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In the Image of God: la nostra intervista alla regista Bianca Rondolino

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Il Torino Film Festival, svoltosi interamente online sulla piattaforma MYmovies, ci ha permesso di poter fruire di diversi film attraverso le sale virtuali. Degno di nota è il cortometraggio documentario In the Image of God, diretto dalla regista Bianca Rondolino. L’opera racconta la storia di Levi, un rabbino di Los Angeles di circa sessant’anni nato intersessuale

Levi, nato nel 1957 a Long Island, è intersessuale come lo erano sua nonna e la sua bisnonna e, come successe loro, gli è stato imposto il genere femminile alla nascita. L’assegnazione del genere, che Levi ha subito, è stata una vera e propria violenza, un abuso. Purtroppo, nel mondo, soltanto quattro Paesi proteggono legalmente l’integrità fisica delle persone intersessuali e gli interventi chirurgici su bambini intersex sono vietati per legge: Austria, Malta, Portogallo e Uruguay. 

Levi, profondamente religioso, per una vita intera si è sentito diverso, malato, contro natura: per le persone LGBTQI+ religiose spesso la fede diventa un ostacolo, un impedimento alla libertà individuale. Levi invece, trovando persone LGTBQI+ nelle scritture, comprendendo come tutti siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio e che siamo tutti secondo natura, ha realizzato che la fede stessa fosse il crinale, il displuvio tra la propria identità e l’accettazione di sé. Partendo da qui, il rabbino Levi ha cominciato il suo percorso di attivista, concentrandosi sulla propria missione di diffondere una visione di Dio inclusiva. 

Nascere intersessuali significa nascere con caratteri sessuali che non rientrano nella definizione convenzionale di maschile e femminile. L’1,7% della popolazione nasce intersessuale. Le persone intersessuali, in quasi tutto il mondo, sono sottoposte, senza il loro consenso, a interventi o terapie mediche per fare sì che i loro corpi diventino conformi al genere che è assegnato loro alla nascita. Una pura violazione dei diritti umani.

Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con la regista Bianca Rondolino del suo cortometraggio In the Image of God e del suo desiderio di dare rappresentazione alle persone intersessuali. 

In the Image of God: la nostra intervista alla regista Bianca Rondolino

In the Image of God

Ci parli della genesi del tuo documentario, In the Image of God.

Questo documentario l’ho girato a Los Angeles, una città molto LGBTIQ friendly. L’esigenza era realizzare un documentario che parlasse di identità di genere e temi di genere. Stavo cercando una persona non binaria, perché trovo che sia un tema che vada esplorato. Mi immaginavo una persona giovane, fuori dagli schemi, con una categoria estetica forse anche stereotipata, invece ho trovato Levi! Questo documentario è nato dall’esigenza di imparare delle cose e l’ho è concluso avendone imparate più di quelle che mi sarei immaginata.

Levi dice di aver trovato l’accettazione di se quando ha letto le scritture, trovando una visione di Dio inclusiva e gender queer. Ed è quello che il suo documentario ci restituisce, ovvero l’immagine di una persona che si è riconciliata con se stessa.

L’intenzione principale di questo documentario, una volta che ho conosciuto Levi, era quella di dare rappresentazione alle persone intersessuali, perché sono l’1,7% della popolazione e sono invisibili. La rappresentazione queer in generale è già molto scarsa. Ho avuto l’opportunità di offrire una storia in cui l’accettazione, la liberazione e l’autodeterminazione vengono raccontate, senza pornografia del dolore, come la si definisce in questi casi. Rispetto alle storie queer c’è questa ossessione di raccontare le sofferenze e il dolore, storie in cui l’accettazione o non arriva o è una cosa secondaria, i cui personaggi vengono definiti dal loro dolore o dalle cose che subiscono. Levi mostra l’esatto opposto.

Levi, nella parte finale, dice che la difficoltà più grande della sua vita è stata accettare se stesso perché ha in qualche modo permesso che tutti i messaggi del mondo esterno gli entrassero dentro. Credo che per tutte le persone della comunità LGBT+ l’omofobia interiorizzata sia un grandissimo problema, come la misoginia interiorizzata per le donne.

