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Speravo de morì prima: Pietro Castellitto e Greta Scarano presentano la serie

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Manca poco all’uscita della serie tv Sky Original su Francesco Totti, Speravo de morì prima, disponibile dal 19 Marzo su Sky Atlantic. In diretta dallo stadio Olimpico di Roma, uno spazio che diventa il set della conferenza stampa di presentazione della serie, in cui sono presenti i protagonisti Pietro Castellitto, Greta Scarano, Gian Marco Tognazzi, Monica Guerritore, Giorgio Colangeli, il regista Luca Ribuoli, Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia, Mario Gianani, Wildside, e Virginia Valsecchi, Capri Entertainment. 

L’ultimo anno e mezzo di carriera di Francesco Totti. Tra presente e passato, pubblico e privato, “Speravo de morì prima” ripercorre serissimamente, ma col tono della commedia, i diciotto mesi che vanno dal ritorno di Luciano Spalletti sulla panchina della Roma al più struggente addio al pallone della storia del calcio. Un anno e mezzo di guerra contro due avversari che non fanno sconti neppure a Francesco Totti: il tempo e l’allenatore. Una guerra che divide una città e la comunità calcistica. Una guerra combattuta con passione e tormento da un calciatore che non vuole e soprattutto non riesce a mettere la parola fine a una carriera da sogno, tutta vissuta indossando sempre e solo una maglia.

Speravo de morì prima, divisa in sei episodi, è tratta da “Un capitano” di Francesco Totti e Paolo Condò, scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu, prodotta da Mario Gianani per Wildside, del gruppo Fremantle, con Capri Entertainment di Virginia Valsecchi, The New Life Company e Fremantle. Pietro Castellitto è Francesco Totti, Greta Scarano è Ilary Blasi, Gian Marco Tognazzi è Luciano Spalletti, Monica Guerritore è la madre di Totti, Fiorella, Giorgio Colangeli è Enzo, il padre di Totti. 

Speravo de morì prima: Pietro Castellitto e Greta Scarano presentano la serie

Speravo de morì prima

Durante la conferenza stampa esordisce Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia: 

“Oggi è una giornata particolarmente emozionante per tutti noi. Non solo per questo luogo evocativo che ci ospita, e non solo per il personaggio di cui abbiamo raccontato una porzione di vita meravigliosa, ma anche per come ci siamo arrivati. Quando Mario e Virginia ci hanno parlato dell’ipotesi di fare una serie sulla vita di Francesco Totti, sapevamo da subito che volevamo realizzarla, che andava costruita e che sarebbe stata un grande successo, pur non sapendo come poterla fare. Questo è stato quello che ha reso questo viaggio unico; intanto abbiamo dovuto decidere come farla, la scelta è stata di selezionare una parte della vita di Totti, la parte in cui emerge di più il lato umano, quindi volendo raccontare l’aspetto più privato, che era meno evidente e altrettanto interessante rispetto alla figura del calciatore, che conosciamo tutti, che abbiamo vissuto, esaltato o combattuto”.

“Farlo anche con uno dei toni di Sky, un tono più pop, più leggero, senza mancare di rispetto ad un momento difficile della vita di un uomo, che è la fine della propria carriera sportiva, ma con quel sapore leggero che fa la differenza nel progetto. Le domande che ci siamo posti sono, come farlo? Quanto lavorare sulla somiglianza? Quanto lavorare sulla tipologia di narrazione e nella scelta del cast? Avevamo dalla nostra parte una scrittura meravigliosa, avevamo un grande regista; bisognava decidere come costruire il gruppo di lavoro”.

Speravo de morì prima è stata scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu

“Alla fine la decisione che è stata presa è la decisione del talento. Questo è un gruppo di attori di grandissimo talento, che hanno fatto un lavoro in linea con le nostre aspettative, che erano molto alte, e che hanno dato un’identità profonda a una serie che doveva trovarla, in maniera distinta e coerente con la storia del personaggio e con la famiglia che veniva raccontata. Quindi, introducendo questa mattinata, la parola che voglio dire con maggiore enfasi è grazie a questo grande gruppo di lavoro”. 

