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Interviste

Vanessa Kirby presenta Pieces of a Woman: “La sfida più difficile”

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Dopo la proiezione riservata alla stampa, oggi a Venezia 77 si è tenuta la conferenza di presentazione di Pieces of a Woman, film di Kornél Mundruczó incentrato sul dramma di una madre che perde il suo bambino pochi minuti dopo il parto. Oltre al regista, erano presenti in sala la sceneggiatrice Káta Weber, la protagonista Vanessa Kirby, la produttrice esecutiva Victoria Petrányi e il produttore Kevin Turen. Collegata via Zoom il premio Oscar Ellen Burstyn, mentre gli altri protagonisti Shia LaBeouf, Molly Parker e Sarah Snook non hanno potuto partecipare all’evento.

Ad aprire l’incontro è stata Káta Weber, la cui storia personale è alla base di Pieces of a Woman:

Il film nasce da una piece. Era un dialogo fra madre e figlio e ci sono vari aspetti della storia che per me sono molto personali, come trattare la tragedia in una famiglia vittima dell’olocausto, la capacità di superarla e ovviamente la maternità. Volevo parlare dell’isolamento delle donne che perdono il loro bambino. In un senso più profondo, volevo parlare del mio bambino mai nato e di tutte quelle persone che pensano che questi bambini siano ancora presenti. Ho scritto la sceneggiatura in ungherese, poi ho lavorato con due traduttori per la sceneggiatura finale. Non era perfetta all’inizio, ma questa storia ha un aspetto universale. Siamo stati fortunati a trovare i produttori che ci hanno dato il loro supporto.

Pieces of a Woman

Ha preso poi la parola Kornél Mundruczó:

Quando ho letto gli appunti, ho incoraggiato Káta a scrivere una sceneggiatura. Penso che sia una terapia per noi artisti, una delle storie più profonde e personali che abbiamo mai messo sullo schermo. La protagonista è una donna molto intelligente, nella tradizione della sua famiglia, in cui si tramanda la capacità di sopravvivere. Martha però non vuole una vendetta.

Sulla stessa lunghezza d’onda la protagonista di Pieces of a Woman Vanessa Kirby:

Cercavo qualcosa che mi spaventasse, una sfida. Questo è stato un ruolo per certi versi animalesco, ma molto impegnativo. Volevo capire il livello di dolore, e volevo rappresentare il dramma delle donne con cui ho parlato. Per me è stato un dovere includere i vari aspetti di tutti questi bambini persi, che però rimangono presenti. Pieces of a Woman è stata una delle migliori esperienze cinematografiche della mia vita.

Ellen Burstyn ha poi parlato del suo approccio a Pieces of a Woman:

Prima di cominciare, ci siamo incontrati a New York; abbiamo letto la sceneggiatura e parlato dei personaggi. In quei giorni siamo riusciti ad addentrarci nella sceneggiatura e nei personaggi e abbiamo cominciato ad avere un rapporto fra di noi, esattamente come i personaggi. Per me è stato facile amare come mia figlia Vanessa, una donna e un’attrice divina. Abbiamo sviluppato molto velocemente un rapporto anche con Shia, che è un attore brillante e un uomo sensibile, una persona speciale. Con lui può essere difficile, perché vuole che vuole difendere il suo personaggio, come io difendo il mio. Era perciò facile sentire i sentimenti negativi che il mio personaggio ha nei confronti del personaggio di Shia: la fiction ha fatto parte della realtà.

Ellen Burstyn

Ellen Burstyn in collegamento da remoto

Una delle sequenze più laceranti di Pieces of a Woman è il parto, girato in un lungo piano sequenza. Mundruczó ne ha parlato in questi termini:

Era importante dall’inizio, ed era già scritta in sceneggiatura. Abbiamo voluto fare un’unica sequenza per un motivo: per essere più vicini a Martha e condividere questa esperienza con lei, in modo semplice e serio. Tutti hanno un po’ di Martha, perché tutti noi siamo nati. Per questo abbiamo deciso di comprimere circa 8 ore in 25 minuti. Una cosa completamente fasulla, ma questo ha fatto di Pieces of a Woman un’esperienza allargata. Ciò si può fare solo se hai attori come questi, a cui abbiamo dato la massima libertà.

Come si fa a seguire i personaggi quando gli si dà libertà assoluta? Abbiamo utilizzato il gimbal, che è un po’ una macchina da presa spirituale, non molto lontana da quella su cavalletto. Il direttore della fotografia è stato brillante e abbiamo lavorato molto insieme. Abbiamo lasciato andare gli attori, perché abbiamo capito che loro capivano il loro personaggio più di noi e le regole venivano da sé. Non abbiamo fatto molte prove, perché avevo paura di eccedere. Da un lato le prove sono utili, dall’altro sono nemiche.

