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Genitori vs influencer: Michela Andreozzi, Fabio Volo e Giulia de Lellis presentano il film

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Grazie a Sky, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di Genitori vs influencer, nuovo film Original che andrà in onda sui canali della piattaforma a partire da domenica 4 aprile, cioè il giorno di Pasqua. Alla conferenza stampa hanno partecipato: Margherita Amedei (Senior Director Sky Cinema), Isabella Cocuzza e Arturo Paglia (produttori del film con Paco Cinematografica), la regista Michela Andreozzi e gli interpreti Fabio Volo, Ginevra Francesconi, Giulia De Lellis e Nino Frassica, che hanno a lungo dibattuto su questo vero e proprio scontro generazionale sotto forma di commedia.

Questa la sinossi ufficiale di Genitori vs influencer:

Quanto è difficile oggi essere il padre single di una teenager? Paolo (Fabio Volo), professore di filosofia, vedovo, ha cresciuto da solo sua figlia Simone – alla francese – (Ginevra Francesconi), con cui ha un bellissimo rapporto. Ma quando la ragazza entra ufficialmente nella fase dell’adolescenza, l’idillio si rompe: come ogni teenager che si rispetti, infatti, Simone viene “rapita” dallo smartphone, tanto che matura l’idea di voler diventare influencer – come il suo idolo Ele-O-Nora (Giulia De Lellis) – categoria che Paolo detesta. Pur di recuperare il rapporto con sua figlia, Paolo inizia una campagna contro l’abuso dei social, con l’aiuto della stessa Simone che diventa la sua web manager. La fama inaspettata lo trasformerà suo malgrado in un influencer… e gli farà scoprire che i social, anche se vanno maneggiati con cura, possono regalarti una possibilità.

Genitori vs influencer

Michela Andreozzi ha parlato dello spunto da cui è nato Genitori vs influencer:

Questa eterna lotta è un po’ quella fra genitori e figli durante l’adolescenza. Il mio desiderio era di raccontare la storia di un padre, visto che di madri mi ero occupata già moltissimo. Ho sempre avuto la curiosità di raccontare l’adolescenza, quando si rompe il cordone ombelicale fra genitori e figli, anche in questo caso, dove abbiamo un padre e una figlia rimasti soli. La mia gioventù era quella del tempo delle mele, quando questo rapporto si rompeva per le fughe in motorino, per le serate in discoteca o per il tema del sesso. Adesso invece il terreno di scontro e di incontro è quello dei social network. Io non so se i social rapiscono veramente la generazione Z, che secondo me invece ha una forma di equilibrio, sviluppata soprattutto in questi ultimi mesi.

È senz’altro vero che i social sono stati parte integrante della nostra vita in questo periodo. I miei genitori sono nonni e ce li hanno, anche per parlare con i loro nipoti. Il confronto sulla crescita di un figlio adolescente non può non passare attraverso questo mezzo. La cosa divertente è che quando il mio co-sceneggiatore Fabio Bonifacci mi ha proposto questo soggetto ho pensato che fosse un tema di cui parliamo tutti i giorni, senza che però ci fosse nessun film in proposito. È stato un cortocircuito incredibile, perché parliamo continuamente di una cosa su cui non abbiamo mai avuto modo di riflettere con umorismo.

Questo il commento di Margherita Amedei:

Ci siamo innamorati subito di questo progetto, proprio perché trattava il tema dello scontro fra genitori e figli, che ci tenevamo a raccontare nella nostra roadmap di Sky Original. Michela è stata bravissima, perché è riuscita a parlare a un pubblico molto ampio, che credo sia uno dei pregi principali del film. Genitori vs influencer parla alla generazione Z, cioè la generazione a cui appartiene la bravissima Ginevra Francesconi, parla ai millennial ben rappresentati da Giulia De Lellis, ma parla molto anche ai boomer come Fabio Volo e molti di noi. Il film riesce a parlare in maniera trasversale a tutte queste generazioni, che era un nostro obiettivo, insieme a quello di mantenere un’elevata qualità per i nostri original. Genitori vs influencer di qualità ne ha tanta, perché riesce non solo nell’intento di intrattenere ed emozionare, ma anche in quello di fare riflettere il pubblico.

Genitori vs influencer

Fabio Volo si è soffermato sul suo coinvolgimento in Genitori vs influencer:

Questo film è stata una bellissima esperienza, grazie a cui ho potuto coronare il mio sogno di interpretare un professore. È una cosa che avrei tanto voluto fare nella vita e che ho potuto fare per alcuni mesi sul set di Genitori vs influencer. La cosa che ho amato di più del mio personaggio è il fatto che in quanto vedovo cresce questa figlia da sola, facendole leggere Spinoza e Kierkegaard, poi quando arriva il conflitto non riesce a gestirlo. Il film mette in scena due mondi pieni di pregiudizi: quello dei boomer, convinti che tutto ciò che a loro non piace sia stupido, e quello degli adolescenti che invece credono che i genitori e gli adulti non capiscano nulla. È bello che questi due universi si incontrino e prendano il meglio reciprocamente.

