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Interviste

Zero: Antonio Dikele Distefano e il cast presentano la nuova serie Netflix

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Abbiamo avuto l’opportunità di assistere alla conferenza stampa di presentazione di Zero, nuova serie originale italiana Netflix nata da un’idea di Antonio Dikele Distefano e prodotta da Fabula Pictures con la partecipazione di Red Joint Film, che sarà disponibile su Netflix, in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo, a partire dal 21 aprile.

Il cast è composto da giovani talenti italiani, di prima e seconda generazione: Giuseppe Dave Seke (Zero/Omar), Haroun Fall (Sharif), Beatrice Grannò (Anna), Richard Dylan Magon (Momo), Daniela Scattolin (Sara), Madior Fall (Inno), Virginia Diop (Awa), Alex Van Damme (Thierno), Frank Crudele (Sandokan), Giordano de Plano (Ricci), Ashai Lombardo Arop (Marieme), Roberta Mattei (La Vergine), Miguel Gobbo Diaz (Rico) e Livio Kone (Honey).

Antonio Dikele Distefano, stella nascente nel panorama editoriale italiano, ha scritto la serie, creata da Menotti, insieme a Stefano Voltaggio (anche Creative Executive Producer) Massimo Vavassori, Lisandro Monaco e Carolina Cavalli dando forma a una originale e unica esplorazione di Milano e raccontando un mondo ricco e variegato di culture sottorappresentate, a cui si aggiungeranno significativi contributi presi dalla scena rap.

Zero è diretta da Paola Randi, Ivan Silvestrini, Margherita Ferri e Mohamed Hossameldin. In particolare Paola Randi ha diretto il primo e terzo episodio, Mohamed Hossameldin il secondo, Margherita Ferri il quarto e quinto episodio, mentre Ivan Silvestrini il sesto, settimo e ottavo episodio. La serie è liberamente ispirata al romanzo Non ho mai avuto la mia età di Antonio Dikele Distefano, edito da Mondadori.

Questa la sinossi di Zero:

Zero racconta la storia di un timido ragazzo con uno straordinario superpotere, diventare invisibile. Non un supereroe, ma un eroe moderno che impara a conoscere i suoi poteri quando il Barrio, il quartiere della periferia milanese da dove voleva scappare, si trova in pericolo. Zero dovrà indossare gli scomodi panni di eroe, suo malgrado e, nella sua avventura, scoprirà l’amicizia di Sharif, Inno, Momo e Sara, e forse anche l’amore.

Zero

FRANCESCO BERARDINELLI/NETFLIX © 2021

Antonio Dikele Distefano ha parlato della genesi del progetto Zero:

Si diceva sempre che non esistono attori neri italiani, come non esistono registi neri. Tutti pensavano che fosse quasi impossibile. Invece esistono e bisogna coinvolgerli. L’errore che non bisogna fare è pensare che questa serie parli di tutti i ragazzi italiani. Parla di valori e sentimenti, che sono validi a prescindere dal colore. Quando il colore della pelle non sarà più al centro del dibattito, quando sarà normale vedere serie italiane con persone di altre origini, allora finalmente quella sarà la normalità. Io penso che la lotta sia legata alla normalità. Se in futuro ci saranno più persone nere che lavoreranno per esempio in Rai, sarà più facile poter cambiare anche il linguaggio.

Questo il pensiero del protagonista di Zero Giuseppe Dave Seke:

Molte volte ci si trova in una situazione tale da non riuscire ad accorgerci chi siamo veramente, delle qualità che abbiamo e delle cose che potremmo esprimere. Tante volte ci mettiamo dei paletti che ci intrappolano in queste situazioni dove non riusciamo ad esprimerci. Un po’ a tutti capita di vivere nell’idea di non riuscire a fare una cosa, poi improvvisamente ce la fai, come succede a Omar. Questa serie è la prima serie, ma anche la prima mia esperienza attoriale in generale. All’inizio pensavo di non essere all’altezza, di non riuscire a lavorare in una produzione Netflix, poi mi sono reso conto che si può fare, bastava solo credere di più in se stessi.