L’intersessualità mette radicalmente in discussione la visione binaria del genere su cui è basata la nostra società. Crede che la nostra società sia pronta per superarla?

Molte persone sono pronte perché stanno emergendo, facendo coming out o facendo percorsi interiori; per cui adesso da un lato è una nicchia che per alcune persone sembra un trend generazionale, ma non lo è. Molte persone si identificano come non binarie, o come gender fluid, oppure gender queer, o queer in generale, e sempre più persone riescono a vivere una vita transgender normale dal punto di vista dei diritti e delle discriminazioni. Secondo me non è tanto questione se la società sia pronta o meno, la società è un continuo evolversi e lentamente sta cominciando a includere anche queste persone.

C’è una sensibilità sempre maggiore rispetto a tematiche di genere. In questo senso la rappresentazione della comunità LGBT+ è un elemento fondamentale perché è una forma di legittimazione, conoscenza e memoria.

I documentari sono molto potenti perché danno l’opportunità di raccontare storie vere, e siamo in un momento storico in cui noi tutti ci rendiamo conto che ci sono tantissime storie da raccontare e fino ad adesso la narrazione del paese e della realtà è stata in mano a un gruppo molto piccolo e limitato di persone, tendenzialmente uomini, bianchi e privilegiati. Il documentario permette di sovvertire questa cosa; sono felice di far parte di questo genere, lo vedo come uno strumento politico di rappresentazione, rivolta a persone che non l’hanno ricevuta, e come strumento di autorappresentazione di comunità storicamente emarginate.

Lei è una regista e un’autrice, quindi è sia un’artigiana dell’immagine che della parola. Quali sono gli errori che secondo lei commettono molti suoi colleghi, colleghe e colleghə quando vogliono parlare di genere queer o di identità di genere?

La scelta delle parole è molto importante. È importante conoscere i pronomi giusti, la differenza tra identità di genere e identità sessuale, bisogna usare le parole giuste. È sbagliato dire per esempio i trans – cosa che leggo ovunque – per definire le persone transgender, o usare la parole gay per indicare tutta la categoria e ciò che non è eteronormativo. Questo è molto importante, anche se da fuori molti si lamentano del politicamente corretto, asserendo che sono solo parole. Per la comunità LGBT+, di cui faccio parte, l’uso sbagliato delle parole è una violazione, è una discriminazione, è una continua micro-aggressione, anche se molte persone non se ne rendono conto. È un piccolo sforzo che può avere delle grandi conseguenze.

Nel caso della comunità transgender in particolar modo, ma anche in tutta la comunità queer, non tutte le narrazioni e le rappresentazioni fanno bene alla comunità, perché molte di queste rinforzano e ripetono gli stereotipi e promuovono una cultura maschilista, razzista e omofoba. Nel caso delle persone transgender spesso la narrazione è pensata per un pubblico cisgender, ed è pensata per soddisfare la curiosità di un pubblico estraneo che ha un approccio ossessivo alle parti del corpo, alla transizione, alle operazioni, piuttosto che a tutto il resto. Spesso questo tipo di racconto rende le persone transgender ridotte alle loro parti del corpo, come se non fossero esseri umani.

Crede che i social network rappresentino una risorsa nella sensibilizzazione sull’intersessualità?

Si, senza dubbio. Ho lavorato nei social media diversi anni. Ci sono molte critiche mosse da parte di chi considera che i social, e i contenuti veicolati attraverso di essi, non permettano un reale approfondimento, poiché sono pensati e strutturati dagli algoritmi. Però permettono e hanno permesso la democratizzazione dei contenuti e della condivisione: per cui persone che non avrebbero mai avuto accesso a strumenti particolari, a un vocabolario queer, a storie intersessuali, adesso ne hanno la possibilità. I media mainstream non danno spazio a persone invisibili come le persone intersessuali, in questo senso i social media possono sopperire a questa mancanza.

Parlando della sua partecipazione al Torino Film Festival, la fruizione di un festival virtuale è sicuramente diversa.