Genitori vs influencer

A seguire, Ginevra Francesconi ha parlato della sua generazione, ben rappresentata da lei in Genitori vs influencer:

La mia generazione ha la voglia di crescere ed entrare nell’età adulta. Un desiderio di libertà e di indipendenza che ci accomuna e ci fa sognare tanto. Ma ci accomuna anche la consapevolezza del fatto che l’età che stiamo vivendo è bellissima. Ci sono dei momenti in cui vorrei essere un’eterna Peter Pan. L’adolescenza si muove quindi fra due estremi, il voler diventare subito grandi e il desiderio di rimanere per sempre piccoli. Sono molto affascinata dagli influencer perché è un mondo che sinceramente conosco poco e ne sono incuriosita. Non sono il tipo di persona che giudica senza conoscere, perché il pregiudizio è una cosa che non mi appartiene. C’è veramente un mondo dietro i social, fatto di tante persone stupende.

Giulia De Lellis si è espressa in questi termini sul suo personaggio: «Eleonora è una ragazza molto simile a me, abbiamo aspetti professionali e caratteriali che ci accomunano. Mi sono divertita molto a rappresentare una ragazza che fa il mio stesso mestiere». Questo invece il commento di Nino Frassica: «Sono contento del ruolo che ho interpretato. Io rappresento tutto il gruppetto dei personaggi del condominio, che vedono un po’ tutta l’evoluzione della storia. Quando ho letto la sceneggiatura mi è piaciuta tantissimo. Era fondamentale che la protagonista fosse all’altezza, e Ginevra è stata bravissima».

Michela Andreozzi ha parlato dell’azzeccata scelta di casting di Ginevra Francesconi:

Ginevra l’ho apprezzata come protagonista di The Nest (Il nido) circa sei mesi prima di scrivere Genitori vs influencer. Mi è rimasta così in testa che ho pensato che volevo lei. Era praticamente improvinabile, perché stava girando una serie e non riuscivamo a incontrarci. Ho dovuto aspettarla fino a una ventina di giorni prima di iniziare a girare, in un sabato pomeriggio di corsa alla fine delle sue riprese. Avevo anche tanti meravigliosi piani B, provinare la generazione Z è stato un privilegio perché ci sono tantissimi talenti. Ma io ero innamorata di Ginevra, l’ho aspettata ed eccoci qua.

La stessa regista ha poi parlato delle difficoltà durante le riprese:

È stato un privilegio riuscire a lavorare in questo momento e in queste condizioni. La cosa di cui vado più fiera è che Genitori vs influencer è un film che parla di incontri. Incontri fra generazioni, fra estrazioni culturali e sociali diverse. Parla di convivenze, di mondi diversi che si incontrano e che nonostante gli scontri riescono anche a dialogare. E questo è un po’ il mio principio in generale nella vita. Io sono priva di pregiudizi e sono fiera di esserlo, e mi fa piacere che Genitori vs influencer racconti anche questo, la caduta dei pregiudizi, che tutti hanno nei confronti di tutti, ma che sono sempre dettati dalla mancanza di conoscenza su quello che hai di fronte. Gli attori hanno espresso benissimo questi temi. Fabio e Ginevra erano veramente inseparabili, quando stanno insieme ti sembra di spiare un rapporto loro molto esclusivo.

La difficoltà più grande è stata ovviamente girare a Roma durante la pandemia. È stato molto impegnativo, ci sono dei protocolli faticosissimi. Abbiamo avuto strade che magicamente erano piene ma non si poteva avere più di un certo numero di persone sul set, le scene collettive avevano delle limitazioni. Ci soni condizioni da conoscere e da affrontare in questo momento, ma la gratitudine le supera tutte, quindi l’entusiasmo l’ha avuta vinta su qualunque tipo di difficoltà.

Michela Andreozzi ha parlato anche del suo piccolo ruolo in Genitori vs influencer:

Mi sono ritagliata un piccolo ruolo perché volevo concentrarmi sulla regia. Io recito quando c’è un ruolo, ma non è necessario, mi piace più dirigere, perché è come recitare tutti i ruoli. Mi ha fatto piacere tirare fuori Massimiliano Bruno dal cilindro della regia. Tra attori registi siamo poco considerati come attori, in quanto la regia prende sempre più spazio rispetto al resto. Ma siccome Massimiliano dirige una scuola di recitazione molto importante, dove fa laboratori in continuazione e ha un enorme seguito di ragazzi, era perfetto per fare il preside. Tra l’altro il ragazzo che fa Liverani, Ruben Mulet Porena, è stato provinato fra gli studenti della sua scuola, cosa che crea un piccolo cortocircuito virtuoso.