In seguito è intervenuto Mario Gianani, Wildside: 

“La cosa intrigante di questa sfida è stata raccontare, fare storia del presente, un momento di condivisione collettiva. Ripercorrere un immaginario, un immaginario recente e quelle storie che sono successe appena ieri. Il contributo degli sceneggiatori è stato fondamentale, la strada narrativa da percorrere era molto stretta, una strada di personalità, di un personaggio che è complesso, una personalità di una città che è Roma, ed è intuire lo spirito di quella persona, di quel momento e di quella emozione collettiva, noi abbiamo seguito solo questo. Abbiamo cercato di evocare quello spirito”. 

Anche Virginia Valsecchi, Capri Entertainment, ha dichiarato:

“È stata una partita non proprio facile perché non è facile raccontare la storia di un mito come Francesco Totti, un mito così vicino a noi. Dopo aver prodotto il documentario Mi chiamo Francesco Totti, dovevamo trovare anche un’alternativa narrativa, per affrontare la serie abbiamo deciso di approcciarla non come il classico biopic fiction, ma di scardinare le regole del gioco e di far convergere diversi generi, dal dramma, all’epica sportiva, alla commedia, al romance, alla comicità, perché la vita di Francesco è fatta di tutto questo. Tutto reso possibile grazie alla regia di Luca e al cast eccezionale”.

“Una partita importante anche perché siamo in un momento complicato e dobbiamo raccontare dei miti, dei personaggi positivi, come Totti. Una persona che nonostante le avversità della vita si è sempre alzata in piedi e ha sempre portato avanti la sua passione. Il nostro compito è raccontare personaggi positivi, carismatici perché il pubblico e soprattutto le nuove generazioni hanno bisogno di una guida in cui riconoscersi”. 

Speravo de morì prima

Durante la conferenza stampa è intervenuto il regista Luca Ribuoli:

“Quando mi hanno proposto di fare una serie su Totti, ho sentito forte la responsabilità, ho sentito subito il desiderio di volerla fare anche se non sapevo di cosa si sarebbe trattato. Il gruppo di lavoro mi ha reso tranquillo. Sapevo che con Stefano Bises e Michele Astori, con cui avevo fatto già altri progetti, avremmo percorso una strada che in qualche modo avevamo già esplorato; mi sembrava che il racconto di Totti potesse essere una sfida che noi potevamo affrontare. Avevamo sempre davanti il senso di responsabilità che si percepisce con un personaggio così importante per questa città. Una persona, sempre presente, affianco a noi, a cui avremmo dovuto raccontare quello che volevamo fare e poi mostrare il lavoro”.

“Quindi come affrontarlo? Con senso di responsabilità; ho scelto di divertirmi, di giocare esattamente come il nostro protagonista faceva principalmente nella vita. Abbiamo costruito insieme una squadra di lavoro importante, partendo dalla scrittura che si è superata secondo me per le cose che ho letto. Il cast ci ha portato degli attori incredibili, mi sentivo protetto dal talento che avevamo sul campo. Pietro Castellitto ha avuto un coraggio incredibile, ed è stato un partner pazzesco. Il risultato è quello che io speravo all’inizio che avremmo ottenuto”. 

Durante gli interventi della conferenza, è stato poi proiettato un piccolo contribuito di Francesco Totti: 

“Volevo ringraziare tutti i ragazzi che hanno partecipato a questa serie, in particolare Pietro perché ha un ruolo molto difficile, ha cercato in tutto e per tutto di farmi uscire per come sono realmente. Ho visto delle cose che non conoscevo del mio carattere, lo ringrazierò dal vivo. La serie va vista perché è simpatica ed emozionante”. 

Ha preso poi parola Pietro Castellitto: 

“Partendo dalle parole del Capitano, dice che rivedendosi ha scoperto degli aspetti del suo carattere che neanche conosceva. Questa è stata un po’ la bussola che ci ha orientati anche con Luca, la sfida era di riuscire a creare una maschera che lo ricordasse e che lo evocasse, e che allo stesso tempo lo stupisse. Il cinema è evocazione non è imitazione. Io ho passato la maggior parte delle mi3 domeniche su queste seggioline blu, però non avevo mai conosciuto Totti”.

