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Lei mi parla ancora: Pupi Avati presenta il film insieme al cast

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Oggi si è tenuta la conferenza stampa di presentazione di Lei mi parla ancora, nuovo film di Pupi Avati che andrà in onda in prima assoluta su Sky Cinema l’8 febbraio alle 21.15. Oltre al regista, erano presenti il moderatore Gianni CanovaNicola Maccanico (Executive Vice President Programming Sky Italia e CEO di Vision Distribution) e gli attori Renato Pozzetto, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese, Chiara Caselli, Lino Musella, Nicola Nocella, Serena Grandi e Stefania Sandrelli. Il film è tratto da Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista, scritto nel 2014 a 93 anni da Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio Sgarbi e Elisabetta Sgarbi.

Lei mi parla ancora è un film Sky Original, prodotto da Bartlebyfilm e Vision Distribution in collaborazione con Duea Film. Dall’8 febbraio sarà disponibile anche on demand e in streaming su NOW TV.

Ad aprire la conferenza è stato proprio Pupi Avati, di ritorno ad atmosfere più intimiste dopo il gotico padano Il signor Diavolo:

«Mi sembra che al momento ci sia un timore di esporsi, di confidarsi, di parlare della propria vita, della propria morte e del proprio amore. Questa cosa l’abbiamo soppressa, ma era fondamentale negli anni ’50, che io ho vissuto. Lei mi parla ancora si occupa di quei temi e vola molto alto».

A seguire è intervenuto Nicola Maccanico, che si è soffermato anche sulla mancata uscita in sala di Lei mi parla ancora:

«Siamo molto orgogliosi come Sky di avere convinto Pupi a essere con noi e di offrire agli abbonati un film del genere. Siamo molto contenti di lavorare con un maestro di questo livello, anche perché credo che la grande forza del cinema italiano sia quella di raccontare storie e di trovare identificazione col pubblico. In questa storia di Pupi ognuno può trovare la propria chiave di identificazione. Chi fa il nostro lavoro deve avere una stella polare, mettere in contatto grandi film col pubblico, e sarebbe stato un peccato tenerlo bloccato a causa della pandemia».

Lei mi parla ancora

Successivamente, Fabrizio Gifuni ha parlato del suo personaggio in Lei mi parla ancora:

«Il personaggio che interpreto è un ghostwriter controvoglia, perché avrebbe la legittima a ambizione di essere uno scrittore. Viene chiamato a questo appuntamento dove spera che gli si offra la possibilità di pubblicare il suo romanzo. C’è diffidenza iniziale: è l’irruzione del contemporaneo in un mondo novecentesco Una condizione simile a quella mia di interprete, perché avevo la possibilità di entrare nel mondo di Pupi Avati. L’incontro con il personaggio di Renato cambia la vita di entrambi i personaggi, lenisce i loro dolori. Per un attore è tutto molto più semplice quando si ha la possibilità di lavorare con un maestro come Pupi».

Lei mi parla ancora

Questo il commento di Isabella Ragonese, interprete insieme a Stefania Sandrelli del personaggio di Rina:

«È stato un personaggio difficile da interpretare, un’impresa ardua. Le indicazioni che più ricordo di Pupi sono “ci credo” o “non ci credo”. Una frase molto semplice, ma difficilissima per l’attore. Credere a questa coppia, credere a questo amore. Dimenticarsi un po’ di tutto è forse il miglior modo per avvicinarci a loro da adulti. Per me essere Stefania è impossibile, perché Stefania è unica. L’unica cosa che potevo fare è portare minimamente questa sua potenza, questa sua luminosità. Stefania ha una luce che illumina tutto, non potevo andare su una semplice imitazione perché sarebbe stato fallimentare».

Lei mi parla ancora

Anche Lino Musella ha parlato del suo personaggio, condiviso con Renato Pozzetto:

«Lavorare su Renato da giovane è estremamente delicato, io sono cresciuto con i suoi film. Il lavoro fatto con questa coppia da giovane è stato fatto insieme a Isabella. Devo dire che la sua bellezza e la sua luce mi intimidivano, poi sono riuscito a mettere questo al servizio del personaggio».