Genitori vs influencer

Fabio Volo ha poi approfondito il tema degli influencer, che il suo personaggio definisce “imbecilli che non sanno fare nient’altro nella vita”:

Io credo che quello dell’influencer sia un lavoro meraviglioso, che poi lo si faccia sui social cambia poco. Io conduco un programma radiofonico e penso di essere un influencer in qualche modo, nel senso che influenzo delle persone, per esempio suggerendo libri che ho letto, che poi a volte finiscono addirittura in classifica. Credo che l’umanità si sia evoluta proprio perché gli esseri umani si influenzano a vicenda. È il messaggio che viene veicolato che fa la differenza, ci sono per esempio influencer dedicati all’alimentazione sana, che danno consigli su come nutrirsi e fanno del bene, oppure esistono influencer che suggeriscono dei libri di formazione, altri ancora che parlano di yoga. Se io lo uso per veicolare una cosa sbagliata non è colpa del mezzo, e questo avviene anche per i programmi televisivi, col cinema, con la musica e con la letteratura.

Genitori vs influencer

I social sono la nuova televisione? Questo il pensiero di Giulia De Lellis:

Non so se sono cose paragonabili, ma secondo me non c’è così tanta differenza. Una mia storia per esempio può avere tante visualizzazioni quante quelle di un programma in onda in prima serata. Sono sicuramente piattaforme diverse, ma con la stessa potenza a livello di comunicazione.

Sulla stessa lunghezza d’onda Ginevra Francesconi:

Sono d’accordo con Giulia. I social sono un mezzo di comunicazione potentissimo, non sono un gioco. Quindi possono essere tanto potenti quanto la televisione.

Questa l’opinione in merito di Nino Frassica:

La differenza fra i social e la televisione è che sui social non c’è bisogno della patente. È facile entrare sui social, mentre entrare in televisione non è così facile. C’è un po’ di meritocrazia, a favore della televisione.

Infine, l’analisi di Michela Andreozzi:

I social network hanno portato avanti un discorso sull’individualità e sulla personalità. Sono lo specchio di una società che porta avanti l’individualismo e in cui c’è necessità invece di mantenere contatto con l’umanità. L’influencer non lavora solo per sé, ma ha bisogno di prodotti e marchi di cui è promotore. Spesso alcuni lo fanno anche per circolo virtuosi, ma è sicuramente una dimensione individualistica e in questo differisce dalla televisione, che ha invece una costruzione sociale.

Genitori vs influencer

La regista ha parlato del lavoro di ricerca per Genitori vs influencer e di alcune soluzioni visive:

Abbiamo lavorato per più di un anno sulla sceneggiatura, per renderla il più possibile aderente alla realtà e non volare troppo con la fantasia. Abbiamo lavorato su dei veri profili social, tra cui quello di Giulia, che abbiamo conosciuto proprio lì. Se Genitori vs influencer fosse una storia Instagram, sarebbe tutto cliccabile, perché è quasi tutto vero. A parte i nomi dei protagonisti, sono vere le location, sono veri i ristoranti, è vero lo chef, sono veri i marchi che indossano, come la geolocalizzazione di dove si trovano. Ho fatto un grande crossover col mondo social, inserendo il vero programma di Barbara D’Urso e una vera radio.

La soggettiva degli attori in qualche modo comprende anche quello che c’è fuori. Invece le soggettive del telefono sono state fatte in modo da inquadrare solo il rettangolo del display. Viceversa, abbiamo inserito l’hashtag e i tag. I personaggi camminano con una scritta addosso o sono geolocalizzati. Gli hashtag volano sui tetti proprio perché è così che funziona, una notizia vola in cielo di casa in casa. Ci siamo divertiti a incrociare la realtà con il metalinguaggio dei social.

Michela Andreozzi ha parlato anche del rapporto della sua generazione coi social:

È stato abbastanza naturale ritrovarsi a spiegare una certa terminologia social, perché i miei produttori non sono sui social. È stato quindi necessario chiarire con loro durante le riunioni cosa significa per esempio blastare. Mi divertiva prenderli come punto di riferimento di genitori che sono molto presenti nella vita dei figli, ma a cui sfuggono per forza di cose dei termini e delle sfumature, perché non sono tutto il giorno sui social. Abbiamo quindi cercato delle situazioni adatte a spiegare questa terminologia. Per un boomer è molto facile farsi travolgere dall’ubriacatura social, perché essere presente e avere consenso sono cose che rapiscono.

Anche la timeline di Instagram è una trappola: spesso ti ritrovi la sera a scorrerla per vedere cosa fanno le persone e avere delle idee. Magari non segui gli influencer, ma segui i profili dei musei. C’è di tutto. I ragazzi della generazione Z invece corrono meno il rischio di farsi prendere senza neanche accorgersene.

Io penso che i genitori debbano confrontarsi coi social. Ho raccontato questa piccola revenge porn semplicemente per dire che non importa quanto grande sia il pericolo, basta una fotografia usata in modo sbagliato per ferire o segnare un cammino di crescita.