“L’ho conosciuto grazie a questa serie. Sono cresciuto col poster di Totti in camera, io ero piccolo e guardavo Totti che era un uomo. Riuscire poi ad interpretarlo è stato un vero scherzo del destino. Però c’è stato anche un altro scherzo del destino durante le riprese; ho ritrovato un diario di quando avevo 9 anni, in cui il capitolo più lungo che scrissi era su Totti: “Totti è un qualcosa che l’umanità neanche se ci prova riesce a inventare”.

Speravo de morì prima

In seguito è intervenuta Greta Scarano: 

“Sono una persona molto sportiva, ho sentito molto quando Totti se ne è andato: quell’emozione di quel commiato così struggente. Sono arrivata quando la macchina era già abbastanza rodata, ho trovato un gruppo di lavoro incredibile, ho sentito che da parte loro c’era molto coraggio, molta ambizione. Quando ho letto le sceneggiature ho capito che volevo farlo a tutti i costi, perché ho sentito che c’era del materiale incredibile per un’attrice, per me e anche per tutto il resto del cast. Sicuramente la cosa interessante è stata stare accanto a Pietro, che raccontava questo personaggio mitico e leggendario, lo ha fatto con una grazia e una semplicità che non è da tutti, insieme a lui abbiamo cercato di raccontare questo rapporto che è così solido, longevo”.

“Abbiamo tentato di raccontare un grande amore e mi piace immaginare che è simile al rapporto e all’amore che Totti prova per la Roma, quella sua coerenza, che è la stessa di Ilary, di stare insieme e starsi vicino anche nei momenti più difficili. L’ho vissuto come se fosse un dramma shakespeariano, perché chiedere a uomo di andare via dal mondo che lo ha reso quello che è, all’apice della sua carriera, anche all’apice della sua evoluzione mentale come uomo, mi sembra un dramma incredibile”. 

Durante la conferenza stampa è intervenuto GianMarco Tognazzi: 

“Ho cercato di trovare un filo conduttore e l’ho identificato nel disagio, disagio non soltanto di Spalletti, ma di una società, di una squadra, di un gruppo, il disagio di Totti, perché noi raccontiamo il punto di vista di Totti. Quindi il disagio di dover gestire una serie di situazioni, anche di dover riprendere in mano le fila di un rapporto che si era interrotto anni prima e che aveva avuto delle prerogative diverse, in cui ci sono stati dei malintesi, dei non detti che si sono portati dietro”.

“Quindi non mi piaceva l’idea dell’antagonista o del cattivo, perché non ritengo che sia tale, allora ho preferito approfondire il credo calcistico di Spalletti, che si basa sulla filosofia legata all’importanza del gruppo, che supera i singoli, anche se in questo senso contraddice il suo primo rapporto con Totti, che aveva messo al centro della squadra, aveva costruito tutto intorno a Totti, ma probabilmente nella testa di Spalletti erano anche due periodi diversi, due momenti diversi, sia suoi che della carriera di Totti”.

“Ho voluto lavorare sui non detti perché quello che si dice è molto importante, i fatti li conosciamo, credo che il grande aspetto sia legato al rapporto interpersonale, a quelle cose che vengono fuori anche dagli sguardi. Ed è stata un’esperienza sotto il profilo lavorativo straordinaria. L’interpretazione di Pietro secondo me è straordinaria. La cosa importante non è quanto ci si assomiglia a questi personaggi ma quanto si riusciva a trovarne l’anima, il ritmo. Va bene ricreare il segno ma la grande forza è composta da tutte quelle cose che noi abbiamo immaginato di questi personaggi nel loro privato e che in realtà non conosciamo. La grande forza di questa serie secondo me è legata ai rapporti interpersonali”. 