Ellen Burstyn ha approfondito il suo personaggio, che è la madre della protagonista Martha:

Amo il modo in cui Kata ha presentato il personaggio. Per esempio, quando spiega la maniera in cui metteva i suoi arredi e i suoi mobili, fa un po’ una performance teatrale: una sedia è semplicemente una sedia, ma quando si mette il cuscino su una sedia diventa più bella. E questa è anche la metafora di una donna venuta da circostanze molto difficili, da una famiglia sopravvissuta all’Olocausto. Una donna che ha bisogno di dirigere la propria vita e di fare in modo che quella tragedia non determini la propria esistenza. Di mettere in un certo senso un cuscino, per renderla più sopportabile.

Lei vuole che anche sua figlia faccia la stessa cosa, rendendo il suo lutto più accettabile. Ma alla fin fine vuole che sua figlia sia se stessa, che possa fare esperienza, vivere il suo lutto e dunque sopravvivere, come lei è sopravvissuta. È un dovere che questo personaggio ha.

Pieces of a Woman

Anche Vanessa Kirby ha parlato in maniera più approfondita del suo personaggio:

Questa era veramente una sfida. Io sono abbasta emotiva, mi esprimo molto, quindi trattenere tutto è stato molto complesso. Shia dava così tanto, ed era difficile non andargli incontro. La cosa che mi ha aiutato di più è stata avere parlato con una donna, madre di un bambino nato e morto subito. Lei mi ha detto: «Immagina di essere sulla vetta della montagna più grande. Cerchi di urlare, ma il vento che soffia è così forte che non riesci a emettere un suono, mentre gli altri vivono una vita normale». Questa era la sua esperienza: la solitudine, l’isolamento. Il mio personaggio deve fare un viaggio solitario.

Kornél Mundruczó ha lodato la performance della Kirby e degli altri interpreti di Pieces of a Woman:

Quando ci siamo incontrati con Vanessa a Budapest, abbiamo avuto pause in cui non parlavamo. Questo è piuttosto raro. Quando trovi un’artista che ha un silenzio così forte, che sperimenta le emozioni, significa che ha una vera personalità. Nei momenti in cui Vanessa è in autobus, o quando cammina per strada, fa cose molto difficili. Ringrazio tutti gli attori perché è stato un processo corale. C’è stata una qualità di recitazione molto alta. È una storia bella, bellissima. Con il COVID-19 abbiamo capito che non riusciamo a governare tutto, dobbiamo accettare che c’è un enorme territorio non visibile. Queste storie non raccontate sono molto importanti, e anche come spettatore apprezzo quando scopro nuovi territori. La qualità degli attori ha dato il senso di essere in un nuovo territorio. Penso che sia un’opera bella, ma guardarla è molto difficile.

Pieces of a Woman

In chiusura, una rapida considerazione dello stesso Mundruczó sulla scelta della Berlinale di eliminare la distinzione di genere per il premio alle interpretazioni attoriali:

Io sono d’accordo. Credo moltissimo nell’uguaglianza, ogni genere ha i suoi diritti. Una performance è buona a prescindere dal fatto che sia eseguita da una donna o da un uomo, e la stessa cosa vale per la regia di un film.

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Quentin Tarantino incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Quentin Tarantino

Nel corso della Festa del Cinema di Roma 2021, ha trovato spazio un lungo incontro del pubblico della manifestazione con Quentin Tarantino, che per l’occasione ha ricevuto anche il Premio alla Carriera della rassegna romana. Con la guida del Direttore Artistico Antonio Monda, il formidabile regista statunitense si è concesso per circa 90 minuti a un viaggio nella sua carriera, che ha toccato anche la sua infanzia e i suoi più intimi ricordi.

Festa del Cinema di Roma 2021

Quentin Tarantino ha esordito parlando del primo film da lui visto:

Il primo che ricordo di aver visto è Più micidiale del maschio, un film di agenti segreti inglesi con protagonista Richard Johnson del 1964 o 1965 (il film in realtà è del 1967, ndr). Avevo più o meno 5 anni e non avevo nessuna idea di cosa stavo guardando. C’era una scena quasi sadomaso, con una persona rapita e tenuta prigioniera. Rimasi molto intrigato, ma la parte politico-sessuale mi sfuggi completamente. Mi ricordo di averne parlato al mio patrigno, chiedendogli quale fosse il film dove due ragazze legano un tizio, ma lui non lo ricordava. Negli anni ’90, cominciai la mia collezione di film e all’improvviso mi apparve proprio Più micidiale del maschio. Quando l’ho visto, a un certo punto mi sono ricordato cosa stava per succedere e mi sono detto: era proprio il mio primo film!

