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Interviste

Venezia 77, Cate Blanchett: “Dobbiamo essere coraggiosi”

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Questa mattina si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica nella sua 77a edizione. Durante questo primo giorno, nella sala Casinò, erano presenti le presidenti delle Giurie internazionali (Venezia 77OrizzontiPremio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”) Cate Blanchett, Claire Denis, Claudio Giovannesi, assieme ad Alberto Barbera, direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e Roberto Cicutto, presidente della Biennale di Venezia.

La conferenza stampa di apertura di Venezia 77

Venezia 77

A prendere la parola è stato Roberto Cicutto che ha parlato fin da subito di una grande ripartenza all’interno dell’industria cinematografica, in cui bisogna mettere nuovamente al centro i protagonisti sullo schermo ma anche i protagonisti di chi lavora nel cinema. Il presidente della Biennale di Venezia ha anche affermato che è importante rilanciare e promuovere i film, e che è dal 15 maggio che l’unica idea principale era quella di poter mettere in piedi una Mostra attraverso controlli sanitari e soprattutto un protocollo sicuro da seguire. “Tutti i direttori artistici dei principali festival cinematografici europei saranno presenti alla serata inaugurale, si sono uniti per questa edizione. La cosa fondamentale è che le giurie siano in presenza, anche con l’aiuto delle tecnologie digitali”. 
 
Venezia 77
 
Dopo le parole di Cicutto ha preso parola Alberto Barbera che ha dichiarato che fin dall’inizio si erano promessi di dover organizzare la Mostra pur sapendo delle difficoltà, e che avrebbero dovuto fare un percorso ad ostacoli, con rigide misure di sicurezza: “Abbiamo iniziato il Festival bene, ha affermato il direttore; l’inaugurazione di ieri sera ha dato un segnale positivo, che indica che tutto si può fare in maniera consona; siamo qui per presentarvi le giurie, ci tengo a ringraziare tutti per aver accettato questo invito e per la grandissima disponibilità a questa Mostra, ciò significa testimoniare per la ripartenza del cinema”.

Cate Blanchett a Venezia 77

Venezia 77
 
A parlare in seguito è stata la presidente della Giuria Venezia 77, Cate Blanchett, che ha dichiarato di quanto sia un privilegio e un grande onore per lei essere qui, che sembra quasi un miracolo che si sia potuto realizzare tutto questo.
“Aspettavo con ansia di venire, sono rimasta molto felice e impressionata per la capacità collaborativa degli organizzatori, per la creatività e la resilienza. Abbiamo avuto diverse discussioni circa le aspettative e il futuro dell’industria e dei cineasti; sono molto d’accordo sul fatto che si dovesse riaprire. L’industria cinematografica ha avuto dei mesi difficilissimi, io sono qui proprio per loro, per tutti i membri del cinema, per sostenere i cineasti e chi si occupa dei film, li applaudo per ciò che hanno fatto; sono emozionata, è un vero piacere per me essere qui”.
Ha poi preso parola Claire Denis: “Volevo ringraziare tutti voi, anche Venezia per averci invitato e aperto le porte che erano rimaste chiuse. Anch’io non avrei mai rifiutato di venire, per me era vitale, non solo per rappresentare il mondo dell’arte ma per tutto il cinema: sono curiosa di vedere i film che dovrò giudicare”.

La sfida globale

Cate Blanchett

La presidente di giuria di Venezia 77 Cate Blanchett

 
Cate Blanchett, rispondendo ad una domanda circa la sua relazione con la Mostra di Venezia, ha asserito di aver avuto diverse interazioni con Venezia, sia come amante dell’arte che del cinema: “Sono stata altre volte al Festival, ho tante paure ma dobbiamo essere coraggiosi, una volta che si parte con un progetto penso ai primi giorni di scuola quando tutti i progetti partono da zero, bisogna rischiare anche di fallire, credo che il rischio sia nel nostro DNA, sono piena di speranza, ci sono tante sfide da affrontare; in fin dei conti siamo partiti da una monocultura dello streaming e adesso dobbiamo ripensare alle riaperture dei cinema. Certo, il festival raggiunge pubblico sia virtualmente che fisicamente ed è importante che lo faccia, la sfida è globale non solo territoriale, nel nostro riemergere abbiamo questa possibilità di riesaminare le cose che abbiamo”. La presidente della Giuria ha poi continuato: “Sono stata al cinema con la mia famiglia la settimana scorsa, abbiamo visto Tenet; ho avuto un piacere amaro e dolce nel vedere alcuni film a casa, ma come tanti altri preferisco il modo tradizionale di vedere i film, ovvero su uno schermo”.

