che rivoluzionerà il loro mondo e li costringerà a fare i conti con il passato e quella parte più pura e vera di se stessi che, in modi opposti, hanno dimenticato.

Tutti gli episodi della serie intrecciano  costantemente due linee temporali, due punti di vista, due fasi della stessa storia d’amore e di amicizia che parte nel 1998 e continua fino ai giorni nostri.

Francesco Ebbasta, da dove nasce Generazione 56K?

Generazione 56K nasce d’estate, quando durante un matrimonio un amico mi ha raccontato di essere profondamente innamorato di sua moglie e felice del loro rapporto, ma di avere anche il dubbio che, essendo nati entrambi nello stesso paesino, non abbia mai incontrato la sua vera anima gemella. L’idea di poter desiderare qualcos’altro, anche se non lo desiderava, mi ha dato l’idea per questo racconto, che parla proprio della generazione a cavallo di prima e dopo internet, con un piede dentro e uno fuori dalla tecnologia. Internet ha stravolto la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro lavoro, dandoci infinite possibilità fra cui scegliere. In questo momento siamo qui, ma potremmo essere altrove. La cosiddetta FOMO, cioè la fobia di perdersi qualcosa, ci ha tolto la possibilità di scegliere di dedicarci a ciò che veramente ci piace.

Generazione 56K parla proprio di questo. In bilico fra il presente e il passato, che è ambientato a Procida, una piccola isola, i protagonisti cercano di ritrovare qualcosa di semplice e genuino, come il primo bacio che davamo da piccoli, per scoprire in mezzo a tante possibilità quello che ci fa stare bene.

Davide Orsini, come si colloca il doppio punto di vista maschile e femminile in Generazione 56K?

Quando ci siamo incontrati con Francesco abbiamo parlato di questi spunti e della difficoltà di capire cosa vogliamo. Siamo partiti da questo personaggio che aveva mille possibilità intorno ma cercava l’amore. Abbiamo pensato che i desideri si potessero raccontare con una storia d’amore, mettendolo sulla strada di Matilda, che a differenza di Daniel invece crede di aver capito cosa desidera, ma l’incontro con una persona del passato mette in discussione tutto quanto. Le persone che si amano sono protagoniste e antagoniste di una storia, a seconda del punto di vista con cui la guardiamo. Ci piaceva quindi l’idea di ribaltare continuamente la prospettiva, esplorare Matilda e conoscere il suo mondo, per poi vedere come si incrocia con quello di Daniel.

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Alessio Maria Federici, ci parli dei due archi temporali che si incrociano?

Generazione 56K è un tuffo nel passato, fra i sogni dei bambini. Il mondo che raccontiamo, quello dei modem e degli 883, li ho vissuti da adolescente. Abbiamo distinto gli archi temporali anche dal punto di vista tecnico: quando raccontavamo i piccoli, la macchina da presa stava sempre ad altezza di bambino, mentre con gli adulti ci siamo appoggiati sul contesto di Napoli e Procida, che è stato determinante per il racconto.

Angelo Spagnoletti, come si coniugano la malinconia e la modernità di Daniel?

È stato interessante trovare il punto di unione fra questi due tempi. Io l’ho sentito proprio mio, della mia generazione. Affrontare le relazioni e l’amore attraverso una dimensione molto spettacolare e social è il conflitto di Daniel, che riscopre armi come darsi tempo o vivere le cose da un punto di vista più interiore che esteriore. È stato un bel viaggio.

Cristina Cappelli, come hai costruito la tua Matilda?

Matilda è affascinante perché è piena di conflitti, che sono dettati anche da un passato molto pressante che si porta dietro. Lei ha un’evoluzione nell’arco della storia molto evidente. Da ragazzina è una impulsiva, che rischia e non ha paura. La sua esperienza familiare però la segna, e quando diventa grande Matilda pensa di sapere ciò che vuole, dove deve andare e cosa è giusto fare. L’incontro con Daniel stravolge il suo percorso, deve ritornare a essere quella ragazzina coraggiosa e spontanea che era.

Generazione 56K

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Gianluca Fru, Luca è un po’ il mediatore del gruppo. Come ti sei calato nel personaggio?

Nonostante i suoi 30 anni e passa, Luca mantiene la stessa mancanza di filtro che aveva da bambino. È l’unico dei tre che non è del tutto cresciuto, infatti non riesce a nascondere quando qualcosa non gli piace o qualcuno gli sta antipatico. Vive la difficoltà nei rapporti sociali, che lo porta a isolarsi in altri mondi, come l’isola, il suo ristrettissimo gruppo di amici o i videogiochi. È uno che tiene a bada le emozioni e tende a proteggersi tanto dal mondo esterno.

Fabio Balsamo, ci parli del tuo personaggio in Generazione 56K?

Il mio personaggio è l’unico del gruppo che ha trovato una propria stabilità, per questo è quello strano. Io rappresento la controparte rispetto alla linea narrativa centrale, che sovverte chi ha valori prestabiliti. Sono la parentesi più bagnata dai valori del passato.

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Claudia Tranchese, come ti sei calata nel personaggio di Ines, la spalla di Matilda in Generazione 56K?