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La regista ha parlato degli hater online, tema affrontato in Genitori vs influencer:

Io all’inizio ci rimanevo male leggendo commenti negativi, poi ho capito che spesso e volentieri arrivano da profili fake creati ad arte. Io vengo da una generazione in cui si litiga faccia a faccia, per cui la prendevo sul personale. In seguito ho compreso che è un mondo che noi proiettiamo, questi commenti ci entrano dentro e ci rovinano le giornate. Poi ho conosciuto Giulia sul set, che mi ha detto che non legge questi commenti. Ho quindi cominciato a fare come lei.

Questa l’opinione in merito di Giulia De Lellis:

Qualche commento negativo lo leggo comunque, perché spesso me li mandano. Però non mi faccio prendere e mi soffermo su altro, come i commenti belli o le persone che mi sostengono. Cerco sempre di nutrirmi di altri sentimenti.

Anche Fabio Volo ha raccontato la sua esperienza in materia:

Io quest’anno festeggio 20 anni di programma radiofonico quotidiano, ho iniziato a essere insultato con i fax! Mi hanno insultato con i fax, poi con Myspace, poi Facebook, Twitter e Instagram. Come Michela, le prime volte ero un po’ stranito, poi ti ci abitui e non gli dai più peso. Io non do peso neanche ai commenti positivi, che sono pericolosi come gli hater. Entrambe le cose ti allontanano dal tuo centro. Ho anche la fortuna di avere un’età in cui ho problemi più grandi da affrontare, per cui queste voci che arrivano da fuori sono meno importanti delle voci che ho dentro da sistemare.

Infine, il pensiero di Nino Frassica:

Ai miei tempi l’unica hater era Heather Parisi. Poi adesso ci sono tutti questi selvaggi che scrivono… Una volta aspettavamo di leggere il giornale, perché un critico, uno che aveva studiato e se ne intendeva, diceva la sua. Adesso chiunque è critico e anche questo fa parte del mondo selvaggio dei social network e di internet.

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Fabio Volo ha parlato della sua pausa dal cinema prima di Genitori vs influencer:

A parte i libri, ho un quotidiano radiofonico che mi impegna molto. Ho anche fatto due figli, che se avessi continuato con la televisione e col cinema non avrei mai visto. Quindi ho deciso di prendermi una pausa dalla tv e dai film. Adesso i bambini sono più grandi e abbiamo fatto anche un lockdown, quindi c’era anche bisogno che il papà se ne andasse un po’ da casa, per cui ho accettato Genitori vs influencer. Ho deciso di tornare a fare più cinema e ci sono tanti progetti in ballo. Ho sempre preso la vita in maniera gioiosa e scherzosa e continuo a vivere così. Credo che per ogni età ci sia una follia che si possa fare. Sono sempre pronto a fare un gesto poetico o una follia.

Michela Andreozzi si è soffermata su alcuni pregiudizi nei confronti delle donne, ben rappresentati in Genitori vs influencer dal personaggio di Paola Minaccioni:

Ci tengo a dire che viviamo in un mondo se Chiara Ferragni allatta la figlia in una storia Instagram le viene scritto “copriti”. Se come donne non possiamo adempiere alle nostre funzioni e dare da mangiare ai nostri figli, viviamo in un mondo in cui una donna single può essere scambiata per gay, invece di dedurre che non le piace nessuno o semplicemente vuole stare da sola. Ho voluto raccontare in questo modo un retaggio di cui purtroppo dobbiamo farci carico.

Giulia De Lellis ha ripreso la parola per fare una riflessione sul successo di molte influencer donne:

Secondo me noi donne abbiamo tanti argomenti che ci legano. Gli uomini hanno lo sport e l’alimentazione, magari noi abbiamo qualche punto in più in comune, che può essere il make up, la cura dei capelli o l’abbigliamento.

Michela Andreozzi ha concluso parlando delle sue scelte sugli interpreti di Genitori vs influencer e sulla situazione del cinema:

Ho pensato a quale cifra ogni interprete avrebbe portato al suo personaggio. Mi sono assunta anche qualche responsabilità: generazioni diverse, formazioni differenti. Ma devo dire che non ci ho pensato troppo, sono andata di istinto, immaginando le facce che avevano.

Ero sul set con Massimiliano come attore, che aveva il suo film rinviato a causa della pandemia. C’era una battuta del preside che dice che il cineforum è meno importante dei social network. Quando eravamo lì, Massimiliano ha avuto uno slancio di improvvisazione e in quel momento ha pensato che avremmo ricordato quella battuta in quel contesto storico, anche se poi il preside lo dice solo in relazione a una situazione specifica. L’ho voluta tenere, perché l’ha detta un regista e perché c’è comunque il rammarico per le persone che lavorano per le sale e per la grande distribuzione, che sono in grande sofferenza.

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Interviste

Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Naufragi

Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

Naufragi

Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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Generazione 56K: il cast racconta la nuova serie Netflix

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Generazione 56K

È disponibile dall’1 luglio su Netflix Generazione 56K, nuova serie italiana della piattaforma prodotta da Cattleya e realizzata in collaborazione con The Jackal. La serie racconta i ragazzi degli anni Novanta, che hanno vissuto l’arrivo di internet come una vera e propria rivoluzione, mentre ancora si destreggiavano tra floppy disk, videocassette e walkman, masticando chewingum sullo sfondo delle musiche degli 883 e dell’inconfondibile suono del modem 56K. Oggi sono cresciuti e si sono adattati ad un mondo iper tecnologico, rendendo gli smartphone e le app parte integrante della loro vita: alleati insostituibili sul lavoro, nel tempo libero e negli incontri sentimentali.

