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Interviste

Jerry Calà presenta Odissea nell’ospizio: «Sono ancora lo stesso ragazzo di Sapore di mare»

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La reunion cinematografica dei Gatti di Vicolo Miracoli Odissea nell’ospizio è disponibile già da qualche giorno su Chili. Dopo la nostra recensione del film, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Jerry Calà, che di Odissea nell’ospizio è regista, sceneggiatore e principale interprete. Nel corso di una lunga e spassosa chiacchierata, il protagonista di alcune pellicole di culto del nostro cinema come Sapore di mare, Vacanze di Natale e Al bar dello sport ha condiviso con noi alcuni retroscena del suo ultimo progetto e qualche ricordo della sua longeva carriera.

L’idea per Odissea nell’ospizio ti è venuta mente scrivevi la tua autobiografia Una vita da libidine, ripensando alle avventure coi Gatti. Perché hai scelto come location di questa reunion un ospizio?

«Mi sembrava molto autoironico, perché sono passati tanti anni da quando il pubblico ci ha visto insieme al cinema. Anche se la nostra nuova età non è ancora da ospizio, infatti nella storia ci siamo un po’ imbucati nella casa di riposo per nasconderci da altre situazioni. Alla fine di Arrivano i gatti, il nostro primo film, facevamo una gag sul nostro ingaggio per una tournée in una casa di riposo e usavamo proprio il gioco di parole “odissea nell’ospizio”. Noi siamo quasi come parenti, nella vita ci troviamo anche con le famiglie a fare delle mangiatone. C’è gente che pagherebbe un biglietto per stare a tavola con noi (me compreso, ndr)! Una sera a cena ci siamo detti appunto “perché non facciamo Odissea nell’ospizio“? Infatti, tutto quello che accade nella casa di riposo è un’odissea volta a salvare la casa di riposo stessa. Ci siamo divertiti perché eravamo fra amici e molto affiatati. Hanno partecipato anche Andrea Roncato e Mauro Di Francesco, che mi sono piaciuti tantissimo nel film».

Quali sono state invece le difficoltà più grandi nel riunire i Gatti dopo tanti anni come protagonisti di un film corale?

«Io pensavo che ci sarebbero state difficoltà, soprattutto perché li dovevo dirigere io: quando ci troviamo sono uno di quelli più presi di mira con le battute. Temevo che sul set mi avrebbero preso a pernacchie! Invece, siccome hanno visto un Jerry diverso come regista, più autoritario, devo dire che mi hanno rispettato molto e si sono anche prodigati in complimenti. Ogni tanto mi dicevano che non mollo mai, infatti io finché non vedo quello che mi piace non perdono. Si riservavano poi tutti gli scherzi per la sera, perché vivevamo tutti nello stesso agriturismo. Ci sarebbe stato da fare un film su queste serate, dal titolo Backstage. Pensandoci bene, il titolo del mio prossimo film potrebbe proprio essere Backstage, lo deposito subito».

Odissea nell’ospizio

Odissea nell’ospizio dipinge fedelmente alcuni risvolti della nostra società, dalla malasanità alla tendenza italiana a furberie di tutti i tipi, fino ad arrivare alla diffidenza per lo straniero, mostrata attraverso l’accoglienza riservata ad alcuni rifugiati presso l’ospizio. Come trovi cambiati gli italiani dai tempi dei tuoi esordi?

«Il film non manca di toccare l’attualità. La società credo che non sia cambiata molto, infatti quando vedo i vecchi film dicono le stesse cose che diciamo noi parlando del passato, del presente, sull’ambiente e sul traffico. Io per esempio sono un immigrato a Milano dalla Sicilia, e quando ero bambino c’erano ancora i cartelli “non si affitta ai meridionali”, nonostante Milano sia una delle città più accoglienti d’Italia. Secondo me ci sono atteggiamenti su cui il popolo è sempre un po’ diviso, e non solo in Italia. Le differenze che noto di più riguardano i giovani. Quando eravamo giovani noi, non c’erano telefonini ed eravamo più impegnati sui rapporti. Non vedevamo l’ora di uscire e incontrare le ragazze. Si viveva per quello, per la compagnia. Oggi invece i ragazzi stanno anche molto soli e comunicano attraverso i cellulari. Questo toglie anche un pochino di libertà di espressione naturale, perché oggi ci si esprime sui social e si ha sempre una gran paura di essere giudicati o offesi, finendo per non esprimere quello che si pensa veramente. Negli anni ’70 eravamo un po’ più liberi.»

