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Interviste

Genitori vs influencer: Michela Andreozzi, Fabio Volo e Giulia de Lellis presentano il film

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Grazie a Sky, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di Genitori vs influencer, nuovo film Original che andrà in onda sui canali della piattaforma a partire da domenica 4 aprile, cioè il giorno di Pasqua. Alla conferenza stampa hanno partecipato: Margherita Amedei (Senior Director Sky Cinema), Isabella Cocuzza e Arturo Paglia (produttori del film con Paco Cinematografica), la regista Michela Andreozzi e gli interpreti Fabio Volo, Ginevra Francesconi, Giulia De Lellis e Nino Frassica, che hanno a lungo dibattuto su questo vero e proprio scontro generazionale sotto forma di commedia.

Questa la sinossi ufficiale di Genitori vs influencer:

Quanto è difficile oggi essere il padre single di una teenager? Paolo (Fabio Volo), professore di filosofia, vedovo, ha cresciuto da solo sua figlia Simone – alla francese – (Ginevra Francesconi), con cui ha un bellissimo rapporto. Ma quando la ragazza entra ufficialmente nella fase dell’adolescenza, l’idillio si rompe: come ogni teenager che si rispetti, infatti, Simone viene “rapita” dallo smartphone, tanto che matura l’idea di voler diventare influencer – come il suo idolo Ele-O-Nora (Giulia De Lellis) – categoria che Paolo detesta. Pur di recuperare il rapporto con sua figlia, Paolo inizia una campagna contro l’abuso dei social, con l’aiuto della stessa Simone che diventa la sua web manager. La fama inaspettata lo trasformerà suo malgrado in un influencer… e gli farà scoprire che i social, anche se vanno maneggiati con cura, possono regalarti una possibilità.

Genitori vs influencer

Michela Andreozzi ha parlato dello spunto da cui è nato Genitori vs influencer:

Questa eterna lotta è un po’ quella fra genitori e figli durante l’adolescenza. Il mio desiderio era di raccontare la storia di un padre, visto che di madri mi ero occupata già moltissimo. Ho sempre avuto la curiosità di raccontare l’adolescenza, quando si rompe il cordone ombelicale fra genitori e figli, anche in questo caso, dove abbiamo un padre e una figlia rimasti soli. La mia gioventù era quella del tempo delle mele, quando questo rapporto si rompeva per le fughe in motorino, per le serate in discoteca o per il tema del sesso. Adesso invece il terreno di scontro e di incontro è quello dei social network. Io non so se i social rapiscono veramente la generazione Z, che secondo me invece ha una forma di equilibrio, sviluppata soprattutto in questi ultimi mesi.

È senz’altro vero che i social sono stati parte integrante della nostra vita in questo periodo. I miei genitori sono nonni e ce li hanno, anche per parlare con i loro nipoti. Il confronto sulla crescita di un figlio adolescente non può non passare attraverso questo mezzo. La cosa divertente è che quando il mio co-sceneggiatore Fabio Bonifacci mi ha proposto questo soggetto ho pensato che fosse un tema di cui parliamo tutti i giorni, senza che però ci fosse nessun film in proposito. È stato un cortocircuito incredibile, perché parliamo continuamente di una cosa su cui non abbiamo mai avuto modo di riflettere con umorismo.

Questo il commento di Margherita Amedei:

Ci siamo innamorati subito di questo progetto, proprio perché trattava il tema dello scontro fra genitori e figli, che ci tenevamo a raccontare nella nostra roadmap di Sky Original. Michela è stata bravissima, perché è riuscita a parlare a un pubblico molto ampio, che credo sia uno dei pregi principali del film. Genitori vs influencer parla alla generazione Z, cioè la generazione a cui appartiene la bravissima Ginevra Francesconi, parla ai millennial ben rappresentati da Giulia De Lellis, ma parla molto anche ai boomer come Fabio Volo e molti di noi. Il film riesce a parlare in maniera trasversale a tutte queste generazioni, che era un nostro obiettivo, insieme a quello di mantenere un’elevata qualità per i nostri original. Genitori vs influencer di qualità ne ha tanta, perché riesce non solo nell’intento di intrattenere ed emozionare, ma anche in quello di fare riflettere il pubblico.