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare all’incontro di presentazione con il cast, che ha visto la presenza dell’ideatore, sceneggiatore e regista Francesco Ebbasta, del regista Alessio Maria Federici, di Francesca Longardi di Cattleya, dello sceneggiatore Davide Orsini e degli interpreti Angelo Spagnoletti, Cristina Cappelli, Claudia Tranchese, Gianluca Fru e Fabio Balsamo.

Questa la sinossi ufficiale di Generazione 56K:

Al centro della storia Daniel e Matilda, che si conoscono da giovanissimi e s’innamorano da adulti, e che, insieme agli amici di sempre, Luca e Sandro, sono il simbolo della Generazione del Modem 56K. Daniel e Matilda vivono una relazione che rivoluzionerà il loro mondo e li costringerà a fare i conti con il passato e quella parte più pura e vera di se stessi che, in modi opposti, hanno dimenticato.

Tutti gli episodi della serie intrecciano  costantemente due linee temporali, due punti di vista, due fasi della stessa storia d’amore e di amicizia che parte nel 1998 e continua fino ai giorni nostri.

Francesco Ebbasta, da dove nasce Generazione 56K?

Generazione 56K nasce d’estate, quando durante un matrimonio un amico mi ha raccontato di essere profondamente innamorato di sua moglie e felice del loro rapporto, ma di avere anche il dubbio che, essendo nati entrambi nello stesso paesino, non abbia mai incontrato la sua vera anima gemella. L’idea di poter desiderare qualcos’altro, anche se non lo desiderava, mi ha dato l’idea per questo racconto, che parla proprio della generazione a cavallo di prima e dopo internet, con un piede dentro e uno fuori dalla tecnologia. Internet ha stravolto la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro lavoro, dandoci infinite possibilità fra cui scegliere. In questo momento siamo qui, ma potremmo essere altrove. La cosiddetta FOMO, cioè la fobia di perdersi qualcosa, ci ha tolto la possibilità di scegliere di dedicarci a ciò che veramente ci piace.

Generazione 56K parla proprio di questo. In bilico fra il presente e il passato, che è ambientato a Procida, una piccola isola, i protagonisti cercano di ritrovare qualcosa di semplice e genuino, come il primo bacio che davamo da piccoli, per scoprire in mezzo a tante possibilità quello che ci fa stare bene.

Davide Orsini, come si colloca il doppio punto di vista maschile e femminile in Generazione 56K?

Quando ci siamo incontrati con Francesco abbiamo parlato di questi spunti e della difficoltà di capire cosa vogliamo. Siamo partiti da questo personaggio che aveva mille possibilità intorno ma cercava l’amore. Abbiamo pensato che i desideri si potessero raccontare con una storia d’amore, mettendolo sulla strada di Matilda, che a differenza di Daniel invece crede di aver capito cosa desidera, ma l’incontro con una persona del passato mette in discussione tutto quanto. Le persone che si amano sono protagoniste e antagoniste di una storia, a seconda del punto di vista con cui la guardiamo. Ci piaceva quindi l’idea di ribaltare continuamente la prospettiva, esplorare Matilda e conoscere il suo mondo, per poi vedere come si incrocia con quello di Daniel.

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Alessio Maria Federici, ci parli dei due archi temporali che si incrociano?

Generazione 56K è un tuffo nel passato, fra i sogni dei bambini. Il mondo che raccontiamo, quello dei modem e degli 883, li ho vissuti da adolescente. Abbiamo distinto gli archi temporali anche dal punto di vista tecnico: quando raccontavamo i piccoli, la macchina da presa stava sempre ad altezza di bambino, mentre con gli adulti ci siamo appoggiati sul contesto di Napoli e Procida, che è stato determinante per il racconto.

Angelo Spagnoletti, come si coniugano la malinconia e la modernità di Daniel?

È stato interessante trovare il punto di unione fra questi due tempi. Io l’ho sentito proprio mio, della mia generazione. Affrontare le relazioni e l’amore attraverso una dimensione molto spettacolare e social è il conflitto di Daniel, che riscopre armi come darsi tempo o vivere le cose da un punto di vista più interiore che esteriore. È stato un bel viaggio.

Cristina Cappelli, come hai costruito la tua Matilda?

Matilda è affascinante perché è piena di conflitti, che sono dettati anche da un passato molto pressante che si porta dietro. Lei ha un’evoluzione nell’arco della storia molto evidente. Da ragazzina è una impulsiva, che rischia e non ha paura. La sua esperienza familiare però la segna, e quando diventa grande Matilda pensa di sapere ciò che vuole, dove deve andare e cosa è giusto fare. L’incontro con Daniel stravolge il suo percorso, deve ritornare a essere quella ragazzina coraggiosa e spontanea che era.