Ha preso poi parola Monica Guerritore: 

“Unisci madre e Roma e viene fuori la figura di Fiorella. Questa è la cosa che mi ha più diretta per riempire il personaggio di cuore, di carne, di forza, di passione riguardo al proprio figlio, individuare in lui una seconda nascita che è il talento che è forse la cosa più bella che una madre può dare a un figlio. La seconda vita, la vita per il quale il ragazzino è portato, e lei lo individua e gli sta accanto sempre con tutta la forza e la passione. Un viaggio in una famiglia normale, romana che ama il proprio figlio, che gli sta accanto e che soffre mortalmente nel vedere che questa fine inevitabile lo sta devastando. Tant’è che il titolo, che trovo bellissimo, Speravo de morì prima, è un modo per dire: è un dolore troppo grande che mi schianta”. 

Speravo de morì prima

Durante la conferenza stampa è intervenuto anche Giorgio Colangeli: 

“Enzo è un personaggio tipicamente romano, è proprio il marito e il padre romano, quello che è apparentemente assente, che però ha una sua presenza fatta di silenzi, di ascolto, di attenzione. Si riserva qualche battuta nel controtempo, nella pausa che gli viene concessa, perché Fiorella è straripante, c’è poco tempo a disposizione, bisogna essere pungenti, efficaci con poco, riuscire a dire quello che serve”. 

In seguito, Pietro Castellitto ha dichiarato: 

“Quando convivi tanto con un idolo in qualche modo presumi di conoscerlo. Incontrandolo per la prima volta ho scoperto un Totti incredibilmente loquace. Io penso che per giocare così bene a pallone devi anche essere molto intelligente, devi avere un cervello che metabolizza i dati in maniera veloce, sintetico, non è detto che quell’intelligenza esca anche a parole. Invece ho scoperto il suo essere loquace, che teneva banco, e anche molto consapevole di quello che rappresenta per un ragazzo cresciuto con lui. È consapevole del mito che è e proprio per questo fa di tutto per metterti a tuo agio. Una persona libera che se si accorge che ci stanno le premesse per divertirsi si diverte con te”. 

“Totti lo conoscevo dalla tribuna, la serie è soprattutto concentrata sulla parte più intima, ed è li che si sarebbe giocata la partita. Anche perché nessuno sa com’è Totti dentro casa, come si relaziona una volta che esce dal campo con i propri familiari. Uno può presumerlo: quella era una zona d’ombra che nessuno conosce e che anche a noi attori consentiva maggiore creatività. Ho cercato di riportare anche in quell’ambito l’essenza di Totti che è un’essenza ironica, e come attore credo che forse mai così tanto ho percepito giorno per giorno di migliorare come attore, di crescere”. 

Speravo de morì prima, dal 19 Marzo su Sky Atlantic

“Oggi andiamo interpretando la morte in vita di Totti, il tema principale di questa serie è la fine, tutti si possono riconoscere in questo concetto. Tutti i tifosi si potranno riconoscere in Totti perché Totti è per sua natura archetipo, è una rete di salvataggio. Il Totti che conoscevo da tifoso era un Totti innanzitutto ironico; nella preparazione del personaggio ho cercato di amplificare i ricordi che avevo di Totti, anche perché ho sempre creduto che se mi erano rimaste in testa quelle immagini è perché la dentro c’era già la sua essenza. Totti è rimasto molto soddisfatto, il parametro da seguire credo che fosse lui. Per quanto riguarda Spalletti, io penso che GianMarco sia riuscito con una sensibilità incredibile a conferirgli una profondissima fragilità, tutto ciò che accade è figlio di quella fragilità, e ogni gesto è umanizzato. Quindi credo che dentro le dinamiche umane tutto abbia un senso. 

Infine Nicola Maccanico ha affermato:

Speravo de morì prima nasce per andare oltre le barriere del tifo, la serie nasce per raccontare la storia di un uomo che va molto oltre la maglia che ha indossato, ed è chiaro che il suo pubblico di riferimento, i suoi fan, sono le prime persone che ci aspettiamo che reagiscano, ma l’abbiamo immaginata e realizzata per raccontare una storia universale e nella sua universalità non c’è un tifo più forte di un altro”. 