Genitori vs influencer

Fabio Volo si è soffermato sul suo coinvolgimento in Genitori vs influencer:

Questo film è stata una bellissima esperienza, grazie a cui ho potuto coronare il mio sogno di interpretare un professore. È una cosa che avrei tanto voluto fare nella vita e che ho potuto fare per alcuni mesi sul set di Genitori vs influencer. La cosa che ho amato di più del mio personaggio è il fatto che in quanto vedovo cresce questa figlia da sola, facendole leggere Spinoza e Kierkegaard, poi quando arriva il conflitto non riesce a gestirlo. Il film mette in scena due mondi pieni di pregiudizi: quello dei boomer, convinti che tutto ciò che a loro non piace sia stupido, e quello degli adolescenti che invece credono che i genitori e gli adulti non capiscano nulla. È bello che questi due universi si incontrino e prendano il meglio reciprocamente.

Genitori vs influencer

A seguire, Ginevra Francesconi ha parlato della sua generazione, ben rappresentata da lei in Genitori vs influencer:

La mia generazione ha la voglia di crescere ed entrare nell’età adulta. Un desiderio di libertà e di indipendenza che ci accomuna e ci fa sognare tanto. Ma ci accomuna anche la consapevolezza del fatto che l’età che stiamo vivendo è bellissima. Ci sono dei momenti in cui vorrei essere un’eterna Peter Pan. L’adolescenza si muove quindi fra due estremi, il voler diventare subito grandi e il desiderio di rimanere per sempre piccoli. Sono molto affascinata dagli influencer perché è un mondo che sinceramente conosco poco e ne sono incuriosita. Non sono il tipo di persona che giudica senza conoscere, perché il pregiudizio è una cosa che non mi appartiene. C’è veramente un mondo dietro i social, fatto di tante persone stupende.

Giulia De Lellis si è espressa in questi termini sul suo personaggio: «Eleonora è una ragazza molto simile a me, abbiamo aspetti professionali e caratteriali che ci accomunano. Mi sono divertita molto a rappresentare una ragazza che fa il mio stesso mestiere». Questo invece il commento di Nino Frassica: «Sono contento del ruolo che ho interpretato. Io rappresento tutto il gruppetto dei personaggi del condominio, che vedono un po’ tutta l’evoluzione della storia. Quando ho letto la sceneggiatura mi è piaciuta tantissimo. Era fondamentale che la protagonista fosse all’altezza, e Ginevra è stata bravissima».

Michela Andreozzi ha parlato dell’azzeccata scelta di casting di Ginevra Francesconi:

Ginevra l’ho apprezzata come protagonista di The Nest (Il nido) circa sei mesi prima di scrivere Genitori vs influencer. Mi è rimasta così in testa che ho pensato che volevo lei. Era praticamente improvinabile, perché stava girando una serie e non riuscivamo a incontrarci. Ho dovuto aspettarla fino a una ventina di giorni prima di iniziare a girare, in un sabato pomeriggio di corsa alla fine delle sue riprese. Avevo anche tanti meravigliosi piani B, provinare la generazione Z è stato un privilegio perché ci sono tantissimi talenti. Ma io ero innamorata di Ginevra, l’ho aspettata ed eccoci qua.

La stessa regista ha poi parlato delle difficoltà durante le riprese:

È stato un privilegio riuscire a lavorare in questo momento e in queste condizioni. La cosa di cui vado più fiera è che Genitori vs influencer è un film che parla di incontri. Incontri fra generazioni, fra estrazioni culturali e sociali diverse. Parla di convivenze, di mondi diversi che si incontrano e che nonostante gli scontri riescono anche a dialogare. E questo è un po’ il mio principio in generale nella vita. Io sono priva di pregiudizi e sono fiera di esserlo, e mi fa piacere che Genitori vs influencer racconti anche questo, la caduta dei pregiudizi, che tutti hanno nei confronti di tutti, ma che sono sempre dettati dalla mancanza di conoscenza su quello che hai di fronte. Gli attori hanno espresso benissimo questi temi. Fabio e Ginevra erano veramente inseparabili, quando stanno insieme ti sembra di spiare un rapporto loro molto esclusivo.

La difficoltà più grande è stata ovviamente girare a Roma durante la pandemia. È stato molto impegnativo, ci sono dei protocolli faticosissimi. Abbiamo avuto strade che magicamente erano piene ma non si poteva avere più di un certo numero di persone sul set, le scene collettive avevano delle limitazioni. Ci soni condizioni da conoscere e da affrontare in questo momento, ma la gratitudine le supera tutte, quindi l’entusiasmo l’ha avuta vinta su qualunque tipo di difficoltà.