Quentin Tarantino è più uno sceneggiatore che dirige o un regista che scrive? Questo il suo parere:

Forse entrambe le cose. Io ho sempre avuto fin dall’inizio un’opinione abbastanza alta di me stesso, soprattutto per la mia capacità di scrittura dei dialoghi. All’inizio mi consideravo più uno sceneggiatore, poi col passare del tempo sono arrivato alla conclusione di essere un regista in grado di catturare cosa scrive lo sceneggiatore.

Una caratteristica del cinema di Quentin Tarantino è la presenza di prodotti o marche fittizie, come il Big Kahuna Burger o le sigarette Red Apple. Questo il suo pensiero in proposito:

Lo faccio perché mi diverte e perché mi piace avere nei miei film prodotti che esistono veramente, ma anche creare anche altri mondi e altre realtà per i miei personaggi. I miei protagonisti a volte vedono addirittura film mai esistiti, creati appositamente da me. In questo modo creo un universo popolato dai miei personaggi.

Festa del Cinema di Roma 2021

Una clip di una celebre scena di Jackie Brown con Robert De Niro e Bridget Fonda ha portato il regista a parlare del suo processo di scelta degli attori:

Per questa scena inizialmente non avevo in mente Robert De Niro e Bridget Fonda. A volte può capitare di scrivere pensando a un attore, altre volte no. Fa parte del rapporto che si stabilisce fra me e il foglio di carta, poi il progetto evolve da solo. Devo dire che in genere funziona meglio se scrivo la sceneggiatura pensando a un attore già famoso.

Prendiamo per esempio il caso di Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Probabilmente il risultato non sarebbe stato così articolato e ricco se mi fossi messo a scrivere pensando a un particolare attore. Mentre scrivevo, non mi ero reso conto che Landa fosse un vero genio dal punto di vista linguistico. Era necessario avere un attore con le stesse caratteristiche. Quindi mi sono chiesto: ho scritto un ruolo che nessun attore potrà mai interpretare? Poi ho trovato Waltz. Se avessi pensato a qualcuno, il personaggio sarebbe stato limitato.

Un esempio opposto è quello di King Schultz in Django Unchained. Dopo aver lavorato con Waltz, ho scritto il personaggio per lui, perché sapevo esattamente ciò che era in grado di fare, il tipo di voce, il timbro e il ritmo. Questo è accaduto anche con Samuel L. Jackson, perché dopo aver fatto Pulp Fiction avevo in testa la sua voce. C’è sempre bisogno di trovare un compromesso, perché è chiaro che se scrivi con in mente un particolare attore valorizzi i suoi punti di forza e scrivi in modo tale da farli emergere e da dare più impatto al personaggio. Questo però significa anche evitare di includere aspetti per i quali pensi che quell’attore non abbia le qualità giuste. Questo limita un po’ l’impatto, perché c’è il rischio di non lasciarsi trasportare dal personaggio stesso.

Il regista ha confermato la voce secondo cui per potersi accreditare come attore ha mentito affermando di aver recitato in film di Godard e Romero:

Confermo, è tutto vero. Se vuoi fare l’attore ma non hai ancora esperienza, qualcosa devi comunque scriverlo nel curriculum. Ho scelto qualcosa che non facesse parte dell’aspetto sindacalizzato e ho puntato su Zombi di George A. Romero, perché a un certo punto si vede una gang di motociclisti un un centro commerciale, e fra loro de c’è un attore che effettivamente mi somigliava.

Jean-Luc Godard ha fatto un film terribile, in cui c’è anche Woody Allen. Si chiama King Lear. Si tratta di un film che non ha mai visto nessuno. Se anche qualcuno decidesse di vederlo, non resisterebbe più di 5 minuti, per cui ho pensato di inserirmi lì. Avevo tentato di diventare attore già da qualche anno e la mia biografia era sempre quella. Avevo anche sempre la stessa manager, per cui nella mia biografia figurava sempre questa parte. Addirittura in una guida sui film in TV si fa riferimento a un giovane Tarantino, che guardando bene si può vedere in King Lear.

Romero mi ha contattato per uno dei suoi ultimi progetti (Le cronache dei morti viventi, ndr), chiedendomi se fossi pronto per interpretare un personaggio. Io ho accettato e a quel punto mi sono riscattato dalle bugie che avevo detto.

Quentin Tarantino

Un primo piano degli occhi di Uma Thurman in Kill Bill è stata l’occasione per parlare della venerazione di Quentin Tarantino per Sergio Leone, tale da indurlo a riferirsi al regista italiano per le inquadrature molto ravvicinate:

La chiamo direttamente una Sergio, che non è questa specifica inquadratura, perché per essere una Sergio deve essere un primissimo piano molto ravvicinato. Francamente trovo che sia assurdo chiedere i 10 film preferiti di un decennio. Forse i primi 3, ma è comunque una cosa che non si può prendere sul serio. L’eccezione è Il buono, il brutto, il cattivo, che è sempre in tutte le mie liste perché è effettivamente il mio film preferito. Non mi dilungo sul perché, lo è e basta.