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Jessica Chastain incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Jessica Chastain

In occasione del lancio del nuovo film che la vede protagonista Gli occhi di Tammy Faye, Jessica Chastain ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021. Come da tradizione della Festa, dopo una breve introduzione relativa al film in cui Jessica Chastain interpreta la telepredicatrice Tammy Faye Bakker, l’incontro si è svolto alternando spezzoni della carriera della protagonista con commenti e pensieri della diretta interessata.

In apertura, Jessica Chastain ha parlato proprio de Gli occhi di Tammy Faye, che la vede coinvolta anche nel ruolo di produttrice:

Jessica Chastain

Sono stata coinvolta nel 2012, mentre stavo facendo l’attività stampa per Zero Dark Thirty. Sono stata colpita dalla storia di questa donna, e volevo darle vita prima ancora di avere una mia casa di produzione, per cui ne ho acquistato i diritti. A me piace essere provocatrice nelle scelte che faccio, volevo ribaltare il tutto, senza discutere di scandali e pettegolezzi ma raccontando invece una storia d’amore. I figli di Tammy sono stati coinvolti, li ho incontrati prima di girare perché pensavo che fossero rimasti feriti e carichi di cicatrici. Volevo che loro sapessero che la mia intenzione non era il trauma umano, ero interessata all’amore. Mi hanno aiutato tantissimo, raccontandomi il profumo della loro mamma e facendomi immergere il più possibile nei loro rapporti. 

Jessica Chastain ha ricordato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, uscito nel 2012:

Jessica Chastain

Amo Kathryn. Per preparare il personaggio di Maya ho fatto tantissima ricerca, è stata un’immersione. Ero da sola, non avevo ancora una famiglia. Avevo riempito tutte le camere d’albergo con le immagini, forse qualcuno ha pensato che fossi diventata matta… e forse era vero. Ho seguito alla lettera lo script, perché la terminologia è molto tecnica e quindi non potevo improvvisare. Ho avuto il grande vantaggio di parlare con la donna che ho interpretato e ho capito come fosse ossessiva, rimanendo scioccata da quanto la CIA facesse affidamento sulle donne già allora. Mi è stato detto che all’epoca hanno capito che c’era un gruppo di donne e bravissime e capaci di guardare il quadro più ampio delle cose. 

Un altro successo di Jessica Chastain è sicuramente 1981: Indagine a New York:

Jessica Chastain

Ogni volta che interpreto un personaggio devo trovare un seme di connessione con cui identificarmi. Anche se è qualcuno lontano da me, come in questo caso, capisco immediatamente se c’è connessione. Anche se devo interpretare una serial killer, devo avere un punto in cui potermi identificare a qualche livello.

Inevitabile una menzione al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life, che la protagonista ha ricordato con tangibile commozione:

The Tree of Life mi commuove perché insegna la bontà, la grazia e anche a diventare un essere umano migliore. Tutte le qualità che ammiro di più, Terry le rappresenta. È il mio film preferito, e nel farlo c’è stato un senso di giocosità e di famiglia. Per me è stato incredibile in termini di recitazione, perché dovevo essere aperta e soprattutto essere umana. È un progetto separato dal resto della mia carriera. Non sembra un film, è più una poesia per immagini. È l’unico mio film che non sono stata in grado di guardare. Mi auguro che quando non ci sarò più, questo sarà il film che la mia famiglia guarderà per sentire la più forte connessione possibile con me.

In conclusione, la star ha parlato anche di Scene da un matrimonio e del suo prossimo lavoro:

Ovviamente, conoscevo e amavo Scene da un matrimonio di Bergman. Amo Liv Ullman, che mi ha anche diretta in un film. Ho letto il suo libro, conosco la figlia. Se me l’avessero proposto come un puro remake in cui interpretare Marianne avrei detto di no, perché c’è una sola Marianne. Visto che si trattava invece di una modernizzazione, ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante: una donna con desiderio sessuale, insicurezza, complicazioni e affetti, tutte cose che la rendono umana.

