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L’amore a domicilio: Miriam Leone nella nuova commedia su Prime Video

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Poche ore fa, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione de L’amore a domicilio, film di Emiliano Corapi, con protagonisti Miriam Leone e Simone Liberati, che arriverà su Amazon Prime Video il 10 giugno. Una conferenza che si è svolta in streaming, rispettando le regole di distanziamento sociale, con la presenza virtuale del regista e dei protagonisti, che hanno fatto luce su un racconto con diversi punti di contatto con la realtà del lockdown che abbiamo da poco vissuto. La protagonista de L’amore a domicilio Anna (Miriam Leone) è infatti una ragazza condannata agli arresti domiciliari, con un travagliato passato alle spalle e un altrettanto difficoltoso rapporto con la madre, con cui convive. La sua vita cambia quando conosce per caso Renato (Simone Liberati), educato e inquadrato assicuratore che si fa trascinare in una relazione al limite del buon senso e della legge.

L’amore a domicilio: la conferenza stampa

L'amore a domicilio

Emiliano Corapi ha introdotto il suo film definendolo “una commedia drammatica”, in cui il personaggio di Renato finisce in un certo senso a sua volta agli arresti domiciliari, costretto ad esplorare la prigionia e la solitudine di Anna.

Miriam Leone si è così espressa sul suo approccio alla protagonista de L’amore a domicilio:

Quando trovi un personaggio scritto con luci e ombre e forti contrasti ti si accende qualcosa dentro. Nel momento in cui ho letto la sceneggiatura, mi sono detta: “mi interessa molto questa bad girl”. Innanzitutto per la dimensione di animale in gabbia, col guinzaglio lungo. Quando ci siamo incontrati con Emiliano sono venute fuori delle idee, tipo farla parlare in siciliano. Anna è un personaggio moderno, smaliziato, che non ha problemi ad ammettere che cerca una storia di solo sesso. Mi sembrava interessante raccontare un personaggio immaturo sentimentalmente, e farlo tornando alla mia storia, al mio periodo catanese, lasciando perciò il mio accento. La location è talmente raccolta, talmente piccola, che ci ha consentito di creare anche qualcosa di imprevisto sul set, che non ci aspettavamo. Ci siamo divertiti in questo set fondamentalmente unico, perché la protagonista esce di casa pochissime volte, ma è quella che conduce il gioco. 

Simone Liberati ha parlato del personaggio di Renato:

Renato è in bilico, e in questo bilico c’è qualcosa di generazionale. Condivide le angosce e la fragilità dei giovani che si approcciano al lavoro. Renato è un personaggio che si è costruito una struttura iper protetta, il suo lavoro con le assicurazioni è qualcosa in cui crede fermamente, non crede di raggirare gli altri. L’incontro con Anna è un elemento di imprevedibilità che sfugge alla sua scienza esatta. È un incontro fra due solitudini.

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Inevitabile il collegamento fra L’amore a domicilio e il lockdown, così sintetizzato da Miriam Leone:

Questo film che parla di arresti domiciliari doveva uscire ad aprile, quando il mondo è andata in lockdown. Come Anna, anch’io in lockdown ho fatto tantissimo sport, ma è proprio il rapporto con se stessi che diventa fondamentale, insieme a quello con la noia. C’è una noia produttiva nelle nostre vite, ma noi siamo abituati a correre, quindi fermarsi è stato in qualche modo sorprendente. Ho capito molto bene il bisogno di Anna di muoversi fisicamente. Renato diventa il suo fornitore di bisogni materiali, e questo risveglia la sua umanità, perché un animale messo in cattività comunque ringhia. Piano piano, l’umanità che Renato mette in questa sua cattività la scioglie, le fa togliere questa parte di armatura, che deriva da sua madre e da un padre che non esiste.

L’attrice ha proseguito parlando del suo rapporto con la recitazione e con i personaggi controversi:

Il cinema può anche essere qualcosa che capita a una persona. Per esempio, Lucia Bosè era una cassiera che è stata notata, poi è diventata un’attrice meravigliosa. Lo studio è fondamentale, ma non è direttamente proporzionale alle possibilità che una persona ha di diventare un attore. Oggi ci sono forse più influencer che attori, e chiunque si approcci al mestiere di attore lo fa per amore. È un mestiere che puoi fare solo se lo ami. Ho esplorato molto il territorio della bad girl, anche con Veronica Castello di 1992, e mi è piaciuto perché è molto lontano da me. Anna è una criminale perché è sola e non ha sviluppato niente. È stata un animale in fuga, perché braccata. Dal punto di vista attoriale, mi affascina chi nel bivio della vita prende la scelta sbagliata, poi però ha anche una redenzione.

