Relic: intervista alla regista del film Natalie Erika James

Relic: intervista alla regista del film Natalie Erika James

Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Natalie Erika James, regista giappo-australiana del sorprendente horror psicologico Relic, la sua opera prima. Il film, presentato nel corso della passata edizione del Trieste Science+Fiction Festival, sarà disponibile dal 24 marzo in home video e on demand. Relic mette al centro della storia tre generazioni di donne: Edna (Robyn Nevin), la figlia Kay (Emily Mortimer) e la nipote Sam (Bella Heathcote). Dopo essere scomparsa per tre giorni, l’anziana Edna ricompare improvvisamente, con i segni degenerativi dell’Alzheimer che si intensificano rapidamente. Costrette a convivere nella stessa abitazione, le donne scoprono una presenza sinistra che la abita e che infetta Edna, rendendola sempre più minacciosa. Di seguito, l’esito della nostra chiacchierata con la regista.

Natalie Erika James ci parla della sua opera prima Relic
Relic

Come nasce il progetto di Relic?

La storia deriva da una mia esperienza personale. Ero andata in Giappone a visitare mia nonna, affetta dal morbo di Alzheimer. Mi sono trovata nella situazione di essere davanti a una persona cara che non ti riconosce più. Ho inoltre passato tante estati nella casa in Giappone di mia nonna, che è assolutamente inquietante. Questo mi ha probabilmente orientata verso il genere horror. Ho quindi fuso queste mie esperienze personali, e da lì è nata la storia di Relic.

Quali sono stati i riferimenti cinematografici e letterari per Relic?

Sono sempre stata appassionata di letteratura horror gotica, apprezzo soprattutto le connessioni che ci sono fra i personaggi e un’atmosfera di decadenza. Mi piace anche il cinema dell’orrore asiatico, soprattutto quello di inizio anni ’90. Adoro anche David Cronenberg e i suoi effetti speciali. In particolare in Relic emerge la mia passione per il body horror. Mi ha ispirato anche The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Relic

Quanto è importante per te il concetto di restituzione che vediamo in Relic, con i giovani che in qualche modo restituiscono l’affetto ricevuto agli anziani?

Relic gira fortemente intorno al senso di colpa che io stessa ho provato. Siamo sempre molto assorbiti dalla nostra vita, e quando ci si rende conto che un nostro caro è in difficoltà abbiamo sempre la sensazione di non aver fatto abbastanza e non avergli dedicato il tempo necessario. Mi interessava soprattutto la sensibilità della donna nel prendersi cura degli altri, per cui ho costruito questa storia su tre generazioni di donne, che devono aiutarsi l’un l’altra. Il mio corto Creswick introduce l’idea di Relic, e mi ha aiutata a ottenere i finanziamenti per il film. Lì facevo una riflessione sulla mortalità dei propri genitori, ed è un po’ il preambolo di questo film.

Natalie Erika James

Come nasce produttivamente parlando Relic? E qual è stato il contributo dei fratelli Russo come produttori esecutivi?

Io avevo già trovato un finanziamento australiano per Relic, poi grazie al feedback di Creswick sono riuscita a trovare un agente americano, e da quel momento si sono aperte molte porte. Fra le varie produzioni interessate, c’è stata la Nine Stories di Jake Gyllenhaal, che fra tutti sono stati quelli che hanno maggiormente compreso l’aspetto drammatico del film, mentre altri avrebbero voluto insistere maggiormente sulla componente horror. Si è quindi deciso di co-produrre insieme a Nine Stories, quindi i fratelli Russo sono entrati come finanziatori a seguito del secondo draft della sceneggiatura. Sono stati estremamente disponibili: quando Relic era in post-produzione loro stavano lavorando agli effetti speciali di Avengers: Endgame, ma si sono presi del tempo per seguire questo film.

Sicuramente è un vantaggio quando i produttori sono registi, perché possono davvero apportare un contributo al film, come è stato in questo caso. È stata una struttura che ha funzionato molto bene, con un budget che si è aggirato fra i 5 e i 6 milioni di dollari.


Natalie Erika James

Che lavoro hai fatto sulla scenografia del film?

Sono state usate due date diverse, una per le scene in esterna e una per quelle in interno. La casa che abbiamo usato per gli interni aveva solo il primo piano, quindi abbiamo dovuto ricostruire tutto il secondo piano, compresa la parte del labirinto che si vede nell’ultima parte del film. L’idea era quella di costruire uno spazio che sembrasse realistico e che non portasse necessariamente a un universo parallelo. Abbiamo quindi deciso di utilizzare per il secondo piano la stessa architettura del resto della casa, in modo che fosse coerente, introducendo comunque elementi in grado di creare la suspense, come le porte che si chiudono, o le scale che non portano da nessuna parte. Rispetto al disegno iniziale del set ci siamo accorti che avremmo sforato il budget del 40%, per cui abbiamo dovuto ripensare l’idea.