Quentin Tarantino ha raccontato come ha capito di voler diventare un regista:

In realtà c’è voluto un po’. Non è stata una decisione improvvisa, anche perché ci ho messo 8 anni per convincere le altre persone del fatto che sono un regista. Dentro di me, appena ho capito cosa fosse un regista ho saputo che era quella la mia strada. Già da ragazzino ero legato al mondo del cinema e volevo farne parte. Mia mamma e il mio patrigno dicevano che sarei diventato un regista già quando ero ancora un bambino. Anche quando volevo fare l’attore, gli eroi per me erano sempre i registi: volevo fare un film con quel particolare regista. Quando ho iniziato a studiare recitazione, ho trovato compagni che sapevano molto meno di me, perché a me interessava il cinema, mentre loro erano interessati solo a loro stessi. Per me era troppo poco fare l’attore, quel film doveva essere mio.

Alcuni spettatori non apprezzano lo stravolgimento della storia fatto da Quentin Tarantino nei suoi ultimi film. Questo il sentimento del regista in proposito:

Di film in giro ce ne sono tanti, mica devono per forza vedere i miei.

Doveroso un accenno a C’era una volta a… Hollywood:

Non volevamo che il pubblico si rendesse conto di cosa stava andando a vedere, dovevano arrivare alla rivelazione soltanto alla fine. L’idea era di sorprendere e fare riflettere su quello che si era visto. La cosa fighissima ma molto difficile è riuscire a sorprendere con elementi che gli spettatori hanno sempre avuto sotto gli occhi senza rendersene conto. Tutti sapevano il titolo, ma soltanto alla fine si rivela la natura di fiaba del film.

Quentin Tarantino ha parlato del celebre scontro finale fra Calvin Candie e King Schultz in Django Unchained:

Ogni volta che rivedo quella scena, mi ricordo che Leonardo DiCaprio cadendo ha sfiorato un mobile con la testa. Ogni volta mi sembra che manchi ancora meno prima di colpirlo. Durante le riprese della scena a tavola, a un certo punto è successo un incidente: Leo ha letteralmente distrutto un bicchiere sbattendolo sul tavolo. È stato molto interessante vedere la sua reazione, che è stata straordinaria. Noi della troupe abbiamo trattenuto il fiato, pensando che si mettesse a urlare, ma lui è un attore magnifico e per due minuti ha gestito la cosa, addirittura giocherellando con questo sangue. Questo episodio ha portato Leo a raggiungere livelli straordinari in quei 2 minuti.

Il regista ha parlato della sua fedeltà alle sceneggiature da lui stesso scritte:

Non avrebbe molto senso opporsi a modifiche o aggiunte in corso, perché si blinderebbe il personaggio mentre invece si può arricchire il film girando, grazie alla diverse qualità degli attori. Non mi sono mai detto che un mio film era completamente diverso dalla sceneggiatura. A volte però si prendono strade diverse, proprio perché l’attore dà un contributo che porta ad aggiustare il tiro. Un esempio in questo senso è David Carradine in Kill Bill, in un ruolo che io avevo pensato per Warren Beatty.

Il personaggio lo immaginavo come un cattivo di Bond, che includesse le parti peggiori di me e di Beatty, che però non ha potuto fare il film. In quel periodo, stavo leggendo la biografia di David, e mi sono reso conto che sarebbe stato un villain pazzesco ma ben diverso, una specie di cowboy asiatico. Non ho riscritto la parte, ma ci sono state modiche e aggiustamenti per renderlo più adatto a lui, al punto che adesso è difficile immaginare Warren in quella parte. Riprendendo in mano il copione di Kill Bill, mi sono però reso conto di quanto fosse diverso il personaggio.

The Hateful Eight è stata la prima (e purtroppo ultima) collaborazione di Quentin Tarantino con Ennio Morricone:

È un sogno che si è realizzato, perché Morricone è stato il mio compositore preferito in assoluto. Da tanto tempo usavo la sua musica, e lui mi ha fatto sapere che sarebbe stato disponibile per una colonna sonora. Per The Hateful Eight mi sono reso conto che c’era bisogno di una colonna sonora originale, mentre solitamente scelgo una specifica musica. Se lui mi avesse detto di no, avrei fatto come al solito.

