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Muccino e il cast presentano Gli anni più belli: “Un film sull’amicizia”

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Nella mattinata di oggi, presso il The Space Cinema Moderno di Roma si è tenuta la proiezione stampa del nuovo film di Gabriele Muccino Gli anni più belli, seguita dalla conferenza stampa di presentazione del progetto. Oltre a Muccino, hanno preso parte alla conferenza gli interpreti Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff, Alma Noce, Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Elisa Visari Matteo Del Buono, Paolo Costella (sceneggiatore), Marco Belardi (Lotus Production), Raffaella Leone (Leone Film Group) e Paolo Del Brocco (Rai Cinema).

Gli anni più belli è la storia dei quattro amici Giulio (Pierfrancesco Favino), Gemma (Micaela Ramazzotti), Paolo, (Kim Rossi Stuart) e Riccardo (Claudio Santamaria), raccontata nell’arco di quarant’anni, dal 1980 ad oggi, dall’adolescenza all’età adulta. Le loro speranze, le loro delusioni, i loro successi e fallimenti sono l’intreccio di una grande storia di amicizia e amore attraverso cui si raccontano anche l’Italia e gli italiani. Un grande affresco che racconta chi siamo, da dove veniamo e anche dove andranno e chi saranno i nostri figli. È il grande cerchio della vita che si ripete con le stesse dinamiche nonostante sullo sfondo scorrano anni e anche epoche differenti. Il titolo riprende il brano inedito di Claudio Baglioni, uscito il 3 gennaio 2020, e la colonna sonora del film è di Nicola Piovani.

Gli anni più belli

Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

A esordire sono stati i 3 produttori de Gli anni più belli, che si sono dimostrati soddisfatti del risultato raggiunto e orgogliosi degli sforzi produttivi, che hanno richiesto un budget di circa 8 milioni di euro, investiti anche nell’utilizzo di location particolarmente importanti, come la Fontana di Trevi.

Ha poi preso la parola il regista Muccino, che ha parlato diffusamente dei particolari momenti storici scelti come cornice de Gli anni più belli:

«La grande storia è quella che ci definisce, anche se non lo vogliamo siamo definiti da quello che la storia ci racconta. La caduta del muro di Berlino aprì una speranza, Mani Pulite aprì a un’idea di cambiamento, di rivoluzione di classe politica per una migliore. Nelle scelte che ho fatto c’è sempre un’idea di cambiamento, anche negativo, come l’11 settembre, in cui il nostro orizzonte si è chiuso e ci siamo sentiti fragili e attaccabili. C’è anche un altro cambiamento, che abbiamo vissuto nel 2009, quando si pensò di nuovo che la classe politica precedente avesse sbagliato tutto e si potesse ricominciare da capo. Questi slanci corrispondono a una continua sfida verso il domani. Tutti pensano che domani sarà un giorno migliore e tutti i personaggi sono proiettati verso un traguardo. Nessuno di loro è mai rassegnato. Arriverà un momento in cui accetteranno le condizioni e faranno una somma di tutti i cambiamenti vissuti durante il tempo. Il tempo è in effetti il grande motore di questo film, ogni scelta comporta un bivio, che a sua volta porterà il nostro destino da una parte o da un’altra. Gli anni più belli sono quelli in cui si sente di avere qualcosa da esplorare, gli anni peggiori invece sono quelli dove ci sono rassegnazione e stagnazione. Gli anni più belli non sono collegabili a un’età precisa».

Lo stesso Muccino si è poi soffermato sulle ispirazioni per Gli anni più belli:

«Il cinema ha bisogno di una grande tecnica, e il grande cinema che ha fatto della nostra industria la più potente dopo Hollywood era un cinema altissimo, classicissimo. Io ho sempre esplorato la cinematografia in modo da omaggiarla e crescere come regista, competendo con il passato ma anche col presente. Nonostante l’ispirazione di C’eravamo tanto amati, questo film ha echi propri, è pregno di tutto quello che io ho vissuto sognando di fare cinema. È l’esplorazione più alta di quello che il cinema mi ha dato, e dentro c’è tutto: Cesare Zavattini, Dino Risi, Ettore Scola e Federico Fellini. Sono omaggi da parte di un regista che si è realizzato grazie a quei maestri e a quel cinema. Un’ispirazione senza la quale non sarei diventato quello che sono. Gli anni più belli è decisamente un film sull’amicizia. Il collante è il valore che l’amicizia ha dato come impulso a queste esistenze, che naufragano per gran parte del film, ma ritornano alle cose più semplici, che avevano conosciuto quando il mondo sembrava infinito. È un omaggio alla semplicità, che fa rima immancabilmente con l’amicizia. Il punto di partenza è stato il film di Scola, ma poi mi sono allontanato più di quanto prevedessi da questo punto di riferimento. Scrivendo il film, mi sono reso conto che certe cose non avevan più senso: l’ideologia politica, la lotta fra ricchi e poveri. Siamo cresciuti sulle spalle di chi aveva fatto guerra, boom e anni di piombo e siamo sempre stati sostanzialmente apolitici, anche quando scimmiottavamo le generazioni precedenti senza averne le coordinate. La nostra esperienza è stata di transizione, perché siamo stati spiazzati da tutta questa sapienza politica che non siamo riusciti a metabolizzare».

Anche Favino si è dimostrato sulla stessa lunghezza d’onda di Muccino:

«Siamo la generazione silente che in un angolo si è messa ad aspettare di trovare la sua voce. È stata schiacciata e continua a essere messa in secondo piano. Abbiamo però trovato una voce laica, che riesce ad avere capacità di creazione e non a caso con l’amicizia centrale. Credo che questa sia una storia che riguarda tantissime persone, non solo quelle della nostra generazione, persone che ritroveranno in questa affannosa ricerca del cambiamento i propri rapporti umani».