La prima cosa che farei se fossi invisibile sarebbe trovare un po’ di tempo per me. Sicuramente mi sono sentito invisibile nel periodo adolescenziale, perché magari non riuscivo a esprimermi, non riuscivo a capire quello che volevo fare. Il fatto di non essere capito mi faceva sentire davvero invisibile. Credo che sia una condizione che tutti noi abbiamo vissuto: il momento in cui non riusciamo a capire e a essere capiti.

Cr. FRANCESCO BERARDINELLI/NETFLIX © 2021

Antonio Dikele Distefano ha continuato parlando delle ispirazioni per Zero e delle possibili conseguenze di questo progetto:

Io sono amante degli anime giapponesi e amo tantissimo i manga. Ho cominciato all’idea di avere un supereroe nero italiano, ma l’invisibilità era una metafora, ispirata al film Ferro 3. Ho messo insieme tutte queste influenze. L’idea del rider arriva prima del lockdown, perché volevamo cercare qualcosa che raccontasse la realtà di tutti i giorni. A Milano ci sono tantissimi rider, soprattutto neri. Il lockdown ci ha dato molto più tempo per conoscerci, siamo diventati molto amici, anche sul set. Siamo riusciti a correggere anche alcune cose.

Mio padre è arrivato in Italia negli anni ’80. Io sono nato nel 1992. Ancora oggi mi chiamano nuovo italiano, ma io ho 28 anni. Ancora oggi si dice spesso “non siamo ancora pronti”, ma è perché non si vuole un cambiamento. Le cose che si cambiano soprattutto attraverso il business. In One Night in Miami c’è un discorso interessante di Sam Cook in proposito. Se dovessimo avere un grande successo, su Netflix in 190 paesi, costringeremmo il sistema a guardare a questo mondo. Zero potrebbe essere l’inizio di un processo, di un cambiamento.

Le prime volte, quando stavamo scrivendo Zero, mi sono reso conto che ero l’unico nero a vivere in un palazzo benestante. Poi un poco alla volta, il barista ha iniziato a darmi confidenza, il gestore della ferramenta ha cominciato a salutarmi. È questo che dobbiamo fare, inserire più persone possibile in modo da renderlo normale. Il vicino di casa non mi chiamerà mai “negro”, mi chiama Antonio.

Sulla stessa lunghezza d’onda Giuseppe Dave Seke:

Penso che Zero sia una grande opportunità per tutte le nuove generazioni. In Zero raccontiamo una storia, ma può fare sfondare una porta per raccontare altre storie come quelle, che oggi in Italia non vengono mai raccontate. Credo che il mondo stia andando molto veloce, anche grazie al web. Da 10 anni a questa parte, ci sono stati grandissimi cambiamenti, per loro è normale avere un gruppo di amici mix. Tante cose non si possono fermare. Oggi c’è Zero, ma se non ci fosse stato Zero ci sarebbe stato qualcos’altro.

Per me partecipare a Zero è stata una favola. Un mio amico mi ha girato un post di Antonio in cui si cercavano attori di colore, con o senza esperienza, per una serie Netflix. Io all’inizio ero un po’ scettico, pensavo di fare perdere tempo alle persone anche solo per un provino. Poi ho inviato un video di presentazione e il giorno del mio compleanno mi è arrivata una mail in cui mi chiedevano di andare a fare un provino a Milano.

Me la sono vissuta con leggerezza, con la voglia di mettersi in gioco ma senza ansia. Questo spirito forse è stata la chiave che mi ha permesso di inserirmi nel cast. Quando mi hanno proposto il ruolo di Zero, ho avuto 30 secondi di felicità, seguiti da 12 ore di paura di non farcela. Lavorare per Zero è stato incredibile, la forza che ho potuto trovare in questo cast è stata fantastica. Ognuno dei miei colleghi mi ha dato qualcosa. Eravamo carichi ogni giorno e ci caricavamo a vicenda.

Questo il pensiero di Beatrice Grannò, che in Zero interpreta Anna:

Zero è già nel futuro, perché mette al centro temi comuni come l’amicizia, l’amore. Racconta la comunità e il senso di appartenenza, e di come il supporto tra amici possa fare la differenza. Il mondo comincia a prendersi cura di te se tu ti prendi cura di lui, questo credo che sia la frase chiave di Zero e il suo messaggio più importante.