Mandai a Ennio la sceneggiatura tradotta in italiano. Ero a Roma per il David di Donatello, arrivai prima apposta per incontrarlo a casa sua. Lui mi chiese quando avrei iniziato a girare il film. Per la sua sorpresa, io gli ho detto che era già finito e che avevo bisogno della colonna sonora. Ennio mi ha risposto che purtroppo era impegnato. Poi però mi ha detto che aveva in testa un tema che poteva essere quello principale e me l’ha descritto. Riflettendo, mi ha detto che il tempo per comporre tutta la colonna sonora non c’è l’aveva ma per il tema in versioni diverse sì. 

Stava lavorando sulla colonna sonora che aveva già composto per La cosa di John Carpenter e mi ha detto che poteva arrivare a una decina di minuti. Mi ha detto che era stata usata solo la parte del tema principale di Carpenter col sintetizzatore, per cui si poteva trovare qualche soluzione. La sera dei David, Ennio mi ha detto che ce la poteva fare e che aveva qualche tema in mente per arrivare a 25 minuti o addirittura a 40 con qualche arrangiamento alternativo. Poi ha aggiunto che si potevano utilizzare dei brani composti per Carpenter ma mai usati, e così è andata. È stato un vero gigante, posso dire solo questo.

Quentin Tarantino ha parlato del suo amore per il cinema di genere italiano:

Ho avuto la fortuna di crescere negli anni ’70, quando regolarmente si vedevano i film dei registi italiani che sfruttavano il filone del cinema di genere. Questo è continuato negli anni ’80 quando si trovavano facilmente anche le VHS, per esempio quelle dei vari cloni di Rambo. Mettendo da parte gli spaghetti western, ho notato che quando gli italiani mettevano in campo queste dinamiche di genere lo facevano molto meglio degli americani. Il cinema italiano aveva la grandezza di spingere fino all’estremo, con la musica e col sesso dell’estremo. Erano film quasi teatrali.

Quentin Tarantino

C’è speranza di ospitare in Italia il set di un lavoro di Tarantino? Questa la risposta del regista:

Piacerebbe molto sia a me che a mia moglie. Sarebbe un’esperienza straordinaria, si tratta di trovare la storia giusta. Girare a Cinecittà sarebbe veramente pazzesco. Non dico che sarà il mio prossimo film, ma qualcosa di diverso di cui non posso ancora parlare. In questa cosa si potrebbe immaginare uno spaghetti western in pieno stile italiano, in cui tutti gli attori parlano la propria lingua e sanno che devono pronunciare la loro battuta solo quando l’altro ha finito la propria.

Non poteva mancare un passaggio sulla celeberrima scena di ballo di Pulp Fiction:

John Travolta ha creato la coreografia per i suoi passi, mentre io ho pensato a quelli di Uma Thurman. È stata mia l’idea di inserire i movimenti che lei fa. Con John eravamo d’accordo sul twist, ma lui mi ha spiegato che facendo una gara di questo ballo a 12 anni di twist aveva capito che era molto bello da ballare, ma estremamente noioso da vedere. Per cui abbiamo deciso di aggiungere qualcosa. Quando io davo il segnale battendo le mani, cambiava la coreografia.

Prima della premiazione, sono stati proiettati i video dei saluti di tre attori particolarmente cari a Quentin Tarantino, cioè Samuel L. Jackson, Christoph Waltz e John Travolta, che fra battute e complimenti hanno manifestato tutta la loro ammirazione per il regista. A seguire, è salito sul palco Dario Argento, che ha consegnato a Quentin Tarantino il Premio alla Carriera della Festa del Cinema di Roma, introducendolo con queste sentite parole:

Sei l’orgoglio del cinema americano ma anche, in piccola parte, l’orgoglio del cinema italiano. Sono molto onorato di premiare un regista che è uno dei maggiori talenti del cinema italiano. Evviva Quentin Tarantino!

Quentin Tarantino

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Johnny Depp incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Johnny Depp

La sezione autonoma e parallela della Festa del Cinema di Roma Alice nella città ha ospitato un incontro con Johnny Depp, presente all’evento per raccontarsi agli spettatori di una sala gremita (circa 1600 le presenze) e per presentare Puffins, webserie animata italiana indirizzata ai neonati, per la quale ha prestato la sua voce al protagonista Johnny Puff. «Il mio morale è stato risollevato tantissimo grazie alla gentilezza del pubblico e ai messaggi che mi hanno mandato», ha affermato Johnny Depp nel ricevere l’abbraccio simbolico di tutto il pubblico presente, dopo aver firmato centinaia di autografi ed essersi prestato a un numero imprecisato di selfie.

Johnny Depp ha esordito proprio parlando del suo pubblico e della sua carriera:

Non sarebbe da sciocchi per un attore non amare il proprio pubblico? I film che vengono realizzati a Hollywood sono realizzati secondo la struttura in tre atti e con tutte le formule che vengono solitamente applicate. Io voglio realizzare film che siano frutto della creatività, che diano l’opportunità alle persone di conoscersi e di riflettere.

