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Favino presenta Padrenostro: “Una lettera d’amore finalmente spedita”

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Nella mattinata della terza giornata di Venezia 77 si è tenuta la proiezione stampa di Padrenostro, nuovo film di Claudio Noce basato sull’attentato di cui fu vittima il padre Alfonso, ad opera dei Nuclei Armati Proletari. A seguire, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione del film, che arriverà in sala dal 24 settembre, distribuito da Vision Distribution. Oltre al regista, erano presenti gli interpreti Pierfrancesco Favino (nella doppia veste di attore e produttore), Barbara Ronchi, Mattia Garaci e Francesco Gheghi.

Claudio Noce

Ad aprire la conferenza è stato proprio Claudio Noce, che ha parlato della genesi del progetto di Padrenostro:

È stato un processo molto doloroso e il percorso è stato lungo. L’idea di realizzare un film su un fatto realmente accaduto a mio padre è qualcosa che vive con me da tanto tempo. La difficoltà che avevo era come raccontare la storia. All’epoca dell’evento (il 14 dicembre 1976, ndr) io avevo 2 anni e mia sorella era a scuola, ma mio fratello maggiore ha vissuto realmente quella scena insieme a mia madre. L’idea di raccontarlo è venuta quando ho pensato di renderla una storia universale, invece di una privata. Quando ho pensato di scrivere Padrenostro ero in un periodo non facile come regista e come uomo, e forse quel momento ha dato la parola a questa storia, insieme all’incontro con Pierfrancesco.

Pierfrancesco Favino

A seguire, ha preso la parola Pierfrancesco Favino, che in Padrenostro interpreta Alfonso, il padre del protagonista:

Tre anni fa abbiamo preso un caffè con Claudio e lui mi ha raccontato questa storia. Mentre ascoltavo rivedevo me e il mio rapporto con mio padre, la mia infanzia, gli odori, i silenzi, e mi si riaffacciava alla testa un pensiero: la generazione che è stata circondata da quegli eventi raramente ha messo l’accento su quei bambini lì, che quando andavano a letto non esistevano più e che si pensava che non esistessero. Padrenostro nasce dall’esperienza personale di Claudio e dalla voglia di raccontare una cosa molto forte e che riguarda tutti noi, il rapporto fra padre e figlio. Penso che in questo momento possa fare paura andare su quel tipo di emozioni e ricordi, ma noi volevamo andare proprio lì. Sono molto felice di essere a Venezia con questo film.

L’attore si è poi soffermato sul complesso contesto politico della vicenda: 

La nostra urgenza non era raccontare gli anni di piombo, ma l’infanzia di un bambino in quegli anni. Il messaggio politico credo che stia proprio in questo, in quei 50enni che non hanno partecipato a grandi eventi storici e sono stati messi in un angolo. Padrenostro lo dice molto bene nella prima e nell’ultima scena. Io in gioventù ho fatto finta di appartenere a qualcosa, ho rubato dagli armadi cose che nessuno metteva più, pur di sentire di partecipare a qualcosa. Questo sentimento ha dato vita a una generazione laica. Siamo una generazione di silenti educati, che hanno bisogno di chiedere il permesso. Padrenostro non si mette dalla parte del bianco o del nero, ma si affida alla fantasia e all’emozione dei ragazzi.

Padrenostro

Claudio Noce ha ripreso la parola per approfondire la messa in scena della paura in Padrenostro:

La paura è un tema che Padrenostro affronta in maniera profonda, ed è anche uno dei motivi per cui ho fatto il film. Ho provato a superare la paura anche con temi molto semplici, con meccanismi legati ai sentimenti, alle relazioni e al dialogo. Mentre facevo il film mi sono accorto che nella mia famiglia non solo non si era mai parlato dell’attentato, ma nessuno di noi aveva mai chiesto all’altro come stava. Noi come famiglia abbiamo subito un’abuso, mio fratello è stato costretto a guardare una scena di guerra vera e propria, dove vide morire una persona. Valerio attraverso il percorso della paura affronta ed entra nel suo periodo più bello, della crescita, del passaggio dall’altra parte del fiume. Abbiamo affrontato Padrenostro in maniera dolce e per me è stato un percorso molto bello.