Richard Dylan Magon ha parlato di come è stato selezionato per Zero:

Anch’io ho scoperto dei provini attraverso il post di Antonio. Faccio musica da sempre, ma il cinema è sempre stato una grande passione. Avevo il desiderio di poter fare qualcosa del genere, di un progetto così significativo per il nostro Paese. Spero che al pubblico arrivi la forza del gruppo.

Esperienza simile per Daniela Scattolin, che interpreta Sara

Penso che questo sia uno dei progetti che ho desiderato di più. Dopo aver visto il post di Antonio, pensavo solo a Zero. Ero fuori dall’età richiesta di qualche mese, ma l’ho voluto fortemente e mi ha cambiato la vita. Per me Zero rappresenta il volerci essere a tutti i costi. Un progetto così importante in Italia non ci sarà mai più, per cui volevo esserci a tutti i costi.

Anche Haroun Fall (Sharif) ha raccontato la propria esperienza:

Prima di arrivare a Zero avevo già lavorato come attore, ma avevo difficoltà a trovare ruoli. Ero tra i pochissimi attori di seconda generazione ammessi al Centro Sperimentale di Cinematografia, mi rendevo conto di essere un caso anomalo. Quando ho saputo dei provini, ero in tournée con uno spettacolo di teatro sociale, simile per sensibilità alla serie. Zero è stato il primo progetto in cui è stato descritto un contesto normale con protagonisti dei personaggi di seconda generazione.

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Interviste

Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Naufragi

Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

Naufragi

Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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Interviste

Generazione 56K: il cast racconta la nuova serie Netflix

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Generazione 56K

È disponibile dall’1 luglio su Netflix Generazione 56K, nuova serie italiana della piattaforma prodotta da Cattleya e realizzata in collaborazione con The Jackal. La serie racconta i ragazzi degli anni Novanta, che hanno vissuto l’arrivo di internet come una vera e propria rivoluzione, mentre ancora si destreggiavano tra floppy disk, videocassette e walkman, masticando chewingum sullo sfondo delle musiche degli 883 e dell’inconfondibile suono del modem 56K. Oggi sono cresciuti e si sono adattati ad un mondo iper tecnologico, rendendo gli smartphone e le app parte integrante della loro vita: alleati insostituibili sul lavoro, nel tempo libero e negli incontri sentimentali.

Abbiamo avuto l’opportunità di partecipare all’incontro di presentazione con il cast, che ha visto la presenza dell’ideatore, sceneggiatore e regista Francesco Ebbasta, del regista Alessio Maria Federici, di Francesca Longardi di Cattleya, dello sceneggiatore Davide Orsini e degli interpreti Angelo Spagnoletti, Cristina Cappelli, Claudia Tranchese, Gianluca Fru e Fabio Balsamo.

Questa la sinossi ufficiale di Generazione 56K:

Al centro della storia Daniel e Matilda, che si conoscono da giovanissimi e s’innamorano da adulti, e che, insieme agli amici di sempre, Luca e Sandro, sono il simbolo della Generazione del Modem 56K. Daniel e Matilda vivono una relazione che rivoluzionerà il loro mondo e li costringerà a fare i conti con il passato e quella parte più pura e vera di se stessi che, in modi opposti, hanno dimenticato.

Tutti gli episodi della serie intrecciano  costantemente due linee temporali, due punti di vista, due fasi della stessa storia d’amore e di amicizia che parte nel 1998 e continua fino ai giorni nostri.

Francesco Ebbasta, da dove nasce Generazione 56K?

Generazione 56K nasce d’estate, quando durante un matrimonio un amico mi ha raccontato di essere profondamente innamorato di sua moglie e felice del loro rapporto, ma di avere anche il dubbio che, essendo nati entrambi nello stesso paesino, non abbia mai incontrato la sua vera anima gemella. L’idea di poter desiderare qualcos’altro, anche se non lo desiderava, mi ha dato l’idea per questo racconto, che parla proprio della generazione a cavallo di prima e dopo internet, con un piede dentro e uno fuori dalla tecnologia. Internet ha stravolto la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro lavoro, dandoci infinite possibilità fra cui scegliere. In questo momento siamo qui, ma potremmo essere altrove. La cosiddetta FOMO, cioè la fobia di perdersi qualcosa, ci ha tolto la possibilità di scegliere di dedicarci a ciò che veramente ci piace.

