Nevia: la nostra intervista all’attore Simone Borrelli

Nevia: la nostra intervista all’attore Simone Borrelli

Nevia, film d’esordio di Nunzia De Stefano, prodotto da Matteo Garrone e presentato durante la 76/a Mostra del Cinema di Venezia, è un racconto sul riscatto sociale di una ragazza cresciuta in fretta tra i bipiani d’amianto nella periferia di Napoli, con i piedi ben piantati per terra e il desiderio di emanciparsi dalla sua famiglia, dalla sua realtà. Nevia (interpretata dall’esordiente Virginia Apicella) è impreziosito da un cast di attori molto diversificato. Tra questi è sicuramente degno di nota Simone Borrelli (che interpreta il ruolo di Salvatore): napoletano, classe 1991, un giovane attore cresciuto respirando il pulviscolo teatrale, che ha partecipato a diverse produzioni significative come Gomorra, Diavoli, oltre che una produzione italiana targata Netflix, Ultras di Francesco Lettieri. Nel corso di una lunga e piacevole chiacchierata, l’attore ci ha parlato della genesi e della realizzazione dell’opera, in esclusiva su Sky dal 14 Giugno.

Un’immagine di Nevia

Come hai conosciuto la regista di Nevia Nunzia De Stefano?

Io feci il mio provino con Adele Gallo, la responsabile del casting di Nevia, e dopo qualche mese sono stato chiamato per incontrarla. È stata una sorpresa perché lei non mi conosceva, aveva visto solo il provino dove tra l’altro avevo i capelli rasati perché provenivo da un altro lavoro; quindi avevo tutt’altre sembianze rispetto al ruolo di Salvatore in Nevia. Lei però ha scovato qualcosa in me. Mi raccontava di questo Salvatore che in realtà non è un criminale, non è un violento, ma è un personaggio che ha un animo da speculatore, da traffichino.

La regista mi disse che avevo il viso da bravo ragazzo, quindi perfettamente coerente al ruolo di Salvatore. Nunzia mi ha provinato diverse volte e mi ha dato poche indicazioni. Credo che l’intento fosse di far emergere il mio modo, il mio approccio, la mia anima, come mi è capito similmente in un altro provino. Nunzia è una vera, una verace e cerca di scovare questa veracità da tutti, quindi lavorare con lei è stata un’esperienza molto bella, proprio a livello umano. Nevia è comunque uno spaccato di vita personale, un’esperienza che lei ha provato: Nunzia ha conosciuto quelle sensazioni. Questo ti fa capire che lei ha molto da dare, anche e soprattutto agli attori.

Salvatore di Nevia è un personaggio in cui ci si potrebbe specchiare.

Sì, per alcune cose sì. Io penso che un attore debba darsi, anche mettendoci del proprio, oltre ovviamente investendo quegli elementi che appartengono al lavoro per creare un personaggio che sia credibile. Salvatore mi somiglia nel suo rispetto per le donne, nella sua volontà di salvare Nevia da un contesto socio-economico e socio-culturale bassissimo. Salvatore è un personaggio che in cuor suo non crede di essere una persona disonesta o immorale: persegue il suo lavoro, il suo ambiente. È l’ambiente in cui si trova a lavorare a far emergere la sua vera natura. 

Gli uomini sono personaggi da cui tentare di disincarnarsi? E le donne in Nevia trovano un modo per emanciparsi?

Sì, devono. La storia di Nevia è qualcosa che mi riguarda. Io provengo da una famiglia “matriarcale” – non nel senso stretto del termine – fondata soprattutto sulle donne. Nevia è un racconto sul riscatto sociale della donna. Io ho sempre visto Nevia come un film generazionale, nel senso che si osserva una generazione antica napoletana, che è quella del padre, con la nonna che deve organizzare i giri di prostituzione in casa. Qualcosa che accadeva a Napoli tanto tempo fa. Questo è il mondo in cui si inserisce Nevia, che da questa situazione vuole allontanarsi. Nevia combatte contro tutti, contro i luoghi comuni, e alla fine riesce nei suoi intenti, salvando sia se stessa che sua sorella. E la sorella la sprona ogni giorno, incitandola ad andare a scuola, a studiare. Perché il riscatto è anche questo.

