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Michel Franco presenta Nuevo Orden a Venezia: “Il mio film è un monito”

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Stamattina si è tenuta la proiezione riservata alla stampa di Nuevo Orden, nuovo lavoro di Michel Franco presentato a Venezia 77 e serio candidato per ricevere uno o più premi della manifestazione. Il film è un dramma distopico ambientato in Messico e incentrato su una rivolta sociale che travolge il ricevimento di un matrimonio, pieno di membri dell’alta borghesia. A seguire, si è svolto un incontro con i giornalisti, che ha visto la presenza dello stesso Franco, degli interpreti Naian González Norvind, Diego Boneta e Mónica del Carmen e della produttrice Cristina Velasco.

Nuevo Orden

Il regista di Nuevo Orden Michel Franco

A rompere il ghiaccio è stato proprio Michel Franco, che ha parlato della genesi di Nuevo Orden:

Ho cominciato a pensare a Nuevo Orden 5 anni fa, e ho ultimato la sceneggiatura 3 anni fa. Per me è una sorta di monito: “Non arriviamo a quel punto”. Cinque anni fa non avrei mai pensato che al momento dell’uscita il mondo sarebbe stato così vicino a questa distopia. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione: i gilet gialli in Francia, i disordini in Perù e Colombia, fino al movimento Black Lives Matter. Ogni paese, per motivi diversi, affronta queste situazioni, perché la gente è scontenta, e ho paura che i governi si approfittino della situazione.

A seguire, ha preso la parola Diego Boneta, che ha descritto il suo rapporto con il suo personaggio e con lo stesso Franco:

Quando Michel ci ha parlato della sceneggiatura e l’ho letta ho pensato che fosse un capolavoro, perché cammina diretto e dipinge i personaggi in modo tale da permetterti di identificarti con loro. Ti domandi spesso se avresti fatto la stessa cosa al posto loro. Il lavoro ha richiesto tante prove con tutti noi e tante discussioni con Michel sui nostri personaggi, e sul mio in particolare. Una cosa che Michel voleva è che non fosse del tutto cattivo, che si vedesse la sua trasformazione e che il pubblico potesse immedesimarsi con lui. È stato un grande lavoro di squadra nelle prove: Michel fa tante riprese, era come fare teatro dentro al cinema. Ci ha trasformato in una grande famiglia, ed è stato un onore fare parte di un film con grandi personaggi femminili, sia dentro che fuori dal set.

Nuevo Orden

Sulla stessa lunghezza d’onda Mónica del Carmen:

Io vengo da una comunità indigena e ho visto persone per cui è difficile accedere al benessere, alla salute e alle tutele sociali. Nuevo Orden proponeva personaggio che si trova in questa disuguaglianza, un personaggio che aveva tanti punti con me. Ho potuto studiare quello che volevo. Michel chiede sempre un tono specifico per recitare e per me era molto importante sapere di cosa si stava parlando e di come veniva affrontato. Bisognava interiorizzare e mettersi nei panni del personaggio in modo molto razionale e cosciente, come del resto è il cinema di Michel.

Il personaggio ci porta agli estremi e ci spinge a chiederci qual è la nostra prospettiva sulla disuguaglianza, a riflettere su cosa succederebbe se questa disuguaglianza fosse reale. Il mio personaggio l’ho vissuto da vicino dal punto di vista della ragione e della coscienza. Questo film è molto denso e affronta un argomento molto delicato di cui bisogna assolutamente parlare, perché altrimenti continueremo a vedere queste manifestazioni di razzismo e disuguaglianza.