Sono una persona aperta, io e Oscar Isaac riusciamo a leggerci il pensiero. L’altro giorno siamo stati a un talk show e ancora prima che lui facesse la battuta sapevo che cos’avrebbe detto. Questo continua a sorprendermi. In Scene da un matrimonio avevamo take di 20 minuti, ma c’era tanta fiducia, anche se ci si poteva ferire. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: questo è Oscar o Jonathan? A momenti arrivavamo alle mani.

Il mio prossimo progetto sarà una miniserie su Tammy Wynette, famosa cantante country. Michael Shannon sarà con me, ci conosciamo da più di 10 anni, dai tempi di Take Shelter. Ho trovato interessante che una come me potesse interpretarla, cantando anche le canzoni. Mi piace esplorare il mondo della musica, perché cantare mi fa sentire a disagio, e io voglio sentirmi a disagio. 

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L’ombra di Stalin: intervista alla regista Agnieszka Holland

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L'ombra di Stalin

Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto la possibilità di incontrare Agnieszka Holland, regista de L’ombra di Stalin, disponibile on demand sulle principali piattaforme e in home video a partire dal 19 agosto. Il film racconta la drammatica vicenda dell’Holodomor, carestia che si abbatte sull’Ucraina dal 1932 al 1933 causando milioni di morti, anche a causa delle azioni dell’URSS e di Stalin. Fra i protagonisti, troviamo James Norton, Vanessa Kirby e Peter Sarsgaard. Questa la sinossi ufficiale del film:

1933. Gareth Jones è un giovane e ambizioso giornalista gallese che si è guadagnato la notorietà per essere stato il primo giornalista straniero a intervistare Hitler. Alla ricerca della sua prossima grande storia, si concentra sull’utopia sovietica chiedendosi come Stalin stia finanziando la rapida modernizzazione dell’Unione Sovietica. Decide allora di recarsi a Mosca con l’obiettivo di ottenere un’intervista con lo stesso Stalin. Una volta nella capitale russa, ha modo di incontrare Ada Brooks, una giornalista britannica che gli rivela come la storia del regime sia del tutto diversa da quella che trapela.

Apprendendo della carestia indotta dal governo, Gareth riesce a eludere le autorità e si reca clandestinamente in Ucraina, dove è testimone di una delle più grandi atrocità della storia: milioni di persone vengono lasciate morire di fame per rivendere il grano all’estero e finanziare con i ricavi l’impero sovietico. Ritornato in patria, Gareth pubblica un articolo in cui rivela gli orrori a cui ha assistito ma le sue denunce vengono presto smentite dai colleghi occidentali di stanza a Mosca, costretti dalle pressioni esercitate dal Cremlino.

Mentre aumenta il numero delle minacce di morte che riceve, Gareth si ritrova a dover lottare in nome della libertà quando la sua strada incrocia quella di un giovane autore di nome George Orwell con cui condivide le sue scoperte.

L'ombra di Stalin

A L’ombra di Stalin è legata qualche esperienza personale? Si riconosce in qualcuno dei personaggi?

Il mio scopo era quello di supportare la verità e di parlare di una vicenda scomoda e poco diffusa. Ho un gene della giustizia che mi caratterizza, un bisogno di raccontare la verità. Però, mi ritengo molto meno coraggiosa di quanto sia stato Mr. Jones. Non sono un’eroina, ho solo cercato di raccontare le gesta di altri.

Che cos’ha pensato quando ha letto la sceneggiatura?

Ero molto scettica quando ho ricevuto la sceneggiatura, perché avendo girato già tre film sull’Olocausto ricevo moltissimi pitch da parte di registi e case di produzione che riguardano tragedie umanitarie. Raramente mi attraggono come ha fatto questa storia. Il motivo per cui mi ha particolarmente colpita è che era una storia sconosciuta al pubblico, perché molto spesso si parla dei crimini commessi da Hitler e meno di frequente di quelli perpetrati da Stalin. La non conoscenza di questi fatti ci impedisce di cogliere l’impatto che hanno avuto sul nostro presente e sulla storia in generale.