Venezia 77 e gli altri festival

Venezia 77

Alberto Barbera, rispondendo ad una domanda sulla questione della concorrenza tra i Festival internazionali ha affermato: “Negli ultimi anni c’è stata una concorrenza tra alcuni Festival molto accentuata e dannosa. Una concorrenza come questa aveva e ha avuto delle conseguenze dannose per la circolazione dei film, per la promozione del cinema stesso. In questa edizione la parola d’ordine è stata collaborazione: nei colloqui con i miei colleghi, tra direttrici e direttori di Festival, dal Telluride a Toronto, tutti hanno dimostrato di voler andare al di la di questi atteggiamenti competitivi, accentando di sostenere gli stessi buoni film presenti nei festival. La condivisione dei film tra le manifestazioni, anche differenti, è molto alta: se possiamo dire di aver appreso un nuovo insegnamento dalla pandemia è proprio questo atteggiamento collaborativo, che aiuta a svolgere il nostro lavoro”. 

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Futura: incontro con Lamberto Sanfelice, Niels Schneider e Matilde Gioli

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Futura

In occasione dell’uscita in sala del nuovo film di Lamberto Sanfelice Futura, fissata al 17 giugno, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista e alcuni membri del cast di questo progetto, come Niels Schneider, Matilde Gioli e Stefano Di Battista. In bilico fra dramma familiare e ossessione artistica, Futura è un intenso ritratto umano a ritmo di jazz, che racconta la difficoltà di accettare i propri fallimenti e staccarsi dai propri desideri più irrealizzabili. Questa la sinossi ufficiale del film:

Louis (Niels Schneider) è un jazzista di talento, che ha rinunciato alla musica dopo essersi scontrato con le prime difficoltà della vita da trombettista. Sbarca il lunario lavorando come tassista notturno e spacciando cocaina con Lucya (Daniela Vega), una transessuale cilena, che sembra essere la sua unica amica. Il senso di frustrazione per un’esistenza che sente non appartenergli e una relazione irrisolta con la figura paterna, il mitico sassofonista Max Perri (ispirato alla figura di Massimo Urbani), allontanano ulteriormente Louis da sua moglie (Matilde Gioli) e sua figlia.

L’opportunità di redenzione arriva quando Niko, un vecchio amico del padre, gli propone di unirsi alla sua band per un importante concerto, che potrebbe segnare una svolta nella carriera dell’uomo. Louis è determinato a non perdere l’occasione di riprendersi la sua vita, ma uscire dal crimine e dal giro dello spaccio non è facile e l’uomo cade di nuovo in un vortice che lo porta a mettere in pericolo sua figlia.

Futura

Foto di Adele Pozzali

Lamberto Sanfelice ci parla della componente musicale di Futura:

Futura parte dalla musica, con la voglia di raccontare una storia attraverso di essa. È un musical senza parole, ma con un uso degli strumenti e delle musica che permette ai personaggi di raccontarsi meglio di quanto potrebbero fare con le parole. Futura vuole essere un inno alla musica e ai musicisti, perché è un film fatto per loro e con loro. Tutti i personaggi hanno una loro musica: Louis ha il jazz, Valentina il rock, Lucya la lirica, la giovane Anita il pop. Attraverso le loro preferenze musicali raccontano loro stessi.

Niels Schneider ci racconta l’approccio al suo personaggio:

Il mio personaggio è in bilico fra il giorno e la notte. Non ha mai osato di andare fino in fondo per cercare di realizzare il suo sogno. Non riesce a essere un padre, è molto manchevole da questo punto di vista. Lo vediamo muoversi nel suo taxi di notte e osservare le persone che vivono, mentre lui non riesce ad avere una vera vita. A un certo punto è però obbligato a correre un rischio, per cercare di vivere il suo sogno, e attraverso esso comunicare in maniera più reale con la sua famiglia. Durante questo tentativo, gli capita un fatto piuttosto grave e inatteso, che gli fa toccare con mano la realtà e gli fa trovare un posto nel mondo. Fino a quel momento invece era un fantasma che non viveva veramente.

Futura

Foto di Adele Pozzali

Ecco come Matilde Gioli ha costruito la sua Valentina:

Interpretare Valentina è stato molto interessante anche per il mio percorso professionale, perché a differenza del compagno è una donna che è maturata e sa benissimo che posto ha nel mondo. È un ruolo non giudicante, di attesa di lui, nonostante tutti i macelli che combina. È un esempio anche per la vita reale, mi è piaciuto molto come si è comportata nella storia. Per interpretare Valentina ovviamente è stato fondamentale il dialogo con Lamberto, che aveva in mente tutto quanto, ed è stato bello impersonare una donna dal passato rockettaro e movimentato, diventata madre e compagna pronta ad accogliere Louis.

Questo il punto di vista del sassofonista Stefano Di Battista, coinvolto in Futura nel doppio ruolo di interprete e compositore:

Ho vissuto un sogno, perché Futura è un regalo per noi musicisti. Ringrazio Lamberto per averci concesso di vivere questa realtà sorprendente anche per noi, perché la musica non l’abbiamo scritta noi, l’ha scritta il film stesso. Aver interpretato me stesso è stata una sorpresa, perché non sono capace di fare l’attore. Però, grazie a Niels, Matilde e tutti quelli che hanno collaborato, che mi hanno davvero messo a mio agio, ho terminato il film con il sogno di farne un altro.