Mi è mancata molto la dimensione fisica del Torino Film Festival. Mi è mancato non poter conoscere gli altri registi, stare in sala, sentire i commenti, le emozioni, la reazione del pubblico. Però sono molto contenta perché la mia intenzione principale era dare rappresentazione a una fetta di popolazione, alla comunità queer. 

Prossimo progetto?

Mi piacerebbe che il mio prossimo documentario parlasse di una storia italiana. La storia di Levi è molto potente ma è anche molto americana. Nel nostro paese c’è un grande problema di rappresentazione perché l’Italia che vediamo al cinema o in tv sembra rimasta ferma a trent’anni fa. È molto bianca, molto razzista, sessista. Mancano le voci delle nuove generazioni, le idee. In Italia ci sono tantissime storie da raccontare, vederci rappresentati sullo schermo può avere un effetto benefico, soprattutto vedere una rappresentazione accurata di chi siamo.

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Beauty: poster e trailer del cortometraggio disponibile su Rai Play

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A questo indirizzo su Rai Play è disponibile a partire dal 12 giugno Beauty, cortometraggio prodotto da Moolmore Films con Rai Cinema. Si tratta di un musical in costume ambientato in una Londra fantastica di fine Ottocento e diretto da Nicola Abbatangelo, regista del musical di prossima uscita The Land of Dreams. Beauty è stato girato a Roma in presa diretta, ed è il primo film italiano mixato con la tecnica innovativa Dolby Atmos. L’opera di Abbatangelo gode inoltre di un cast internazionale, fra cui segnaliamo Sylvester McCoy (Doctor Who, Lo Hobbit), Simon Pasley Day (The CrownStar Wars: L’ascesa di Skywalker), Richard Henders, Hugh Sacks e James Clyde. Di seguito potete ammirare il trailer.

Beauty: il trailer del cortometraggio di Nicola Abbatangelo

Questa la sinossi ufficiale di Beauty:

In un mondo grigio, Henry creò i colori. Riuscì a intrappolarli all’interno di piccole palle di vetro per donarli a sua moglie malata, ma non riuscì a salvarla. Da quel giorno ha cominciato a produrre palle colorate senza sosta, coinvolgendo i suoi quattro figli maschi ma rifiutandosi di condividere con il resto del mondo quell’incredibile magia e litigando per questo con il suo figlio più piccolo, Stick. Vent’anni dopo, Stick torna a casa perché suo padre sta morendo. L’unica speranza sembra riposta in un apparecchio medico molto costoso, ma soltanto liberando il colore dalla prigionia delle palle di vetro Stick ed Henry riusciranno a riconciliarsi e riempire di bellezza la vita di tutti.

In conclusione, ecco il poster ufficiale di Beauty, disponibile gratuitamente su Rai Play.

Beauty poster

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Aldo, Giovanni e Giacomo: disponibile su YouTube un corto inedito

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Aldo, Giovanni e Giacomo

Dopo l’uscita dell’ultimo film del trio Odio l’estate, c’è un piccolo inedito progetto di Aldo, Giovanni e Giacomo da vedere. Stiamo parlando di Un filo intorno al mondo, cortometraggio interpretato dal trio e diretto da Sophie Chiarello, disponibile su YouTube fino alla mezzanotte di mercoledì 3 giugno. Potete vedere il corto, della durata di circa 15 minuti, direttamente qui sotto.

Un filo intorno al mondo: il cortometraggio inedito di Aldo, Giovanni e Giacomo

https://www.youtube.com/watch?v=QXejCwFMQxM&feature=emb_title

Oltre che sulla partecipazione di Aldo, Giovanni e Giacomo e sulla regia della già citata Sophie Chiarello (anche produttrice e sceneggiatrice), Un filo intorno al mondo può contare sulla fotografia di Vittorio Omodei Zorini, sul montaggio di Antonio Di Peppo, sulle musiche originali firmate da Sebastiano Cognolato, sulla scenografia di Daniela Giardinazzi, sui costumi di Loredana Buscemi e sul suono in presa diretta di Tiziano Crotti. Per ulteriore materiale del trio, vi invitiamo a consultare il loro sito ufficiale.