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Gianluca Fru, Luca è un po’ il mediatore del gruppo. Come ti sei calato nel personaggio?

Nonostante i suoi 30 anni e passa, Luca mantiene la stessa mancanza di filtro che aveva da bambino. È l’unico dei tre che non è del tutto cresciuto, infatti non riesce a nascondere quando qualcosa non gli piace o qualcuno gli sta antipatico. Vive la difficoltà nei rapporti sociali, che lo porta a isolarsi in altri mondi, come l’isola, il suo ristrettissimo gruppo di amici o i videogiochi. È uno che tiene a bada le emozioni e tende a proteggersi tanto dal mondo esterno.

Fabio Balsamo, ci parli del tuo personaggio in Generazione 56K?

Il mio personaggio è l’unico del gruppo che ha trovato una propria stabilità, per questo è quello strano. Io rappresento la controparte rispetto alla linea narrativa centrale, che sovverte chi ha valori prestabiliti. Sono la parentesi più bagnata dai valori del passato.

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Claudia Tranchese, come ti sei calata nel personaggio di Ines, la spalla di Matilda in Generazione 56K?

La prima volta che ho letto la sceneggiatura, mi ha subito colpita il senso di protezione che sviluppa verso la sua amica, che può nascere solo da un sentimento reale e puro come l’amicizia. Il fatto che questo sentimento sia così evidente già da bambine è come se fosse una garanzia. È come se Ines fosse sempre un passo avanti a Matilda, con il primo bacio, con la famiglia e con le responsabilità. Allo stesso tempo però mi è piaciuto pensare che sotto questo aspetto molto sicuro ci sia una sorta di ammirazione per l’istintività di Matilda.

Francesca Longardi, perché avete puntato sulla commedia romantica?

Tutto parte sicuramente dal rapporto coi The Jackal e con Francesco Ebbasta. Quando Francesco ci ha raccontato la sua idea, l’abbiamo trovata irresistibile. Il suo era un punto di vista originalissimo per raccontare i millenial, e tutto è venuto molto naturalmente, con due meravigliosi protagonisti e due diverse linee temporali. Abbiamo trovato originale il fatto di raccontare gli anni ’90 da un punto di vista molto nostalgico, ispirandosi anche a Massimo Troisi e a Il postino. Abbiamo parlato con Netflix, che ha condiviso questo spunto, con l’intento di raccontare sopratutto i trentenni e le cose buone e meno buone della tecnologia.

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Francesco Ebbasta, da dove nasce l’idea di ambientare Generazione 56K a Procida?

La scelta di Procida nasce dal fatto che l’idea originaria inizialmente era quella di raccontare la vita di un paese. Io vengo da un piccolo paesino in periferia, e cercavamo una location che potesse rendere l’idea di una piccola comunità chiusa ma allo stesso tempo vicina a una grande città, in questo caso Napoli. Cercare un paese del genere che sia fedele all’estetica anni ’90 anche dal punto di vista scenografico è stato difficile. Abbiamo pensato a Procida perché è un paese da cui si può vedere Napoli e da cui si può arrivare a Napoli, che per i bambini rappresenta però anche un altro mondo.

Procida è rimasta sostanzialmente intatta rispetto agli anni ’90. Il postino è una sorta di elemento magico che ci ha accompagnato durante le riprese, al punto che il nostro direttore della fotografia Francesco Di Giacomo è il figlio del direttore della fotografia de Il postino Franco Di Giacomo. Era inevitabile cadere in questo modo nostalgico quando ci siamo trovati a costruire la piazza del paese proprio dove era l’ufficio postale di Massimo Troisi. Tutto ci riportava a quelle atmosfere. Ho sempre cercato di conservare un’atmosfera da commedia italiana agrodolce classica, nonostante ci siano personaggi moderni. Per quanto riguarda invece Napoli, abbiamo scelto di non mostrare gli aspetti da cartolina, ma di raccontare quella che è diventata una città moderna, nonostante quello che si dice in giro.

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Francesco Ebbasta, il finale della prima stagione apre a un possibile sviluppo. C’è l’idea di proseguire Generazione 56K?

Credo che nessuna storia sia autoconclusiva, nel senso che quando ci sono la volontà e la squadra per andare avanti si può sempre proseguire. Alla storia di Daniel e Matilda fanno da sfondo quelle di tutti gli altri personaggi, per cui la potenzialità di racconto è infinita.

Claudia Tranchese, per Ines hai attinto da esperienze personali?

Ci sono degli aspetti di Ines molto simili a me, soprattutto nel senso di protezione e difesa verso chi c’è intorno, che porta anche a spostare l’asse, dedicandosi più a chi c’è intorno che a se stessi. I suoi toni invece sono molto diversi da me, il suo registro mi ha fatto conoscere cose di me che non conoscevo, Ho cercato di miscelare qualcosa di reale con qualcosa di immaginario. Penso che sia stato un lavoro molto bello, il legame fra me e Cristina nella realtà ci ha aiutate molto anche sul set.