Michela Andreozzi ha parlato anche del suo piccolo ruolo in Genitori vs influencer:

Mi sono ritagliata un piccolo ruolo perché volevo concentrarmi sulla regia. Io recito quando c’è un ruolo, ma non è necessario, mi piace più dirigere, perché è come recitare tutti i ruoli. Mi ha fatto piacere tirare fuori Massimiliano Bruno dal cilindro della regia. Tra attori registi siamo poco considerati come attori, in quanto la regia prende sempre più spazio rispetto al resto. Ma siccome Massimiliano dirige una scuola di recitazione molto importante, dove fa laboratori in continuazione e ha un enorme seguito di ragazzi, era perfetto per fare il preside. Tra l’altro il ragazzo che fa Liverani, Ruben Mulet Porena, è stato provinato fra gli studenti della sua scuola, cosa che crea un piccolo cortocircuito virtuoso.

Genitori vs influencer

Fabio Volo ha poi approfondito il tema degli influencer, che il suo personaggio definisce “imbecilli che non sanno fare nient’altro nella vita”:

Io credo che quello dell’influencer sia un lavoro meraviglioso, che poi lo si faccia sui social cambia poco. Io conduco un programma radiofonico e penso di essere un influencer in qualche modo, nel senso che influenzo delle persone, per esempio suggerendo libri che ho letto, che poi a volte finiscono addirittura in classifica. Credo che l’umanità si sia evoluta proprio perché gli esseri umani si influenzano a vicenda. È il messaggio che viene veicolato che fa la differenza, ci sono per esempio influencer dedicati all’alimentazione sana, che danno consigli su come nutrirsi e fanno del bene, oppure esistono influencer che suggeriscono dei libri di formazione, altri ancora che parlano di yoga. Se io lo uso per veicolare una cosa sbagliata non è colpa del mezzo, e questo avviene anche per i programmi televisivi, col cinema, con la musica e con la letteratura.

Genitori vs influencer

I social sono la nuova televisione? Questo il pensiero di Giulia De Lellis:

Non so se sono cose paragonabili, ma secondo me non c’è così tanta differenza. Una mia storia per esempio può avere tante visualizzazioni quante quelle di un programma in onda in prima serata. Sono sicuramente piattaforme diverse, ma con la stessa potenza a livello di comunicazione.

Sulla stessa lunghezza d’onda Ginevra Francesconi:

Sono d’accordo con Giulia. I social sono un mezzo di comunicazione potentissimo, non sono un gioco. Quindi possono essere tanto potenti quanto la televisione.

Questa l’opinione in merito di Nino Frassica:

La differenza fra i social e la televisione è che sui social non c’è bisogno della patente. È facile entrare sui social, mentre entrare in televisione non è così facile. C’è un po’ di meritocrazia, a favore della televisione.

Infine, l’analisi di Michela Andreozzi:

I social network hanno portato avanti un discorso sull’individualità e sulla personalità. Sono lo specchio di una società che porta avanti l’individualismo e in cui c’è necessità invece di mantenere contatto con l’umanità. L’influencer non lavora solo per sé, ma ha bisogno di prodotti e marchi di cui è promotore. Spesso alcuni lo fanno anche per circolo virtuosi, ma è sicuramente una dimensione individualistica e in questo differisce dalla televisione, che ha invece una costruzione sociale.

Genitori vs influencer

La regista ha parlato del lavoro di ricerca per Genitori vs influencer e di alcune soluzioni visive:

Abbiamo lavorato per più di un anno sulla sceneggiatura, per renderla il più possibile aderente alla realtà e non volare troppo con la fantasia. Abbiamo lavorato su dei veri profili social, tra cui quello di Giulia, che abbiamo conosciuto proprio lì. Se Genitori vs influencer fosse una storia Instagram, sarebbe tutto cliccabile, perché è quasi tutto vero. A parte i nomi dei protagonisti, sono vere le location, sono veri i ristoranti, è vero lo chef, sono veri i marchi che indossano, come la geolocalizzazione di dove si trovano. Ho fatto un grande crossover col mondo social, inserendo il vero programma di Barbara D’Urso e una vera radio.

La soggettiva degli attori in qualche modo comprende anche quello che c’è fuori. Invece le soggettive del telefono sono state fatte in modo da inquadrare solo il rettangolo del display. Viceversa, abbiamo inserito l’hashtag e i tag. I personaggi camminano con una scritta addosso o sono geolocalizzati. Gli hashtag volano sui tetti proprio perché è così che funziona, una notizia vola in cielo di casa in casa. Ci siamo divertiti a incrociare la realtà con il metalinguaggio dei social.