Santamaria ha invece parlato di Riccardo, il personaggio da lui interpretato ne Gli anni più belli:

«Il mio personaggio a un certo punto cerca una sua identità, perché è smarrito. Rappresenta una generazione asmatica e cerca una strada politica in un movimento di pancia. Pensa che basti l’onesta, quando in realtà non è sufficiente. Per fare politica serve una competenza che lui non ha e ingenuamente cerca di partecipare ed esprimere un’opinione. È un personaggio che non ha mai avuto modo di esprimersi».

Kim Rossi Stuart durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Anche Kim Rossi Stuart ha voluto parlare del suo personaggio ne Gli anni più belli:

«Io credo che sia un film che parla molto della visione dell’autore. Il mio personaggio è un adolescente ragazzo e poi un uomo maturo. Apparentemente perdente, per quello che sono i valori sociali, poi in realtà attraverso una visione della vita scevra da qualsiasi tipo di vittimismo e dall’esasperata necessità di trovare una conferma fuori da sé raggiunge un’esistenza piena, bella. Ho amato subito questo personaggio, soprattutto in un periodo come questo, in cui i valori sono ribaltati: Batman non è più l’eroe, ma lo è Joker, cioè il vittimismo per eccellenza».

A seguire, è arrivato il turno di Micaela Ramazzotti di analizzare il proprio personaggio, anche in relazione a quello di Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati:

«Il personaggio di Stefania aveva più orgoglio della mia Gemma. Lei ha subito delle privazioni affettive che l’hanno portata a subire. Basta un sorriso di un amico, o uno sguardo, per farle ritrovare il battito cardiaco della vita. Come attrice, mi piace flirtare con i personaggi fragili e vessati. Io amo le donne sbagliate, perché siamo sempre un po’ tutte sbagliate. Le eroine non mi piacciono. Sento che l’umanità è piena di imperfezione e più interpreto personaggi così, più faccio pace anche con me stessa. Per Gemma, gli anni più belli sono quelli che verranno, e forse anche per me».

Gli anni più belli

Micaela Ramazzotti durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Emma Marrone ha preso la parola per raccontare questa sua prima esperienza come attrice:

«Non avevo mai fatto niente di simile, non ho mai recitato neanche alle recite scolastiche. Ho accettato questa sfida di Gabriele, che mi ha convinto a provarci. Lui sul set è un regista comprensivo e garbato, con tutti. Adesso essere gentili sembra banale, ma nella vita ho visto gente urlare per moto meno. Mi sentivo piccola piccola in mezzo a questi titani del cinema italiano, che però tutti i giorni mi hanno sorretta e aiutata, non facendomi mai sentire inadeguata. Mi sono approcciata ad Anna di pancia, in maniera molto ludica, perché era l’unico modo che avevo per salvare questa cosa qua. Ho giocato a fare la mamma usando l’immaginazione, pensando a come si sarebbe mossa col pancione, anche la scena del parto è stata complicata. Io non mi sono mai creata preconcetti e paletti. Mi cimenterò di nuovo nella recitazione quando qualcuno mi proporrà un progetto che mi dia qualcosa, che abbia un senso con ciò che sono. Non credo che ci sia nulla di male. Non bisogna tirarsi indietro davanti a quello che tutti vorrebbero fare».

Muccino ha esaltato la Marrone, specificando che l’ha scelta perché ha visto in lei del talento. A ruota del regista è intervenuto Santamaria, che ha criticato la diffidenza con cui molti guardano agli artisti che si cimentano in progetti di diversa natura rispetto a quelli cui sono abituati: «In Italia non viene mai perdonato quando un artista si dedica ad altro. Negli altri paesi è un valore aggiunto, mentre qua sembra quasi che bisogna giustificarsi. Emma è un‘artista e non sta facendo qualcosa di così diverso dal suo solito».

Nicoletta Romanoff ha parlato della sua nuova collaborazione con Muccino, che l’aveva fatta esordire in Ricordati di me:

«È stato un ritorno da me fortemente voluto.Ho costretto Gabriele a farmi un provino, perché lui aveva un’altra idea di Margherita. Io no. Io volevo fortemente lavorare di nuovo con lui, perché purtroppo negli ultimi suoi film i ruoli non erano adatti per me. Avevo appena partorito mia figlia Anna, lui mi ha fatto gli auguri e io gli ho risposto di darmi solo tre mesi, dopo i quali sarei stata in piedi. Povero lui, perché dopo che mi ha detto che forse aveva qualcosa per me gli sono rimasta attaccata addosso come un mastino».

Muccino ha confermato questo retroscena de Gli anni più belli:

«Io faccio il provino a quasi tutti. A parte Kim e Micaela, di cui ho visto talmente tanto che gli ho praticamente scritto il personaggio addosso, e Claudio e Pierfrancesco, che conosco talmente bene da considerarli delle appendici del mio immaginario, tutti gli altri, Nicoletta compresa, hanno fatto il provino. Lei è riuscita a costruire perfettamente il suo personaggio».

Emma Marrone e Nicoletta Romanoff durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Kim Rossi Stuart si è poi complimentato con gli interpreti più giovani, che impersonano i protagonisti da ragazzi: «Io penso un gran bene di questi ragazzi. Tutto ciò che avevo pensato durante la lavorazione, durante la proiezione si è amplificato. Sono stati tutti straordinari con delle punte di stupefazione». Anche la Ramazzotti ha lodato il lavoro dei suoi colleghi più giovani: «Sono d’accordo, oltre a essere belli e adorabili ci studiavano di nascosto, gli faccio i miei complimenti».

Favino ha parlato più approfonditamente di questa sua nuova collaborazione con Muccino:

«La sceneggiatura e il cinema dei registi con cui ho lavorato mi raccontano tanto di loro, poi ogni volta è un tipo di approccio diverso. Con Gabriele ci conosciamo da tanti anni e ci capiamo al volo. Abbiamo la capacità rara di litigare per affetto. Litighiamo perché vogliamo il meglio. Tre anni fa stavamo a cena, litigando proprio su come fare al meglio questo film. Secondo me i registi dovrebbero capire cosa pensano gli attori e gli attori dovrebbero imparare a fare ai registi le domande che gli servono». Dello stesso avviso anche Santamaria: «I registi secondo me si dovrebbero mettere in gioco anche nella recitazione, in modo da capire gli strumenti e le necessità di un attore».