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Francesco Ebbasta, ci parli della fotografia di Generazione 56K?

Abbiamo scelto una palette pastello per raccontare i protagonisti da bambini, mentre per il presente ci siamo diretti su una palette più pesante, fatta di marroni e bordeaux, perché da adulti siamo tutti un po’ più pesanti e incasinati. I due racconti vanno avanti in contemporanea, come se si parlassero.

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Francesco Ebbasta, ci parli delle scelte per la colonna sonora di Generazione 56K?

La colonna sonora è di Michele Braga, che ringrazio. È stata ricostruita per creare il modo nostalgico che avevamo in mente. infatti la maggior parte dei brani sono degli anni ’50 e danno una sensazione di antico che arricchisce il racconto. Tutti i premontati della serie sono stati fatti utilizzando la colonna sonora de Il postino, per cogliere quel mood essenziale che c’era. Per quanto riguarda Max Pezzali, è uno dei pochi elementi autentici degli anni ’90. Faceva parte del nostro immaginario, pensando agli 883 non puoi pensare agli anni ’90. Unendo questi elementi, abbiamo provato a rielaborare una struttura che ragionasse sul ricordo.

Cristina, come avete lavorato sulla vostra chimica con Angelo?

Devo dire che la nostra chimica è stata istantanea, fin dai provini. Ci siamo trovati molto bene a lavorare insieme e ci siamo divertiti fin fa subito. Si è creato un bel rapporto di fiducia e stima fra di noi, per cui ci affidavamo all’altro, ci davamo consigli e ci sostenevamo.

Generazione 56K

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Interviste

The Unhealer: intervista a Martin Guigui, Massimo Zeri e Shawn Harris

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The Unhealer - Il Potere Del Male

Grazie a BlueSwan, abbiamo avuto la possibilità di intervistare alcuni elementi del cast tecnico di The Unhealer – Il Potere Del Male, thriller/horror statunitense che sarà distribuito in home video e nei digital store a partire dal 14 luglio. Il racconto ha per protagonista un ragazzo vittima di bullismo (Elijah Nelson), che vive solo con la madre in condizioni precarie, apparentemente senza via d’uscita da una vita di stenti. A seguito dell’ennesimo pestaggio, Kelly sembra non riuscire a recuperare. Con le migliori intenzioni, la madre decide di farlo curare da uno sciamano che, inavvertitamente, trasmette il suo potere al ragazzo. Da questo momento chiunque lo tocchi proverà egli stesso il dolore che sta infliggendo, così come qualsiasi altra sensazione il ragazzo decida di procurarsi e trasmettere a suo piacimento. Ha così inizio la vendetta del protagonista contro chi l’ha tormentato.

Abbiamo incontrato il regista di The Unhealer – Il Potere Del Male Martin Guigui, il produttore e sceneggiatore Shawn Harris e il direttore della fotografia Massimo Zeri.

Shawn Harris ci parla della genesi di The Unhealer – Il Potere Del Male:

L’idea di The Unhealer arriva da due differenti articoli, il primo su un caso di picacismo, l’altro su una ragazza che non poteva provare dolore. La commistione delle due cose mi ha portato a pensare a cosa potrebbe succedere a un giovane affetto da entrambe le problematiche.

Harris e Guigui ci raccontano il loro approccio a uno dei temi di The Unhealer, cioè le tradizioni dei nativi americani:

Shawn Harris:

Quando abbiamo iniziato ad approcciare il tema, abbiamo coinvolto Adam Beach, che è un attore che conosciamo molto bene e con cui abbiamo sempre voluto lavorare. Lui ci ha dato una serie di indicazioni e ci ha aiutato nel processo.

Martin Guigui:

Lo stato dell’Arizona è intrinsecamente legato alla storia dei nativi americani, per cui per me era importante garantire il realismo, anche utilizzando location del calibro di Apache Junction, in grado di dare un’immagine coerente della cultura dei nativi americani.

Qualche parola sul personaggio di Lance Henriksen:

Massimo Zeri:

Quando ho letto la sceneggiatura non conoscevamo ancora il cast. Quando abbiamo saputo dell’ingaggio di Lance Henriksen siamo stati tutti contenti, perché è un attore di straordinario talento e soprattutto di grande umanità, capace di adattarsi a qualsiasi ruolo. Non era un ruolo facile, perché c’era una combinazione di umorismo e serietà. Lui l’ha portato avanti con grande serietà. Abbiamo parlato moltissimo di alcune inquadrature, perché è una persona che si interessa anche all’aspetto tecnico. L’ho anche accompagnato all’aeroporto, così ne ho approfittato per prendere un caffè insieme a lui.

Martin Guigui:

Quando vengono coinvolti degli interpreti che si relazionano con la sceneggiatura e capiscono immediatamente il personaggio che devono interpretare gli viene data totale libertà, invitandoli anche a portare la loro esperienza all’interno della performance. C’è un parallelo fra l’idea della guarigione e la risata, che è anche un po’ la chiave di lettura del personaggio, nonostante The Unhealer vada poi in un’altra direzione.