Nuevo Orden

Questo invece il punto di vista della protagonista di Nuevo Orden Naian González Norvind:

Conosco Michel da tanti anni, ed è stato interessante lavorare con lui, fidandomi di lui. È stato un film difficile, ma questa sfida mi ha incoraggiato a fare il film con lui. Quando ho letto la sceneggiatura, l’ordine degli eventi era diverso, si cominciava con una bomba. Sono stata presa completamente dal personaggio e dalla situazione. Il modo in cui Michel lavora è interessante, nei suoi film ci si immaginano riprese lunghe e statiche, e invece stavolta ha lavorato diversamente dal punto di vista visivo. La cosa che ricordo di più è il movimento, la sensazione di camminare come tessendo insieme le varie parti del film. Nuevo Orden in questo senso è molto teatrale, giravamo scene di 10-15 minuti con molte prove prima. Michel vuole che i suoi attori capiscano che sono pezzi di un puzzle, non singole storie, e che non serve essere super espressivi per esprimersi.

Naian González Norvind

Naian González Norvind, protagonista di Nuevo Orden

Franco ha ripreso la parola per parlare della sua regia, soffermandosi sui paragoni fra Nuevo Orden e il cinema di Robert Altman:

Per me il paragone con Altman è un complimento. Sono un regista con più luce, mi piace avere più punti di vista. Quello che può sembrare naturale e fluido in realtà è dare agli attori la possibilità di descrivere un personaggio e lavorare in modo completo, non necessariamente con la cinepresa su un singolo attore. Cerco sempre di mantenere alto il livello energia, parliamo molto dell’argomento. In Nuovo Orden ci siamo mossi come in un matrimonio vero. Se succedesse qualcosa di questo genere, nessuno se ne accorgerebbe, perché la famiglia è impegnata a organizzare un matrimonio e discute di piccolo cose, senza vedere arrivare la tempesta. Il mio direttore della fotografia mi diceva che era difficile tenere tutto in una scena e mi spronava a fare tutto con un’unica ripresa, cosa che vale la pena soltanto se funziona.

Il regista ha poi continuato la sua analisi, facendo un parallelo fra lo scenario di Nuevo Orden e la realtà messicana:

Sono cresciuto in Messico e queste cose che sembrano straordinarie, e che dovrebbero essere strane, in realtà sono una follia in cui si cresce considerandole normali. È una società corrotta, ma non è una realtà solo messicana. Crescendo lì, si può cominciare a chiedersi perché succede. Perché non si ferma. Per me è normale pensare che prima o poi questa situazione esploderà. Il COVID-19 scuote ancora di più le fondamenta, questi momenti pazzi mettono a dura prova la società e come le persone si relazionano fra loro.

Non voglio sembrare pessimista, ma stiamo vedendo che non c’è nessuna empatia per chi è più sfortunato di noi. Non ho fatto questo film per mandare un messaggio, non credo che sia questa la funzione del cinema. Nuevo Orden è un monito. La mia paura è che molti governi impieghino soldi nell’esercito, per controllare le persone a causa della paura che esploda la situazione, e che questo denaro venga sottratto alla cultura, come se la cultura fosse accessoria.

Sulla stessa lunghezza d’onda Diego Boneta:

Nuevo Orden è un incubo che si realizza, è la paura di ogni messicano. Il COVID-19 ha creato ulteriore confusione. Abbiamo girato questo film un anno e mezzo fa, ma Michel già allora pensava che sarebbe potuto succedere qualcosa di questo tipo. La pandemia ha reso urgente mandare un richiamo non solo al Messico, ma a tutto il mondo. Le divisioni si stanno inasprendo, quindi una situazione così specifica della società messicana ha tanti agganci col resto del mondo.

La produttrice Cristina Velasco ha parlato poi della situazione dell’industria cinematografica messicana:

Tutte le persone che volgono partecipare a una produzione dovranno portare un test negativo. Da punto di vista della produzione non ci sono protocolli, ogni paese adotterà il suo. Noi potremmo lavarci le mani, ma con la magia del cinema vogliamo anche proteggere le persone.

