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Relic: intervista alla regista del film Natalie Erika James

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Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Natalie Erika James, regista giappo-australiana del sorprendente horror psicologico Relic, la sua opera prima. Il film, presentato nel corso della passata edizione del Trieste Science+Fiction Festival, sarà disponibile dal 24 marzo in home video e on demand. Relic mette al centro della storia tre generazioni di donne: Edna (Robyn Nevin), la figlia Kay (Emily Mortimer) e la nipote Sam (Bella Heathcote). Dopo essere scomparsa per tre giorni, l’anziana Edna ricompare improvvisamente, con i segni degenerativi dell’Alzheimer che si intensificano rapidamente. Costrette a convivere nella stessa abitazione, le donne scoprono una presenza sinistra che la abita e che infetta Edna, rendendola sempre più minacciosa. Di seguito, l’esito della nostra chiacchierata con la regista.

Natalie Erika James ci parla della sua opera prima Relic
Relic

Come nasce il progetto di Relic?

La storia deriva da una mia esperienza personale. Ero andata in Giappone a visitare mia nonna, affetta dal morbo di Alzheimer. Mi sono trovata nella situazione di essere davanti a una persona cara che non ti riconosce più. Ho inoltre passato tante estati nella casa in Giappone di mia nonna, che è assolutamente inquietante. Questo mi ha probabilmente orientata verso il genere horror. Ho quindi fuso queste mie esperienze personali, e da lì è nata la storia di Relic.

Quali sono stati i riferimenti cinematografici e letterari per Relic?

Sono sempre stata appassionata di letteratura horror gotica, apprezzo soprattutto le connessioni che ci sono fra i personaggi e un’atmosfera di decadenza. Mi piace anche il cinema dell’orrore asiatico, soprattutto quello di inizio anni ’90. Adoro anche David Cronenberg e i suoi effetti speciali. In particolare in Relic emerge la mia passione per il body horror. Mi ha ispirato anche The Orphanage di Juan Antonio Bayona.

Relic

Quanto è importante per te il concetto di restituzione che vediamo in Relic, con i giovani che in qualche modo restituiscono l’affetto ricevuto agli anziani?

Relic gira fortemente intorno al senso di colpa che io stessa ho provato. Siamo sempre molto assorbiti dalla nostra vita, e quando ci si rende conto che un nostro caro è in difficoltà abbiamo sempre la sensazione di non aver fatto abbastanza e non avergli dedicato il tempo necessario. Mi interessava soprattutto la sensibilità della donna nel prendersi cura degli altri, per cui ho costruito questa storia su tre generazioni di donne, che devono aiutarsi l’un l’altra. Il mio corto Creswick introduce l’idea di Relic, e mi ha aiutata a ottenere i finanziamenti per il film. Lì facevo una riflessione sulla mortalità dei propri genitori, ed è un po’ il preambolo di questo film.

Natalie Erika James

Come nasce produttivamente parlando Relic? E qual è stato il contributo dei fratelli Russo come produttori esecutivi?

Io avevo già trovato un finanziamento australiano per Relic, poi grazie al feedback di Creswick sono riuscita a trovare un agente americano, e da quel momento si sono aperte molte porte. Fra le varie produzioni interessate, c’è stata la Nine Stories di Jake Gyllenhaal, che fra tutti sono stati quelli che hanno maggiormente compreso l’aspetto drammatico del film, mentre altri avrebbero voluto insistere maggiormente sulla componente horror. Si è quindi deciso di co-produrre insieme a Nine Stories, quindi i fratelli Russo sono entrati come finanziatori a seguito del secondo draft della sceneggiatura. Sono stati estremamente disponibili: quando Relic era in post-produzione loro stavano lavorando agli effetti speciali di Avengers: Endgame, ma si sono presi del tempo per seguire questo film.

Sicuramente è un vantaggio quando i produttori sono registi, perché possono davvero apportare un contributo al film, come è stato in questo caso. È stata una struttura che ha funzionato molto bene, con un budget che si è aggirato fra i 5 e i 6 milioni di dollari.


Natalie Erika James

Che lavoro hai fatto sulla scenografia del film?

Sono state usate due date diverse, una per le scene in esterna e una per quelle in interno. La casa che abbiamo usato per gli interni aveva solo il primo piano, quindi abbiamo dovuto ricostruire tutto il secondo piano, compresa la parte del labirinto che si vede nell’ultima parte del film. L’idea era quella di costruire uno spazio che sembrasse realistico e che non portasse necessariamente a un universo parallelo. Abbiamo quindi deciso di utilizzare per il secondo piano la stessa architettura del resto della casa, in modo che fosse coerente, introducendo comunque elementi in grado di creare la suspense, come le porte che si chiudono, o le scale che non portano da nessuna parte. Rispetto al disegno iniziale del set ci siamo accorti che avremmo sforato il budget del 40%, per cui abbiamo dovuto ripensare l’idea.