Muccino ha invece dispensato un semplice ma incisivo consiglio ai giovani aspiranti registi: «Se volete fare i registi, prendete il vostro iPhone e raccontate una storia. Se riuscite a raccontare una storia in tre minuti in tre atti, aumentate a 15 minuti, poi a 30 e così via. Alla fine saprete raccontare storie, che è il ruolo del regista».

Gli anni più belli

Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Lo stesso regista ha poi parlato del cambio del titolo del film, passato da I migliori anni a Gli anni più belli:

«Ho incontrato a cena Claudio Baglioni, che mi ha fatto sentire un suo inedito. Era solo musica, senza testo. Io gli ho detto che era bellissima e gli ho chiesto di farne la canzone del film. Una canzone dal titolo I migliori anni c’era già, quindi abbiamo ripiegato su un altro titolo che andasse bene a entrambi. Gli anni più belli è una canzone che sembra uscita dagli anni ’80, e che racconta perfettamente quegli anni. Anche lui ha vissuto l’ideologia, in cui il pop veniva messo al bando».

Alma Noce ha preso la parola per raccontare il suo approccio all’interpretazione della Gemma adolescente:

«Gabriele e Micaela mi hanno consigliato di guardarmi tutti i film di Micaela, ma io mi sono resa conto che avrei finito per interpretare un altro suo personaggio. Per cui sono andata sul set e me la sono studiata tutti i giorni, sia dentro che fuori dal set. Non è stato facile, perché Micaela non è una donna comune: ha fascino ed è accattivante. Io le stavo con gli occhi addosso per 12 ore al giorno. È stato anche un grande lavoro di trucco, perché sul set riuscivo a vedermi molto più simile a lei di quanto sono in realtà».

Anche l’interprete del giovane Giulio Francesco CentorameIo non sono romano, quindi quando ho saputo del provino ho passato tanto tempo nei bar, e dopo ho seguito Favino giorno e notte»), del piccolo Riccardo Matteo Del Buono («Mi sono trovato molto bene, perché noi tutti assomigliamo a loro come fisico e come comportamento») e dell’adolescente Paolo Andrea PittorinoAnch’io sono andato sul set per informarmi. Non abbiamo avuto scontri filosofici storici con il nostro personaggio da grande, per cui ognuno ha dato una propria interpretazione. Io ho visto Paolo crescere e ho fatto ben cinque provini per arrivarci») hanno commentato i rispettivi approcci ai personaggi.

Anche Elisa Visari ha parlato della sua esperienza ne Gli anni più belli, dove ha avuto di nuovo Muccino come regista e Favino come padre di finzione dopo A casa tutti bene:

«Stesso regista e stesso papà. Per me è stato un onore partecipare a Gli anni più belli e lavorare ancora con Gabriele, che stimo tantissimo e mette tanta passione in tutto ciò che fa. Spero che questo suo modo di lavorare si percepisca nei suoi film».

Gli anni più belli

Micaela Ramazzotti durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Muccino ha poi parlato del messaggio alla base de Gli anni più belli e del suo rapporto con i suoi stessi personaggi:

«Questo è forse il mio film più pacificante, perché ti dice che la vita effettivamente va avanti e certi errori possono essere rammendati, cosa che per esempio in A casa tutti bene non c’era. Questo messaggio rasserenante viene dall’insistenza di Pierfrancesco: io lo volevo più amaro, perché la mia tendenza è sempre quella di vedere una vita che non ti premia. invece lui mi ha portato verso una strada più giusta e centrata, anche per il momento storico che viviamo, in cui vogliamo sentirci dire che il domani sarà migliore. Io amo tutti i personaggi allo stesso modo, e sono un po’ tutti loro, Micaela compresa, che interpreta il mio lato più femminile. Le mie parti più contemplative le interpreta Kim, la mia anima ambiziosa e corruttibile è quella di Favino e la mia paura della mediocrità e del fallimento la rende Claudio. La mia personalità è abbastanza complessa da essere suddivisa in personaggi diversi e complementari».

Un’ultima battuta da parte dello sceneggiatore de Gli anni più belli Paolo Costella:

«Con Gabriele è come salire su una giostra, si viaggia a un ritmo pazzesco e bisogna adattarsi a lui, che ti suggerisce mille spunti e altrettanti film da vedere. Io ho imparato a lasciarmi andare, perché i personaggi sono il punto di partenza con Gabriele. I personaggi arrivano a determinarsi, stai con loro finché ci devi stare, al di là delle regole della drammaturgia. Per lavorare con Gabriele bisogna avere la sua stessa temperatura affettiva».

Gli anni più belli sarà distribuito (in circa 500 sale) a partire dal 13 febbraio, da 01 Distribution.

Interviste

Tim Burton incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Tim Burton

Fra i tanti eventi che hanno segnato una convincente edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è sicuramente l’incontro del pubblico dell’Auditorium con Tim Burton. Il regista statunitense ha anche ricevuto il Premio alla Carriera della manifestazione dalle mani di Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, che hanno lavorato più volte insieme a lui, contribuendo con i loro costumi e con le loro scenografie al successo delle sue visionarie opere. Come da tradizione della Festa, Tim Burton ha dialogato con il direttore artistico Antonio Monda e con il professore di cinema della Columbia University Richard Peña, ripercorrendo la sua vita e la sua carriera.

Tim Burton

Qual è il primo film visto da Tim Burton? A rispondere è lo stesso regista:

Gli argonauti di Don Chaffey, film indimenticabile che vidi in una sala in California. Una sala straordinaria, dove sembrava di stare all’interno di una conchiglia. Ricordo le scene di combattimento con gli scheletri. Questa è stata la mia prima esperienza al cinema.