Michela Andreozzi ha parlato anche del rapporto della sua generazione coi social:

È stato abbastanza naturale ritrovarsi a spiegare una certa terminologia social, perché i miei produttori non sono sui social. È stato quindi necessario chiarire con loro durante le riunioni cosa significa per esempio blastare. Mi divertiva prenderli come punto di riferimento di genitori che sono molto presenti nella vita dei figli, ma a cui sfuggono per forza di cose dei termini e delle sfumature, perché non sono tutto il giorno sui social. Abbiamo quindi cercato delle situazioni adatte a spiegare questa terminologia. Per un boomer è molto facile farsi travolgere dall’ubriacatura social, perché essere presente e avere consenso sono cose che rapiscono.

Anche la timeline di Instagram è una trappola: spesso ti ritrovi la sera a scorrerla per vedere cosa fanno le persone e avere delle idee. Magari non segui gli influencer, ma segui i profili dei musei. C’è di tutto. I ragazzi della generazione Z invece corrono meno il rischio di farsi prendere senza neanche accorgersene.

Io penso che i genitori debbano confrontarsi coi social. Ho raccontato questa piccola revenge porn semplicemente per dire che non importa quanto grande sia il pericolo, basta una fotografia usata in modo sbagliato per ferire o segnare un cammino di crescita.

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La regista ha parlato degli hater online, tema affrontato in Genitori vs influencer:

Io all’inizio ci rimanevo male leggendo commenti negativi, poi ho capito che spesso e volentieri arrivano da profili fake creati ad arte. Io vengo da una generazione in cui si litiga faccia a faccia, per cui la prendevo sul personale. In seguito ho compreso che è un mondo che noi proiettiamo, questi commenti ci entrano dentro e ci rovinano le giornate. Poi ho conosciuto Giulia sul set, che mi ha detto che non legge questi commenti. Ho quindi cominciato a fare come lei.

Questa l’opinione in merito di Giulia De Lellis:

Qualche commento negativo lo leggo comunque, perché spesso me li mandano. Però non mi faccio prendere e mi soffermo su altro, come i commenti belli o le persone che mi sostengono. Cerco sempre di nutrirmi di altri sentimenti.

Anche Fabio Volo ha raccontato la sua esperienza in materia:

Io quest’anno festeggio 20 anni di programma radiofonico quotidiano, ho iniziato a essere insultato con i fax! Mi hanno insultato con i fax, poi con Myspace, poi Facebook, Twitter e Instagram. Come Michela, le prime volte ero un po’ stranito, poi ti ci abitui e non gli dai più peso. Io non do peso neanche ai commenti positivi, che sono pericolosi come gli hater. Entrambe le cose ti allontanano dal tuo centro. Ho anche la fortuna di avere un’età in cui ho problemi più grandi da affrontare, per cui queste voci che arrivano da fuori sono meno importanti delle voci che ho dentro da sistemare.

Infine, il pensiero di Nino Frassica:

Ai miei tempi l’unica hater era Heather Parisi. Poi adesso ci sono tutti questi selvaggi che scrivono… Una volta aspettavamo di leggere il giornale, perché un critico, uno che aveva studiato e se ne intendeva, diceva la sua. Adesso chiunque è critico e anche questo fa parte del mondo selvaggio dei social network e di internet.

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Fabio Volo ha parlato della sua pausa dal cinema prima di Genitori vs influencer:

A parte i libri, ho un quotidiano radiofonico che mi impegna molto. Ho anche fatto due figli, che se avessi continuato con la televisione e col cinema non avrei mai visto. Quindi ho deciso di prendermi una pausa dalla tv e dai film. Adesso i bambini sono più grandi e abbiamo fatto anche un lockdown, quindi c’era anche bisogno che il papà se ne andasse un po’ da casa, per cui ho accettato Genitori vs influencer. Ho deciso di tornare a fare più cinema e ci sono tanti progetti in ballo. Ho sempre preso la vita in maniera gioiosa e scherzosa e continuo a vivere così. Credo che per ogni età ci sia una follia che si possa fare. Sono sempre pronto a fare un gesto poetico o una follia.

Michela Andreozzi si è soffermata su alcuni pregiudizi nei confronti delle donne, ben rappresentati in Genitori vs influencer dal personaggio di Paola Minaccioni:

Ci tengo a dire che viviamo in un mondo se Chiara Ferragni allatta la figlia in una storia Instagram le viene scritto “copriti”. Se come donne non possiamo adempiere alle nostre funzioni e dare da mangiare ai nostri figli, viviamo in un mondo in cui una donna single può essere scambiata per gay, invece di dedurre che non le piace nessuno o semplicemente vuole stare da sola. Ho voluto raccontare in questo modo un retaggio di cui purtroppo dobbiamo farci carico.