Nuevo Orden

Michel Franco ha poi concluso parlando della possibile accoglienza di Nuevo Orden:

Non so come sarà accolto. Io spero che nessuno si senta preso in causa, perché quando parlo di distopia mi riferisco a un futuro vicino, ma che non è ancora successo. Se le persone sono molto sensibili su questa cosa, allora forse vuol dire che sto girando il coltello nella piaga. Io ho cercato di non politicizzare il film. La militarizzazione è un’idea terribile, su questo ho una posizione chiara. Militarizzare un paese non è mai  stato positivo. Nuevo Orden mantiene alcune ambiguità, è stato scritto in uno specifico modo. Si parla di razzismo, che è rivolto verso la stragrande maggioranza dei messicani. Io sono un privilegiato, ma ci sono molti poveri che non sanno come andare avanti. Ma il sistema attuale non permette ai poveri di uscire dalla povertà, e si comincia d avere sfiducia per tutto un paese. 

Sono arrivato a questo per dare un significato globale al film, svincolandolo dalla situazione messicana. Ecco perché ho mantenuto l’ambiguità, in modo che tutti possano sentirsi coinvolti. Siamo davvero indirizzati verso un nuovo ordine, non è una strana cospirazione su internet. Serve un cambiamento, ma se non stiamo attenti ci sarà un cambiamento in peggio e questo è il nuovo ordine.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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Tim Burton incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Tim Burton

Fra i tanti eventi che hanno segnato una convincente edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è sicuramente l’incontro del pubblico dell’Auditorium con Tim Burton. Il regista statunitense ha anche ricevuto il Premio alla Carriera della manifestazione dalle mani di Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, che hanno lavorato più volte insieme a lui, contribuendo con i loro costumi e con le loro scenografie al successo delle sue visionarie opere. Come da tradizione della Festa, Tim Burton ha dialogato con il direttore artistico Antonio Monda e con il professore di cinema della Columbia University Richard Peña, ripercorrendo la sua vita e la sua carriera.

Tim Burton

Qual è il primo film visto da Tim Burton? A rispondere è lo stesso regista:

Gli argonauti di Don Chaffey, film indimenticabile che vidi in una sala in California. Una sala straordinaria, dove sembrava di stare all’interno di una conchiglia. Ricordo le scene di combattimento con gli scheletri. Questa è stata la mia prima esperienza al cinema.

Tim Burton ha parlato della sua esperienza nell’animazione Disney a inizio carriera:

Orribile. Si tratta dei miei giorni più bui. C’erano moltissime persone di talento e creatività, impegnate in film come Red e Toby nemiciamici e The Black Hole – Il buco nero, che richiedevano 10 anni di produzione. Figure come Brad Bird e John Lasseter, che alla Pixar hanno dimostrato tutto il loro talento ma lì non avevano spazio. Ero veramente pessimo nel lavoro dell’animazione. Molti sottolineavano che i miei personaggi avevano l’aspetto di qualcuno che è stato messo sotto da una macchina. Per fortuna ero così negato che sono passato a fare altre cose.

Tim Burton ha parlato della sua profonda ammirazione per Mario Bava:

Negli anni ’80 andai a un festival del film horror a Los Angeles, una maratona di 48 ore di fila. A volte durante questi eventi si tende ad assopirsi, ma quando vidi La maschera del demonio di Mario Bava per me fu come essere in un sogno, o più spesso un incubo. Pochi sono riusciti a catturare questo stato onirico, oltre a lui anche Federico Fellini e Dario Argento.

Il regista ha parlato del ruolo dell’art director nei suoi film:

Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me la scenografia e la musica fanno parte dei film, sono veri e propri personaggi. Questo vale anche per i costumi, dal momento che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Dante Ferretti. I grandi con la loro opera danno un altro personaggio al film, che così diventa il mezzo visivo per eccellenza. I miei disegni sono molti primitivi, per me me gli artisti sono fonti di ispirazione.

Una scena di Edward mani di forbice ha permesso a Tim Burton un excursus sul suo processo creativo:

Rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, ero così. Le fiabe permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io non mi reputo uno sceneggiatore, parto dalle idee e cerco di stabilire rapporti di collaborazione con persone abili in tal senso. Nel caso di Nightmare Before Christmas, non sono partito da materiale mio, ma era comunque qualcosa che mi permetteva di riconoscermi in alcuni elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui rapportarmi, aprendomi alle collaborazioni. Un po’ come quando lavoravo in Disney all’inizio, dove si lanciavano spunti e poi ci si ragionava su insieme.