In un tuo precedente film, Torno a vivere da solo, fotografavi, anche con un certo anticipo sui tempi, la crisi dei rapporti di coppia moderni. Queste difficoltà emergono anche in Odissea nell’ospizio, dal momento che tutti i personaggi sono separati o fuori da una relazione stabile. Pensi che l’amicizia possa essere il miglior antidoto alle carenze sentimentali?

«Sicuramente. Salvo rare eccezioni, gli amori purtroppo prima o poi finiscono, mentre le amicizie vere durano per tutta la vita. Su un’amicizia ci puoi sempre contare, ed è difficile che si trasformi, come succede all’amore, in odio, vendette o ritorsioni. Io l’amicizia l’ho sempre messa al secondo posto della mia classifica dopo la mamma. Al terzo posto invece il grande Guido Nicheli metteva lo spago».

«La storia di Torno a vivere da solo nasce per riallacciarmi a Vado a vivere da solo. Quel film voleva proprio dimostrare la differenza fra un’epoca e l’altra. Io non vedevo l’ora di andare via da casa e oggi invece i ragazzi ci rimangono. Secondo me non perché lo vogliono loro, ma un po’ perché i genitori tendono a a tenerli in casa, e un po’ perché farsi un’indipendenza oggi costa di più di una volta. Torno a vivere da solo mi è venuto in mente per una mia storia familiare. Mia sorella, che è una donna molto spiritosa e arguta, ha tre figli, che a quell’epoca erano sulla trentina e non si schiodavano da casa. Lei un giorno gli ha dato le chiavi e gli ha detto “sapete cosa c’è? Io vado via, così voi vi gestite la casa e imparate un po’ a vivere”. I miei nipoti sono rimasti di stucco e l’hanno guardata andare via da casa».

Odissea nell’ospizio è la prima reunion dei Gatti dai tempi de Gli inaffidabili. In quel film, emergeva anche un po’ di malinconia sull’amicizia, dato che il tuo personaggio veniva lasciato solo dagli altri. Qui invece metti in scena l’idea opposta, cioè che col tempo ci si possa ritrovare, al di là delle incomprensioni. È solamente un’esigenza narrativa o con il passare degli anni sei diventato più ottimista?

«Mi ha fatto piacere che tu abbia nominato Gli inaffidabili, perché secondo me era un buon film. Forse allora osai un po’ troppo con il cast, mi dissero che era troppo televisivo. Per me invece sono stati bravissimi tutti, da Gigi Sabani a Leo Gullotta. Quel film l’ho sempre visto come un Compagni di scuola più nordico, che è un po’ il mio background. L’età conta molto, e qui ci sono persone con molta esperienza, che hanno certamente degli screzi, ma il fatto di essere amici secondo me non va contro all’attività di sparlare dell’altro. Noi quando ci ritroviamo dopo un po’ ci diciamo “chi è il primo che se ne va? Così gli altri sparlano di lui”. Penso che questo faccia parte dell’amicizia. Parlare dietro non vuol dire non essere amici, è un gesto d’affetto anche quello, perché comunque ne parli. Ne Gli inaffidabili io raccontavo quella situazione tipica in cui quando ci si ritrova fra amici a volte si parla di fare qualcosa insieme con molto entusiasmo e poi non se ne fa niente. Un grande classico che è accaduto tantissime volte nella mia vita. In tutti e due i film però voglio dire che queste cose fanno parte dell’amicizia e sono modi per volersi bene».

Odissea nell’ospizio

In Odissea nell’ospizio compaiono anche due star internazionali come Katherine Kelly Lang e Sofia Milos. Come ti sei trovato a lavorare con loro?

«Mi sono trovato benissimo: in America hanno una professionalità davvero esagerata. Questo l’avevo già scoperto in Torno a vivere da solo, dove avevo diretto Don Johnson. Ero molto intimorito perché mi dicevo “adesso cosa dico a lui, a Miami Vice?”. Lui si è accorto di questo mio stato d’animo e mi ha fatto chiamare nella sua roulotte, dove mi ha detto “Jerry, You are the director. Ok?”. Loro fanno quello che tu gli dici, poi semmai, con grande rispetto, ti chiamano da una parte, mai davanti agli altri, e ti propongono soluzioni alternative. La stessa cosa è successa con Katherine, che è arrivata sapendo già perfettamente tutte le battute a memoria. Anche noi italiani siamo migliorati in quanto a professionalità, ma la loro è ancora più forte. È stato davvero un piacere lavorare sia con Katherine che con Sofia, altra grandissima attrice».