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InterNos le Courtmétrage: il corto di Roberto Pantano

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InterNos le Courtmétrage è un cortometraggio indipendente, diretto da Roberto Pantano, scritto e prodotto da Annamaria Zevola e Roberto Pantano. Nel cast figurano Luca Lionello, Maurizio D’Agostino, Marco Cocci, Antonella Bavaro, Carla Dujany Solaro, Anna Testa, Antonio Lanni, Sara Poledrelli, Rimi Beqiri, Alessandro Rossetti e Ingrith Cristancho.

InterNos le Courtmétrage ci porta nella vita di Lucio, insegnante di italiano residente in Francia, un uomo che vive un’angoscia quotidiana dalla quale sembra non vedere via d’uscita. Lucio, dopo aver scritto una sceneggiatura assieme ai suoi amici, giunge a Roma per le riprese e decide che per lui è il momento di farla finita. Durante questo lento cammino interiore che culminerà con un gesto estremo, Lucio è accompagnato da un’inesorabile derisione da parte delle persone che lo circondano, che prendono poco sul serio la sua rassegnazione e la sua passiva disperazione. Ma Lucio non si lascia distrarre dalle cerimonie ridicole consumate dal cinismo dei suoi amici, per cui la morte è solo una amara consuetudine e il materialismo l’unico credo da perseguire.

InterNos le Courtmétrage: il cortometraggio di Roberto Pantano

Il cortometraggio diretto da Roberto Pantano è una finestra crudele e grottesca che si affaccia sulla società di oggi, una realtà che spinge verso la spersonalizzazione; il corto è amaro, tragico e coglie lo sconforto di un uomo che non sa più come vivere e stare al mondo. Lucio mette in discussione ogni cosa, dal rapporto con gli amici alla propria vita; il protagonista è un insegnante timido e passivo che decide sorprendere i suoi amici annunciando la sua morte.

Ma i suoi stessi amici si mostrano con il loro volto più sadico, crudele, diventando il simbolo dello smarrimento dei rapporti umani e della stessa società che mastica e sputa i propri abitanti, quadro surreale di una tragedia reale. Ciò a cui si assiste durante il cortometraggio è una lunga e miserevole processione degli amici di Lucio che entrano nel suo appartamento e si prendono gioco della sua tragedia personale, assuefatti, ognuno di loro, dal proprio materialismo e dalle proprie macerie.

InterNos le Courtmétrage

InterNos le Courtmétrage è una severa critica al disagio della società e dell’uomo moderno

InterNos le Courtmétrage vive su un crinale fragile e oscuro, una metafora dell’atteggiamento dell’uomo inserito in una società che tende ad assottigliare e a svalutare le relazioni umane, e a rendere sempre più fragile e utopica una rivoluzione che possa partire dalla coscienza. Il cortometraggio è una severa critica al disagio dell’uomo moderno, un’indagine che parte dalla duplice personalità del personaggio Lucio-Oscar per poi affondare le sue consapevolezze nella traslazione di un sentimento di rabbia, sentimento che abita profondamente il protagonista e reso da Luca Lionello con grande efficacia. Il progetto di Roberto Pantano, che nasce dal lungometraggio InterNos – Une Histoire sans espoir, fotografa l’impoverimento dei rapporti umani e la solitudine che deve affrontare l’uomo in un mondo che non ti permette di vivere e di realizzarti.

InterNos le Courtmétrage è stato insignito di numerosi premi tra i quali vincitore della categoria Best Producer al MedFf – Mediterranean Film Festival di Siracusa, vincitore del Jury Award al Sicily International Film Festival SIFF, finalista al 4° Festival Giano Bifronte – Cineasti del Cinema invisibile in cui ha vinto come Miglior Sceneggiatura e vincitore del Premio Miglior Cortometraggio, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura a Roberto Pantano e Annamaria Zevola al Cine Corto al Castello 1 edizione a Mignano Montelungo.

Questo il sito ufficiale in cui visionare InterNos le Courtmétrage.

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