Il regista ha confermato una voce sulla sua ispirazione per Mars Attacks!:

Mettiamo da parte i grandi romanzi. Sono partito dalla carte che avvolgevano le gomme da masticare. Ho avuto un’infanzia un po’ contorta.

Tim Burton ha fatto un accenno al suo rapporto con gli studios:

Io ho fatto soltanto film con gli studios. Sono stato in una posizione un po’ insolita, perché nonostante questo sono sempre riuscito a fare ciò che volevo fare, e non ho ancora capito come. Per fortuna non hanno mai veramente capito cosa stessi facendo.

Il regista ha parlato del suo Batman, considerato molto dark:

C’è molta confusione su questo discorso. C’era chi diceva che il mio Batman fosse molto più dark, mentre altri dicevano il contrario. Ricordo che McDonald’s non era contenta, perché dalla bocca del Pinguino usciva una roba nera e non sapevano come regolarsi con gli happy meal.

Una scena di Big Fish è servita da spunto di riflessione sul budget di un film e sulle proiezioni di prova:

Il cinema è un’opera collettiva che vede la partecipazione di tante figure diverse da loro. Quando sei un pittore lavori da solo, ma il cinema è una fonte collettiva di gioia. Che il film sia a budget limitato o a budget enorme, pensi sempre che non ne hai abbastanza. Ci sono tanti elementi impalpabili e intangibili, ma non mi sono mai sentito limitato. Le proiezioni di prova sono sempre esperienze che incutono grande terrore, perché comportano anche riempire dei moduli nei quali al pubblico viene chiesto il personaggio preferito. Alla fine se ne fa un uso quasi sempre distorto, è molto difficile rendersi conto di quella che è la percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato dal rivedere i miei film, vorrei godermi la visione ma non ce la faccio.

Per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Tim Burton ha collaborato con un grande della musica americana come Stephen Sondheim:

Stephen è geniale, fu un’esperienza difficile fargli vedere il film. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. È una miscela di horror, commedia e musical. Era molto preoccupato perché nessuno degli attori era un cantante. Io però non lo ritenni un problema, sapevo di essere in buone mani con quel gruppo di attori. È stato di grande sostegno, abbiamo cambiato un po’ di cose ma è andata bene. Devo dire che è stato estremamente divertente: anche se può sembrare assurdo, per me è stato come fare un film muto. Mi sono divertito più con questo film che con molti altri.

Una scena di Big Eyes ha portato a una riflessione su questo recente film di Tim Burton:

Mi ricordo che i quadri di Margaret Keane si trovavano in tutte le case. Io li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai potesse piacere tanto questo tipo di quadro. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. Tutti in qualche modo siamo toccati in modo diverso da quello che vediamo. Per me erano inquietanti, altri li trovavano così carini da appenderli alle mura delle camere dei bambini. Questo è il mestiere dell’artista, ad alcuni piaci e ad altri no.

Il regista ha particolarmente apprezzato la mostra su di lui organizzata dal MOMA nel 2009:

La mostra al MOMA è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista, quindi si è trattato di frugare nei cassetti e trovare queste opere. Un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste mi riempiono di gioia. Questa tra l’altro è stata la mostra che in assoluto ha avuto più successo. Io non mi reputo un artista, però fa pensare che le opere d’arte riescano a ispirare altre persone.

L’ultima sequenza proposta è stata di Ed Wood, il film di Tim Burton che ci dice che anche il peggiore regista di tutti i tempi è a suo modo un artista:

Con Plan 9 from Outer Space, Ed pensava di girare Star Wars. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari, in cui si reputa fra i più grandi. Questo ci riporta al discorso di prima su che cos’è l’arte.

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Tim Burton abbraccia Dante Ferretti

Tim Burton

Tim Burton ringrazia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci per il premio

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