Il set designer Steven Jones-Evans ha pensato di costruire un modulo che poteva essere riassemblato, per cui, nonostante la sensazione dello spettatore sia di uno spazio abbastanza grande, in realtà abbiamo costruito solo due corridoi, che di notte smontavamo e rimontavamo per adattarli alle scene. Per l’arredamento ho cercato sempre l’idea di qualcosa che passa dall’essere familiare a non esserlo più, per replicare l’impressione che si ha con un parente che piano piano si dimentica di te. La casa muta, quindi tutti i ricordi che ci sono all’inizio diventano progressivamente oggetti sconosciuti, che come la stessa nonna stanno attraversando un processo di decadimento.

Relic

Come hai scelto il cast?

Il processo di casting è stato abbastanza naturale. Non avevo necessariamente pensato a Robyn Nevin, Emily Mortimer e Bella Heathcote, anche se sono attrici che già conoscevo e ammiravo per altri ruoli che avevano interpretato. Ho avuto la fortuna di incontrarle quando mi trovavo negli Stati Uniti durante la fase di finanziamento del film e di parlare con loro del tema del dolore e di come percepissero la sceneggiatura. Più che fare prove vere e proprie, abbiamo condiviso le nostre esperienze e le nostre interpretazioni della storia. Sicuramente il personaggio di Edna è un personaggio molto forte, perché è in grado di essere estremamente accogliente e familiare, ma anche molto aggressiva. Robyn Nevin in questo senso è stata davvero stellare.

Invece Kay, il personaggio di Emily Mortimer, nella sceneggiatura mi sembrava molto più fredda e severa di come lei l’ha poi interpretata. È stata una bellissima scoperta, perché Emily ha portato la propria sensibilità e la propria umanità a un personaggio che altrimenti sarebbe sembrato molto più distaccato.

Bella Heathcote, che interpreta Sam, è una persona estremamente concreta e con i piedi per terra anche nella vita di tutti i giorni, quindi è entrata perfettamente nella parte.

Dopo Relic abbiamo continuato a sentirci, quindi questa condivisione di esperienze è stata utile per entrare nei personaggi. Sono tutte state collaborative, non mi hanno mai fatto sentire una regista alla sua opera prima e sono sempre stata a mio agio.

Relic

In Relic è presente una mitologia molto ricca di idee e di spunti. Ce ne puoi parlare?

Cerco sempre di rimanere più vaga possibile, perché apprezzo quando il pubblico ha una sua interpretazione di questi indizi. Tutto ruota intorno al concetto di abbandono, avevo letto diversi fatti di cronaca di persone che in Giappone venivano trovate morte a distanza di giorni o settimane, perché non ricevevano visite da parte di nessun parente, e quindi se ne andavano in solitudine. Ho trovato che questa fosse una cosa struggente, terribile, che si è aggiunta alla mia esperienza personale. Tutto ciò si trasla nella concezione di fantasma secondo cui chi ha vissuto una vita irrequieta e ha lasciato qualcosa in sospeso sulla Terra, è molto probabile che rimanga con noi. Abbiamo quindi deciso di introdurre un personaggio abbandonato, il cui abbandono ha messo radici in tutta la casa, infestando le finestre e i vetri. Quando questi sono trasportati dal capanno alla casa, hanno infettato l’intera abitazione.

Relic

Che scelte hai fatto sull’illuminazione di Relic?

La nostra intenzione era quella di creare spazi all’interno del frame che non fossero ben comprensibili. Volevo che ci fosse sempre qualcosa di nascosto, che vediamo all’interno dell’immagine ma non riusciamo a distinguere. Questa scelta nasce ovviamente dal parallelismo con quello che sta accadendo nella mente di Edna.

Relic si inserisce perfettamente nel cinema horror autoriale contemporaneo. Cosa pensi di questo filone? Pensi che possa essere il futuro del genere?

I registi horror hanno sempre avuto questo strumento per parlare del mondo e della realtà, in grado di rendere le loro storie più catartiche e grafiche. Ciò che è cambiato ultimamente è la comprensione da parte del pubblico del fatto che l’horror possa essere un veicolo per filtrare la realtà. Ora non c’è più la percezione che gli horror siano solamente violenza gratuita, nonostante il genere facesse altro già negli anni ’60, anche se il pubblico non sempre lo comprendeva. È sicuramente un grande momento per l’horror.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Rimarrò sicuramente sul genere dell’horror psicologico. Sto lavorando a diversi progetti. Mi piacerebbe fare qualcosa basato su storie di folklore, ma con setting giapponese. Ho vissuto in Giappone fino ai 6 anni, e sicuramente la conoscenza della cultura mi può essere utile. Vorrei fare qualcosa di simile come atmosfere a Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, concentrandomi sul rapporto tra madre e figlio. 

 

Marco Paiano

Marco Paiano