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Interviste

Valley of the Gods: Lech Majewski, Keir Dullea e Bérénice Marlohe presentano il film

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In occasione dell’uscita di Valley of the Gods, nuovo film di Lech Majewski che arriverà nelle sale italiane il 3 giugno grazie a CG Entertainment e Lo Scrittoio, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista polacco e le star Bérénice Marlohe e Keir Dullea, che affiancano John Malkovich e Josh Hartnett come protagonisti del film. Questa la sinossi ufficiale dell’opera:

Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco sulla terra e collezionista di arte, vive nascosto dal mondo in un misterioso palazzo, conservando un segreto che lo tormenta. John Ecas (Josh Hartnett), dopo una separazione traumatica dalla moglie, inizia a scrivere la biografia di Tauros e accetta un invito nella sua magione. La società del magnate, che estrae uranio, ha deciso di scavare anche nella Valle degli Dei, violando una terra sacra: secondo un’antica leggenda Navajo tra le rocce della Valle sono rinchiusi gli spiriti di antiche divinità.

Il co-produttore e presidente di CG Entertainment Lorenzo Ferrari Ardicini ha esordito parlando dello sforzo produttivo e distributivo per Valley of the Gods:

Abbiamo aspettato molto per fare uscire Valley of the Gods, perché volevamo dare al pubblico italiano la possibilità di vederlo in sala. Pensiamo che la visionarietà delle immagini di Lech Majewski sia pienamente godibile solo in sala. Non usciremo su nessuna piattaforma streaming e manterremo le finestre normali. Ho conosciuto Lech a Lucca, e qualche anno fa mi ha chiamato dicendomi che avrebbe voluto che CG co-producesse Valley of the Gods, anche per il suo grande amore per l’Italia.

Fra le altre cose, mi disse che avrebbe voluto girare una scena molto importante alla Fontana di Trevi. Sapevo che sarebbe stata una sfida complicata, perché è difficile ottenere i permessi per quella location, ma ce l’abbiamo fatta. L’unico permesso che non ci hanno dato è stato quello di fare entrare i cantanti lirici dentro la fontana, per cui li abbiamo aggiunti con effetti digitali. Il resto delle scene che vedete alla Fontana sono al 100% reali. Siamo contenti del risultato e di questa esperienza.

Sulla stessa lunghezza d’onda Claudio Puglisi de Lo Scrittoio:

Ringrazio soprattutto i protagonisti di Valley of the Gods, a partire dal regista, di cui abbiamo amato moltissimo il lavoro fin dal primo momento. Ringraziamo inoltre le sale, che abbiamo voluto oggi con noi per riportare il concetto della sala in primissimo piano. Nonostante la vocazione di CG Entertainment per l’home video, la scelta è stata quella di mettere al centro la sala, pur in un momento così complesso per gli spettatori e per i cinema. Abbiamo sempre cercato di sostenere nelle più diverse forme un cinema d’autore che non fosse convenzionale e che potesse dare agli spettatori un punto di vista sul mondo differente, rispetto a quello omologato che ci viene proposto dalle grandi distribuzioni o dalle televisioni.

A seguire, il saluto del Direttore dell’Istituto Polacco di Roma Lukasz Paprotny:

Vorrei fare i complimenti ai protagonisti e al regista polacco Lech Majewski, che ho avuto l’onore di incontrare di persona nel 2013 e nel 2014. Siamo sempre molto felici e molto curiosi per i suoi nuovi progetti, compresi quelli sulla pittura. Speriamo di incontrarci di persona il più presto possibile.

Valley of the Gods

Lech Majewski ha parlato del suo interesse per i miti e della sua collaborazione con i Navajo per Valley of the Gods:

Io ero molto interessato a mostrare il grande diapason dell’America. Mentre lavoravo al soggetto di Basquiat, ho incontrato molti miliardari che collezionavano arte moderna, interessandomi al potenziale che quei soldi gli potevano dare. Mi sono però accorto che erano molto limitati. Devono guardarsi le spalle, essere separati dalla vita comune e andare in giro con le guardie del corpo. Vivono in una gabbia dorata, ed è davvero incredibile quanto poca libertà abbiano.

Ho incontrato i Navajo mentre preparavo Gospel According to Harry, con Viggo Mortensen. Siamo andati alla Valle degli Dei. Loro erano molto restii a parlare con noi, ma io ero molto intrigato dal loro modo di essere. Li ho incontrati e ho stabilito un rapporto con loro, cominciando a capire qual era l’agio che loro avevano nella vita interiore rispetto alla loro povertà. C’era un vero e proprio diapason fra ricchi e poveri, ma dal punto di vista spirituale era l’esatto contrario. Ho cercato un modo per esprimere questa corrente elettrica che c’era fra loro e che mi arrivava.