Johnny Depp

I Puffin utilizzano una lingua inventata, quale è stata la sfida più grande?

Quando Andrea Iervolino e Monika Bacardi mi hanno avvicinato, ho trovato estremamente interessante il progetto dei Puffins. Mi piaceva l’idea di trovare un modo di scrivere che potesse risvegliare l’interesse di un neonato. Quindi mi sono chiesto: quali suoni possono attirare l’attenzione di un bambino piccolo? Mi sono messo a fare delle ricerche e a provare vari suoni buffi. Chi tra di voi è genitore sa cosa significa attraversare quelle notti in cui fai di tutto per fare sorridere il tuo bambino.

Gli episodi dei Puffins hanno anche un tema sociale?

Quando mi sono avvicinato al personaggio di Jack Sparrow, come a tutti gli altri personaggi, sono andato a cercare le caratteristiche e i tratti che mi interessava rappresentare e trasferire. È capitato anche per i Puffins, perché pur non avendo un linguaggio verbale possono avere effetti positivi sui bambini. Si può trasferire un messaggio positivo anche attraverso le immagini. La storia stessa arriva attraverso le immagini allo spettatore: quando ero bambino io, passavano in televisione la guerra del Vietnam durante l’ora di cena. Con questa esperienza, abbiamo avvicinato il pubblico a cui non si avvicina mai nessuno, quello dei bambini piccoli.

Per Johnny Depp, fare Johnny Puff è stato come fare i conti col tuo stato di bambino:

Quel bambino che avete sentito piangere poco fa in sala sono io, che sto proiettando la mia voce verso l’esterno. Credo che voler conservare l’infanzia sia un sentimento comune a tutti. L’infanzia a volte non ti lascia un senso di sicurezza, ma piuttosto la voglia di cercare altrove. Per me è importante continuare a fare funzionare il cervello, altrimenti si finisce da soli in una stanza buia.

Johnny Depp

In questi anni è cambiato il tuo approccio al mestiere di attore?

Il mio modo di avvicinare i personaggi non è mai cambiato. Le scelte che io ho fatto sono scelte che ho voluto e ritenuto importanti. Le cose più importanti sono le cose che ho rifiutato di fare, nonostante gli agenti mi spingessero, ovviamente perché si vedevano sfuggire dal naso i soldi. Gli studios mi ingaggiavano poi pretendevano che facessi determinate cose, come se non avessero visto quello che facevo in precedenza. Poi è arrivato Jack Sparrow. In quel momento, non facevo altro che crescere mia figlia e vedere tante cose per bambini.

Quello che è stato interessante per me è stato infiltrarmi nel nemico: la Disney. Questi film continuano a girare nel tempo, quindi mi sono chiesto perché non interpretare un personaggio alla Bugs Bunny o alla Willy il Coyote. Che tu abbia 40, 50 o 90 anni, quando guardi un cartone animato credi a quello che vedi. Io ho interpretato Jack come un cartone animato, cercando di allargare i suoi confini.

Johnny Depp ha dato anche il suo personalissimo consiglio su come diventare attori:

Bisogna imparare il mestiere – parola che non mi piace – della recitazione. La cosa migliore è eliminare la paura, perché non contiene nessun elemento di redenzione. La paura ha a che fare col bagaglio degli altri, è un qualcosa con cui le altre persone cercano di forgiarti. Devi continuare a essere quello che sei, ad avere dei bellissimi sogni e a farlo venire fuori nelle giuste circostanze. In ogni caso, già il fatto che hai posto questa domanda significa che dentro di te conosci la risposta.

Johnny Depp

Qual è il personaggio preferito da Johnny Depp? L’attore ha risposto senza indugio:

Non si dovrebbe mai mordere la mano che ti dà da mangiare, ma ero arrivato ad avere un contratto settennale con uno show (21 Jump Street, I quattro della scuola di polizia in Italia, ndr) dal quale per due anni e mezzo ho fatto di tutto per farmi cacciare, fra cui finire in prigione accidentalmente. Finalmente è arrivata la notizia che era terminato l’impegno, ma mi arrivavano comunque sceneggiature tutte fatte sulla stessa formula, che continuavo a rifiutare. Volevo fare l’attore, ma volevo fare qualcosa di mio. Poi mi è arrivata l’offerta di John Waters per Cry Baby, grazie al quale ho cominciare a sentire il terreno sotto i miei piedi. L’altro personaggio che mi ha fatto sentire con entrambi i piedi ben piantati sul terreno è stato Edward mani di forbice.

Al termine dell’intervista, Johnny Depp ha ricevuto un premio simbolico come artista più amato in Italia. Ringraziando per il riconoscimento ricevuto, Johnny Depp ha salutato il suo pubblico dicendo «Siete voi che meritate un premio. Voi createlo e io lo finanzierò».