Tim Burton ha parlato della sua esperienza nell’animazione Disney a inizio carriera:

Orribile. Si tratta dei miei giorni più bui. C’erano moltissime persone di talento e creatività, impegnate in film come Red e Toby nemiciamici e The Black Hole – Il buco nero, che richiedevano 10 anni di produzione. Figure come Brad Bird e John Lasseter, che alla Pixar hanno dimostrato tutto il loro talento ma lì non avevano spazio. Ero veramente pessimo nel lavoro dell’animazione. Molti sottolineavano che i miei personaggi avevano l’aspetto di qualcuno che è stato messo sotto da una macchina. Per fortuna ero così negato che sono passato a fare altre cose.

Tim Burton ha parlato della sua profonda ammirazione per Mario Bava:

Negli anni ’80 andai a un festival del film horror a Los Angeles, una maratona di 48 ore di fila. A volte durante questi eventi si tende ad assopirsi, ma quando vidi La maschera del demonio di Mario Bava per me fu come essere in un sogno, o più spesso un incubo. Pochi sono riusciti a catturare questo stato onirico, oltre a lui anche Federico Fellini e Dario Argento.

Il regista ha parlato del ruolo dell’art director nei suoi film:

Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me la scenografia e la musica fanno parte dei film, sono veri e propri personaggi. Questo vale anche per i costumi, dal momento che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Dante Ferretti. I grandi con la loro opera danno un altro personaggio al film, che così diventa il mezzo visivo per eccellenza. I miei disegni sono molti primitivi, per me me gli artisti sono fonti di ispirazione.

Una scena di Edward mani di forbice ha permesso a Tim Burton un excursus sul suo processo creativo:

Rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, ero così. Le fiabe permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io non mi reputo uno sceneggiatore, parto dalle idee e cerco di stabilire rapporti di collaborazione con persone abili in tal senso. Nel caso di Nightmare Before Christmas, non sono partito da materiale mio, ma era comunque qualcosa che mi permetteva di riconoscermi in alcuni elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui rapportarmi, aprendomi alle collaborazioni. Un po’ come quando lavoravo in Disney all’inizio, dove si lanciavano spunti e poi ci si ragionava su insieme.

Il regista ha confermato una voce sulla sua ispirazione per Mars Attacks!:

Mettiamo da parte i grandi romanzi. Sono partito dalla carte che avvolgevano le gomme da masticare. Ho avuto un’infanzia un po’ contorta.

Tim Burton ha fatto un accenno al suo rapporto con gli studios:

Io ho fatto soltanto film con gli studios. Sono stato in una posizione un po’ insolita, perché nonostante questo sono sempre riuscito a fare ciò che volevo fare, e non ho ancora capito come. Per fortuna non hanno mai veramente capito cosa stessi facendo.

Il regista ha parlato del suo Batman, considerato molto dark:

C’è molta confusione su questo discorso. C’era chi diceva che il mio Batman fosse molto più dark, mentre altri dicevano il contrario. Ricordo che McDonald’s non era contenta, perché dalla bocca del Pinguino usciva una roba nera e non sapevano come regolarsi con gli happy meal.

Una scena di Big Fish è servita da spunto di riflessione sul budget di un film e sulle proiezioni di prova:

Il cinema è un’opera collettiva che vede la partecipazione di tante figure diverse da loro. Quando sei un pittore lavori da solo, ma il cinema è una fonte collettiva di gioia. Che il film sia a budget limitato o a budget enorme, pensi sempre che non ne hai abbastanza. Ci sono tanti elementi impalpabili e intangibili, ma non mi sono mai sentito limitato. Le proiezioni di prova sono sempre esperienze che incutono grande terrore, perché comportano anche riempire dei moduli nei quali al pubblico viene chiesto il personaggio preferito. Alla fine se ne fa un uso quasi sempre distorto, è molto difficile rendersi conto di quella che è la percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato dal rivedere i miei film, vorrei godermi la visione ma non ce la faccio.

Per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Tim Burton ha collaborato con un grande della musica americana come Stephen Sondheim:

Stephen è geniale, fu un’esperienza difficile fargli vedere il film. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. È una miscela di horror, commedia e musical. Era molto preoccupato perché nessuno degli attori era un cantante. Io però non lo ritenni un problema, sapevo di essere in buone mani con quel gruppo di attori. È stato di grande sostegno, abbiamo cambiato un po’ di cose ma è andata bene. Devo dire che è stato estremamente divertente: anche se può sembrare assurdo, per me è stato come fare un film muto. Mi sono divertito più con questo film che con molti altri.

Una scena di Big Eyes ha portato a una riflessione su questo recente film di Tim Burton:

Mi ricordo che i quadri di Margaret Keane si trovavano in tutte le case. Io li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai potesse piacere tanto questo tipo di quadro. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. Tutti in qualche modo siamo toccati in modo diverso da quello che vediamo. Per me erano inquietanti, altri li trovavano così carini da appenderli alle mura delle camere dei bambini. Questo è il mestiere dell’artista, ad alcuni piaci e ad altri no.

Il regista ha particolarmente apprezzato la mostra su di lui organizzata dal MOMA nel 2009:

La mostra al MOMA è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista, quindi si è trattato di frugare nei cassetti e trovare queste opere. Un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste mi riempiono di gioia. Questa tra l’altro è stata la mostra che in assoluto ha avuto più successo. Io non mi reputo un artista, però fa pensare che le opere d’arte riescano a ispirare altre persone.

L’ultima sequenza proposta è stata di Ed Wood, il film di Tim Burton che ci dice che anche il peggiore regista di tutti i tempi è a suo modo un artista:

Con Plan 9 from Outer Space, Ed pensava di girare Star Wars. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari, in cui si reputa fra i più grandi. Questo ci riporta al discorso di prima su che cos’è l’arte.