Io non so se il cinema è quello che abbiamo fatto noi con Futura, ma se lo è, sappiate che noi abbiamo la voglia di farne ancora. L’apporto di Rava è stato fondamentale, perché ha portato una grande dose di saggezza in quello che ci dicevamo e nel modo in cui approcciavamo la musica. Cercavamo di essere onesti, sia nel sonoro che nella parte compositiva. Tutto quello che avete visto nel film è reale, e molte volte è stato il film stesso a generarlo. Mi sono davvero emozionato a fare l’interprete, una volta ho anche pianto. Ringrazio tutti per l’opportunità e soprattutto Niels, che è stato molto disponibile e in pochi giorni ha imparato tutte le scale.

Foto di Adele Pozzali

Lamberto Sanfelice sui collegamenti fra Futura e la sua opera prima Cloro:

All’inizio la mia idea era di andare in direzione totalmente opposta. Cloro è un film di silenzi, con una colonna sonora fatta per buona parte di vento e acqua. Qui invece ho fatto il contrario, anche a livello visivo e di linguaggio cinematografico. Nonostante questo, molte cose nel percorso dei personaggi accomunano i due film. I protagonisti di entrambi i film hanno un obiettivo a cui si dedicano totalmente, come il nuoto sincronizzato in Cloro e il jazz in Futura. Tutti quei personaggi finiscono però per non realizzare il loro sogno, perché la loro priorità a un certo punto è cambiata. L’obiettivo per Louis non è più diventare un musicista migliore di suo padre, ma piuttosto essere un padre migliore di quanto lo sia stato il suo. Nella vita, gli obiettivi e le priorità cambiano, e non riuscire nel progetto iniziale non è un fallimento.

Il regista racconta la nascita della sua passione per il jazz:

Come spesso succede, è nata in maniera casuale, grazie a incontri con delle persone. In questo caso, ho incontrato a Roma un tassista che suona la tromba, che si chiama Alessandro Costantini. Oggi non fa più il tassista, ma suona ancora la tromba. Io il jazz non lo conoscevo, ma lui ha cominciato a portarmi fuori la sera nei locali jazz, e siamo diventati amici. È un mondo molto aperto. Stefano mi ha spinto a fare questo film, quando ancora non c’era una vera sceneggiatura e non c’erano produttori. Da questo punto di vista, Futura è un film scritto non solo con le musiche loro, ma anche con le storie loro.

C’era la voglia in me di usare la musica come spazio per fare interagire i personaggi, ma ancora non sapevo come. Mi spaventava il fatto che il jazz è percepito dai giovani come musica del passato, roba vecchia. Quello che abbiamo cercato di fare è riportare il jazz nel mondo di oggi, dandogli un linguaggio contemporaneo e raccontandolo anche in modo sexy.

Ancora Lamberto Sanfelice, sull’importanza dell’uscita in sala di Futura:

Ringrazio i produttori, che hanno aspettato per portare Futura in sala. Sono felice che abbiano aspettato, era giusto farlo. Per noi la sala ha un sapore speciale, ed è importante fare uscire il film lì, perché ha un visivo abbastanza originale.

Foto di Adele Pozzali

Niels Schneider sul lascito del suo personaggio in Futura:

Ero ossessionato dall’imparare a usare la tromba, per essere almeno credibile. Volevo che non si vedesse un attore che faceva finta di suonare la tromba, ma un musicista. Soprattutto, volevo che gli altri musicisti mi ritenessero credibile. Mi sono sforzato tantissimo, e non posso che ringraziare Lamberto, Stefano e tutti gli altri, che mi hanno aiutato molto. Stavo 8 ore al giorno a suonare, avevo un maestro di musica a Parigi. È stata una cosa meravigliosa, che adesso mi porto dietro. Quando vado sul set di altri film, per rilassarmi mi porto dietro la tromba, che è uno strumento molto leggero. I musicisti non mi hanno mai fatto sentire a disagio, mi hanno anche portato in un locale a improvvisare qualcosa, senza mai trattarmi come un estraneo.

Un’altra sfida è stata l’italiano. Adoro la cultura italiana e il cinema italiano, ma non sapevo parlare in italiano, e sono anche poco portato per le lingue. Anche questo però è stato un regalo, perché adesso continuo a leggere i quotidiani in italiano per non perdere quello che ho imparato.

Tutti quanti nella vita prima o poi facciamo i conti con l’idea della trasmissione, e cominciamo a chiederci cosa lasciamo. Tutti probabilmente abbiamo vissuto la necessità di allontanarci dai nostri sogni, non con un abbandono in senso negativo, ma con la comprensione che non si è riusciti a realizzarli, mantenendo un filo con ciò che eravamo e ciò che siamo grazie a questi sogni, sempre guardando all’avvenire.

Stefano Di Battista sul legame fra jazz e dolore:

Penso che siano la stessa cosa, nel senso che nasce dal profondo dolore degli afroamericani. Credo che tutte le musiche vengano anche dal dolore, e il jazz in particolare.

Futura

Foto di Adele Pozzali

Niels Schneider ci racconta il motivo per cui ha accettato di partecipare a Futura:

Ho accettato la proposta di Futura perché è arrivata nel momento giusto. A volte capitano delle sceneggiature che ti parlano molto di più di quanto lo avrebbero fatto in altre fasi della vita, e questa è una di quelle. Mi ha attratto anche il modo unico di tratteggiare Milano, che io non avevo mai visto sul grande schermo in questa maniera.