Il set designer Steven Jones-Evans ha pensato di costruire un modulo che poteva essere riassemblato, per cui, nonostante la sensazione dello spettatore sia di uno spazio abbastanza grande, in realtà abbiamo costruito solo due corridoi, che di notte smontavamo e rimontavamo per adattarli alle scene. Per l’arredamento ho cercato sempre l’idea di qualcosa che passa dall’essere familiare a non esserlo più, per replicare l’impressione che si ha con un parente che piano piano si dimentica di te. La casa muta, quindi tutti i ricordi che ci sono all’inizio diventano progressivamente oggetti sconosciuti, che come la stessa nonna stanno attraversando un processo di decadimento.

Relic

Come hai scelto il cast?

Il processo di casting è stato abbastanza naturale. Non avevo necessariamente pensato a Robyn Nevin, Emily Mortimer e Bella Heathcote, anche se sono attrici che già conoscevo e ammiravo per altri ruoli che avevano interpretato. Ho avuto la fortuna di incontrarle quando mi trovavo negli Stati Uniti durante la fase di finanziamento del film e di parlare con loro del tema del dolore e di come percepissero la sceneggiatura. Più che fare prove vere e proprie, abbiamo condiviso le nostre esperienze e le nostre interpretazioni della storia. Sicuramente il personaggio di Edna è un personaggio molto forte, perché è in grado di essere estremamente accogliente e familiare, ma anche molto aggressiva. Robyn Nevin in questo senso è stata davvero stellare.

Invece Kay, il personaggio di Emily Mortimer, nella sceneggiatura mi sembrava molto più fredda e severa di come lei l’ha poi interpretata. È stata una bellissima scoperta, perché Emily ha portato la propria sensibilità e la propria umanità a un personaggio che altrimenti sarebbe sembrato molto più distaccato.

Bella Heathcote, che interpreta Sam, è una persona estremamente concreta e con i piedi per terra anche nella vita di tutti i giorni, quindi è entrata perfettamente nella parte.

Dopo Relic abbiamo continuato a sentirci, quindi questa condivisione di esperienze è stata utile per entrare nei personaggi. Sono tutte state collaborative, non mi hanno mai fatto sentire una regista alla sua opera prima e sono sempre stata a mio agio.

Relic

In Relic è presente una mitologia molto ricca di idee e di spunti. Ce ne puoi parlare?

Cerco sempre di rimanere più vaga possibile, perché apprezzo quando il pubblico ha una sua interpretazione di questi indizi. Tutto ruota intorno al concetto di abbandono, avevo letto diversi fatti di cronaca di persone che in Giappone venivano trovate morte a distanza di giorni o settimane, perché non ricevevano visite da parte di nessun parente, e quindi se ne andavano in solitudine. Ho trovato che questa fosse una cosa struggente, terribile, che si è aggiunta alla mia esperienza personale. Tutto ciò si trasla nella concezione di fantasma secondo cui chi ha vissuto una vita irrequieta e ha lasciato qualcosa in sospeso sulla Terra, è molto probabile che rimanga con noi. Abbiamo quindi deciso di introdurre un personaggio abbandonato, il cui abbandono ha messo radici in tutta la casa, infestando le finestre e i vetri. Quando questi sono trasportati dal capanno alla casa, hanno infettato l’intera abitazione.

Relic

Che scelte hai fatto sull’illuminazione di Relic?

La nostra intenzione era quella di creare spazi all’interno del frame che non fossero ben comprensibili. Volevo che ci fosse sempre qualcosa di nascosto, che vediamo all’interno dell’immagine ma non riusciamo a distinguere. Questa scelta nasce ovviamente dal parallelismo con quello che sta accadendo nella mente di Edna.

Relic si inserisce perfettamente nel cinema horror autoriale contemporaneo. Cosa pensi di questo filone? Pensi che possa essere il futuro del genere?

I registi horror hanno sempre avuto questo strumento per parlare del mondo e della realtà, in grado di rendere le loro storie più catartiche e grafiche. Ciò che è cambiato ultimamente è la comprensione da parte del pubblico del fatto che l’horror possa essere un veicolo per filtrare la realtà. Ora non c’è più la percezione che gli horror siano solamente violenza gratuita, nonostante il genere facesse altro già negli anni ’60, anche se il pubblico non sempre lo comprendeva. È sicuramente un grande momento per l’horror.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Rimarrò sicuramente sul genere dell’horror psicologico. Sto lavorando a diversi progetti. Mi piacerebbe fare qualcosa basato su storie di folklore, ma con setting giapponese. Ho vissuto in Giappone fino ai 6 anni, e sicuramente la conoscenza della cultura mi può essere utile. Vorrei fare qualcosa di simile come atmosfere a Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, concentrandomi sul rapporto tra madre e figlio. 

 

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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