Tim Burton

Tim Burton abbraccia Dante Ferretti

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Tim Burton ringrazia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci per il premio

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Petite Maman: intervista alla regista del film Céline Sciamma

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Petite Maman

Applaudito all’ultimo Festival di Berlino, Petite Maman è il nuovo attesissimo film di Céline Sciamma, dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme. Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di Tomboy, uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. 

Petite Maman ha per protagonista Nelly, una bambina di otto anni che dopo la morte della nonna passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Nelly esplora la casa e il bosco che la circonda, dove sua madre giocava da bambina e dove aveva costruito la casetta di legno di cui Nelly aveva sentito tanto parlare. Dopo che la madre va via all’improvviso, Nelly incontra nel bosco una bambina della sua età che si chiama proprio Marion e sta costruendo una casetta di legno.

Distribuito in Italia da Teodora Film e MUBI, Petite Maman è stato presentato in anteprima durante Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, occasione che ci ha permesso di incontrare e parlare con la regista Céline Sciamma proprio del suo ultimo lavoro e delle sue ispirazioni. 

Petite Maman: l’intervista alla regista del film, Céline Sciamma

Céline Sciamma

Non c’è magia, non ci sono portali che aprono lo spazio-tempo ma solo uno stacco di montaggio che ci conduce in un’altra dimensione. Hai pensato fin dall’inizio a questa modalità di contrapporre due dimensioni differenti? 

Quando ho iniziato a scrivere per questo film, e quando poi ho terminato la prima bozza della sceneggiatura, mi sono resa conto che questo film è un vero e proprio viaggio nel tempo. Allora mi sono cominciata a porre delle domande. E mi sono resa conto anche che non volevo che ci fosse una macchina del tempo all’interno del film, volevo che l’unico aspetto magico fosse quello che dà il cinema. Quando si ha un’idea la cosa più importante è rispettarla, quindi mi sono detta che non volevo avere paura; questa è stata la mia intenzione iniziale, la voglio rispettare, voglio resistere alla tentazione delle convenzioni. Ho voluto che questo cinema rispecchiasse quello che io definisco una sorta di realismo magico, un vero e proprio genere cinematografico, e ho voluto ricreare questa atmosfera di magia primitiva. 

C’è una grande cooperazione nel film tra ragazze e tra generazioni diverse, quanto ha lavorato per favorire questo? 

Questa è un po’ l’idea che combina l’aspetto gioioso e l’aspetto politico del film, che molto spesso vanno di pari passo. L’idea era di eliminare le gerarchie, creare una sorta di equilibrio tra quella che è una madre e quella che è una figlia. Ed è proprio per questo che ho scelto due sorelle; ho pensato tra me e me, ma se io incontrassi mia madre all’età di otto anni potrebbe essere mia sorella! Ho cercato di passare da quella che è un’idea di genealogia verticale ad una orizzontale, ed è questo che ha portato appunto a questo aspetto della solidarietà, della sorellanza, ed è in questo modo che ho cercato di superare la visione di duo, madre e figlia, fino ad arrivare a un vero e proprio trio, e ho cercato di focalizzarmi su questo ruolo del trio nella storia: madre, figlia e la nonna, che è anche molto importante. 

Ritorna il tema dell’infanzia e lo sguardo dei bambini. I bambini possono essere un nuovo pubblico di riferimento? Ci sono dei punti di contatto tra lo sguardo dei bambini e lo sguardo delle donne sul mondo? 

Volevo ricreare al cinema questo sguardo sia femminile che infantile, in fondo si tratta di personaggi che non riescono quasi mai a dimostrare o a vivere quella che è la loro integrale individualità. I bambini sono un pubblico che mi interessa molto, non hanno pressione culturale, e con questo pubblico, che è interessantissimo, molto moderno, puoi essere poetica, inventiva. 

Quando hai deciso di fare questo film, avevi dei riferimenti del cinema precedente che hai rincorso? 

Ho pensato molto al cinema d’animazione giapponese, come Miyazaki, e questo film che ha una connotazione molto pittorica, con l’autunno, i colori, fa molto riferimento a questo cinema d’animazione. Volevo citare un altro film che a mio modesto parere è stato un po’ sottovalutato che è Big, con Tom Hanks, io l’ho visto da bambina, l’ho trovato un film davvero sovversivo, e mi ha colpito molto. 

La rappresentazione della maternità al cinema ha subito un cambiamento molto importante, vediamo storie di maternità non performativa, non conforme. Cosa ne pensi di questa nuova ondata? 

Me ne rallegro in qualche modo. Io dico sempre che il cinema ha un impatto gigantesco sulla vita delle persone, il fatto che vi siano questi film significa che si è autorizzati anche a fare qualcosa di diverso. 

Céline Sciamma

Ascoltiamo abbastanza i bambini? 

Penso che oggi come oggi i bambini, come la gioventù, siano davvero in prima linea nelle lotte, nel portare avanti nuove idee, lo vediamo per esempio nel caso del cambiamento climatico. Eppure abbiamo visto in questi anni che in qualche modo l’infanzia e i giovani vengono considerati dei cittadini di seconda classe, come se non avessero delle idee politiche, in realtà dipende tutto dalla struttura che li accolgono, che sia la famiglia, la scuola, la società. Ovviamente io lavoro con i bambini, in questo caso con queste due ragazze, quindi mi sono resa conto di quanto siano capaci di individualità, di impegno. I giovani, i bambini sono i portati di nuove idee, ma non per questo noi non dobbiamo lottare perché queste idee prevalgano, i bambini spesso non hanno il peso politico per portare avanti queste idee: siamo noi che dobbiamo farcene portavoce. 

Il suo cinema vive di molte suggestioni, come concilia il suo desiderio di trasmettere un messaggio politico con la libertà interpretativa che lascia allo spettatore? 

