Jerry Calà presenta Odissea nell’ospizio: «Sono ancora lo stesso ragazzo di Sapore di mare»

Jerry Calà presenta Odissea nell’ospizio: «Sono ancora lo stesso ragazzo di Sapore di mare»

La reunion cinematografica dei Gatti di Vicolo Miracoli Odissea nell’ospizio è disponibile già da qualche giorno su Chili. Dopo la nostra recensione del film, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Jerry Calà, che di Odissea nell’ospizio è regista, sceneggiatore e principale interprete. Nel corso di una lunga e spassosa chiacchierata, il protagonista di alcune pellicole di culto del nostro cinema come Sapore di mare, Vacanze di Natale e Al bar dello sport ha condiviso con noi alcuni retroscena del suo ultimo progetto e qualche ricordo della sua longeva carriera.

L’idea per Odissea nell’ospizio ti è venuta mente scrivevi la tua autobiografia Una vita da libidine, ripensando alle avventure coi Gatti. Perché hai scelto come location di questa reunion un ospizio?

«Mi sembrava molto autoironico, perché sono passati tanti anni da quando il pubblico ci ha visto insieme al cinema. Anche se la nostra nuova età non è ancora da ospizio, infatti nella storia ci siamo un po’ imbucati nella casa di riposo per nasconderci da altre situazioni. Alla fine di Arrivano i gatti, il nostro primo film, facevamo una gag sul nostro ingaggio per una tournée in una casa di riposo e usavamo proprio il gioco di parole “odissea nell’ospizio”. Noi siamo quasi come parenti, nella vita ci troviamo anche con le famiglie a fare delle mangiatone. C’è gente che pagherebbe un biglietto per stare a tavola con noi (me compreso, ndr)! Una sera a cena ci siamo detti appunto “perché non facciamo Odissea nell’ospizio“? Infatti, tutto quello che accade nella casa di riposo è un’odissea volta a salvare la casa di riposo stessa. Ci siamo divertiti perché eravamo fra amici e molto affiatati. Hanno partecipato anche Andrea Roncato e Mauro Di Francesco, che mi sono piaciuti tantissimo nel film».

Quali sono state invece le difficoltà più grandi nel riunire i Gatti dopo tanti anni come protagonisti di un film corale?

«Io pensavo che ci sarebbero state difficoltà, soprattutto perché li dovevo dirigere io: quando ci troviamo sono uno di quelli più presi di mira con le battute. Temevo che sul set mi avrebbero preso a pernacchie! Invece, siccome hanno visto un Jerry diverso come regista, più autoritario, devo dire che mi hanno rispettato molto e si sono anche prodigati in complimenti. Ogni tanto mi dicevano che non mollo mai, infatti io finché non vedo quello che mi piace non perdono. Si riservavano poi tutti gli scherzi per la sera, perché vivevamo tutti nello stesso agriturismo. Ci sarebbe stato da fare un film su queste serate, dal titolo Backstage. Pensandoci bene, il titolo del mio prossimo film potrebbe proprio essere Backstage, lo deposito subito».

Odissea nell’ospizio

Odissea nell’ospizio dipinge fedelmente alcuni risvolti della nostra società, dalla malasanità alla tendenza italiana a furberie di tutti i tipi, fino ad arrivare alla diffidenza per lo straniero, mostrata attraverso l’accoglienza riservata ad alcuni rifugiati presso l’ospizio. Come trovi cambiati gli italiani dai tempi dei tuoi esordi?

«Il film non manca di toccare l’attualità. La società credo che non sia cambiata molto, infatti quando vedo i vecchi film dicono le stesse cose che diciamo noi parlando del passato, del presente, sull’ambiente e sul traffico. Io per esempio sono un immigrato a Milano dalla Sicilia, e quando ero bambino c’erano ancora i cartelli “non si affitta ai meridionali”, nonostante Milano sia una delle città più accoglienti d’Italia. Secondo me ci sono atteggiamenti su cui il popolo è sempre un po’ diviso, e non solo in Italia. Le differenze che noto di più riguardano i giovani. Quando eravamo giovani noi, non c’erano telefonini ed eravamo più impegnati sui rapporti. Non vedevamo l’ora di uscire e incontrare le ragazze. Si viveva per quello, per la compagnia. Oggi invece i ragazzi stanno anche molto soli e comunicano attraverso i cellulari. Questo toglie anche un pochino di libertà di espressione naturale, perché oggi ci si esprime sui social e si ha sempre una gran paura di essere giudicati o offesi, finendo per non esprimere quello che si pensa veramente. Negli anni ’70 eravamo un po’ più liberi.»