Matilde Gioli ci parla delle sue motivazioni per prendere parte a Futura:

La scena più impegnativa è stata quella del confronto, quando lo affronto e gli chiedo cosa sta facendo, perché mi sono immedesimata nel personaggio. Io personalmente non sarei riuscita a mantenere la calma, sarei impazzita molto prima di lei. Non conoscevo Lamberto, ma avevo sentito parlare di lui ed ero molto incuriosita dall’idea di farmi dirigere da lui. Ho accettato questa parte perché mi piaceva molto l’idea di interpretare un ruolo diverso dal solito. Nonostante io abbia 31 anni, continuavo a essere sempre la figlia o la ragazza, non avevo mai fatto la donna e la madre.

È stato bello sentirmi Valentina, mi sono stimata mentre ero lei. Un altro importante motivo che mi ha spinta ad accettare è stata Milano. Io sono milanese, e ogni volta che c’è un progetto ambientato a Milano sono curiosissima. Faccio questo lavoro da un po’ di anni, ma ho quasi sempre girato a Roma o in Puglia. L’idea di stare fisicamente coi camper nelle vie di Milano dove sono cresciuta mi attirava moltissimo, e il merito di tutti quanti è stata quella di rappresentare una Milano inedita anche per me che ci sono cresciuta.

Foto di Adele Pozzali

Lamberto Sanfelice sulla prova di Daniela Vega in Futura:

Daniela ha raccontato un personaggio che dà una grande carica a Futura, soprattutto nella fase in cui il protagonista è distanziato da tutti. Daniela l’ho scoperta in Una donna fantastica, prima di vederla avevo paura di non riuscire a trovare un volto per il personaggio. La fortuna è che Daniela viene dalla lirica, e abbiamo giocato su quello costruendo un personaggio che è l’antitesi di Louis: ha voglia di maternità, di fare più denaro possibile per farsi accettare dal figlio avuto prima della transizione. Daniela è stata molto coraggiosa a mettersi in gioco con la Callas. Lei non è un soprano ma un mezzo soprano, per cui ha dovuto lavorare molto. Tutti gli attori mi hanno impressionato per la disponibilità e per la voglia di mettersi in gioco.

Futura è in sala dal 17 giugno, grazie ad Adler Entertainment.

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Valley of the Gods: Lech Majewski, Keir Dullea e Bérénice Marlohe presentano il film

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Valley of the Gods

In occasione dell’uscita di Valley of the Gods, nuovo film di Lech Majewski che arriverà nelle sale italiane il 3 giugno grazie a CG Entertainment e Lo Scrittoio, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista polacco e le star Bérénice Marlohe e Keir Dullea, che affiancano John Malkovich e Josh Hartnett come protagonisti del film. Questa la sinossi ufficiale dell’opera:

Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco sulla terra e collezionista di arte, vive nascosto dal mondo in un misterioso palazzo, conservando un segreto che lo tormenta. John Ecas (Josh Hartnett), dopo una separazione traumatica dalla moglie, inizia a scrivere la biografia di Tauros e accetta un invito nella sua magione. La società del magnate, che estrae uranio, ha deciso di scavare anche nella Valle degli Dei, violando una terra sacra: secondo un’antica leggenda Navajo tra le rocce della Valle sono rinchiusi gli spiriti di antiche divinità.

Il co-produttore e presidente di CG Entertainment Lorenzo Ferrari Ardicini ha esordito parlando dello sforzo produttivo e distributivo per Valley of the Gods:

Abbiamo aspettato molto per fare uscire Valley of the Gods, perché volevamo dare al pubblico italiano la possibilità di vederlo in sala. Pensiamo che la visionarietà delle immagini di Lech Majewski sia pienamente godibile solo in sala. Non usciremo su nessuna piattaforma streaming e manterremo le finestre normali. Ho conosciuto Lech a Lucca, e qualche anno fa mi ha chiamato dicendomi che avrebbe voluto che CG co-producesse Valley of the Gods, anche per il suo grande amore per l’Italia.

Fra le altre cose, mi disse che avrebbe voluto girare una scena molto importante alla Fontana di Trevi. Sapevo che sarebbe stata una sfida complicata, perché è difficile ottenere i permessi per quella location, ma ce l’abbiamo fatta. L’unico permesso che non ci hanno dato è stato quello di fare entrare i cantanti lirici dentro la fontana, per cui li abbiamo aggiunti con effetti digitali. Il resto delle scene che vedete alla Fontana sono al 100% reali. Siamo contenti del risultato e di questa esperienza.