In fondo non ho un messaggio politico preciso da dare, piuttosto mi baso sulle sensazioni. Non c’è un messaggio, cerco di mettere delle idee, delle idee che poi voglio far stare insieme, più idee ci sono insieme più il film diventa politico; per me è importante che ci sia questa ricchezza di possibilità che ti porta a vivere maggiormente la vita, che ti dà più possibilità di interpretazione, quindi queste idee devono danzare insieme, e lo devono fare in maniera davvero sensuale. Sensuale per questo, perché c’è quest’idea del desiderio, un’idea che dà voglia di avere altre idee. 

Io credo sempre che i cambiamenti arrivano dove sono più forti i momenti di resistenza. Dove più c’è oppressione c’è anche più forza di resistenza, forse è anche questo il motivo per cui il cinema borghese, e il cinema più sentimentale, innova poco.

Si parla delle paure dei bambini nel film: da bambina aveva paura di qualcosa?

Avevo paura di tutto praticamente, tanti degli elementi del film ricordano molto della mia infanzia, per esempio gli spazi sono ispirati a ricordi della mia infanzia: l’esterno è proprio girato nella città in cui sono cresciuta. Anche la casa che è costruita proprio in studio è basata proprio su ricordi, e ha molte caratteristiche di quelle che erano le case delle mie nonne. Ho cercato di ricreare una sorta di intimità dello spazio, dell’infanzia stessa, ed è uno spazio e un tempo che non ha una connotazione precisa, io volevo che un bambino degli anni ’50 del secolo scorso e un bambino del 2021 potessero vivere e riappropriarsi di questa storia. L’idea era di lavorare su queste paure, paure dell’infanzia, una delle paure più forti che pervade questo film è la tristezza degli adulti. C’è un unico mostro, questa pantera nera, che simboleggia un po’ tutte le nostre paure, e poi volevo che fosse un’ombra fabbricata da un essere umano, perché i bambini spesso credono che queste paure, questi mostri siano gli esseri umani, i grandi che entrano in scena. 

Com’è stato girare un film durante la pandemia? 

Sicuramente ci sono molti protocolli da seguire e da integrare durante la lavorazione. Da questo punto di vista questo film ha creato meno problemi nel senso che è stato comunque girato in studio, pochi attori, pochi livelli di interazione fisica. Tuttavia è stato comunque qualcosa di diverso dal solito, io dico spesso che girare un film è una sorta di lockdown personale in qualche modo, e attraverso questo mondo vuoto in realtà riesci a ricreare qualcosa. Questa volta il mondo era veramente vuoto, il mondo intorno a noi; quindi quando eravamo li davanti alla cinepresa, il solo fatto di veder togliere una mascherina, di vedere un volto, sicuramente è stata un’esperienza di grande tensione emotiva. Nel film ci sono tante immagini che sono cariche di questi momenti: proprio questo film così atemporale in realtà è così caratterizzato del momento che abbiamo attraversato. 

Il cinema può essere uno spazio sicuro? In cui creare intimità e sorellanza? 

Io ho fatto dei film in questo modo, ma ho fatto anche altri film per vivere questo sogno, questa immagine, l’idea di poter ricreare questa comunità fraterna: è un’utopia del cinema. Si fanno dei film per vivere determinate idee, oltre che portarle nel mondo. 

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Interviste

Quentin Tarantino incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Quentin Tarantino

Nel corso della Festa del Cinema di Roma 2021, ha trovato spazio un lungo incontro del pubblico della manifestazione con Quentin Tarantino, che per l’occasione ha ricevuto anche il Premio alla Carriera della rassegna romana. Con la guida del Direttore Artistico Antonio Monda, il formidabile regista statunitense si è concesso per circa 90 minuti a un viaggio nella sua carriera, che ha toccato anche la sua infanzia e i suoi più intimi ricordi.

Festa del Cinema di Roma 2021

Quentin Tarantino ha esordito parlando del primo film da lui visto:

Il primo che ricordo di aver visto è Più micidiale del maschio, un film di agenti segreti inglesi con protagonista Richard Johnson del 1964 o 1965 (il film in realtà è del 1967, ndr). Avevo più o meno 5 anni e non avevo nessuna idea di cosa stavo guardando. C’era una scena quasi sadomaso, con una persona rapita e tenuta prigioniera. Rimasi molto intrigato, ma la parte politico-sessuale mi sfuggi completamente. Mi ricordo di averne parlato al mio patrigno, chiedendogli quale fosse il film dove due ragazze legano un tizio, ma lui non lo ricordava. Negli anni ’90, cominciai la mia collezione di film e all’improvviso mi apparve proprio Più micidiale del maschio. Quando l’ho visto, a un certo punto mi sono ricordato cosa stava per succedere e mi sono detto: era proprio il mio primo film!

Quentin Tarantino è più uno sceneggiatore che dirige o un regista che scrive? Questo il suo parere:

Forse entrambe le cose. Io ho sempre avuto fin dall’inizio un’opinione abbastanza alta di me stesso, soprattutto per la mia capacità di scrittura dei dialoghi. All’inizio mi consideravo più uno sceneggiatore, poi col passare del tempo sono arrivato alla conclusione di essere un regista in grado di catturare cosa scrive lo sceneggiatore.

Una caratteristica del cinema di Quentin Tarantino è la presenza di prodotti o marche fittizie, come il Big Kahuna Burger o le sigarette Red Apple. Questo il suo pensiero in proposito:

Lo faccio perché mi diverte e perché mi piace avere nei miei film prodotti che esistono veramente, ma anche creare anche altri mondi e altre realtà per i miei personaggi. I miei protagonisti a volte vedono addirittura film mai esistiti, creati appositamente da me. In questo modo creo un universo popolato dai miei personaggi.

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Una clip di una celebre scena di Jackie Brown con Robert De Niro e Bridget Fonda ha portato il regista a parlare del suo processo di scelta degli attori:

Per questa scena inizialmente non avevo in mente Robert De Niro e Bridget Fonda. A volte può capitare di scrivere pensando a un attore, altre volte no. Fa parte del rapporto che si stabilisce fra me e il foglio di carta, poi il progetto evolve da solo. Devo dire che in genere funziona meglio se scrivo la sceneggiatura pensando a un attore già famoso.