Giulia De Lellis ha ripreso la parola per fare una riflessione sul successo di molte influencer donne:

Secondo me noi donne abbiamo tanti argomenti che ci legano. Gli uomini hanno lo sport e l’alimentazione, magari noi abbiamo qualche punto in più in comune, che può essere il make up, la cura dei capelli o l’abbigliamento.

Michela Andreozzi ha concluso parlando delle sue scelte sugli interpreti di Genitori vs influencer e sulla situazione del cinema:

Ho pensato a quale cifra ogni interprete avrebbe portato al suo personaggio. Mi sono assunta anche qualche responsabilità: generazioni diverse, formazioni differenti. Ma devo dire che non ci ho pensato troppo, sono andata di istinto, immaginando le facce che avevano.

Ero sul set con Massimiliano come attore, che aveva il suo film rinviato a causa della pandemia. C’era una battuta del preside che dice che il cineforum è meno importante dei social network. Quando eravamo lì, Massimiliano ha avuto uno slancio di improvvisazione e in quel momento ha pensato che avremmo ricordato quella battuta in quel contesto storico, anche se poi il preside lo dice solo in relazione a una situazione specifica. L’ho voluta tenere, perché l’ha detta un regista e perché c’è comunque il rammarico per le persone che lavorano per le sale e per la grande distribuzione, che sono in grande sofferenza.

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Eventi

Jessica Chastain incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Jessica Chastain

In occasione del lancio del nuovo film che la vede protagonista Gli occhi di Tammy Faye, Jessica Chastain ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021. Come da tradizione della Festa, dopo una breve introduzione relativa al film in cui Jessica Chastain interpreta la telepredicatrice Tammy Faye Bakker, l’incontro si è svolto alternando spezzoni della carriera della protagonista con commenti e pensieri della diretta interessata.

In apertura, Jessica Chastain ha parlato proprio de Gli occhi di Tammy Faye, che la vede coinvolta anche nel ruolo di produttrice:

Jessica Chastain

Sono stata coinvolta nel 2012, mentre stavo facendo l’attività stampa per Zero Dark Thirty. Sono stata colpita dalla storia di questa donna, e volevo darle vita prima ancora di avere una mia casa di produzione, per cui ne ho acquistato i diritti. A me piace essere provocatrice nelle scelte che faccio, volevo ribaltare il tutto, senza discutere di scandali e pettegolezzi ma raccontando invece una storia d’amore. I figli di Tammy sono stati coinvolti, li ho incontrati prima di girare perché pensavo che fossero rimasti feriti e carichi di cicatrici. Volevo che loro sapessero che la mia intenzione non era il trauma umano, ero interessata all’amore. Mi hanno aiutato tantissimo, raccontandomi il profumo della loro mamma e facendomi immergere il più possibile nei loro rapporti. 

Jessica Chastain ha ricordato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, uscito nel 2012:

Jessica Chastain

Amo Kathryn. Per preparare il personaggio di Maya ho fatto tantissima ricerca, è stata un’immersione. Ero da sola, non avevo ancora una famiglia. Avevo riempito tutte le camere d’albergo con le immagini, forse qualcuno ha pensato che fossi diventata matta… e forse era vero. Ho seguito alla lettera lo script, perché la terminologia è molto tecnica e quindi non potevo improvvisare. Ho avuto il grande vantaggio di parlare con la donna che ho interpretato e ho capito come fosse ossessiva, rimanendo scioccata da quanto la CIA facesse affidamento sulle donne già allora. Mi è stato detto che all’epoca hanno capito che c’era un gruppo di donne e bravissime e capaci di guardare il quadro più ampio delle cose. 

Un altro successo di Jessica Chastain è sicuramente 1981: Indagine a New York:

Jessica Chastain

Ogni volta che interpreto un personaggio devo trovare un seme di connessione con cui identificarmi. Anche se è qualcuno lontano da me, come in questo caso, capisco immediatamente se c’è connessione. Anche se devo interpretare una serial killer, devo avere un punto in cui potermi identificare a qualche livello.