Il regista si è soffermato sulla reazione dei Navajo a Valley of the Gods:

Credo che loro siano molto orgogliosi di questo film. Mi hanno detto che questo era il primo film realizzato da un uomo bianco che guardava le cose dalla loro prospettiva. Loro vedono il mondo come lo vede il film: non secondo una logica di causa-effetto, ma con un approccio poetico. A un certo punto sono stato fermato da un ragazzo Navajo, che mi ha preso per un braccio senza muoversi per due o tre minuti. Poi si è mosso e io l’ho seguito, mi ha sorriso e mi ha detto che stavano passando i mustang. Io ho visto una nuvola librarsi in cielo e ho capito che era successo veramente. Il ragazzo ha poi cominciato a creare dei circoli con del legno e della roccia. Mi ha detto che lo faceva per non fare scappare la roccia nel momento del passaggio dei mustang.

Ho iniziato ad ascoltarli e a capire come loro si interfacciano con la natura, cioè comunicando costantemente con i loro antenati. La cosa interessante è che il paese Navajo è enorme, con un’estrema povertà fisica, ma con alcune delle persone più ricche del mondo nei dintorni. È straordinario, perché si può passare un giorno con i poveri e uno con i ricchi. Ma di quali poveri e quali ricchi parliamo?

Valley of the Gods

Bérénice Marlohe ha poi raccontato il suo rapporto con Lech Majewski:

Devo stare attenta a parlare, perché lui mi vede (ride, ndr)! Per me l’arte ha un grande valore, che sia cinema, musica o pittura. In questo periodo questi film sono molto rari. Io cerco una sorta di magia. Io sono molto interessata alle questioni esistenziali e alle antiche civiltà. Quando ho letto la sceneggiatura di Valley of the Gods, ho avuto la sensazione di essere di fronte a ciò che stavo cercando. Ho intuito che Lech come regista aveva una dimensione spirituale e un’elevata comprensione delle cose. Per me è stato meraviglioso e straordinario collaborare con lui, che è un regista molto ricco e complesso.

Bérénice Marlohe si è poi soffermata sul suo personaggio di Valley of the Gods:

Mi sono preparata a quel ruolo soprattutto concentrandomi su come immaginavo che lei sarebbe stata nella vita e sul perché avrebbe fatto una cosa del genere, cioè una sorta di patto col Diavolo per salvarsi.

Valley of the Gods

Keir Dullea ha parlato dei collegamenti fra Valley of the Gods e il cinema di Stanley Kubrick, che l’ha diretto in 2001: Odissea nello spazio:

Io ho lavorato con tanti registi nella mia carriera, ma credo che Lech sia quello più vicino a Stanley Kubrick, perché lui ha una particolare attenzione al dettaglio. È stata una vera avventura, e la mia parte è stata una battaglia. Io avevo visto un film di Lech, che si chiama I colori della passione, e appena terminato ho pensato subito di voler lavorare con lui. Ha catturato la mia attenzione in maniera molto rara.

Lech Majewski ha parlato delle sue ispirazioni per Valley of the Gods:

Mi piace molto il cinema italiano, soprattutto le opere di Federico Fellini, Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni. Sono un figlio del cinema italiano, perché quando ero piccolo lo vedevo, anche se non capivo nulla. Quei film però sono rimasti con me, sono stati i miei maestri. La Valley of the Gods parla di mitologia antica, che io volevo scontrare con altro, come l’occhio di 2001: Odissea nello spazio che coglie tutto o il castello di Batman. Ci sono richiami anche a Bill Gates ed Elon Musk, dei miti di ricchezza di oggi. Dino Buzzati è il mio scrittore preferito, mentre De Chirico è il mio pittore preferito, nonché mia grande fonte di ispirazione.

Keir Dullea

Keir Dullea ha parlato della sua esperienza col cinema italiano:

Ho fatto due film Le ore nude e Il diavolo nel cervello. Ricordo che non c’era una divisione fra grandi stelle e persone meno importanti. Amavo il fatto che l’Italia lavorava solo con persone fantastiche, senza distinzione di importanza. Era diverso rispetto a Hollywood, dove c’è una sorta di gerarchia.

Lech Majewski ha concluso parlando di come ha diretto John Malkovich in Valley of the Gods:

Le persone che avevano lavorato in precedenza con lui mi avevano detto che poteva essere difficile convincerlo a fare alcune cose, per via del suo carattere molto forte. Io non ho mai avuto nemmeno un momento di difficoltà. Lui recepiva le mie indicazioni ed eseguiva. È stato incredibile. Tutti gli attori sono stati straordinari.


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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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