In un tuo precedente film, Torno a vivere da solo, fotografavi, anche con un certo anticipo sui tempi, la crisi dei rapporti di coppia moderni. Queste difficoltà emergono anche in Odissea nell’ospizio, dal momento che tutti i personaggi sono separati o fuori da una relazione stabile. Pensi che l’amicizia possa essere il miglior antidoto alle carenze sentimentali?

«Sicuramente. Salvo rare eccezioni, gli amori purtroppo prima o poi finiscono, mentre le amicizie vere durano per tutta la vita. Su un’amicizia ci puoi sempre contare, ed è difficile che si trasformi, come succede all’amore, in odio, vendette o ritorsioni. Io l’amicizia l’ho sempre messa al secondo posto della mia classifica dopo la mamma. Al terzo posto invece il grande Guido Nicheli metteva lo spago».

«La storia di Torno a vivere da solo nasce per riallacciarmi a Vado a vivere da solo. Quel film voleva proprio dimostrare la differenza fra un’epoca e l’altra. Io non vedevo l’ora di andare via da casa e oggi invece i ragazzi ci rimangono. Secondo me non perché lo vogliono loro, ma un po’ perché i genitori tendono a a tenerli in casa, e un po’ perché farsi un’indipendenza oggi costa di più di una volta. Torno a vivere da solo mi è venuto in mente per una mia storia familiare. Mia sorella, che è una donna molto spiritosa e arguta, ha tre figli, che a quell’epoca erano sulla trentina e non si schiodavano da casa. Lei un giorno gli ha dato le chiavi e gli ha detto “sapete cosa c’è? Io vado via, così voi vi gestite la casa e imparate un po’ a vivere”. I miei nipoti sono rimasti di stucco e l’hanno guardata andare via da casa».

Odissea nell’ospizio è la prima reunion dei Gatti dai tempi de Gli inaffidabili. In quel film, emergeva anche un po’ di malinconia sull’amicizia, dato che il tuo personaggio veniva lasciato solo dagli altri. Qui invece metti in scena l’idea opposta, cioè che col tempo ci si possa ritrovare, al di là delle incomprensioni. È solamente un’esigenza narrativa o con il passare degli anni sei diventato più ottimista?

«Mi ha fatto piacere che tu abbia nominato Gli inaffidabili, perché secondo me era un buon film. Forse allora osai un po’ troppo con il cast, mi dissero che era troppo televisivo. Per me invece sono stati bravissimi tutti, da Gigi Sabani a Leo Gullotta. Quel film l’ho sempre visto come un Compagni di scuola più nordico, che è un po’ il mio background. L’età conta molto, e qui ci sono persone con molta esperienza, che hanno certamente degli screzi, ma il fatto di essere amici secondo me non va contro all’attività di sparlare dell’altro. Noi quando ci ritroviamo dopo un po’ ci diciamo “chi è il primo che se ne va? Così gli altri sparlano di lui”. Penso che questo faccia parte dell’amicizia. Parlare dietro non vuol dire non essere amici, è un gesto d’affetto anche quello, perché comunque ne parli. Ne Gli inaffidabili io raccontavo quella situazione tipica in cui quando ci si ritrova fra amici a volte si parla di fare qualcosa insieme con molto entusiasmo e poi non se ne fa niente. Un grande classico che è accaduto tantissime volte nella mia vita. In tutti e due i film però voglio dire che queste cose fanno parte dell’amicizia e sono modi per volersi bene».

Odissea nell’ospizio

In Odissea nell’ospizio compaiono anche due star internazionali come Katherine Kelly Lang e Sofia Milos. Come ti sei trovato a lavorare con loro?

«Mi sono trovato benissimo: in America hanno una professionalità davvero esagerata. Questo l’avevo già scoperto in Torno a vivere da solo, dove avevo diretto Don Johnson. Ero molto intimorito perché mi dicevo “adesso cosa dico a lui, a Miami Vice?”. Lui si è accorto di questo mio stato d’animo e mi ha fatto chiamare nella sua roulotte, dove mi ha detto “Jerry, You are the director. Ok?”. Loro fanno quello che tu gli dici, poi semmai, con grande rispetto, ti chiamano da una parte, mai davanti agli altri, e ti propongono soluzioni alternative. La stessa cosa è successa con Katherine, che è arrivata sapendo già perfettamente tutte le battute a memoria. Anche noi italiani siamo migliorati in quanto a professionalità, ma la loro è ancora più forte. È stato davvero un piacere lavorare sia con Katherine che con Sofia, altra grandissima attrice».

Il finale vi vede finalmente riuniti sul palco per salvare l’ospizio. È più la chiusura di un cerchio iniziato oltre 40 anni fa o un nuovo inizio per altri progetti insieme?