Sulla stessa lunghezza d’onda Claudio Puglisi de Lo Scrittoio:

Ringrazio soprattutto i protagonisti di Valley of the Gods, a partire dal regista, di cui abbiamo amato moltissimo il lavoro fin dal primo momento. Ringraziamo inoltre le sale, che abbiamo voluto oggi con noi per riportare il concetto della sala in primissimo piano. Nonostante la vocazione di CG Entertainment per l’home video, la scelta è stata quella di mettere al centro la sala, pur in un momento così complesso per gli spettatori e per i cinema. Abbiamo sempre cercato di sostenere nelle più diverse forme un cinema d’autore che non fosse convenzionale e che potesse dare agli spettatori un punto di vista sul mondo differente, rispetto a quello omologato che ci viene proposto dalle grandi distribuzioni o dalle televisioni.

A seguire, il saluto del Direttore dell’Istituto Polacco di Roma Lukasz Paprotny:

Vorrei fare i complimenti ai protagonisti e al regista polacco Lech Majewski, che ho avuto l’onore di incontrare di persona nel 2013 e nel 2014. Siamo sempre molto felici e molto curiosi per i suoi nuovi progetti, compresi quelli sulla pittura. Speriamo di incontrarci di persona il più presto possibile.

Valley of the Gods

Lech Majewski ha parlato del suo interesse per i miti e della sua collaborazione con i Navajo per Valley of the Gods:

Io ero molto interessato a mostrare il grande diapason dell’America. Mentre lavoravo al soggetto di Basquiat, ho incontrato molti miliardari che collezionavano arte moderna, interessandomi al potenziale che quei soldi gli potevano dare. Mi sono però accorto che erano molto limitati. Devono guardarsi le spalle, essere separati dalla vita comune e andare in giro con le guardie del corpo. Vivono in una gabbia dorata, ed è davvero incredibile quanto poca libertà abbiano.

Ho incontrato i Navajo mentre preparavo Gospel According to Harry, con Viggo Mortensen. Siamo andati alla Valle degli Dei. Loro erano molto restii a parlare con noi, ma io ero molto intrigato dal loro modo di essere. Li ho incontrati e ho stabilito un rapporto con loro, cominciando a capire qual era l’agio che loro avevano nella vita interiore rispetto alla loro povertà. C’era un vero e proprio diapason fra ricchi e poveri, ma dal punto di vista spirituale era l’esatto contrario. Ho cercato un modo per esprimere questa corrente elettrica che c’era fra loro e che mi arrivava.

Il regista si è soffermato sulla reazione dei Navajo a Valley of the Gods:

Credo che loro siano molto orgogliosi di questo film. Mi hanno detto che questo era il primo film realizzato da un uomo bianco che guardava le cose dalla loro prospettiva. Loro vedono il mondo come lo vede il film: non secondo una logica di causa-effetto, ma con un approccio poetico. A un certo punto sono stato fermato da un ragazzo Navajo, che mi ha preso per un braccio senza muoversi per due o tre minuti. Poi si è mosso e io l’ho seguito, mi ha sorriso e mi ha detto che stavano passando i mustang. Io ho visto una nuvola librarsi in cielo e ho capito che era successo veramente. Il ragazzo ha poi cominciato a creare dei circoli con del legno e della roccia. Mi ha detto che lo faceva per non fare scappare la roccia nel momento del passaggio dei mustang.

Ho iniziato ad ascoltarli e a capire come loro si interfacciano con la natura, cioè comunicando costantemente con i loro antenati. La cosa interessante è che il paese Navajo è enorme, con un’estrema povertà fisica, ma con alcune delle persone più ricche del mondo nei dintorni. È straordinario, perché si può passare un giorno con i poveri e uno con i ricchi. Ma di quali poveri e quali ricchi parliamo?

Valley of the Gods

Bérénice Marlohe ha poi raccontato il suo rapporto con Lech Majewski:

Devo stare attenta a parlare, perché lui mi vede (ride, ndr)! Per me l’arte ha un grande valore, che sia cinema, musica o pittura. In questo periodo questi film sono molto rari. Io cerco una sorta di magia. Io sono molto interessata alle questioni esistenziali e alle antiche civiltà. Quando ho letto la sceneggiatura di Valley of the Gods, ho avuto la sensazione di essere di fronte a ciò che stavo cercando. Ho intuito che Lech come regista aveva una dimensione spirituale e un’elevata comprensione delle cose. Per me è stato meraviglioso e straordinario collaborare con lui, che è un regista molto ricco e complesso.

Bérénice Marlohe si è poi soffermata sul suo personaggio di Valley of the Gods:

Mi sono preparata a quel ruolo soprattutto concentrandomi su come immaginavo che lei sarebbe stata nella vita e sul perché avrebbe fatto una cosa del genere, cioè una sorta di patto col Diavolo per salvarsi.

Valley of the Gods

Keir Dullea ha parlato dei collegamenti fra Valley of the Gods e il cinema di Stanley Kubrick, che l’ha diretto in 2001: Odissea nello spazio:

Io ho lavorato con tanti registi nella mia carriera, ma credo che Lech sia quello più vicino a Stanley Kubrick, perché lui ha una particolare attenzione al dettaglio. È stata una vera avventura, e la mia parte è stata una battaglia. Io avevo visto un film di Lech, che si chiama I colori della passione, e appena terminato ho pensato subito di voler lavorare con lui. Ha catturato la mia attenzione in maniera molto rara.