Il finale vi vede finalmente riuniti sul palco per salvare l’ospizio. È più la chiusura di un cerchio iniziato oltre 40 anni fa o un nuovo inizio per altri progetti insieme?

«Questo chi lo può dire? Devo dire che il risultato di Odissea nell’ospizio mi potrebbe fare venire voglia di un altro progetto con i Gatti, perché durante questi eventi che stiamo facendo, ai vari festival e alle presentazioni, il pubblico in sala reagisce molto bene. Soprattutto nella seconda parte, ci sono tantissime risate».

Odissea nell’ospizio ha trovato la sua dimensione di distribuzione nello streaming. Da regista e spettatore cosa ne pensi di questo nuovo modo di fruire di film e serie tv?

«Secondo me questo è il futuro. Tanti dicono, e sono d’accordo, che vedere i film più spettacolari al cinema è un’altra cosa. Ma è anche vero che in casa non abbiamo più quegli scatoloni quadrati che avevamo una volta, abbiamo degli schermi giganti, che non costano neanche tantissimo. Lo streaming è nato con le serie tv e poi si è allargato anche al cinema. Chili per esempio ha film di prima visione, che sono stati nelle sale da poco. Questa credo che sarà la distribuzione del futuro. Oggi per distribuire un film al cinema ci vogliono un sacco di soldi, e quando dietro non c’è una major che investe per un grande lancio si fa fatica. Gli incassi dei film italiani infatti ultimamente non sono molto confortanti. L’uscita in streaming invece costa poco e può avere ottimi risultati».

Lo streaming, con la maggiore libertà che fornisce, può essere anche il tuo futuro? Magari per una serie come Professione vacanze…

«Mi piacerebbe, penso sempre a Professione vacanze! Abbiamo fatto solo una stagione, ma credo che sia una delle serie più trasmesse, ogni anno la replicano. Ci sto lavorando a quest’idea, mi piacerebbe fare il capovillaggio con una serie di giovani animatori, magari ambientandola in un posto esotico».

Odissea nell’ospizio

Ti conosciamo bene come regista e attore, ma siamo curiosi di sapere di più su di te come spettatore. Quali sono i film o le serie uscite recentemente che ti hanno più colpito? Ci sono attori con cui ti piacerebbe lavorare?

«Con mio figlio, che è più cinefilo di me e nonostante abbia 16 anni scrive recensioni, guardiamo molto cinema e molte serie. Ultimamente per esempio ci siamo riguardati tutto Breaking Bad, che adesso ha avuto anche un proseguimento con il film El Camino, che abbiamo visto religiosamente insieme. Ho visto anche La casa di carta, che mi è piaciuta molto. Guardo molte serie, mi piacciono anche alcune serie inglesi, che trovo molto spiritose. Ieri per esempio abbiamo guardato The Politician, dove c’è anche Gwyneth Paltrow. Attendo con trepidazione The Irishman e ho amato Suburra, dove ho apprezzato molto Francesco Acquaroli, che interpreta Samurai. Mi è piaciuta anche una serie francese, Chiami il mio agente! Per il cinema invece ho apprezzato molto il meraviglioso C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e Il corriere – The Mule di Clint Eastwood. Questi sono film che vado a vedere al cinema».

Hai mai pensato di dedicarti maggiormente a ruolo drammatici?

«L’attore fa quello che gli propongono, e mi sono prestato volentieri anche con Marco Ferreri, per Diario di un vizio e per Pupi Avati, nel film a episodi Sposi. Come diceva Ferreri, quando gli chiedevano perché mi avesse preso, gli attori comici sono i più bravi a fare i drammatici.»

Alla Festa del Cinema di Roma sarà presentato il documentario Carlo Vanzina. Il cinema è una cosa meravigliosa, a cui hai partecipato. Colgo l’occasione per chiederti un tuo ricordo su questo compianto regista e per riagganciarmi a un vostro meraviglioso film, Sapore di mare. Quanto c’è ancora in te di quel ragazzo che interpretavi, dalla travolgente ironia, ma capace anche di slanci sentimentali e malinconici come quello del finale del film?