Prendiamo per esempio il caso di Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Probabilmente il risultato non sarebbe stato così articolato e ricco se mi fossi messo a scrivere pensando a un particolare attore. Mentre scrivevo, non mi ero reso conto che Landa fosse un vero genio dal punto di vista linguistico. Era necessario avere un attore con le stesse caratteristiche. Quindi mi sono chiesto: ho scritto un ruolo che nessun attore potrà mai interpretare? Poi ho trovato Waltz. Se avessi pensato a qualcuno, il personaggio sarebbe stato limitato.

Un esempio opposto è quello di King Schultz in Django Unchained. Dopo aver lavorato con Waltz, ho scritto il personaggio per lui, perché sapevo esattamente ciò che era in grado di fare, il tipo di voce, il timbro e il ritmo. Questo è accaduto anche con Samuel L. Jackson, perché dopo aver fatto Pulp Fiction avevo in testa la sua voce. C’è sempre bisogno di trovare un compromesso, perché è chiaro che se scrivi con in mente un particolare attore valorizzi i suoi punti di forza e scrivi in modo tale da farli emergere e da dare più impatto al personaggio. Questo però significa anche evitare di includere aspetti per i quali pensi che quell’attore non abbia le qualità giuste. Questo limita un po’ l’impatto, perché c’è il rischio di non lasciarsi trasportare dal personaggio stesso.

Il regista ha confermato la voce secondo cui per potersi accreditare come attore ha mentito affermando di aver recitato in film di Godard e Romero:

Confermo, è tutto vero. Se vuoi fare l’attore ma non hai ancora esperienza, qualcosa devi comunque scriverlo nel curriculum. Ho scelto qualcosa che non facesse parte dell’aspetto sindacalizzato e ho puntato su Zombi di George A. Romero, perché a un certo punto si vede una gang di motociclisti un un centro commerciale, e fra loro de c’è un attore che effettivamente mi somigliava.

Jean-Luc Godard ha fatto un film terribile, in cui c’è anche Woody Allen. Si chiama King Lear. Si tratta di un film che non ha mai visto nessuno. Se anche qualcuno decidesse di vederlo, non resisterebbe più di 5 minuti, per cui ho pensato di inserirmi lì. Avevo tentato di diventare attore già da qualche anno e la mia biografia era sempre quella. Avevo anche sempre la stessa manager, per cui nella mia biografia figurava sempre questa parte. Addirittura in una guida sui film in TV si fa riferimento a un giovane Tarantino, che guardando bene si può vedere in King Lear.

Romero mi ha contattato per uno dei suoi ultimi progetti (Le cronache dei morti viventi, ndr), chiedendomi se fossi pronto per interpretare un personaggio. Io ho accettato e a quel punto mi sono riscattato dalle bugie che avevo detto.

Quentin Tarantino

Un primo piano degli occhi di Uma Thurman in Kill Bill è stata l’occasione per parlare della venerazione di Quentin Tarantino per Sergio Leone, tale da indurlo a riferirsi al regista italiano per le inquadrature molto ravvicinate:

La chiamo direttamente una Sergio, che non è questa specifica inquadratura, perché per essere una Sergio deve essere un primissimo piano molto ravvicinato. Francamente trovo che sia assurdo chiedere i 10 film preferiti di un decennio. Forse i primi 3, ma è comunque una cosa che non si può prendere sul serio. L’eccezione è Il buono, il brutto, il cattivo, che è sempre in tutte le mie liste perché è effettivamente il mio film preferito. Non mi dilungo sul perché, lo è e basta.

Quentin Tarantino ha raccontato come ha capito di voler diventare un regista:

In realtà c’è voluto un po’. Non è stata una decisione improvvisa, anche perché ci ho messo 8 anni per convincere le altre persone del fatto che sono un regista. Dentro di me, appena ho capito cosa fosse un regista ho saputo che era quella la mia strada. Già da ragazzino ero legato al mondo del cinema e volevo farne parte. Mia mamma e il mio patrigno dicevano che sarei diventato un regista già quando ero ancora un bambino. Anche quando volevo fare l’attore, gli eroi per me erano sempre i registi: volevo fare un film con quel particolare regista. Quando ho iniziato a studiare recitazione, ho trovato compagni che sapevano molto meno di me, perché a me interessava il cinema, mentre loro erano interessati solo a loro stessi. Per me era troppo poco fare l’attore, quel film doveva essere mio.

Alcuni spettatori non apprezzano lo stravolgimento della storia fatto da Quentin Tarantino nei suoi ultimi film. Questo il sentimento del regista in proposito:

Di film in giro ce ne sono tanti, mica devono per forza vedere i miei.

Doveroso un accenno a C’era una volta a… Hollywood:

Non volevamo che il pubblico si rendesse conto di cosa stava andando a vedere, dovevano arrivare alla rivelazione soltanto alla fine. L’idea era di sorprendere e fare riflettere su quello che si era visto. La cosa fighissima ma molto difficile è riuscire a sorprendere con elementi che gli spettatori hanno sempre avuto sotto gli occhi senza rendersene conto. Tutti sapevano il titolo, ma soltanto alla fine si rivela la natura di fiaba del film.

Quentin Tarantino ha parlato del celebre scontro finale fra Calvin Candie e King Schultz in Django Unchained:

Ogni volta che rivedo quella scena, mi ricordo che Leonardo DiCaprio cadendo ha sfiorato un mobile con la testa. Ogni volta mi sembra che manchi ancora meno prima di colpirlo. Durante le riprese della scena a tavola, a un certo punto è successo un incidente: Leo ha letteralmente distrutto un bicchiere sbattendolo sul tavolo. È stato molto interessante vedere la sua reazione, che è stata straordinaria. Noi della troupe abbiamo trattenuto il fiato, pensando che si mettesse a urlare, ma lui è un attore magnifico e per due minuti ha gestito la cosa, addirittura giocherellando con questo sangue. Questo episodio ha portato Leo a raggiungere livelli straordinari in quei 2 minuti.