Lech Majewski ha parlato delle sue ispirazioni per Valley of the Gods:

Mi piace molto il cinema italiano, soprattutto le opere di Federico Fellini, Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni. Sono un figlio del cinema italiano, perché quando ero piccolo lo vedevo, anche se non capivo nulla. Quei film però sono rimasti con me, sono stati i miei maestri. La Valley of the Gods parla di mitologia antica, che io volevo scontrare con altro, come l’occhio di 2001: Odissea nello spazio che coglie tutto o il castello di Batman. Ci sono richiami anche a Bill Gates ed Elon Musk, dei miti di ricchezza di oggi. Dino Buzzati è il mio scrittore preferito, mentre De Chirico è il mio pittore preferito, nonché mia grande fonte di ispirazione.

Keir Dullea

Keir Dullea ha parlato della sua esperienza col cinema italiano:

Ho fatto due film Le ore nude e Il diavolo nel cervello. Ricordo che non c’era una divisione fra grandi stelle e persone meno importanti. Amavo il fatto che l’Italia lavorava solo con persone fantastiche, senza distinzione di importanza. Era diverso rispetto a Hollywood, dove c’è una sorta di gerarchia.

Lech Majewski ha concluso parlando di come ha diretto John Malkovich in Valley of the Gods:

Le persone che avevano lavorato in precedenza con lui mi avevano detto che poteva essere difficile convincerlo a fare alcune cose, per via del suo carattere molto forte. Io non ho mai avuto nemmeno un momento di difficoltà. Lui recepiva le mie indicazioni ed eseguiva. È stato incredibile. Tutti gli attori sono stati straordinari.


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Interviste

Domina: Kasia Smutniak presenta la nuova serie Sky Original

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Domina

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di presentazione di Domina, nuova serie Sky Original con protagonista Kasia Smutniak, i cui otto episodi saranno tutti disponibili a partire da venerdì 14 maggio su Sky e Now. La serie andrà inoltre in onda in prima serata su Sky Atlantic, con due episodi a settimana.

Prodotta da Sky Studios, Fifty Fathoms e Tiger Aspect Productions, con Cattleya nel ruolo di executive production service, Domina racconta per la prima volta dal punto di vista delle donne le lotte per il potere durante il principato di Gaio Ottaviano, il celebre Cesare Augusto, primo imperatore romano. Una grande coproduzione internazionale girata presso i Cinecittà Studios di Roma, sulla vertiginosa ascesa della terza moglie di Gaio Livia Drusilla, interpretata da Kasia Smutniak: la sua incredibile storia ridefinì completamente le aspirazioni che a quel tempo una donna poteva perseguire, finendo per segnare per sempre le sorti dell’Impero Romano.

A interpretarla nei primi due episodi, da giovanissima, Nadia Parkes. Accanto a Kasia Smutniak un grande cast internazionale: Matthew McNulty nei panni del futuro imperatore Gaio Ottaviano (nei primi due episodi interpretato da Tom Glynn-Carney); Claire Forlani interpreta Ottavia, sorella di Gaio; Christine Bottomley  sarà Scribonia, prima moglie di Gaio nonché acerrima nemica di Livia; Colette Dalal Tchantcho nei panni di Antigone, prima fidata ancella di Livia e poi donna libera e sua confidente; Ben Batt interpreta Agrippa, amico d’infanzia di Gaio Ottaviano, suo generale e poi console.

Insieme a loro, una star internazionale come Liam Cunningham (Il Trono di Spade) nel ruolo di Livio, padre di Livia Drusilla, e un’icona della cinematografia mondiale come Isabella Rossellini, che nella serie interpreterà Balbina, maitresse di un lupanare.

Oltre a Kasia Smutniak, alla conferenza erano presenti la regista Claire McCarthy, il Senior director Original Production Sky Italia Nils Hartmann, il creatore e sceneggiatore Simon Burke e le protagoniste Claire Forlani e Colette Dalal Tchantcho.

Domina

Nils Hartmann ha raccontato la genesi di Domina:

L’idea di fare una serie ambientata nell’antica Roma girava a Sky da un po’ di tempo. Dopo Il gladiatore e Roma, ci sembrava che potesse essere un’opportunità raccontare quel periodo. Serviva un’idea, per cui siamo andati in giro e abbiamo parlato con case di produzione diverse, lanciando degli ami per capire se c’era qualcosa là fuori. L’idea ce l’ha avuta Simon Burke, che è arrivato con una proposta molto forte, incentrata sul potere della famiglia nell’antica Roma, raccontata dal punto di vista femminile. Un’idea talmente forte e semplice che l’abbiamo subito sposata. Ci siamo appassionati e abbiamo cominciato subito a lavorare sullo sviluppo di quest’idea. Il momento in cui mi sono reso conto che avevamo qualcosa di notevole fra le mani è stata una riunione a Cinecittà, con Claire McCarthy, Simon Burke e produttori, costumisti e scenografi.