«C’è tutto. C’è tutto quel ragazzo lì. Quel ragazzo si è formato lì. Lo spartiacque della mia carriera è stata proprio la scena finale di Sapore di mare, grazie anche a Carlo Vanzina, a cui io devo tutto. In quella scena, Carlo venne da me e mi disse “adesso ti faccio una cosa alla Sergio Leone, con carrello in avanti e zoom indietro, quindi dimenticati per un attimo di essere un cazzone”. Quando ho finito la scena, il direttore della fotografia mi ha chiamato da parte e mi ha detto “ti ho visto in macchina, avevi un’espressione meravigliosa. Ricordati che tu puoi fare altro”. Carlo Verdone addirittura, per complimentarsi, mi diede un pizzico, dicendomi “sei un fijo de na mignotta”».

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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Interviste

Tim Burton incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Tim Burton

Fra i tanti eventi che hanno segnato una convincente edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è sicuramente l’incontro del pubblico dell’Auditorium con Tim Burton. Il regista statunitense ha anche ricevuto il Premio alla Carriera della manifestazione dalle mani di Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, che hanno lavorato più volte insieme a lui, contribuendo con i loro costumi e con le loro scenografie al successo delle sue visionarie opere. Come da tradizione della Festa, Tim Burton ha dialogato con il direttore artistico Antonio Monda e con il professore di cinema della Columbia University Richard Peña, ripercorrendo la sua vita e la sua carriera.

Tim Burton

Qual è il primo film visto da Tim Burton? A rispondere è lo stesso regista:

Gli argonauti di Don Chaffey, film indimenticabile che vidi in una sala in California. Una sala straordinaria, dove sembrava di stare all’interno di una conchiglia. Ricordo le scene di combattimento con gli scheletri. Questa è stata la mia prima esperienza al cinema.

Tim Burton ha parlato della sua esperienza nell’animazione Disney a inizio carriera:

Orribile. Si tratta dei miei giorni più bui. C’erano moltissime persone di talento e creatività, impegnate in film come Red e Toby nemiciamici e The Black Hole – Il buco nero, che richiedevano 10 anni di produzione. Figure come Brad Bird e John Lasseter, che alla Pixar hanno dimostrato tutto il loro talento ma lì non avevano spazio. Ero veramente pessimo nel lavoro dell’animazione. Molti sottolineavano che i miei personaggi avevano l’aspetto di qualcuno che è stato messo sotto da una macchina. Per fortuna ero così negato che sono passato a fare altre cose.

Tim Burton ha parlato della sua profonda ammirazione per Mario Bava:

Negli anni ’80 andai a un festival del film horror a Los Angeles, una maratona di 48 ore di fila. A volte durante questi eventi si tende ad assopirsi, ma quando vidi La maschera del demonio di Mario Bava per me fu come essere in un sogno, o più spesso un incubo. Pochi sono riusciti a catturare questo stato onirico, oltre a lui anche Federico Fellini e Dario Argento.

Il regista ha parlato del ruolo dell’art director nei suoi film:

Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me la scenografia e la musica fanno parte dei film, sono veri e propri personaggi. Questo vale anche per i costumi, dal momento che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Dante Ferretti. I grandi con la loro opera danno un altro personaggio al film, che così diventa il mezzo visivo per eccellenza. I miei disegni sono molti primitivi, per me me gli artisti sono fonti di ispirazione.

Una scena di Edward mani di forbice ha permesso a Tim Burton un excursus sul suo processo creativo:

Rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, ero così. Le fiabe permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io non mi reputo uno sceneggiatore, parto dalle idee e cerco di stabilire rapporti di collaborazione con persone abili in tal senso. Nel caso di Nightmare Before Christmas, non sono partito da materiale mio, ma era comunque qualcosa che mi permetteva di riconoscermi in alcuni elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui rapportarmi, aprendomi alle collaborazioni. Un po’ come quando lavoravo in Disney all’inizio, dove si lanciavano spunti e poi ci si ragionava su insieme.

Il regista ha confermato una voce sulla sua ispirazione per Mars Attacks!:

Mettiamo da parte i grandi romanzi. Sono partito dalla carte che avvolgevano le gomme da masticare. Ho avuto un’infanzia un po’ contorta.