La prima volta che ho letto la sceneggiatura, mi ha subito colpita il senso di protezione che sviluppa verso la sua amica, che può nascere solo da un sentimento reale e puro come l’amicizia. Il fatto che questo sentimento sia così evidente già da bambine è come se fosse una garanzia. È come se Ines fosse sempre un passo avanti a Matilda, con il primo bacio, con la famiglia e con le responsabilità. Allo stesso tempo però mi è piaciuto pensare che sotto questo aspetto molto sicuro ci sia una sorta di ammirazione per l’istintività di Matilda.

Francesca Longardi, perché avete puntato sulla commedia romantica?

Tutto parte sicuramente dal rapporto coi The Jackal e con Francesco Ebbasta. Quando Francesco ci ha raccontato la sua idea, l’abbiamo trovata irresistibile. Il suo era un punto di vista originalissimo per raccontare i millenial, e tutto è venuto molto naturalmente, con due meravigliosi protagonisti e due diverse linee temporali. Abbiamo trovato originale il fatto di raccontare gli anni ’90 da un punto di vista molto nostalgico, ispirandosi anche a Massimo Troisi e a Il postino. Abbiamo parlato con Netflix, che ha condiviso questo spunto, con l’intento di raccontare sopratutto i trentenni e le cose buone e meno buone della tecnologia.

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Francesco Ebbasta, da dove nasce l’idea di ambientare Generazione 56K a Procida?

La scelta di Procida nasce dal fatto che l’idea originaria inizialmente era quella di raccontare la vita di un paese. Io vengo da un piccolo paesino in periferia, e cercavamo una location che potesse rendere l’idea di una piccola comunità chiusa ma allo stesso tempo vicina a una grande città, in questo caso Napoli. Cercare un paese del genere che sia fedele all’estetica anni ’90 anche dal punto di vista scenografico è stato difficile. Abbiamo pensato a Procida perché è un paese da cui si può vedere Napoli e da cui si può arrivare a Napoli, che per i bambini rappresenta però anche un altro mondo.

Procida è rimasta sostanzialmente intatta rispetto agli anni ’90. Il postino è una sorta di elemento magico che ci ha accompagnato durante le riprese, al punto che il nostro direttore della fotografia Francesco Di Giacomo è il figlio del direttore della fotografia de Il postino Franco Di Giacomo. Era inevitabile cadere in questo modo nostalgico quando ci siamo trovati a costruire la piazza del paese proprio dove era l’ufficio postale di Massimo Troisi. Tutto ci riportava a quelle atmosfere. Ho sempre cercato di conservare un’atmosfera da commedia italiana agrodolce classica, nonostante ci siano personaggi moderni. Per quanto riguarda invece Napoli, abbiamo scelto di non mostrare gli aspetti da cartolina, ma di raccontare quella che è diventata una città moderna, nonostante quello che si dice in giro.

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Francesco Ebbasta, il finale della prima stagione apre a un possibile sviluppo. C’è l’idea di proseguire Generazione 56K?

Credo che nessuna storia sia autoconclusiva, nel senso che quando ci sono la volontà e la squadra per andare avanti si può sempre proseguire. Alla storia di Daniel e Matilda fanno da sfondo quelle di tutti gli altri personaggi, per cui la potenzialità di racconto è infinita.

Claudia Tranchese, per Ines hai attinto da esperienze personali?

Ci sono degli aspetti di Ines molto simili a me, soprattutto nel senso di protezione e difesa verso chi c’è intorno, che porta anche a spostare l’asse, dedicandosi più a chi c’è intorno che a se stessi. I suoi toni invece sono molto diversi da me, il suo registro mi ha fatto conoscere cose di me che non conoscevo, Ho cercato di miscelare qualcosa di reale con qualcosa di immaginario. Penso che sia stato un lavoro molto bello, il legame fra me e Cristina nella realtà ci ha aiutate molto anche sul set.

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Francesco Ebbasta, ci parli della fotografia di Generazione 56K?

Abbiamo scelto una palette pastello per raccontare i protagonisti da bambini, mentre per il presente ci siamo diretti su una palette più pesante, fatta di marroni e bordeaux, perché da adulti siamo tutti un po’ più pesanti e incasinati. I due racconti vanno avanti in contemporanea, come se si parlassero.

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Francesco Ebbasta, ci parli delle scelte per la colonna sonora di Generazione 56K?

La colonna sonora è di Michele Braga, che ringrazio. È stata ricostruita per creare il modo nostalgico che avevamo in mente. infatti la maggior parte dei brani sono degli anni ’50 e danno una sensazione di antico che arricchisce il racconto. Tutti i premontati della serie sono stati fatti utilizzando la colonna sonora de Il postino, per cogliere quel mood essenziale che c’era. Per quanto riguarda Max Pezzali, è uno dei pochi elementi autentici degli anni ’90. Faceva parte del nostro immaginario, pensando agli 883 non puoi pensare agli anni ’90. Unendo questi elementi, abbiamo provato a rielaborare una struttura che ragionasse sul ricordo.

Cristina, come avete lavorato sulla vostra chimica con Angelo?

Devo dire che la nostra chimica è stata istantanea, fin dai provini. Ci siamo trovati molto bene a lavorare insieme e ci siamo divertiti fin fa subito. Si è creato un bel rapporto di fiducia e stima fra di noi, per cui ci affidavamo all’altro, ci davamo consigli e ci sostenevamo.

Generazione 56K

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