«Questo chi lo può dire? Devo dire che il risultato di Odissea nell’ospizio mi potrebbe fare venire voglia di un altro progetto con i Gatti, perché durante questi eventi che stiamo facendo, ai vari festival e alle presentazioni, il pubblico in sala reagisce molto bene. Soprattutto nella seconda parte, ci sono tantissime risate».

Odissea nell’ospizio ha trovato la sua dimensione di distribuzione nello streaming. Da regista e spettatore cosa ne pensi di questo nuovo modo di fruire di film e serie tv?

«Secondo me questo è il futuro. Tanti dicono, e sono d’accordo, che vedere i film più spettacolari al cinema è un’altra cosa. Ma è anche vero che in casa non abbiamo più quegli scatoloni quadrati che avevamo una volta, abbiamo degli schermi giganti, che non costano neanche tantissimo. Lo streaming è nato con le serie tv e poi si è allargato anche al cinema. Chili per esempio ha film di prima visione, che sono stati nelle sale da poco. Questa credo che sarà la distribuzione del futuro. Oggi per distribuire un film al cinema ci vogliono un sacco di soldi, e quando dietro non c’è una major che investe per un grande lancio si fa fatica. Gli incassi dei film italiani infatti ultimamente non sono molto confortanti. L’uscita in streaming invece costa poco e può avere ottimi risultati».

Lo streaming, con la maggiore libertà che fornisce, può essere anche il tuo futuro? Magari per una serie come Professione vacanze…

«Mi piacerebbe, penso sempre a Professione vacanze! Abbiamo fatto solo una stagione, ma credo che sia una delle serie più trasmesse, ogni anno la replicano. Ci sto lavorando a quest’idea, mi piacerebbe fare il capovillaggio con una serie di giovani animatori, magari ambientandola in un posto esotico».

Odissea nell’ospizio

Ti conosciamo bene come regista e attore, ma siamo curiosi di sapere di più su di te come spettatore. Quali sono i film o le serie uscite recentemente che ti hanno più colpito? Ci sono attori con cui ti piacerebbe lavorare?

«Con mio figlio, che è più cinefilo di me e nonostante abbia 16 anni scrive recensioni, guardiamo molto cinema e molte serie. Ultimamente per esempio ci siamo riguardati tutto Breaking Bad, che adesso ha avuto anche un proseguimento con il film El Camino, che abbiamo visto religiosamente insieme. Ho visto anche La casa di carta, che mi è piaciuta molto. Guardo molte serie, mi piacciono anche alcune serie inglesi, che trovo molto spiritose. Ieri per esempio abbiamo guardato The Politician, dove c’è anche Gwyneth Paltrow. Attendo con trepidazione The Irishman e ho amato Suburra, dove ho apprezzato molto Francesco Acquaroli, che interpreta Samurai. Mi è piaciuta anche una serie francese, Chiami il mio agente! Per il cinema invece ho apprezzato molto il meraviglioso C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e Il corriere – The Mule di Clint Eastwood. Questi sono film che vado a vedere al cinema».

Hai mai pensato di dedicarti maggiormente a ruolo drammatici?

«L’attore fa quello che gli propongono, e mi sono prestato volentieri anche con Marco Ferreri, per Diario di un vizio e per Pupi Avati, nel film a episodi Sposi. Come diceva Ferreri, quando gli chiedevano perché mi avesse preso, gli attori comici sono i più bravi a fare i drammatici.»

Alla Festa del Cinema di Roma sarà presentato il documentario Carlo Vanzina. Il cinema è una cosa meravigliosa, a cui hai partecipato. Colgo l’occasione per chiederti un tuo ricordo su questo compianto regista e per riagganciarmi a un vostro meraviglioso film, Sapore di mare. Quanto c’è ancora in te di quel ragazzo che interpretavi, dalla travolgente ironia, ma capace anche di slanci sentimentali e malinconici come quello del finale del film?

«C’è tutto. C’è tutto quel ragazzo lì. Quel ragazzo si è formato lì. Lo spartiacque della mia carriera è stata proprio la scena finale di Sapore di mare, grazie anche a Carlo Vanzina, a cui io devo tutto. In quella scena, Carlo venne da me e mi disse “adesso ti faccio una cosa alla Sergio Leone, con carrello in avanti e zoom indietro, quindi dimenticati per un attimo di essere un cazzone”. Quando ho finito la scena, il direttore della fotografia mi ha chiamato da parte e mi ha detto “ti ho visto in macchina, avevi un’espressione meravigliosa. Ricordati che tu puoi fare altro”. Carlo Verdone addirittura, per complimentarsi, mi diede un pizzico, dicendomi “sei un fijo de na mignotta”».

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.