A seguire, ha preso la parola Renato Pozzetto, assente dagli schermi dal 2015:

«Pupi mi ha telefonato offrendomi la parte, che ho subito chiesto di leggere. Dopo 5 minuti di lettura ero già commosso, quindi ho finito di leggere, l’ho riletto e l’ho riletto ancora. Il mattino dopo è venuto Pupi a casa mia e ci siamo parlati. Io gli ho confessato che dopo aver fatto molti esami mi sentivo preparato per fare quel ruolo. Ho chiesto a Pupi se durante la prima settimana c’era spazio per aggiungere qualcosa ai testi, poi girando mi sono accorto che tutto andava bene. L’unica aggiunta che ho fatto è stata la scena in cui mangio i ravioli col cappello, scena che ho chiesto io di girare così».

Lei mi parla ancora

Questi invece i pensieri di Stefania Sandrelli su Lei mi parla ancora:

«Una delle cose più belle del cinema sono proprio le cose non dette e le cose non fatte, però c’è un limite. Per fortuna sapevo di avere una lavorazione estremamente frastagliata, anche se Rina da giovane era la meravigliosa Isabella Ragonese, con cui ho già lavorato. Avevo poche pose, ma ho preso confidenza col fatto che la sceneggiatura dopo si unisce, grazie anche al montaggio e alla grande sapienza di Pupi Avati. Stranamente Lei mi parla ancora è il mio primo film con lui, perché avrei voluto farne tanti altri. L’emozione dell’attesa dopo tanto tempo, fare un film alla nostra età è stato una cifra, una cosa già di per sé emozionante. La prima volta che l’ho visto non mi sentivo vecchia e non sentivo lui vecchio, però avevamo un assunto cinematografico insieme».

Queste le parole di Chiara Caselli, che in Lei parla con me interpreta la figlia dei personaggi di Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli:

«Il personaggio è ispirato a Elisabetta Sgarbi, ma nella sceneggiatura il personaggio si chiama semplicemente “La figlia”. Per me questa è stata la base su cui ho cominciato a costruire il personaggio. Quando ti trovi con un autore come Pupi, nella sceneggiatura trovi tutto. In questo caso conosco il personaggio, però più che chiamarla per chiedere informazioni, ho preferito lavorare come se fosse un personaggio storico. Ho trovato quindi una presentazioni di Claudio Magris, che la definiva temeraria, coraggiosa e lucidissima. Pupi poneva l’accento sulla sua voglia di essere figlia e sulla cura del dolore del papà. Mi sono abbandonata al piacere del racconto, alle pause, ai gesti e ai meravigliosi compagni che avevo accanto. Mi succede molto raramente».

Anche Nicola Nocella è intervenuto per parlare del suo personaggio:

«Io sono al secondo film con Pupi. Mi sono affidato moltissimo a lui. Ho immaginato di essere al servizio di Nino, il personaggio di Pozzetto, da tantissimo tempo. Io mi ancoro moltissimo alla presenza di Pupi, se c’è lui sicuramente saprò dare il meglio. Nino mi affida ad Amicangelo, il personaggio di Gifuni. Io sono la cosa che lui passa allo scrittore per sorvegliarlo. Pupi mi ha permesso di lavorare con Fabrizio, che è uno dei miei attori preferiti, e me la sono proprio goduta. Mi sono fatto una vacanza di bellezza, per me era come stare in una spa».

Questo invece il pensiero di Serena Grandi, che in Lei parla con me interpreta la madre di Nino:

«Mando un forte abbraccio a quella che io definisco come la seconda famiglia, perché Antonio e Pupi sono persone a cui faccio spesso riferimento e che adoro. Questo film è arrivato in un anno difficile per me dal punto di vista fisico. Mi sono ispirata all’essere madre, al limare tutti gli angoli per dare un futuro meraviglioso al suo figlio. Mi sono sentita vera, perché io mi comporto così con mio figlio. Noi madri cerchiamo sempre di guardare lungo».