Inevitabile una menzione al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life, che la protagonista ha ricordato con tangibile commozione:

The Tree of Life mi commuove perché insegna la bontà, la grazia e anche a diventare un essere umano migliore. Tutte le qualità che ammiro di più, Terry le rappresenta. È il mio film preferito, e nel farlo c’è stato un senso di giocosità e di famiglia. Per me è stato incredibile in termini di recitazione, perché dovevo essere aperta e soprattutto essere umana. È un progetto separato dal resto della mia carriera. Non sembra un film, è più una poesia per immagini. È l’unico mio film che non sono stata in grado di guardare. Mi auguro che quando non ci sarò più, questo sarà il film che la mia famiglia guarderà per sentire la più forte connessione possibile con me.

In conclusione, la star ha parlato anche di Scene da un matrimonio e del suo prossimo lavoro:

Ovviamente, conoscevo e amavo Scene da un matrimonio di Bergman. Amo Liv Ullman, che mi ha anche diretta in un film. Ho letto il suo libro, conosco la figlia. Se me l’avessero proposto come un puro remake in cui interpretare Marianne avrei detto di no, perché c’è una sola Marianne. Visto che si trattava invece di una modernizzazione, ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante: una donna con desiderio sessuale, insicurezza, complicazioni e affetti, tutte cose che la rendono umana.

Sono una persona aperta, io e Oscar Isaac riusciamo a leggerci il pensiero. L’altro giorno siamo stati a un talk show e ancora prima che lui facesse la battuta sapevo che cos’avrebbe detto. Questo continua a sorprendermi. In Scene da un matrimonio avevamo take di 20 minuti, ma c’era tanta fiducia, anche se ci si poteva ferire. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: questo è Oscar o Jonathan? A momenti arrivavamo alle mani.

Il mio prossimo progetto sarà una miniserie su Tammy Wynette, famosa cantante country. Michael Shannon sarà con me, ci conosciamo da più di 10 anni, dai tempi di Take Shelter. Ho trovato interessante che una come me potesse interpretarla, cantando anche le canzoni. Mi piace esplorare il mondo della musica, perché cantare mi fa sentire a disagio, e io voglio sentirmi a disagio. 

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Interviste

L’ombra di Stalin: intervista alla regista Agnieszka Holland

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L'ombra di Stalin

Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto la possibilità di incontrare Agnieszka Holland, regista de L’ombra di Stalin, disponibile on demand sulle principali piattaforme e in home video a partire dal 19 agosto. Il film racconta la drammatica vicenda dell’Holodomor, carestia che si abbatte sull’Ucraina dal 1932 al 1933 causando milioni di morti, anche a causa delle azioni dell’URSS e di Stalin. Fra i protagonisti, troviamo James Norton, Vanessa Kirby e Peter Sarsgaard. Questa la sinossi ufficiale del film:

1933. Gareth Jones è un giovane e ambizioso giornalista gallese che si è guadagnato la notorietà per essere stato il primo giornalista straniero a intervistare Hitler. Alla ricerca della sua prossima grande storia, si concentra sull’utopia sovietica chiedendosi come Stalin stia finanziando la rapida modernizzazione dell’Unione Sovietica. Decide allora di recarsi a Mosca con l’obiettivo di ottenere un’intervista con lo stesso Stalin. Una volta nella capitale russa, ha modo di incontrare Ada Brooks, una giornalista britannica che gli rivela come la storia del regime sia del tutto diversa da quella che trapela.

Apprendendo della carestia indotta dal governo, Gareth riesce a eludere le autorità e si reca clandestinamente in Ucraina, dove è testimone di una delle più grandi atrocità della storia: milioni di persone vengono lasciate morire di fame per rivendere il grano all’estero e finanziare con i ricavi l’impero sovietico. Ritornato in patria, Gareth pubblica un articolo in cui rivela gli orrori a cui ha assistito ma le sue denunce vengono presto smentite dai colleghi occidentali di stanza a Mosca, costretti dalle pressioni esercitate dal Cremlino.

Mentre aumenta il numero delle minacce di morte che riceve, Gareth si ritrova a dover lottare in nome della libertà quando la sua strada incrocia quella di un giovane autore di nome George Orwell con cui condivide le sue scoperte.

L'ombra di Stalin

A L’ombra di Stalin è legata qualche esperienza personale? Si riconosce in qualcuno dei personaggi?

Il mio scopo era quello di supportare la verità e di parlare di una vicenda scomoda e poco diffusa. Ho un gene della giustizia che mi caratterizza, un bisogno di raccontare la verità. Però, mi ritengo molto meno coraggiosa di quanto sia stato Mr. Jones. Non sono un’eroina, ho solo cercato di raccontare le gesta di altri.