Ho trovato molto interessante la storia raccontata attraverso questo giornalista, che di base è una persona onesta e semplice. Il suo punto di vista permette di creare un collegamento molto interessante fra la situazione dell’epoca e la percezione della nostra cultura. Per me è stato molto importante anche il fatto che questo soggetto evidenziasse il ruolo del giornalismo, perché allora come oggi è importante capire quanto la comunicazione sia polarizzata dai media e utilizzata per manipolare il pubblico. La corruzione dei media che emerge da questa storia è sicuramente un punto di interesse, rilevante a quei tempi e anche adesso.

Qual è l’impatto che queste opere possono avere sugli spettatori e come possono illuminarci la mente?

Sicuramente ci deve essere il momento giusto ma anche la disponibilità da parte del pubblico a ricevere un film che parla di determinati temi. I film possono aiutare a provare una determinata esperienza e a sentire i pericoli del passato che si ripropongono nel presente. Il passato non è mai solo passato, è anche un percorso che il presente sta seguendo e che eventualmente potrebbe influenzare il futuro.

Mentre stavo preparando L’ombra di Stalin, ho letto un’inchiesta fatta in Russia su quale secondo i russi è stato il leader di maggiore successo della nazione. La risposta è stata Stalin, nonostante gli omicidi, per la maggior parte di russi. È come se a una domanda del genere, i tedeschi indicassero Adolf Hitler come il miglior leader della storia della Germania. In questo momento storico di incertezze e sfide è estremamente facile l’insorgenza di partiti populisti di destra con influenze di estrema sinistra. È molto facile essere attratti, confusi e manipolati dalla politica e da personaggi di questo tipo. Molte persone negli Stati Uniti credono a Trump e credono che la vittoria elettorale di Biden sia stata una frode, e che lui sia un pedofilo e un cannibale. Tutte invenzioni frutto della manipolazione dell’opinione pubblica.

Sarà sempre più difficile disinteressarsi alla politica e forse i film possono aiutare a porsi delle domande e a lanciare segnali di allarme.

L'ombra di Stalin

All’inizio de L’ombra di Stalin, a proposito de La fattoria degli animali George Orwell dice: “Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque. Una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo”. Questo è stato anche il suo approccio al film e ai fatti narrati?

Quello che ho cercato di fare è stato rendere lo storytelling interessante e accattivante, con un ritmo di narrazione che non fosse piatto. Rispetto ad altri film che ho fatto, raccontare questa storia è stato più facile, perché era più semplice identificare il bene e il male, soprattutto con un personaggio principale così puro e onesto. Per quanto Orwell non sia così semplice da leggere, ho trovato fondamentale il suo modo di presentare la storia e l’introduzione del suo personaggio nel film.

Il nonno della scrittrice Andrea Chalupa era un sopravvissuto dell’Holodomor. Si è ritrovato in Germania alla fine della seconda guerra mondiale ed era registrato in Russia come uno dei tanti soldati che non avevano fatto ritorno a casa. Lui e degli amici hanno trovato il libro de La fattoria degli animali, l’hanno letto in inglese e hanno pensato subito che raccontasse la loro storia. L’hanno quindi tradotto in ucraino e la loro traduzione è stata una delle prime traduzioni del libro. C’è una sorta di collegamento mistico fra la storia e il film.

Ci può dire qualcosa sull’evoluzione del protagonista de L’ombra di Stalin e sulle scelte di fotografia?

Il protagonista all’inizio è semplicemente una persona curiosa, un ragazzo brillante che è a caccia della notizia. Ha chiaramente intuito la verità degli eventi e il fatto che i conti non tornavano nella gestione dell’economia di Stalin, ma allo stesso tempo non era sua intenzione diventare il portavoce del popolo ucraino. C’è un’evoluzione data dal peso della responsabilità e dal suo desiderio di raccontare questa storia. Non volevo forzare troppo le palette della fotografia perché non volevo che si distinguessero chiaramente la fame e l’opulenza. Sono state scelte abbastanza naturali. Noi siamo arrivati a girare in Ucraina a marzo, nello stesso periodo in cui il vero Jones ha fatto il suo viaggio, e abbiamo trovato una condizione climatica dura, con -15 gradi e la neve alta, quindi ci siamo ritrovati già sul set del film. Non abbiamo fatto particolari correzioni a livello di colore.