Tim Burton ha fatto un accenno al suo rapporto con gli studios:

Io ho fatto soltanto film con gli studios. Sono stato in una posizione un po’ insolita, perché nonostante questo sono sempre riuscito a fare ciò che volevo fare, e non ho ancora capito come. Per fortuna non hanno mai veramente capito cosa stessi facendo.

Il regista ha parlato del suo Batman, considerato molto dark:

C’è molta confusione su questo discorso. C’era chi diceva che il mio Batman fosse molto più dark, mentre altri dicevano il contrario. Ricordo che McDonald’s non era contenta, perché dalla bocca del Pinguino usciva una roba nera e non sapevano come regolarsi con gli happy meal.

Una scena di Big Fish è servita da spunto di riflessione sul budget di un film e sulle proiezioni di prova:

Il cinema è un’opera collettiva che vede la partecipazione di tante figure diverse da loro. Quando sei un pittore lavori da solo, ma il cinema è una fonte collettiva di gioia. Che il film sia a budget limitato o a budget enorme, pensi sempre che non ne hai abbastanza. Ci sono tanti elementi impalpabili e intangibili, ma non mi sono mai sentito limitato. Le proiezioni di prova sono sempre esperienze che incutono grande terrore, perché comportano anche riempire dei moduli nei quali al pubblico viene chiesto il personaggio preferito. Alla fine se ne fa un uso quasi sempre distorto, è molto difficile rendersi conto di quella che è la percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato dal rivedere i miei film, vorrei godermi la visione ma non ce la faccio.

Per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Tim Burton ha collaborato con un grande della musica americana come Stephen Sondheim:

Stephen è geniale, fu un’esperienza difficile fargli vedere il film. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. È una miscela di horror, commedia e musical. Era molto preoccupato perché nessuno degli attori era un cantante. Io però non lo ritenni un problema, sapevo di essere in buone mani con quel gruppo di attori. È stato di grande sostegno, abbiamo cambiato un po’ di cose ma è andata bene. Devo dire che è stato estremamente divertente: anche se può sembrare assurdo, per me è stato come fare un film muto. Mi sono divertito più con questo film che con molti altri.

Una scena di Big Eyes ha portato a una riflessione su questo recente film di Tim Burton:

Mi ricordo che i quadri di Margaret Keane si trovavano in tutte le case. Io li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai potesse piacere tanto questo tipo di quadro. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. Tutti in qualche modo siamo toccati in modo diverso da quello che vediamo. Per me erano inquietanti, altri li trovavano così carini da appenderli alle mura delle camere dei bambini. Questo è il mestiere dell’artista, ad alcuni piaci e ad altri no.

Il regista ha particolarmente apprezzato la mostra su di lui organizzata dal MOMA nel 2009:

La mostra al MOMA è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista, quindi si è trattato di frugare nei cassetti e trovare queste opere. Un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste mi riempiono di gioia. Questa tra l’altro è stata la mostra che in assoluto ha avuto più successo. Io non mi reputo un artista, però fa pensare che le opere d’arte riescano a ispirare altre persone.

L’ultima sequenza proposta è stata di Ed Wood, il film di Tim Burton che ci dice che anche il peggiore regista di tutti i tempi è a suo modo un artista:

Con Plan 9 from Outer Space, Ed pensava di girare Star Wars. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari, in cui si reputa fra i più grandi. Questo ci riporta al discorso di prima su che cos’è l’arte.

Tim Burton

Tim Burton abbraccia Dante Ferretti

Tim Burton

Tim Burton ringrazia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci per il premio

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Interviste

Petite Maman: intervista alla regista del film Céline Sciamma

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Petite Maman

Applaudito all’ultimo Festival di Berlino, Petite Maman è il nuovo attesissimo film di Céline Sciamma, dopo il successo planetario di Ritratto della giovane in fiamme. Da sempre attenta al mondo dei giovanissimi e al tema dell’identità femminile, Sciamma torna alle atmosfere di Tomboy, uno dei suoi film più amati, dimostrando ancora una volta una sensibilità fuori dal comune. 