Che cos’ha pensato quando ha letto la sceneggiatura?

Ero molto scettica quando ho ricevuto la sceneggiatura, perché avendo girato già tre film sull’Olocausto ricevo moltissimi pitch da parte di registi e case di produzione che riguardano tragedie umanitarie. Raramente mi attraggono come ha fatto questa storia. Il motivo per cui mi ha particolarmente colpita è che era una storia sconosciuta al pubblico, perché molto spesso si parla dei crimini commessi da Hitler e meno di frequente di quelli perpetrati da Stalin. La non conoscenza di questi fatti ci impedisce di cogliere l’impatto che hanno avuto sul nostro presente e sulla storia in generale.

Ho trovato molto interessante la storia raccontata attraverso questo giornalista, che di base è una persona onesta e semplice. Il suo punto di vista permette di creare un collegamento molto interessante fra la situazione dell’epoca e la percezione della nostra cultura. Per me è stato molto importante anche il fatto che questo soggetto evidenziasse il ruolo del giornalismo, perché allora come oggi è importante capire quanto la comunicazione sia polarizzata dai media e utilizzata per manipolare il pubblico. La corruzione dei media che emerge da questa storia è sicuramente un punto di interesse, rilevante a quei tempi e anche adesso.

Qual è l’impatto che queste opere possono avere sugli spettatori e come possono illuminarci la mente?

Sicuramente ci deve essere il momento giusto ma anche la disponibilità da parte del pubblico a ricevere un film che parla di determinati temi. I film possono aiutare a provare una determinata esperienza e a sentire i pericoli del passato che si ripropongono nel presente. Il passato non è mai solo passato, è anche un percorso che il presente sta seguendo e che eventualmente potrebbe influenzare il futuro.

Mentre stavo preparando L’ombra di Stalin, ho letto un’inchiesta fatta in Russia su quale secondo i russi è stato il leader di maggiore successo della nazione. La risposta è stata Stalin, nonostante gli omicidi, per la maggior parte di russi. È come se a una domanda del genere, i tedeschi indicassero Adolf Hitler come il miglior leader della storia della Germania. In questo momento storico di incertezze e sfide è estremamente facile l’insorgenza di partiti populisti di destra con influenze di estrema sinistra. È molto facile essere attratti, confusi e manipolati dalla politica e da personaggi di questo tipo. Molte persone negli Stati Uniti credono a Trump e credono che la vittoria elettorale di Biden sia stata una frode, e che lui sia un pedofilo e un cannibale. Tutte invenzioni frutto della manipolazione dell’opinione pubblica.

Sarà sempre più difficile disinteressarsi alla politica e forse i film possono aiutare a porsi delle domande e a lanciare segnali di allarme.

L'ombra di Stalin

All’inizio de L’ombra di Stalin, a proposito de La fattoria degli animali George Orwell dice: “Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque. Una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo”. Questo è stato anche il suo approccio al film e ai fatti narrati?

Quello che ho cercato di fare è stato rendere lo storytelling interessante e accattivante, con un ritmo di narrazione che non fosse piatto. Rispetto ad altri film che ho fatto, raccontare questa storia è stato più facile, perché era più semplice identificare il bene e il male, soprattutto con un personaggio principale così puro e onesto. Per quanto Orwell non sia così semplice da leggere, ho trovato fondamentale il suo modo di presentare la storia e l’introduzione del suo personaggio nel film.

Il nonno della scrittrice Andrea Chalupa era un sopravvissuto dell’Holodomor. Si è ritrovato in Germania alla fine della seconda guerra mondiale ed era registrato in Russia come uno dei tanti soldati che non avevano fatto ritorno a casa. Lui e degli amici hanno trovato il libro de La fattoria degli animali, l’hanno letto in inglese e hanno pensato subito che raccontasse la loro storia. L’hanno quindi tradotto in ucraino e la loro traduzione è stata una delle prime traduzioni del libro. C’è una sorta di collegamento mistico fra la storia e il film.

Ci può dire qualcosa sull’evoluzione del protagonista de L’ombra di Stalin e sulle scelte di fotografia?