Barbara Ronchi ha parlato del suo approccio al personaggio di Gina, basato sulla madre di Noce:

Non ho incontrato la mamma di Claudio, perché non ce n’era bisogno. Gina decide di fare i conti con la paura e di coinvolgere il marito in quest’apertura: “siamo qui e ho paura, dimmi che anche tu ce l’hai”. Quando un genitore mostra questa paura rende libero anche il figlio di dimostrarla.

In proposito, Noce ha aggiunto:

Non aver fatto incontrare a Pierfrancesco e Barbara i miei genitori è stata una casualità. È stato un percorso: inizialmente avevano un atteggiamento di attenzione e disagio, che man mano si è trasformato. Barbara ha ascoltato una registrazione di mia madre prima di girare una delle scene più importanti del suo personaggio. Penso che sarebbe bello se adesso si incontrassero.

Padrenostro

Anche Pierfrancesco Favino ha parlato della sua preparazione per Padrenostro:

Ho avuto bisogno di andare dove mi ha fatto male andare da bambino. Più che nel papà di Claudio, nel mio. Andare a ritrovare quei momenti in cui avrei voluto trovare quel sentiero fra le nuvole. A cercare la vicinanza nei dettagli della vita quotidiana passata insieme, spesso sostitutivi degli abbracci. Quel mondo lo conosco e lo conoscevo, ora lo ringrazio ma da bambino facevo fatica ad affrontarlo o a cercare di scalfirlo. E questo penso che il film lo traduca bene. Io ho avuto il grato compito di essere in Padrenostro una figura ingombrante in assenza. Uno di quegli uomini che non ti avrebbero mai fatto vedere la sofferenza o non avrebbero mai condiviso una preoccupazione, convinti che l’educazione stava nella forza che il maschio avrebbe dovuto avere dopo di loro. Credo che questo film sia una lettera d’amore finalmente spedita dal figlio al padre, e viceversa. Un figlio che diventa un ometto e un padre che fa vedere le sue debolezze.

Mattia Garaci

Mattia Garaci

A seguire, ha preso la parola il giovanissimo Mattia Garaci, che interpreta il protagonista di Padrenostro Valerio:

A me è piaciuto molto il fatto che Valerio cambi molto nel corso del film. All’inizio Valerio è timido e ha pochi amici, si sente solo, ma la sua vita cambia dopo l’attentato e dopo un po’ incontra Christian. Grazie a lui riesce a dimenticarsi questo trauma con il gioco, diventano amici e cambiano entrambi.

Sulla stessa lunghezza d’onda Francesco Gheghi:

Io ho potuto vivere un po’ l’epoca di mio padre, che è del ’70, e ho avuto la possibilità di dare al mio personaggio un carattere e di dire a Valerio di farlo entrare nel suo mondo, di farlo aprire.

Francesco Gheghi

Francesco Gheghi

Claudio Noce ha parlato diffusamente della dinamica dell’attentato al padre:

Sono andato due volte nella mia vita a fare ricerca vera e propria sul fatto. Una volta a 18 anni, quando ho realizzato quelle sensazioni e quelle paure, poi ho visto i giornali dell’epoca e ho capito che era veramente successo. Quando ci sono ritornato adesso ho fatto un lavoro quasi da reporter, più nella scrittura che nella scena vera e propria. Ho fatto una ricerca dettagliata soprattutto per la scena dell’attentato. È stata difficile farla ma ho sentito molta vicinanza e quella ricerca mi ha fatto anche allontanare emotivamente dal film, cosa di cui avevo bisogno.

Il regista ha poi parlato dell’aspetto politico e della scelta del titolo di Padrenostro:

Padrenostro è un film di pacificazione. L’idea è che quella generazione di invisibili, che ha subito quella guerra in maniera totalmente involontaria, era alla ricerca di un significato, voleva dare un nome a quella paura, a quel momento. Nel nostro film raccontiamo due personaggi, due giovani uomini che stanno cercando un significato nella figura del padre. Christian probabilmente non ha mai percepito il padre e e ho capito che c’era quella assonanza nella nostra generazione, che era divisa in maniera totalmente inconsapevole.