Il regista ha parlato della sua fedeltà alle sceneggiature da lui stesso scritte:

Non avrebbe molto senso opporsi a modifiche o aggiunte in corso, perché si blinderebbe il personaggio mentre invece si può arricchire il film girando, grazie alla diverse qualità degli attori. Non mi sono mai detto che un mio film era completamente diverso dalla sceneggiatura. A volte però si prendono strade diverse, proprio perché l’attore dà un contributo che porta ad aggiustare il tiro. Un esempio in questo senso è David Carradine in Kill Bill, in un ruolo che io avevo pensato per Warren Beatty.

Il personaggio lo immaginavo come un cattivo di Bond, che includesse le parti peggiori di me e di Beatty, che però non ha potuto fare il film. In quel periodo, stavo leggendo la biografia di David, e mi sono reso conto che sarebbe stato un villain pazzesco ma ben diverso, una specie di cowboy asiatico. Non ho riscritto la parte, ma ci sono state modiche e aggiustamenti per renderlo più adatto a lui, al punto che adesso è difficile immaginare Warren in quella parte. Riprendendo in mano il copione di Kill Bill, mi sono però reso conto di quanto fosse diverso il personaggio.

The Hateful Eight è stata la prima (e purtroppo ultima) collaborazione di Quentin Tarantino con Ennio Morricone:

È un sogno che si è realizzato, perché Morricone è stato il mio compositore preferito in assoluto. Da tanto tempo usavo la sua musica, e lui mi ha fatto sapere che sarebbe stato disponibile per una colonna sonora. Per The Hateful Eight mi sono reso conto che c’era bisogno di una colonna sonora originale, mentre solitamente scelgo una specifica musica. Se lui mi avesse detto di no, avrei fatto come al solito.

Mandai a Ennio la sceneggiatura tradotta in italiano. Ero a Roma per il David di Donatello, arrivai prima apposta per incontrarlo a casa sua. Lui mi chiese quando avrei iniziato a girare il film. Per la sua sorpresa, io gli ho detto che era già finito e che avevo bisogno della colonna sonora. Ennio mi ha risposto che purtroppo era impegnato. Poi però mi ha detto che aveva in testa un tema che poteva essere quello principale e me l’ha descritto. Riflettendo, mi ha detto che il tempo per comporre tutta la colonna sonora non c’è l’aveva ma per il tema in versioni diverse sì. 

Stava lavorando sulla colonna sonora che aveva già composto per La cosa di John Carpenter e mi ha detto che poteva arrivare a una decina di minuti. Mi ha detto che era stata usata solo la parte del tema principale di Carpenter col sintetizzatore, per cui si poteva trovare qualche soluzione. La sera dei David, Ennio mi ha detto che ce la poteva fare e che aveva qualche tema in mente per arrivare a 25 minuti o addirittura a 40 con qualche arrangiamento alternativo. Poi ha aggiunto che si potevano utilizzare dei brani composti per Carpenter ma mai usati, e così è andata. È stato un vero gigante, posso dire solo questo.

Quentin Tarantino ha parlato del suo amore per il cinema di genere italiano:

Ho avuto la fortuna di crescere negli anni ’70, quando regolarmente si vedevano i film dei registi italiani che sfruttavano il filone del cinema di genere. Questo è continuato negli anni ’80 quando si trovavano facilmente anche le VHS, per esempio quelle dei vari cloni di Rambo. Mettendo da parte gli spaghetti western, ho notato che quando gli italiani mettevano in campo queste dinamiche di genere lo facevano molto meglio degli americani. Il cinema italiano aveva la grandezza di spingere fino all’estremo, con la musica e col sesso dell’estremo. Erano film quasi teatrali.

Quentin Tarantino

C’è speranza di ospitare in Italia il set di un lavoro di Tarantino? Questa la risposta del regista:

Piacerebbe molto sia a me che a mia moglie. Sarebbe un’esperienza straordinaria, si tratta di trovare la storia giusta. Girare a Cinecittà sarebbe veramente pazzesco. Non dico che sarà il mio prossimo film, ma qualcosa di diverso di cui non posso ancora parlare. In questa cosa si potrebbe immaginare uno spaghetti western in pieno stile italiano, in cui tutti gli attori parlano la propria lingua e sanno che devono pronunciare la loro battuta solo quando l’altro ha finito la propria.

Non poteva mancare un passaggio sulla celeberrima scena di ballo di Pulp Fiction:

John Travolta ha creato la coreografia per i suoi passi, mentre io ho pensato a quelli di Uma Thurman. È stata mia l’idea di inserire i movimenti che lei fa. Con John eravamo d’accordo sul twist, ma lui mi ha spiegato che facendo una gara di questo ballo a 12 anni di twist aveva capito che era molto bello da ballare, ma estremamente noioso da vedere. Per cui abbiamo deciso di aggiungere qualcosa. Quando io davo il segnale battendo le mani, cambiava la coreografia.

Prima della premiazione, sono stati proiettati i video dei saluti di tre attori particolarmente cari a Quentin Tarantino, cioè Samuel L. Jackson, Christoph Waltz e John Travolta, che fra battute e complimenti hanno manifestato tutta la loro ammirazione per il regista. A seguire, è salito sul palco Dario Argento, che ha consegnato a Quentin Tarantino il Premio alla Carriera della Festa del Cinema di Roma, introducendolo con queste sentite parole:

Sei l’orgoglio del cinema americano ma anche, in piccola parte, l’orgoglio del cinema italiano. Sono molto onorato di premiare un regista che è uno dei maggiori talenti del cinema italiano. Evviva Quentin Tarantino!

Quentin Tarantino

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