Petite Maman ha per protagonista Nelly, una bambina di otto anni che dopo la morte della nonna passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion. Nelly esplora la casa e il bosco che la circonda, dove sua madre giocava da bambina e dove aveva costruito la casetta di legno di cui Nelly aveva sentito tanto parlare. Dopo che la madre va via all’improvviso, Nelly incontra nel bosco una bambina della sua età che si chiama proprio Marion e sta costruendo una casetta di legno.

Distribuito in Italia da Teodora Film e MUBI, Petite Maman è stato presentato in anteprima durante Alice nella Città, sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma, occasione che ci ha permesso di incontrare e parlare con la regista Céline Sciamma proprio del suo ultimo lavoro e delle sue ispirazioni. 

Petite Maman: l’intervista alla regista del film, Céline Sciamma

Céline Sciamma

Non c’è magia, non ci sono portali che aprono lo spazio-tempo ma solo uno stacco di montaggio che ci conduce in un’altra dimensione. Hai pensato fin dall’inizio a questa modalità di contrapporre due dimensioni differenti? 

Quando ho iniziato a scrivere per questo film, e quando poi ho terminato la prima bozza della sceneggiatura, mi sono resa conto che questo film è un vero e proprio viaggio nel tempo. Allora mi sono cominciata a porre delle domande. E mi sono resa conto anche che non volevo che ci fosse una macchina del tempo all’interno del film, volevo che l’unico aspetto magico fosse quello che dà il cinema. Quando si ha un’idea la cosa più importante è rispettarla, quindi mi sono detta che non volevo avere paura; questa è stata la mia intenzione iniziale, la voglio rispettare, voglio resistere alla tentazione delle convenzioni. Ho voluto che questo cinema rispecchiasse quello che io definisco una sorta di realismo magico, un vero e proprio genere cinematografico, e ho voluto ricreare questa atmosfera di magia primitiva. 

C’è una grande cooperazione nel film tra ragazze e tra generazioni diverse, quanto ha lavorato per favorire questo? 

Questa è un po’ l’idea che combina l’aspetto gioioso e l’aspetto politico del film, che molto spesso vanno di pari passo. L’idea era di eliminare le gerarchie, creare una sorta di equilibrio tra quella che è una madre e quella che è una figlia. Ed è proprio per questo che ho scelto due sorelle; ho pensato tra me e me, ma se io incontrassi mia madre all’età di otto anni potrebbe essere mia sorella! Ho cercato di passare da quella che è un’idea di genealogia verticale ad una orizzontale, ed è questo che ha portato appunto a questo aspetto della solidarietà, della sorellanza, ed è in questo modo che ho cercato di superare la visione di duo, madre e figlia, fino ad arrivare a un vero e proprio trio, e ho cercato di focalizzarmi su questo ruolo del trio nella storia: madre, figlia e la nonna, che è anche molto importante. 

Ritorna il tema dell’infanzia e lo sguardo dei bambini. I bambini possono essere un nuovo pubblico di riferimento? Ci sono dei punti di contatto tra lo sguardo dei bambini e lo sguardo delle donne sul mondo? 

Volevo ricreare al cinema questo sguardo sia femminile che infantile, in fondo si tratta di personaggi che non riescono quasi mai a dimostrare o a vivere quella che è la loro integrale individualità. I bambini sono un pubblico che mi interessa molto, non hanno pressione culturale, e con questo pubblico, che è interessantissimo, molto moderno, puoi essere poetica, inventiva. 

Quando hai deciso di fare questo film, avevi dei riferimenti del cinema precedente che hai rincorso? 

Ho pensato molto al cinema d’animazione giapponese, come Miyazaki, e questo film che ha una connotazione molto pittorica, con l’autunno, i colori, fa molto riferimento a questo cinema d’animazione. Volevo citare un altro film che a mio modesto parere è stato un po’ sottovalutato che è Big, con Tom Hanks, io l’ho visto da bambina, l’ho trovato un film davvero sovversivo, e mi ha colpito molto. 

La rappresentazione della maternità al cinema ha subito un cambiamento molto importante, vediamo storie di maternità non performativa, non conforme. Cosa ne pensi di questa nuova ondata? 

Me ne rallegro in qualche modo. Io dico sempre che il cinema ha un impatto gigantesco sulla vita delle persone, il fatto che vi siano questi film significa che si è autorizzati anche a fare qualcosa di diverso. 

Céline Sciamma

Ascoltiamo abbastanza i bambini? 