La scelta del titolo è data dalla necessità di avere nel titolo il padre. E a un certo punto ci siamo arrivati con assonanza dalla preghiera, ma abbiamo unito le due parole. Penso alle parole di Pierfrancesco sul suo personaggio che vive nell’assenza e credo che anche lui come attore si sia messo al servizio della storia, quindi ricordarlo anche nel titolo era importante.

In conclusione, un’ultima riflessione di Favino:

Non è solo il padre nostro, ma riguarda davvero tutti quanti. Quella frase la diciamo a memoria, come a memoria sappiamo di avere genitori, ma raramente ci soffermiamo sull’importanza di averli.

Padrenostro

 

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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Tim Burton incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Tim Burton

Fra i tanti eventi che hanno segnato una convincente edizione della Festa del Cinema di Roma, c’è sicuramente l’incontro del pubblico dell’Auditorium con Tim Burton. Il regista statunitense ha anche ricevuto il Premio alla Carriera della manifestazione dalle mani di Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci, che hanno lavorato più volte insieme a lui, contribuendo con i loro costumi e con le loro scenografie al successo delle sue visionarie opere. Come da tradizione della Festa, Tim Burton ha dialogato con il direttore artistico Antonio Monda e con il professore di cinema della Columbia University Richard Peña, ripercorrendo la sua vita e la sua carriera.

Tim Burton

Qual è il primo film visto da Tim Burton? A rispondere è lo stesso regista:

Gli argonauti di Don Chaffey, film indimenticabile che vidi in una sala in California. Una sala straordinaria, dove sembrava di stare all’interno di una conchiglia. Ricordo le scene di combattimento con gli scheletri. Questa è stata la mia prima esperienza al cinema.

Tim Burton ha parlato della sua esperienza nell’animazione Disney a inizio carriera:

Orribile. Si tratta dei miei giorni più bui. C’erano moltissime persone di talento e creatività, impegnate in film come Red e Toby nemiciamici e The Black Hole – Il buco nero, che richiedevano 10 anni di produzione. Figure come Brad Bird e John Lasseter, che alla Pixar hanno dimostrato tutto il loro talento ma lì non avevano spazio. Ero veramente pessimo nel lavoro dell’animazione. Molti sottolineavano che i miei personaggi avevano l’aspetto di qualcuno che è stato messo sotto da una macchina. Per fortuna ero così negato che sono passato a fare altre cose.

Tim Burton ha parlato della sua profonda ammirazione per Mario Bava:

Negli anni ’80 andai a un festival del film horror a Los Angeles, una maratona di 48 ore di fila. A volte durante questi eventi si tende ad assopirsi, ma quando vidi La maschera del demonio di Mario Bava per me fu come essere in un sogno, o più spesso un incubo. Pochi sono riusciti a catturare questo stato onirico, oltre a lui anche Federico Fellini e Dario Argento.

Il regista ha parlato del ruolo dell’art director nei suoi film:

Ho avuto la grande fortuna di lavorare con straordinari artisti. Per me la scenografia e la musica fanno parte dei film, sono veri e propri personaggi. Questo vale anche per i costumi, dal momento che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti come Dante Ferretti. I grandi con la loro opera danno un altro personaggio al film, che così diventa il mezzo visivo per eccellenza. I miei disegni sono molti primitivi, per me me gli artisti sono fonti di ispirazione.

Una scena di Edward mani di forbice ha permesso a Tim Burton un excursus sul suo processo creativo:

Rappresenta la mia infanzia. Ho sempre amato le fiabe, ero così. Le fiabe permettono di esplorare veri sentimenti aumentandone l’intensità. Io non mi reputo uno sceneggiatore, parto dalle idee e cerco di stabilire rapporti di collaborazione con persone abili in tal senso. Nel caso di Nightmare Before Christmas, non sono partito da materiale mio, ma era comunque qualcosa che mi permetteva di riconoscermi in alcuni elementi. Cerco sempre di trovare qualcosa con cui rapportarmi, aprendomi alle collaborazioni. Un po’ come quando lavoravo in Disney all’inizio, dove si lanciavano spunti e poi ci si ragionava su insieme.