La situazione dei bipiani è tristemente reale, non c’è niente di inventato o di scenografato: quei posti esistono, in quei container d’amianto le persone ci vivono ancora. Trovare una via d’uscita nello studio, nell’arte è già qualcosa. Io lavoro al Teatro Sanità, queste cose le viviamo ogni giorno. Cerchiamo di salvare i ragazzi dalla strada, di farli appassionare al teatro. Quando i luoghi comuni vengono sgretolati e distrutti, significa che si sta andando nella direzione giusta.

Come pensi che il dialetto si inserisca nella costruzione dell’identità di un personaggio?

Il dialetto è una lingua. Quando ci si trova davanti un personaggio come Salvatore si fa una ricerca molto approfondita. Ho cercato di conferirgli un’inflessione dialettale napoletana molto più pulita, proprio perché lui cerca di mostrarsi per quello che non è, tranne poi alla fine quando si rivela proprio per ciò che è. Questo è un lavoro che faccio anche a teatro, quando devo recitare in italiano, in romano: è qualcosa che fa parte del nostro mestiere. Più approfondisci questa dimensione più il personaggio sarà autentico.

Qual è il tuo rapporto con il teatro?

Il mio rapporto con il teatro è molto quotidiano. Finché sono stato a Roma, uscito dall’Accademia, sono entrato al Teatro Argentina a lavorare. Sono tornato a Napoli e sono entrato nel collettivo del Teatro Sanità, un luogo che frequento quotidianamente. Napoli è una città che vive di teatro. Il teatro mi è molto familiare. Mi piace essere un jolly shakespeariano, essere un personaggio sulle righe, di contorno, più che fare il protagonista, perché ci sono più sfumature. Il lavoro teatrale che mi porterò sempre nel cuore è stato il nostro saggio di laurea dell’Accademia dove abbiamo lavorato con Antonio Latella: abbiamo realizzato il Faust di Goethe ed erano otto ore di spettacolo. Una preparazione intensa, con monologhi lunghissimi e un’estrema partecipazione visiva, che mi ha fatto capire tanto di questo mestiere. Soprattutto rende consapevoli che è un mestiere molto difficile sia dal punto di vista mentale che fisico.

Bisogna anche un po’ rivendicare la nobiltà del mestiere attoriale. Come affermava Marlon Brando, “Il cinema è dei registi, il teatro è degli attori”.

Sicuramente è cambiato tutto dalla sua epoca. Dipende dai registi, dagli attori. Nel teatro c’è ancora poco ricambio generazionale rispetto al cinema. Prendi ad esempio Nunzia De Stefano, Francesco Lettieri: sono persone che si affidano molto agli attori. Si potrebbe dire che il cinema e il teatro sono di tutti. Io lavoro così: è un’unione di idee, voglio collaborare, voglio discutere, voglio affrontare sempre nuove visioni del teatro e del cinema. È qualcosa che faccio sempre con i registi che mi scelgono. A teatro questo accade con la compagnia.

Un’immagine di Ultras

A proposito di Francesco Lettieri, com’è stata la tua esperienza in Ultras?

L’anno scorso, dopo aver girato Nevia, Diavoli e L’amore non si sa, sono stato contattato per questo film di Francesco Lettieri, regista di videoclip, da Liberato a Calcutta. Per me è stato amore a priva vista. Con lui ho instaurato un rapporto artistico e lavorativo molto forte. Francesco è un uomo molto istintivo, spesso cerca i volti dei figuranti tra le persone in strada, in un modo quasi neorealista, pasoliniano. Infatti molti attori sono ex ultras: le comparse sono credibili, autentiche. Questo è uno dei punti di forza di Ultras. Il mio ruolo, Pequeño, è qualcosa per cui sono stato scelto fin da subito, che mi ha permesso di tornare nella mia città, di tornare allo stadio a tifare, da capo ultras, per la mia squadra del cuore. Un turbine di emozioni incredibile.

Lucia Tedesco

Lucia Tedesco

Scrittrice compulsiva. Appassionata di Cinema, Filosofia e Politica.