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Il cast si è poi soffermato su uno dei temi centrali de L’amore a domicilio, la famiglia.

Per Liberati «Le famiglie sono una radice culturale che ci appartiene. Credo però che sia giusto, salutare e salvifico anche il distacco da certi legami. Con le figure generazionali ci si confronta sempre, e possono scaturire dei conflitti che complicano molto la vita di tutti. La madre di Anna e Renato per esempio sono figure molto ingombranti, una nella presenza e una nell’assenza». Sulla stessa lunghezza d’onda Corapi: «Le vicende laterali, le due famiglie disfunzionali da cui vengono i personaggi, sono fondamentali nell’economia del racconto. Entrambi cercano di uscire dalle loro gabbie. Anna ha dovuto sopperire alle difficoltà della madre e questo l’ha portata a strutturarsi e a diventare una persona che deve badare a se stessa. Analogamente, Renato ha assorbito tutte le paure paterne e ha cominciato a volare basso».

Questo invece il punto di vista di Miriam Leone: «La famiglia nel film è fondamentale, perché per tutti noi è la sede del grande conflitto e dei grandi problemi. Il sangue è qualcosa che non ci scegliamo, e la liberazione sta nell’accettarlo e amarlo. Come tutto, la famiglia può essere sia un bene sia un male. Nel caso di Anna, questa vicinanza forzata con la madre diventa una sorta di psicoterapia obbligata, quindi in questo confronto cresce e la sua famiglia diventa una forza».

Emiliano Corapi ha speso qualche parola sulle location de L’amore a domicilio:

La ricerca della location ci ha impegnato durante la lavorazione. Avevamo scelto un’altra location, che all’ultimo non è stata più disponibile. La casa dal punto di vista narrativo dovrebbe essere collocata in zona San Giovanni, anche se si vede la zona universitaria. L’intenzione era di restituire il sapore della casa della madre, una casa che come lei ha degli eccessi. La scenografia e l’ambiente sono stati tarati su di lei.

L’amore a domicilio si concentra anche sulla paura di avventurarsi in qualcosa, anche quando, come nel caso di una relazione sentimentale, può arrivare qualcosa di molto bello. Per Corapi, «Queste sono paure che hanno più o meno tutti: la paura di avventurarsi in una relazione, che può essere portatrice sia di felicità, sia di sofferenza, è molto dibattuta al cinema e in letteratura. La paura di avere una cosa bella è anche sostanzialmente la paura di perderla». Dello stesso avviso la Leone: «Noi tutti abbiamo paura di perdere qualcosa di importante quando ci sono i nostri sentimenti in gioco. Le cose cambiano, passano, è difficile abituarsi a questo ed è una paura che molti hanno sperimentato».

Questo invece il punto di vista di Liberati «Spesso ho avuto paura che qualcosa di bello si trasformasse in qualcosa di pericoloso. Ho cercato di fare prevalere il più possibile il gusto per la ricerca. Ho cercato di non interrompere mai questa propensione, nonostante queste paure passino per la testa di tutti».

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In conclusione, qualche parola sul cinema post lockdown.

Per Liberati «Grazie alle piattaforme digitali è stato possibile per tutti fare incetta di film, che sono stati i compagni di viaggio. È stato il mezzo che ha permesso di mantenere il contatto con le storie narrate al cinema». L’isolamento può anche diventare fonte di ispirazione, come nel caso di Corapi: «Ho un’idea maturata durante il lockdown, uno spunto derivante da questa condizione di isolamento e separazione. È stata un’esperienza molto forte per chiunque, un’esperienza suggestiva che porta a tirare fuori idee e contenuti».

Questa la chiusura di Miriam Leone: «La tecnologia durante il lockdown ha fatto anche in modo che la gente non impazzisse. Noi siamo comunque felici dell’uscita del film, che speriamo raggiunga più persone possibile. L’esperimento della sala che affianca il divano era già avvenuto prima del lockdown, per esempio con Roma e Sulla mia pelle. Non credo che tolga qualcosa all’esperienza della sala, che sarà sempre amata. L’arte è una cosa meravigliosa ed è meraviglioso condividerla, quindi non vediamo l’ora di tornare al cinema. Sono stata molto felice di lavorare con Emiliano Corapi. È attento al benessere e alla salute degli attori. È stato un bellissimo set e sono super felice che il pubblico possa vedere L’amore a domicilio».

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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