Generazione 56K parla proprio di questo. In bilico fra il presente e il passato, che è ambientato a Procida, una piccola isola, i protagonisti cercano di ritrovare qualcosa di semplice e genuino, come il primo bacio che davamo da piccoli, per scoprire in mezzo a tante possibilità quello che ci fa stare bene.

Davide Orsini, come si colloca il doppio punto di vista maschile e femminile in Generazione 56K?

Quando ci siamo incontrati con Francesco abbiamo parlato di questi spunti e della difficoltà di capire cosa vogliamo. Siamo partiti da questo personaggio che aveva mille possibilità intorno ma cercava l’amore. Abbiamo pensato che i desideri si potessero raccontare con una storia d’amore, mettendolo sulla strada di Matilda, che a differenza di Daniel invece crede di aver capito cosa desidera, ma l’incontro con una persona del passato mette in discussione tutto quanto. Le persone che si amano sono protagoniste e antagoniste di una storia, a seconda del punto di vista con cui la guardiamo. Ci piaceva quindi l’idea di ribaltare continuamente la prospettiva, esplorare Matilda e conoscere il suo mondo, per poi vedere come si incrocia con quello di Daniel.

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Alessio Maria Federici, ci parli dei due archi temporali che si incrociano?

Generazione 56K è un tuffo nel passato, fra i sogni dei bambini. Il mondo che raccontiamo, quello dei modem e degli 883, li ho vissuti da adolescente. Abbiamo distinto gli archi temporali anche dal punto di vista tecnico: quando raccontavamo i piccoli, la macchina da presa stava sempre ad altezza di bambino, mentre con gli adulti ci siamo appoggiati sul contesto di Napoli e Procida, che è stato determinante per il racconto.

Angelo Spagnoletti, come si coniugano la malinconia e la modernità di Daniel?

È stato interessante trovare il punto di unione fra questi due tempi. Io l’ho sentito proprio mio, della mia generazione. Affrontare le relazioni e l’amore attraverso una dimensione molto spettacolare e social è il conflitto di Daniel, che riscopre armi come darsi tempo o vivere le cose da un punto di vista più interiore che esteriore. È stato un bel viaggio.

Cristina Cappelli, come hai costruito la tua Matilda?

Matilda è affascinante perché è piena di conflitti, che sono dettati anche da un passato molto pressante che si porta dietro. Lei ha un’evoluzione nell’arco della storia molto evidente. Da ragazzina è una impulsiva, che rischia e non ha paura. La sua esperienza familiare però la segna, e quando diventa grande Matilda pensa di sapere ciò che vuole, dove deve andare e cosa è giusto fare. L’incontro con Daniel stravolge il suo percorso, deve ritornare a essere quella ragazzina coraggiosa e spontanea che era.

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Gianluca Fru, Luca è un po’ il mediatore del gruppo. Come ti sei calato nel personaggio?

Nonostante i suoi 30 anni e passa, Luca mantiene la stessa mancanza di filtro che aveva da bambino. È l’unico dei tre che non è del tutto cresciuto, infatti non riesce a nascondere quando qualcosa non gli piace o qualcuno gli sta antipatico. Vive la difficoltà nei rapporti sociali, che lo porta a isolarsi in altri mondi, come l’isola, il suo ristrettissimo gruppo di amici o i videogiochi. È uno che tiene a bada le emozioni e tende a proteggersi tanto dal mondo esterno.

Fabio Balsamo, ci parli del tuo personaggio in Generazione 56K?

Il mio personaggio è l’unico del gruppo che ha trovato una propria stabilità, per questo è quello strano. Io rappresento la controparte rispetto alla linea narrativa centrale, che sovverte chi ha valori prestabiliti. Sono la parentesi più bagnata dai valori del passato.

Generazione 56K

Cr. MARGHERITA PANIZON/NETFLIX © 2021

Claudia Tranchese, come ti sei calata nel personaggio di Ines, la spalla di Matilda in Generazione 56K?

La prima volta che ho letto la sceneggiatura, mi ha subito colpita il senso di protezione che sviluppa verso la sua amica, che può nascere solo da un sentimento reale e puro come l’amicizia. Il fatto che questo sentimento sia così evidente già da bambine è come se fosse una garanzia. È come se Ines fosse sempre un passo avanti a Matilda, con il primo bacio, con la famiglia e con le responsabilità. Allo stesso tempo però mi è piaciuto pensare che sotto questo aspetto molto sicuro ci sia una sorta di ammirazione per l’istintività di Matilda.