Pupi Avati ha ripreso parola per parlare della storia d’amore senza tempo che viene raccontata in Lei mi parla ancora:

«Non so perché le nuove generazioni non costruiscono più amori così, ma riproporre questo sentimento è sicuramente il mio dovere. Sono arrivato a 82 anni e capisco la vita molto bene. La mia autobiografia aveva il titolo La grande invenzione, per la mia capacità di mentire a me stesso. La vita per me ha senso se immaginiamo, se sogniamo. Viviamo un momento in cui invece si fanno solo somme e sottrazioni».

Il regista ha parlato anche della prolungata chiusura delle sale cinematografiche:

«Sarà molto complicato ricreare la necessità della sala cinematografica, perché il periodo di chiusura si sta prolungando in modo molto grave. Mi sono speso per creare un’operazione che produca la nostalgia per la sala cinematografica. Alla gente mancano tante cose, ma non il cinema, perché grazie a tutti voi il cinema in questo periodo ha continuato a esistere. La presenza però è tutt’altra cosa. Nel piano di distribuzione di questo film credo ci sia la possibilità di mostrare questo film anche al cinema, quando sarà di nuovo possibile».

Anche Nicola Maccanico è intervenuto sullo stato del cinema:

«Il cinema godeva di ottima salute quando è arrivata la pandemia. Mettendo le cose in ordine, io credo che sia opportuno pensare alla diversità della sala. Il cinema non ha più l’esclusiva, ma l’esigenza di comunità tornerà fortissima e il cinema deve essere pronto a sfruttare l’opportunità, anche con sale migliori di quelle di prima, magari grazie ad aiuti economici».

Lei mi parla ancora

Renato Pozzetto ha poi parlato della sua interpretazione, che sta riscuotendo molti consensi:

«Io ho cercato di dare il massimo nell’interpretare una storia che Pupi ha scritto e per cui mi ha convocato. Dopo averci pensato molto e dopo l’incontro con Pupi ho pensato che le cose potessero andare bene. Pupi era soddisfatto e penso di avere girato con sicurezza. Gli Sgarbi mi hanno chiamato dopo aver visto la proiezione, elogiando la mia prestazione. Sono stato felice perché dalla storia si capiva il bene che avevano voluto al loro padre. Ho ricevuto molti elogi, è stato molto gratificante».

Pupi Avati ha parlato del concetto di immortalità, che emerge in Lei mi parla ancora:

«L’idea di immortalità alla mia età è una cosa che mi accompagna. Alla mattina mi sveglio convinto di avere 14 anni, poi dopo 10 secondi comincio a capire ,col mio fisico recalcitrante che mi ricorda che ne ho 82. L’illusione di voler pensare che ci possa essere qualcosa che vada oltre è legittima. Anche in questo caso è l’idea di mentirsi».

Fabrizio Gifuni ha poi concesso qualche altro pensiero su Lei mi parla ancora:

«Tra i tanti meriti di Lei parla con me, c’è la grandezza nel raccontare cose estremamente complesse con una semplicità difficilissima da trovare. Credo che sia un grande omaggio alla lingua italiana, non soltanto per gli umori dialettali, ma anche per il gioco di citazioni di letteratura e poesia, che dà grande sostanza al film. Parlare di letteratura e libri in questo momento viene considerato elitario, ma credo che il merito del film sia di parlarne con una grazia benedetta».

Infine, un’ultima considerazione di Pupi Avati sui tratti autobiografici di Lei mi parla ancora:

«Alla fine della proiezione, i miei figli hanno detto che Nino sono io. Quindi c’è molto di autobiografico. Quando Gifuni in una porzione del libro parla del fatto che da vecchi non ci si abbraccia più, si riferisce a una frase che mi ha detto mia moglie, non è nel romanzo. Sulla parte autobiografica che riguarda Renato c’è tutta la mia esperienza di uomo anziano, con 55 anni con la stessa donna, con la paura e il panico di dover affrontare una situazione del genere. La parte che riguarda la modernità l’ha scritta mia figlio. Io sul presente non sono informato, mi sono basato quindi su un cinquantenne. Erano anni che non ricevevamo un film così particolare, profondo e speciale».

   

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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