Il protagonista all’inizio è semplicemente una persona curiosa, un ragazzo brillante che è a caccia della notizia. Ha chiaramente intuito la verità degli eventi e il fatto che i conti non tornavano nella gestione dell’economia di Stalin, ma allo stesso tempo non era sua intenzione diventare il portavoce del popolo ucraino. C’è un’evoluzione data dal peso della responsabilità e dal suo desiderio di raccontare questa storia. Non volevo forzare troppo le palette della fotografia perché non volevo che si distinguessero chiaramente la fame e l’opulenza. Sono state scelte abbastanza naturali. Noi siamo arrivati a girare in Ucraina a marzo, nello stesso periodo in cui il vero Jones ha fatto il suo viaggio, e abbiamo trovato una condizione climatica dura, con -15 gradi e la neve alta, quindi ci siamo ritrovati già sul set del film. Non abbiamo fatto particolari correzioni a livello di colore.

Come avete lavorato per ricostruire ciò che Jones poteva vedere? Quali fonti avete utilizzato?

La maggior parte delle fonti sono testimonianze orali. Ci sono circa 1000 persone sopravvissute, soprattutto persone rifugiate in Polonia. Ci sono pochi documenti scritti, fra cui testimonianze di altri giornalisti. La scena del carretto con il neonato ancora vivo è realmente avvenuta ed è stata riportata proprio dal nonno della sceneggiatrice, di cui parlavamo prima. L’assurdità di tutta questa storia è che non si sa il numero preciso di vittime, gli storici sono incerti fra 3,5 e 9 milioni, il che significa che la maggior parte delle vittime sono senza nome, dimenticate, senza un luogo in cui riposare. Tutti i registri dell’epoca sono stati distrutti da Stalin. Un altro motivo per cui era mio dovere raccontare questa storia.

Come ha lavorato con James Norton? Avete fatto prove?

Sono stata soddisfatta dal cast del film. Quando si gira un film indipendente la necessità è quella di avere un cast importante per riuscire ad avere i finanziamenti. Il processo di casting ha richiesto quasi un anno e mezzo. Ho lavorato con un direttore molto bravo, che ha invaso la sceneggiatura agli attori, fra cui James Norton. I provini si sono svolti anche online, perché non tutti si trovavano nello stesso posto. James mi ha colpito particolarmente, è un ragazzo intelligente e serio. Ha fatto molte ricerche, perché non conosceva questa storia. Vanessa Kirby poi è più forte della vita stessa. Il budget si è aggirato intorno agli 8 milioni di dollari.

Vanessa Kirby

Un cenno di Agnieszka Holland sulla sua carriera:

Non ho mai pianificato di fare la regista a Hollywood. Volevo fare film in Europa, poi mi sono trovata a lavorare negli Stati Uniti soprattutto per via del successo del mio film Europa Europa. Non sono rientrata in Polonia per un po’ ma ho trovato comunque un ambiente florido in cui lavorare. L’indipendenza nel fare un film a Hollywood diminuisce con l’aumentare del budget, ancora di più per una regista donna. Ce l’ho fatta comunque, perché ho perseverato e non ho mai voluto fare film politici, ma semplicemente essere me stessa. Alla fine degli anni ’90 mi sono resa conto che se avessi voluto raccontare un certo tipo di storie l’avrei potuto fare solo in televisione o col cinema europeo, quindi sono rientrata.

Anche alla luce delle critiche agli Stati Uniti che si percepiscono ne L’ombra di Stalin, quali sono i mostri di cui avere paura oggi?

La chiave di lettura rispetto agli USA è che il capitalismo pone problemi di ingiustizia sociale, economica e razziale. Io comprendo le persone che hanno creduto al comunismo, che poi però si è rivelata utopica. Il capitalismo fa da base a queste crisi che esplodono e portano attrazione verso un altro sistema politico. Volevo raccontare una storia semplice, ma quello che ci sta dietro è sempre molto più complesso.

L'ombra di Stalin

Come ha lavorato sulla colonna sonora?

Ho lavorato anche in altri film col compositore Antoni Lazarkiewicz. Lui è attento e intelligente nel comporre una musica che rifletta la storia. In questo caso abbiamo deciso di avere una musica che accompagnasse il ritmo e il movimento del protagonista e della società sovietica. Serve a dare vivacità a L’ombra di Stalin e al suo racconto. In Ucraina non c’è musica, solo la canzone cantata dai bambini, i cui testi sono originali.

Ci può parlare della sua collaborazione con Ed Harris?

Ed Harris è uno dei miei cari amici, nonché fratello astrale, perché siamo nati lo stesso giorno in anni diversi. Abbiamo già lavorato in altri film insieme, l’ho visto qualche settimana fa a Los Angeles e ci siamo ripromessi di girare ancora insieme prima di diventare entrambi anziani. È una delle persone più oneste che abbia mai conosciuto.

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Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

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Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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