Il regista ha confermato una voce sulla sua ispirazione per Mars Attacks!:

Mettiamo da parte i grandi romanzi. Sono partito dalla carte che avvolgevano le gomme da masticare. Ho avuto un’infanzia un po’ contorta.

Tim Burton ha fatto un accenno al suo rapporto con gli studios:

Io ho fatto soltanto film con gli studios. Sono stato in una posizione un po’ insolita, perché nonostante questo sono sempre riuscito a fare ciò che volevo fare, e non ho ancora capito come. Per fortuna non hanno mai veramente capito cosa stessi facendo.

Il regista ha parlato del suo Batman, considerato molto dark:

C’è molta confusione su questo discorso. C’era chi diceva che il mio Batman fosse molto più dark, mentre altri dicevano il contrario. Ricordo che McDonald’s non era contenta, perché dalla bocca del Pinguino usciva una roba nera e non sapevano come regolarsi con gli happy meal.

Una scena di Big Fish è servita da spunto di riflessione sul budget di un film e sulle proiezioni di prova:

Il cinema è un’opera collettiva che vede la partecipazione di tante figure diverse da loro. Quando sei un pittore lavori da solo, ma il cinema è una fonte collettiva di gioia. Che il film sia a budget limitato o a budget enorme, pensi sempre che non ne hai abbastanza. Ci sono tanti elementi impalpabili e intangibili, ma non mi sono mai sentito limitato. Le proiezioni di prova sono sempre esperienze che incutono grande terrore, perché comportano anche riempire dei moduli nei quali al pubblico viene chiesto il personaggio preferito. Alla fine se ne fa un uso quasi sempre distorto, è molto difficile rendersi conto di quella che è la percezione del pubblico. Io sono sempre terrorizzato dal rivedere i miei film, vorrei godermi la visione ma non ce la faccio.

Per Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street, Tim Burton ha collaborato con un grande della musica americana come Stephen Sondheim:

Stephen è geniale, fu un’esperienza difficile fargli vedere il film. Per fortuna gli piacque, cosa che mi riempì di gioia. È una miscela di horror, commedia e musical. Era molto preoccupato perché nessuno degli attori era un cantante. Io però non lo ritenni un problema, sapevo di essere in buone mani con quel gruppo di attori. È stato di grande sostegno, abbiamo cambiato un po’ di cose ma è andata bene. Devo dire che è stato estremamente divertente: anche se può sembrare assurdo, per me è stato come fare un film muto. Mi sono divertito più con questo film che con molti altri.

Una scena di Big Eyes ha portato a una riflessione su questo recente film di Tim Burton:

Mi ricordo che i quadri di Margaret Keane si trovavano in tutte le case. Io li ho sempre trovati inquietanti, mi chiedevo come mai potesse piacere tanto questo tipo di quadro. Questo ci porta a riflettere sul senso dell’arte. Tutti in qualche modo siamo toccati in modo diverso da quello che vediamo. Per me erano inquietanti, altri li trovavano così carini da appenderli alle mura delle camere dei bambini. Questo è il mestiere dell’artista, ad alcuni piaci e ad altri no.

Il regista ha particolarmente apprezzato la mostra su di lui organizzata dal MOMA nel 2009:

La mostra al MOMA è stata una sorpresa straordinaria. Io sono un pessimo archivista, quindi si è trattato di frugare nei cassetti e trovare queste opere. Un’esperienza sorprendente e indimenticabile. Sorprese come queste mi riempiono di gioia. Questa tra l’altro è stata la mostra che in assoluto ha avuto più successo. Io non mi reputo un artista, però fa pensare che le opere d’arte riescano a ispirare altre persone.

L’ultima sequenza proposta è stata di Ed Wood, il film di Tim Burton che ci dice che anche il peggiore regista di tutti i tempi è a suo modo un artista:

Con Plan 9 from Outer Space, Ed pensava di girare Star Wars. Aveva una passione tale che ritroviamo anche nei suoi diari, in cui si reputa fra i più grandi. Questo ci riporta al discorso di prima su che cos’è l’arte.

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Tim Burton abbraccia Dante Ferretti

Tim Burton

Tim Burton ringrazia Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo e Gabriella Pescucci per il premio

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