Martin Scorsese a Roma per The Irishman: “Un film sul dispiegamento di una vita”

Martin Scorsese a Roma per The Irishman: “Un film sul dispiegamento di una vita”

La quinta giornata della Festa del Cinema di Roma è stata indubbiamente quella di The Irishman, nuovo film di Martin Scorsese con protagonisti Robert De Niro e Al Pacino. A margine della proiezione stampa, il regista, insieme alla produttrice Emma Tillinger Koskoff, ha incontrato i giornalisti per parlare del suo ultimo imponente lavoro, che sarà distribuito nelle sale italiane dalla Cineteca di Bologna dal 4 al 6 novembre, prima della pubblicazione su Netflix il 27 novembre.

The Irishman

Martin Scorsese ha esordito raccontando la genesi di The Irishman:

«Penso che riguardi il fatto che De Niro e io avevamo scelto di fare un altro film insieme dopo Casinò, datato 1995. Nel corso degli anni, abbiamo cercato progetti e personaggi per lavorare ancora insieme. De Niro qualche anno fa ha letto il libro L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa, basato sulla vita di Frank Sheeran, e me l’ha dato, descrivendomi il personaggio di Frank con grande emozione. Mi sono subito reso conto che c’era qualcosa di speciale, perché saremmo tornati al periodo di Quei bravi ragazzi. Ho sentito dalla reazione al personaggio che doveva essere qualcosa di più, dovevamo andare più a fondo. Il nostro punto di vista era quello dell’età, volevamo fare qualcosa che riguardasse anche l‘amore, il rimorso. Quando abbiamo scelto lo sceneggiatore Steven Zaillian, gli abbiamo spiegato che cosa volevamo fare. Le uccisioni e il panico passano, ma Frank rimane solo, è lasciato solo, e rivive tutta la sua vita. Doveva essere un film sul dispiegamento di una vita».

Emma Tillinger Koskoff ha poi preso la parola per parlare della rilevanza di un film come The Irishman ai nostri giorni:

«Penso che i temi che sono affrontati nel film siano attuali. Sono temi che attraversano il tempo e i confini, e la rendono una storia che parla a tutti. Un progetto perfetto per riuscire mettere di nuovo insieme Scorsese e De Niro». Sul tema è poi intervenuto anche lo stesso Scorsese: «Un film non deve essere ambientato in un contesto contemporaneo per essere contemporaneo. I sentimenti e le decisioni possono essere accessibili e comprensibili anche a persone che non c’erano allora».

The Irishman

Il regista ha poi parlato della malinconia e dell’aspetto religioso di The Irishman:

«Certamente c’è un aspetto religioso, stiamo parlando della condizione umana, che si sia credenti o meno. C’è un tentativo di contemplazione dell’astratto. La malinconia c’è, ma in una sorta di agio. La famiglia ha abbandonato Frank, e il suo conflitto e la sua violenza appartengono al passato. Nessuno se ne ricorda più. Penso che la malinconia sia quindi l’accettazione del fatto che la morte è parte della vita».

Scorsese si è poi concentrato sulla lavorazione del film:

«In termini di descrizione di questi personaggi, c’era qualcosa che ho sentito crescendo in quella zona di New York. Ho sentito il potere. Non c’era più bisogno di esaltare il personaggio criminale, come avevano fatto altri film di gangster, per esempio Scarface. In quel caso il pubblico chiedeva che il gangster, idealizzato, cadesse, in una sorta di catarsi. Il paese voleva quel tipo di storie narrate, sia nel cinema gangster che in quello western. Stavolta non c’era bisogno dicevo, perché quelle azioni sono state commesse quasi in un’ottica militare, come missioni da svolgere. Lavorare con De Niro dopo 23 anni è stato facile, non c’è stato neanche bisogno di parlarci molto. Quando ho visto il modo in cui lo sceneggiatore ha costruito la struttura e la reazione di Bob ho capito come andava fatto questo film: rimanendo attaccato al personaggio, perché lui non sa tutto, come ciascuno di noi. É tutto fuori dal nostro controllo, come il fatto che siamo mortali. Non avevo mai lavorato con Al Pacino, stavamo avviando un progetto su Amedeo Modigliani, ma poi non se ne è fatto nulla. L’idea che fosse Al a fare la parte di Jimmy Hoffa è stata di Bob, e si vede nel film. Tanto è venuto dal loro rapporto. Si stimano e si rispettano. Loro sentivano che stavano facendo qualcosa di speciale. Bob e Al erano sempre presenti, anche quando erano troppo stanchi e li dovevo fermare dal girare. Oltre agli effetti digitali c’è voluto tanto tempo per le riprese, ma era l’unico modo per fare il film, perché altrimenti circa metà film avrebbe dovuto essere girato con attori più giovani. Io però volevo fare i film con i miei amici. A Hollywood non riuscivamo a raccogliere i soldi necessari a fare il film in questa maniera, poi è arrivata Netflix che ci ha dato soldi, libertà creativa completa e 6 mesi di tempo in più per la post produzione».