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Interviste

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo presentano il film

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Time is Up

Nel corso di Alice nella città, sezione parallela e autonoma della Festa del Cinema di Roma, ha trovato spazio anche la presentazione di Time is Up, nuovo film di Elisa Amoruso che ha per protagonisti Bella Thorne e Benjamin Mascolo, vera coppia nella vita. Il teen drama, girato anche a Roma durante la pandemia, sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da 01 Distribution. Abbiamo avuto l’occasione di incontrare la regista, i due protagonisti, il produttore Marco Belardi e Paolo Del Brocco di Rai Cinema. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Time is Up

Elisa Amoruso è al suo secondo film di finzione consecutivo dopo Maledetta primavera:

Sono qui perché Marco Belardi mi ha proposto un suo soggetto. Per me era una sfida incredibile, che consisteva anche nel girare in inglese con attori americani. Una nuova avventura mi stimola sempre. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere una call con Bella, e da lì abbiamo iniziato il lavoro sulla sceneggiatura. Insieme abbiamo dato vita a questi personaggi, rendendoli più vicini a Bella e Ben. È stata una corsa contro il tempo, perché da lì a un mese siamo andati sul set. Time is Up prende spunto da un’idea di un’altra persona, ma mi appartiene perché racconta due racconti di formazione, genere a me caro, e perché ho avuto occasione di lavorare con una professionista e con Ben, che invece era alle prime armi ma è stato molto determinato e umile.

Elisa Amoruso

Bella Thorne ha raccontato il suo approccio a Time is Up:

Il progetto mi è stato proposto da Ben. È stato molto interessante ed entusiasmante, perché uscivo con una persona con cui stavo lavorando. È stato bello essere con lui durante la sua prima esperienza come attore. Di solito mi piace interpretare personaggi con cui non ho niente in comune, perché è molto più divertente. In questo caso invece, il mio personaggio ha qualcosa a che fare con la parte più ansiosa e profonda di me. È stato bello andare a giocare con le mie ansie ed è stato un lavoro interessante e positivo, anche grazie a Elisa. Ero già stata in Italia tante volte, ma mai mi ero trattenuta così a lungo come stavolta, a Roma e con un compagno che amo.

Questa invece l’esperienza di Benjamin Mascolo:

Time is Up è stata una delle cose più importanti della mia vita, perché mi sono messo in gioco come poche volte in passato. Avevo pochi mesi per diventare un attore, processo che durerà anni. Sono molto soddisfatto del mio inizio, con la mia insegnante di recitazione ho lavorato moltissimo per arrivare il più preparato possibile. Ho dato il massimo, quindi non ho rimpianti. Il semplice fatto che ci fosse Bella è stato un grande supporto emotivo. Anche Elisa è stata fondamentale, è stata al mio fianco e mi ha aiutato.

È stato surreale girare il film durante la pandemia, con il set blindato e le strade deserte. Mi viene in mente Piazza di Spagna senza turisti, è stato incredibile. Andavamo a cena alle 4-5 di pomeriggio, perché alle 6 chiudevano i ristoranti, così anche Bella si è innamorata di Roma. Mi sono reso conto che posso essere chiunque voglio nella vita. Entrare nei panni di una persona mi ha insegnato tantissime cose, è stato un grande momento di crescita umano e lavorativo.

Time is Up

Elisa Amoruso ha parlato del rapporto di Time is Up con il resto della sua filmografia:

Sono un essere strano, a cui non si riesce a dare una collocazione. Penso che sia tipico del nostro paese dare un’identità e un colore solo ai cineasti. È molto contemporaneo e internazionale avere invece registi che partecipano a progetti diversi a seconda dell’occasione e del committente. Negli Stati Uniti è sempre così. Noi abbiamo la possibilità di differenziare i nostri progetti, mettendo qualcosa di nostro. Non riesco a fare un film se non trovo un collegamento forte con cui entrare in contatto. Per me in questo caso quel collegamento è arrivato grazie al racconto di formazione e alla storia d’amore. Un altro elemento del progetto è la memoria, che viene analizzata e scomposta dandole una forma visiva.

Anche l’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco ha accolto con entusiasmo il progetto Time is Up:

Quando mi hanno parlato di questo progetto abbiamo aderito con piacere, perché cercavamo proprio un young adult internazionale da girare in Italia. Abbiamo una regista di cui ci fidiamo molto e che è molto eclettica, una grande ricchezza. Quando ha aderito Bella per noi è stato un plus, perché è brava e giusta per Time is Up. Siamo orgogliosi di farlo vedere in sala e siamo felici che questo film possa andare in tutto il mondo col marchio Rai Cinema.