Come avete lavorato per ricostruire ciò che Jones poteva vedere? Quali fonti avete utilizzato?

La maggior parte delle fonti sono testimonianze orali. Ci sono circa 1000 persone sopravvissute, soprattutto persone rifugiate in Polonia. Ci sono pochi documenti scritti, fra cui testimonianze di altri giornalisti. La scena del carretto con il neonato ancora vivo è realmente avvenuta ed è stata riportata proprio dal nonno della sceneggiatrice, di cui parlavamo prima. L’assurdità di tutta questa storia è che non si sa il numero preciso di vittime, gli storici sono incerti fra 3,5 e 9 milioni, il che significa che la maggior parte delle vittime sono senza nome, dimenticate, senza un luogo in cui riposare. Tutti i registri dell’epoca sono stati distrutti da Stalin. Un altro motivo per cui era mio dovere raccontare questa storia.

Come ha lavorato con James Norton? Avete fatto prove?

Sono stata soddisfatta dal cast del film. Quando si gira un film indipendente la necessità è quella di avere un cast importante per riuscire ad avere i finanziamenti. Il processo di casting ha richiesto quasi un anno e mezzo. Ho lavorato con un direttore molto bravo, che ha invaso la sceneggiatura agli attori, fra cui James Norton. I provini si sono svolti anche online, perché non tutti si trovavano nello stesso posto. James mi ha colpito particolarmente, è un ragazzo intelligente e serio. Ha fatto molte ricerche, perché non conosceva questa storia. Vanessa Kirby poi è più forte della vita stessa. Il budget si è aggirato intorno agli 8 milioni di dollari.

Vanessa Kirby

Un cenno di Agnieszka Holland sulla sua carriera:

Non ho mai pianificato di fare la regista a Hollywood. Volevo fare film in Europa, poi mi sono trovata a lavorare negli Stati Uniti soprattutto per via del successo del mio film Europa Europa. Non sono rientrata in Polonia per un po’ ma ho trovato comunque un ambiente florido in cui lavorare. L’indipendenza nel fare un film a Hollywood diminuisce con l’aumentare del budget, ancora di più per una regista donna. Ce l’ho fatta comunque, perché ho perseverato e non ho mai voluto fare film politici, ma semplicemente essere me stessa. Alla fine degli anni ’90 mi sono resa conto che se avessi voluto raccontare un certo tipo di storie l’avrei potuto fare solo in televisione o col cinema europeo, quindi sono rientrata.

Anche alla luce delle critiche agli Stati Uniti che si percepiscono ne L’ombra di Stalin, quali sono i mostri di cui avere paura oggi?

La chiave di lettura rispetto agli USA è che il capitalismo pone problemi di ingiustizia sociale, economica e razziale. Io comprendo le persone che hanno creduto al comunismo, che poi però si è rivelata utopica. Il capitalismo fa da base a queste crisi che esplodono e portano attrazione verso un altro sistema politico. Volevo raccontare una storia semplice, ma quello che ci sta dietro è sempre molto più complesso.

L'ombra di Stalin

Come ha lavorato sulla colonna sonora?

Ho lavorato anche in altri film col compositore Antoni Lazarkiewicz. Lui è attento e intelligente nel comporre una musica che rifletta la storia. In questo caso abbiamo deciso di avere una musica che accompagnasse il ritmo e il movimento del protagonista e della società sovietica. Serve a dare vivacità a L’ombra di Stalin e al suo racconto. In Ucraina non c’è musica, solo la canzone cantata dai bambini, i cui testi sono originali.

Ci può parlare della sua collaborazione con Ed Harris?

Ed Harris è uno dei miei cari amici, nonché fratello astrale, perché siamo nati lo stesso giorno in anni diversi. Abbiamo già lavorato in altri film insieme, l’ho visto qualche settimana fa a Los Angeles e ci siamo ripromessi di girare ancora insieme prima di diventare entrambi anziani. È una delle persone più oneste che abbia mai conosciuto.

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Interviste

Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Naufragi

Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

Naufragi

Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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