Netflix e personaggi femminili

Immancabili le polemiche su Netflix e soprattutto sulla scarsità di personaggi femminili protagonisti del cinema di Scorsese. A proposito di quest’ultimo aspetto, Scorsese si è espresso, con malcelato nervosismo, in questi termini: «Questi discorsi mi riportano al 1970. Se la storia richiede un personaggio femminile, perché no. Ma L’età dell’innocenza non conta? Ho 76 anni e poco tempo, non so se riuscirò a fare altri film sulle donne».

Riguardo a Netflix, il cineasta ha invece sviluppato un ragionamento più articolato: «Per vedere un film sullo schermo, prima di tutto il film deve essere fatto. Che tu li veda in streaming, in tv o sull’iPad, i film devono essere fatti. I film che ho avuto la fortuna di girare sono stati ognuno un universo distinto. Alcuni di questi hanno beneficiato del potere di star come De Niro o Leonardo DiCaprio. Ma i film che faccio io non si possono più fare così. Se io avessi avuto 30 anni di meno, non sarei stato in grado di farli. Nel caso di The Irishman, io e De Niro sentivamo che forse potevamo sintetizzare qualcosa che esisteva nelle nostre vite dagli anni ’70, ma non trovavamo finanziamenti. Netflix ci ha dato finanziamento totale, a patto che fosse trasmesso in streaming dopo un passaggio al cinema di quattro settimane. Spesso nella mia carriera alcuni film sono andati al cinema solo due settimane come Re per una notte. Quindi per me un passaggio in sala di quattro settimane era una buona cosa. Rimarrà in sala anche dopo che inizia lo streaming. Io quando faccio un film lo faccio per uno schermo come questo e per un pubblico come voi, ma molti dei film che ho visto li ho visti in bianco e nero su tv mediocri. L’autore non ha controllo su come la gente vedrà il suo film. Chi può prevedere gli sviluppi della tecnologia? Certo, è sempre meglio vedere il film al cinema, ma ripeto, prima bisogna che il film venga fatto. The Irishman l’abbiamo fatto per noi stessi. E Netflix ha dato il sostegno a noi, questa è la grande differenza. Se loro non lo avessero finanziato,  questo film non si sarebbe fatto. In un certo senso, va bene vedere i film in qualunque modo, ma alle fine The Irishman verrà comunque visto nelle sale».

Immancabile poi un accenno alla polemica imperante degli ultimi giorni, quella sui cinecomic e in particolare sulla Marvel: «Io spero che i cinema continuino a sostenere i film di narrazione come questo, e che questi film abbiano sale cinematografiche in cui essere visti. Oggi purtroppo le sale cercano i film che io chiamo luna park, i cinecomic, che credo n0n dovrebbero diventare ciò che i nostri giovani vedono come cinema».

The Irishman

Doverosa poi una riflessione del regista sul concetto del ricordo, centrale in The Irishman:

«La mia più che una critica è un’osservazione. Anche se tu vuoi che la gente ricordi, la gente non ricorderà, perché non ha mai vissuto quelle esperienze. Io non so cosa fanno i bambini con tutte queste macchine, percepiscono la realtà in modo diverso da noi. Non so come impareranno cos’è stata la seconda guerra mondiale per esempio, la percepiscono a pezzetti. Il fatto che Hoffa sia diventato uno sconosciuto è molto triste, perché è stato certamente coinvolto in azioni discutibili, ma era anche una persona molto speciale. Eppure, il tempo lo ha spazzato via. Anche i sindacati di allora in un certo senso sono scomparsi con lui».

Dopo un breve accenno alla musica di The Irishman, che lo stesso Scorsese definisce un omaggio al noir francese,  C’è sicuramente un riferimento al noir francese, il cineasta ha concluso parlando, insieme alla Tillinger Koskoff, della particolare CGI che gli ha permesso di ringiovanire i propri attori: «The Irishman è un film sperimentale, e quando dico sperimentale, voglio dire che l’esperimento eravamo noi. Man mano che passavano le settimane, la tecnologia è migliorata, e certe cose che avevamo fatto all’inizio le abbiamo rifatte dopo. Questo è un processo veramente complesso, mistico. Abbiamo fatto un test con De Niro, subito dopo che avevo girato Silence, nel 2015. Abbiamo ricreato una scena di Quei bravi ragazzi, se ne sono andati per 3 mesi e poi ci hanno fatto vedere il risultato. La prima volta che abbiamo spiegato le nostre esigenze, chiedendo se erano fattibili, pensavamo a uno schermo verde o a caschi da indossare, e temevamo che ci venisse da ridere sul set. Ho chiesto quindi qualcosa di più sottile, dopo qualche mese abbiamo visto il test, che non era perfetto ma era migliorato. Da quel test sono passati 4 anni, hanno lavorato tanto insieme a noi per migliorare la tecnologia, e i risultati si vedono. Sul set la macchina da presa era la solita, ma sapevamo che c’erano i marker che stavano prendendo anche questo. Quando abbiamo girato, lo abbiamo fatto fatto senza queste tecnologie, poi nei 6 mesi di post produzione facevamo revisioni settimanali per verificare i risultati. Il film completo lo abbiamo visto solo sei settimane fa».

The Irishman

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.