Bella Thorne ha parlato così della prova del debuttante Benjamin Mascolo in Time is Up:

Generalmente per un attore alle prime armi è sempre molto difficile, invece Ben quando facevamo le prove ha avuto un’invidiabile semplicità nell’entrare nel personaggio, più di molti attori con esperienza. Non mi piace la noia, non è facile trovare ruoli che siano interessanti e stimolanti. Io recito da tantissimo tempo, ancora prima della Disney. Ho avuto modo di leggere tantissime sceneggiature e non è facile trovare ruoli interessanti, soprattutto femminili. Cerco qualcosa di diverso da me e in questo film mi è stata data la possibilità di interpretare un ruolo diverso, con sfumature più dark.

Time is Up

Mascolo ha parlato della canzone del film Up In Flames:

È stata una cosa che abbiamo aggiunto dopo, arrivavamo al weekend molto stanchi ma comunque lavoravamo in studio per creare canzoni come questa. Racconta in modo elegante e romantico la storia fra Roy e Vivien e quando ho visto il film mi sono emozionato, quindi vuol dire che arriva al cuore.

La canzone è interpretata anche da Bella Thorne:

Non ero dell’umore per tornare in studio a cantare, anche perché ultimamente canto molto meno, e soprattutto rock e rap. Quindi in questo caso è tutta colpa di Ben!

Benjamin Mascolo ha raccontato il suo legame affettivo con Time is Up:

Avevo paura a entrare in questo progetto, perché temevo che potesse creare tensioni nel rapporto. Invece per tutta la durata del film siamo andati d’accordo e ha creato una memoria indelebile nel nostro rapporto, che sarà speciale da vedere negli anni futuri anche dai nostri figli e nipoti. Time is Up per me è stata la conferma che io e Bella siamo fatti per stare insieme per tutta la vita. Infatti le ho chiesto di sposarmi alla fine dell’ultimo giorno di riprese.

Elisa Amoruso ha raccontato com’è stato per lei lavorare con una vera coppia:

Se avessi fatto il terzo incomodo, avrei sbagliato tutto. Loro stavano insieme da poco, ma c’era tantissima affinità e anche la voglia di sostenersi l’un l’altra. Non essendo un attore navigato, Ben aveva bisogno di qualche meccanismo per tirare fuori le sue emozioni e grazie a Bella lo abbiamo aiutato a fare un percorso verso la recitazione. L’unico disturbo è stato l’ultimo giorno delle riprese, perché la proposta di matrimonio ha tolto tempo al set! Ma è stato un momento meraviglioso: Ben guardando in camera ha letto una lunghissima lettera d’amore, e alla fine le ha chiesto di sposarlo.

Mascolo ha rivelato qualche dettaglio sull’imminente matrimonio con Bella Thorne:

Ci sposeremo sul lago di Como, perché è uno dei primi posti che abbiamo visitato insieme. Poi faremo un altro matrimonio anche in America per i nostri amici che vivono là. I produttori di Time is Up sono invitati, perché un po’ è anche colpa loro. Ci hanno anche sostenuto nelle spese per la proposta di matrimonio!

Qual è il successo più grande di Bella Thorne? L’attrice la pensa così:

Credo che sia stato il mio libro, fra l’altro sono in fase di stesura del secondo. Una grandissima soddisfazione, perché fino a quel momento tutto mi parlavano dei film, ma dopo il libro tutti mi fermano dicendomi che si sono commossi o che li ha aiutati. Credo che dipenda dal fatto il libro contiene tutta me stessa, anche in modo duro e grezzo. Non ho consentito neanche di apportare correzioni, infatti è pieno di errori di ortografia, perché sono dislessica. Ho voluto che il libro rimanesse così, e questa è stata una grande soddisfazione. Proprio perché questo libro riesce a toccare le anime nel profondo, quando i miei agenti mi hanno chiamato per dirmi che era un best seller sono scoppiata a piangere, non per le copie vendute ma perché tante persone lo avrebbero letto.

Tutta la mia vita è basata sul pregiudizio. Quando sono nata la mia lingua madre era lo spagnolo: non ero in grado di esprimermi in una lingua, figuriamoci in due. Mi dicevano che non avrei mai potuto leggere e scrivere e invece ce l’ho fatta. Pensavano che non avrei mai potuto recitare e l’ho fatto. Mi dicevano che ero la classica modella bella e cretina e invece li ho smentiti. A prescindere da quello che ti dicono e da quello che ti è contro, se continui a lottare ce la puoi fare. Se lo vuoi veramente e ti impegni, lo puoi ottenere.

La storia di Time is Up non finisce qui. A confermarlo è Marco Belardi:

Posso dire che stiamo lavorando a Time is Up 2, perché all’estero ci è stato chiesto di lavorarci, in quanto è piaciuto molto.

Time is Up

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