Penso che oggi come oggi i bambini, come la gioventù, siano davvero in prima linea nelle lotte, nel portare avanti nuove idee, lo vediamo per esempio nel caso del cambiamento climatico. Eppure abbiamo visto in questi anni che in qualche modo l’infanzia e i giovani vengono considerati dei cittadini di seconda classe, come se non avessero delle idee politiche, in realtà dipende tutto dalla struttura che li accolgono, che sia la famiglia, la scuola, la società. Ovviamente io lavoro con i bambini, in questo caso con queste due ragazze, quindi mi sono resa conto di quanto siano capaci di individualità, di impegno. I giovani, i bambini sono i portati di nuove idee, ma non per questo noi non dobbiamo lottare perché queste idee prevalgano, i bambini spesso non hanno il peso politico per portare avanti queste idee: siamo noi che dobbiamo farcene portavoce. 

Il suo cinema vive di molte suggestioni, come concilia il suo desiderio di trasmettere un messaggio politico con la libertà interpretativa che lascia allo spettatore? 

In fondo non ho un messaggio politico preciso da dare, piuttosto mi baso sulle sensazioni. Non c’è un messaggio, cerco di mettere delle idee, delle idee che poi voglio far stare insieme, più idee ci sono insieme più il film diventa politico; per me è importante che ci sia questa ricchezza di possibilità che ti porta a vivere maggiormente la vita, che ti dà più possibilità di interpretazione, quindi queste idee devono danzare insieme, e lo devono fare in maniera davvero sensuale. Sensuale per questo, perché c’è quest’idea del desiderio, un’idea che dà voglia di avere altre idee. 

Io credo sempre che i cambiamenti arrivano dove sono più forti i momenti di resistenza. Dove più c’è oppressione c’è anche più forza di resistenza, forse è anche questo il motivo per cui il cinema borghese, e il cinema più sentimentale, innova poco.

Si parla delle paure dei bambini nel film: da bambina aveva paura di qualcosa?

Avevo paura di tutto praticamente, tanti degli elementi del film ricordano molto della mia infanzia, per esempio gli spazi sono ispirati a ricordi della mia infanzia: l’esterno è proprio girato nella città in cui sono cresciuta. Anche la casa che è costruita proprio in studio è basata proprio su ricordi, e ha molte caratteristiche di quelle che erano le case delle mie nonne. Ho cercato di ricreare una sorta di intimità dello spazio, dell’infanzia stessa, ed è uno spazio e un tempo che non ha una connotazione precisa, io volevo che un bambino degli anni ’50 del secolo scorso e un bambino del 2021 potessero vivere e riappropriarsi di questa storia. L’idea era di lavorare su queste paure, paure dell’infanzia, una delle paure più forti che pervade questo film è la tristezza degli adulti. C’è un unico mostro, questa pantera nera, che simboleggia un po’ tutte le nostre paure, e poi volevo che fosse un’ombra fabbricata da un essere umano, perché i bambini spesso credono che queste paure, questi mostri siano gli esseri umani, i grandi che entrano in scena. 

Com’è stato girare un film durante la pandemia? 

Sicuramente ci sono molti protocolli da seguire e da integrare durante la lavorazione. Da questo punto di vista questo film ha creato meno problemi nel senso che è stato comunque girato in studio, pochi attori, pochi livelli di interazione fisica. Tuttavia è stato comunque qualcosa di diverso dal solito, io dico spesso che girare un film è una sorta di lockdown personale in qualche modo, e attraverso questo mondo vuoto in realtà riesci a ricreare qualcosa. Questa volta il mondo era veramente vuoto, il mondo intorno a noi; quindi quando eravamo li davanti alla cinepresa, il solo fatto di veder togliere una mascherina, di vedere un volto, sicuramente è stata un’esperienza di grande tensione emotiva. Nel film ci sono tante immagini che sono cariche di questi momenti: proprio questo film così atemporale in realtà è così caratterizzato del momento che abbiamo attraversato. 

Il cinema può essere uno spazio sicuro? In cui creare intimità e sorellanza? 

Io ho fatto dei film in questo modo, ma ho fatto anche altri film per vivere questo sogno, questa immagine, l’idea di poter ricreare questa comunità fraterna: è un’utopia del cinema. Si fanno dei film per vivere determinate idee, oltre che portarle nel mondo. 

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