Per la prima volta, ho visto i modelli e abbiamo cominciato a vedere i costumi e mi sono reso conto che questa integrazione fra l’eccellenza italiana e un inglese trapiantato in Italia e appassionato di storia romana come Simon sarebbe stata la forza di Domina. Cito una frase di Isabella Rossellini, che in Domina interpreta la matrona Balbina: “Io qui ci manderei le scuole”, riferendosi al set. La ricostruzione artistica e storica che è stata fatta è fondamentale, come lo è il racconto di una serie che ti cattura dal primo episodio. Nella stessa riunione, Claire e il direttore della fotografia Denson Baker ci hanno regalato una visione di luce che sposava la scenografia e i costumi, così è venuto fuori un progetto unico, che è giusto che sia nato in Italia e che abbia avuto questa integrazione internazionale.

Domina

Kasia Smutniak ha poi parlato del suo approccio a Livia Drusilla:

L’aspetto che mi ha affascinata di più è che era un progetto costruito intorno a una figura storica di una donna fondamentale per la sua epoca, ma poco raccontata e conosciuta. Poter raccontare in questo momento la sua storia mi è sembrato importante, perché abbiamo bisogno di storie di questo tipo. Abbiamo bisogno di racconti su donne forti ma anche fragili, con i loro percorsi, soprattutto di donne che hanno avuto un grande impatto. Domina mira a raccontare questa epoca dal punto di vista femminile, cosa assolutamente inedita, ed è un progetto che cerca di raccontare la verità dei fatti.

Ho partecipato a tanti biopic, ma spesso si romanza, per rendere la storia più fluida e accattivante. In questo caso invece Simon ha avuto la difficoltà di tagliare fuori alcuni fatti, perché non avevamo il tempo di raccontarli tutti. Ciò che raccontiamo è vero, con la sola eccezione di alcuni personaggi che non sono esistiti. In più è stato fondamentale girarlo a Roma, città dove vivo da parecchi anni. Chi è venuto ha respirato quell’atmosfera, quella luce e quell’energia, che ci sono ancora.

Claire McCarthy ha fatto un accenno alla sua metodologia di lavoro su Domina:

Credo che ci sia una linea sottile fra la ricostruzione storica e la rappresentazione drammatica. Abbiamo lavorato molto bene per trovare i materiali e le prove storiche e nel porci interrogativi, in modo da rendere tutto questo rilevante per il pubblico di oggi.

Domina

Simon Burke ha parlato del suo interesse per il personaggio di Livia Drusilla:

È stata la prima persona in cui mi sono imbattuto quando abbiamo cominciato a cercare una donna che avesse potere in quell’epoca. Pensavo che le donne non avessero potere nell’antica Roma, sapevo che non avevano la possibilità di votare o entrare nel Senato. Quando ho scoperto la storia di Livia Drusilla, ho capito che riusciva a esercitare il potere attraverso suo marito e suo figlio e ho scoperto anche che era la più bella ragazza di Roma, proveniente da una famiglia di noti repubblicani e diventata poi la moglie di un tiranno.

Mi sono quindi interessato al suo percorso e al personaggio che ci stava dietro. Gradualmente, abbiamo poi cominciato a sviluppare le due teorie del complotto al centro di Domina: la prima è che Livia sia il genio politico alla base dell’ascesa di Augusto, la seconda che non l’ha fatto per se stessa, ma per ripristinare la repubblica.

Claire Forlani si è poi espressa sul suo personaggio in Domina, Ottavia:

Ottavia è una donna ricca di grazia, molto moderata. Studiando il suo personaggio, ci si rende conto che non proviene da una famiglia nota e che lei e suo fratello sono usciti dal nulla, arrivando però al vertice. Ottavia era determinata ad arrivare in cima e a restarci. Abbiamo quindi compreso la sua forza e il prezzo che doveva pagare per rimanere al vertice. C’erano tante caratteristiche diverse da tratteggiare e come attrice mi è piaciuto molto.

Colette Dalal Tchantcho ha fatto una riflessione sul rapporto fra la sua Antigone e Livia:

Quando ho letto la sceneggiatura, ho capito che Antigone si prende cura della casa e di tutte le questioni pratiche, mentre Livia si occupa della politica e del rapporto con gli uomini. Insieme coprivano ogni aspetto, la percezione era che avessero gli occhi praticamente ovunque. Ci sono diverse scene in cui discutono su quello che hanno scoperto, e tante volte ci sono informazioni o dettagli che passano dall’una all’altra. Ci sono situazioni in cui si salvano reciprocamente, ed è per questo che sono un vero dream team.

Kasia Smutniak ha poi parlato dell’importanza della protagonista di Domina, Livia:

Domina è arrivato al momento giusto per me. Credo che ogni donna quando cresce si guarda indietro, rendendosi conto del percorso che ha intrapreso e della fatica che ha fatto per arrivare dov’è. Quando parlo di fatica, intendo la difficoltà di rimanere se stessa e mantenere le proprie libertà. Serve un po’ di maturità per raccontare questo personaggio, questa storia e queste donne, perché non è la storia di Livia, ma il racconto delle donne di quell’epoca. Domina è importante oggi, perché quando parliamo dei diritti delle donne, come il voto, dobbiamo ricordarci che in tante parti del mondo sono ancora negati. Duemila anni fa, certi passaggi sono stati fatti da donne come Livia Drusilla, che poi sono state cancellate.