Francesca Longardi, perché avete puntato sulla commedia romantica?

Tutto parte sicuramente dal rapporto coi The Jackal e con Francesco Ebbasta. Quando Francesco ci ha raccontato la sua idea, l’abbiamo trovata irresistibile. Il suo era un punto di vista originalissimo per raccontare i millenial, e tutto è venuto molto naturalmente, con due meravigliosi protagonisti e due diverse linee temporali. Abbiamo trovato originale il fatto di raccontare gli anni ’90 da un punto di vista molto nostalgico, ispirandosi anche a Massimo Troisi e a Il postino. Abbiamo parlato con Netflix, che ha condiviso questo spunto, con l’intento di raccontare sopratutto i trentenni e le cose buone e meno buone della tecnologia.

Generazione 56K

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Francesco Ebbasta, da dove nasce l’idea di ambientare Generazione 56K a Procida?

La scelta di Procida nasce dal fatto che l’idea originaria inizialmente era quella di raccontare la vita di un paese. Io vengo da un piccolo paesino in periferia, e cercavamo una location che potesse rendere l’idea di una piccola comunità chiusa ma allo stesso tempo vicina a una grande città, in questo caso Napoli. Cercare un paese del genere che sia fedele all’estetica anni ’90 anche dal punto di vista scenografico è stato difficile. Abbiamo pensato a Procida perché è un paese da cui si può vedere Napoli e da cui si può arrivare a Napoli, che per i bambini rappresenta però anche un altro mondo.

Procida è rimasta sostanzialmente intatta rispetto agli anni ’90. Il postino è una sorta di elemento magico che ci ha accompagnato durante le riprese, al punto che il nostro direttore della fotografia Francesco Di Giacomo è il figlio del direttore della fotografia de Il postino Franco Di Giacomo. Era inevitabile cadere in questo modo nostalgico quando ci siamo trovati a costruire la piazza del paese proprio dove era l’ufficio postale di Massimo Troisi. Tutto ci riportava a quelle atmosfere. Ho sempre cercato di conservare un’atmosfera da commedia italiana agrodolce classica, nonostante ci siano personaggi moderni. Per quanto riguarda invece Napoli, abbiamo scelto di non mostrare gli aspetti da cartolina, ma di raccontare quella che è diventata una città moderna, nonostante quello che si dice in giro.

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Francesco Ebbasta, il finale della prima stagione apre a un possibile sviluppo. C’è l’idea di proseguire Generazione 56K?

Credo che nessuna storia sia autoconclusiva, nel senso che quando ci sono la volontà e la squadra per andare avanti si può sempre proseguire. Alla storia di Daniel e Matilda fanno da sfondo quelle di tutti gli altri personaggi, per cui la potenzialità di racconto è infinita.

Claudia Tranchese, per Ines hai attinto da esperienze personali?

Ci sono degli aspetti di Ines molto simili a me, soprattutto nel senso di protezione e difesa verso chi c’è intorno, che porta anche a spostare l’asse, dedicandosi più a chi c’è intorno che a se stessi. I suoi toni invece sono molto diversi da me, il suo registro mi ha fatto conoscere cose di me che non conoscevo, Ho cercato di miscelare qualcosa di reale con qualcosa di immaginario. Penso che sia stato un lavoro molto bello, il legame fra me e Cristina nella realtà ci ha aiutate molto anche sul set.

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Francesco Ebbasta, ci parli della fotografia di Generazione 56K?

Abbiamo scelto una palette pastello per raccontare i protagonisti da bambini, mentre per il presente ci siamo diretti su una palette più pesante, fatta di marroni e bordeaux, perché da adulti siamo tutti un po’ più pesanti e incasinati. I due racconti vanno avanti in contemporanea, come se si parlassero.

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Francesco Ebbasta, ci parli delle scelte per la colonna sonora di Generazione 56K?