Shawn Harris:

Non è stato cambiato nulla della sceneggiatura, ma quando è arrivato Lance ha dato molti suggerimenti, anche durante la colazione prima di andare sul set. La scena del confronto con Branscombe Richmond è stata in parte improvvisata, e sono stato felice di vedere un attore fare un lavoro migliore di quello che io ho fatto sulla sceneggiatura.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Gli effetti speciali sono fra i maggiori pregi di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Massimo Zeri:

Quando si cerca di realizzare gli effetti visuali dal vivo, senza l’intervento della CGI, l’effetto è più immediato e dà più carattere alla storia. Oggi la CGI fa miracoli, ma fare le cose in maniera più diretta rimane sempre più cinematografica, anche perché con gli effetti digitali è necessario fare poi combaciare diverse cose durante la correzione del colore, come per esempio le scene con green screen. La scena dell’esplosione, che si vede nel trailer, l’abbiamo fatta dal vivo, poi ovviamente abbiamo aggiunto alcune scene in CGI.

Shawn Harris:

Volevamo dare a The Unhealer un feeling anni ’80, per cui ci siamo concentrati più su effetti pratici, ricorrendo il meno possibile alla CGI.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Un doveroso accenno al bullismo, tematica portante di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Shawn Harris:

Fra i nostri riferimenti, ci sono sicuramente Carrie, Christine e Stephen King in generale, soprattutto in relazione a un potere che finisce per non essere controllato. Io e il co-sceneggiatore Kevin E. Moore siamo stati molto attratti dal fatto che questo fosse un potere atipico e richiedesse una certa intelligenza per essere utilizzato, soprattutto nel terzo atto, dove bisognava fare leva sulle debolezze delle altre persone.

Martin Guigui:

Il tema del bullismo è quello che mi ha maggiormente avvicinato a The Unhealer, perché è una cosa che ho sempre disprezzato fin da piccolo. Ho pensato che l’idea di avere un potere al contrario fosse assolutamente interessante e brillante, perché in quel modo si potevano sviluppare le caratteristiche più horror e violente del film. Volevamo dare al film una collocazione fuori dal tempo, e questo è stato reso possibile dal realismo. Questo tratto dal film fa in modo che non sia facilmente identificabile: c’è l’horror, il soprannaturale, ma anche una componente d’amore.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Massimo Zeri ci racconta il suo lavoro sulla fotografia di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Conosco Martin Guigui dal 1997, ho avuto la fortuna di fare il suo primo film, che era ambientato in Vermont, dove lui risiedeva. La nostra conoscenza è stata una coincidenza fortuita, dal momento che il suo direttore della fotografia doveva essere Franco Di Giacomo, che aveva fatto Il postino. Quando ho visto Franco Di Giacomo sull’Hollywood Reporter, essendo stato uno dei miei insegnanti alla scuola di cinema a Roma l’ho chiamato e ha risposto Martin, e da lì siamo entrati in contatto e ho finito per fare io il film. Quando mi ha proposto The Unhealer, gli ho detto che ho fatto pochi film di questo genere, invece mi sono divertito moltissimo.

Come dice il maestro Vittorio Storaro, l’emozione viene dai colori. Il colore blu dà una sensazione, il rosso ne dà un’altra. In certe scene ho usato un filtro che si chiama straw, un colore leggermente giallino che a volte fa spaventare le attrici, ma che ha dato un feeling di dolcezza e repulsione. Con l’avvento del digitale, si tende a non mettere più filtri sulle cineprese e a correggere tutto durante la color correction. Sono cresciuto con la pellicola, ma il digitale ha cambiato tutto all’improvviso. La sua sofisticazione ci ha portato a insistere molto sul timing, soprattutto quando ci sono effetti speciali. Ho fatto 6-7 sessioni di color correction, prima senza gli effetti speciali, che erano in laboratorio nell’Europa dell’Est, poi sulla copia finale, che ho revisionato di nuovo col tecnico.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Come accennavamo poc’anzi, sono molti i punti di contatto fra The Unhealer e Stephen King. Ecco cosa ne pensa Martin Guigui:

Ho incontrato Stephen King quando stava lavorando a Misery non deve morire di Rob Reiner, ho avuto la possibilità di assistere al lavoro del regista. Qualora ci fosse la possibilità, mi piacerebbe moltissimo curare l’adattamento di un suo romanzo.

Un plauso del regista per i giovani protagonisti di The Unhealer:

Sono stati fatti provini a molti attori e attrici che avevano esperienze importanti, ma quando ho conosciuto Elijah Nelson e Kayla Carlson si sono subito distinti. L’alchimia fra i due è stata fondamentale, non abbiamo fatto molte prove e sono stati fatti poco ciak, anche perché sul set a volte c’erano circa 48 gradi di temperatura, che hanno contribuito all’atmosfera. Sono stato entusiasta della loro performance.

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