Lei è stata forse la prima vera femminista, ha creato leggi per le donne, come quella che sanciva la possibilità per loro di ereditare proprietà, cosa che prima era negata. Le donne erano usate come oggetti di riproduzione, quando divorziavano perdevano tutto, compresi i figli. Le nostre protagoniste sono sempre incinte. Penso che quando le donne guarderanno Domina, riconosceranno tantissime cose, perché raccontiamo aspetti molto intimi. Simon ha avuto una grandissima sensibilità di scrittura e Claire è riuscita a focalizzarsi su aspetti che forse interessavano anche lei a livello personale, fondamentali per la società di oggi. Sapere che 2000 anni fa abbiamo fatto dei passi avanti, che poi sono stati cancellati per tornare indietro, è un campanello d’allarme per capire che quello che stiamo facendo oggi, se non coltivato, può essere cancellato allo stesso modo.

Domina

Simon Burke ha poi fatto una riflessione sul pubblico potenziale di Domina:

Io credo che il pubblico di Domina possa essere chiunque. Anche se la storia è raccontata da un punto di vista femminile, è un racconto in cui c’è sangue, violenza, sesso, epica, che può riverberare sul presente perché spiega come si è diffusa la democrazia. È stato un processo lento, orchestrato con grande intelligenza. Usciamo dalla presidenza di Trump, c’è da poco stata la Brexit. Queste corrispondenze mi hanno dato i brividi, perché se guardiamo a quello che è successo negli Stati Uniti ci accorgiamo di come i repubblicani stessero cercando di distruggere la democrazia dal suo interno, che è esattamente ciò che Livia e Augusto fanno in questa storia.

Sono molto intelligenti nel farlo, molto astuti, le persone notano a malapena le loro mosse. Prima che loro se ne accorgano, tutto è sparito. Quello che abbiamo oggi è molto prezioso e non possiamo darlo per scontato, dobbiamo proteggerlo.

Questa la riflessione di Kasia Smutniak sul potere per le donne

In Domina, Livia ha bisogno del potere per sopravvivere. Questo mi ha fatto ragionare, perché quando pensiamo alle donne al potere, forse anche in quel caso ha più a che fare con la sopravvivenza. La libertà di scegliere per se stesse è già potere. Oggi non mi viene in mente una donna simile a Livia, perché stiamo parlando di una donna che per disperazione ha dovuto fare un percorso molto violento, rinunciando a tutto, compresi i propri figli. Oggi ci sono delle figure forti, dei punti di riferimento, ma non vedo un personaggio come Livia.

Anche Claire Forlani ha ragionato sulla rappresentazione del potere in Domina:

Ogni donna nel contesto contemporaneo deve lottare con un senso di disagio. Domina è molto simbolico, perché poche donne possono permettersi di esprimersi pienamente. Non c’è una figura particolare, ma un discorso generale che riguarda le donne, che possiamo alimentare.

Questo invece il pensiero in proposito di Simon Burke:

In quei tempi il potere veniva abusato, tanto quanto usato. Quando perdevi il potere venivi ucciso, era una questione di vita o di morte. All’epoca rischiavi non soltanto la tua vita, ma anche quella dei tuoi cari, che venivano massacrati quando c’erano dei cambiamenti. La posta in palio era nettamente più alta. Quando ha un potere assoluto, l’umanità non lo usa mai bene.

Kasia Smutniak ha infine approfondito il messaggio e i temi di Domina:

Quell’epoca ci sembra folle, molto lontana. La cosa più accattivante sembra la sfarzosità. Conosciamo quell’epoca perché è stata raccontata molto al cinema. La figura femminile più conosciuta è Cleopatra, perché è diventata una sorta di icona pop, in quanto protagonista di tanti film. Di Livia si sa poco o nulla, perché è stata cancellata dalla sua epoca. L’intento di Domina è riportare alla luce il mito di Livia. Credo che sia importante, perché gli storici antichi erano tutti uomini, quindi il punto di vista era sempre maschile. In Domina non vediamo molto la sfarzosità, anche perché racconta l’epoca prima del Colosseo e di tante altre cose. È molto violenta, molto crudele. Chi pensa di sapere tutto su quell’epoca, attraverso questa serie può imparare qualcosa di molto più veritiero.

Per poter interpretare Livia, prima ho dovuto capirla. Le decisioni che prende, soprattutto a proposito dei suoi figli, per una madre oggi sono molto difficili da capire. Noi raccontiamo Livia nel suo intimo, nei suoi momenti più difficili, come la rinuncia ai figli. Lei era consapevole di avere un ruolo specifico, che era fare tornare al potere la repubblica. Aveva dei principi, a cui è rimasta coerente per tutta la vita. Le scene dei parti sono state quelle più emotivamente difficili. Domina è anche una storia d’amore, che indubbiamente era conveniente per entrambi, ma era anche alimentata da una grandissima passione. Il matrimonio è durato 51 anni, fino alla morte di Augusto, ed è stata una storia bellissima da raccontare.

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