La colonna sonora è di Michele Braga, che ringrazio. È stata ricostruita per creare il modo nostalgico che avevamo in mente. infatti la maggior parte dei brani sono degli anni ’50 e danno una sensazione di antico che arricchisce il racconto. Tutti i premontati della serie sono stati fatti utilizzando la colonna sonora de Il postino, per cogliere quel mood essenziale che c’era. Per quanto riguarda Max Pezzali, è uno dei pochi elementi autentici degli anni ’90. Faceva parte del nostro immaginario, pensando agli 883 non puoi pensare agli anni ’90. Unendo questi elementi, abbiamo provato a rielaborare una struttura che ragionasse sul ricordo.

Cristina, come avete lavorato sulla vostra chimica con Angelo?

Devo dire che la nostra chimica è stata istantanea, fin dai provini. Ci siamo trovati molto bene a lavorare insieme e ci siamo divertiti fin fa subito. Si è creato un bel rapporto di fiducia e stima fra di noi, per cui ci affidavamo all’altro, ci davamo consigli e ci sostenevamo.

Generazione 56K

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Interviste

The Unhealer: intervista a Martin Guigui, Massimo Zeri e Shawn Harris

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The Unhealer - Il Potere Del Male

Grazie a BlueSwan, abbiamo avuto la possibilità di intervistare alcuni elementi del cast tecnico di The Unhealer – Il Potere Del Male, thriller/horror statunitense che sarà distribuito in home video e nei digital store a partire dal 14 luglio. Il racconto ha per protagonista un ragazzo vittima di bullismo (Elijah Nelson), che vive solo con la madre in condizioni precarie, apparentemente senza via d’uscita da una vita di stenti. A seguito dell’ennesimo pestaggio, Kelly sembra non riuscire a recuperare. Con le migliori intenzioni, la madre decide di farlo curare da uno sciamano che, inavvertitamente, trasmette il suo potere al ragazzo. Da questo momento chiunque lo tocchi proverà egli stesso il dolore che sta infliggendo, così come qualsiasi altra sensazione il ragazzo decida di procurarsi e trasmettere a suo piacimento. Ha così inizio la vendetta del protagonista contro chi l’ha tormentato.

Abbiamo incontrato il regista di The Unhealer – Il Potere Del Male Martin Guigui, il produttore e sceneggiatore Shawn Harris e il direttore della fotografia Massimo Zeri.

Shawn Harris ci parla della genesi di The Unhealer – Il Potere Del Male:

L’idea di The Unhealer arriva da due differenti articoli, il primo su un caso di picacismo, l’altro su una ragazza che non poteva provare dolore. La commistione delle due cose mi ha portato a pensare a cosa potrebbe succedere a un giovane affetto da entrambe le problematiche.

Harris e Guigui ci raccontano il loro approccio a uno dei temi di The Unhealer, cioè le tradizioni dei nativi americani:

Shawn Harris:

Quando abbiamo iniziato ad approcciare il tema, abbiamo coinvolto Adam Beach, che è un attore che conosciamo molto bene e con cui abbiamo sempre voluto lavorare. Lui ci ha dato una serie di indicazioni e ci ha aiutato nel processo.

Martin Guigui:

Lo stato dell’Arizona è intrinsecamente legato alla storia dei nativi americani, per cui per me era importante garantire il realismo, anche utilizzando location del calibro di Apache Junction, in grado di dare un’immagine coerente della cultura dei nativi americani.

Qualche parola sul personaggio di Lance Henriksen:

Massimo Zeri:

Quando ho letto la sceneggiatura non conoscevamo ancora il cast. Quando abbiamo saputo dell’ingaggio di Lance Henriksen siamo stati tutti contenti, perché è un attore di straordinario talento e soprattutto di grande umanità, capace di adattarsi a qualsiasi ruolo. Non era un ruolo facile, perché c’era una combinazione di umorismo e serietà. Lui l’ha portato avanti con grande serietà. Abbiamo parlato moltissimo di alcune inquadrature, perché è una persona che si interessa anche all’aspetto tecnico. L’ho anche accompagnato all’aeroporto, così ne ho approfittato per prendere un caffè insieme a lui.

Martin Guigui:

Quando vengono coinvolti degli interpreti che si relazionano con la sceneggiatura e capiscono immediatamente il personaggio che devono interpretare gli viene data totale libertà, invitandoli anche a portare la loro esperienza all’interno della performance. C’è un parallelo fra l’idea della guarigione e la risata, che è anche un po’ la chiave di lettura del personaggio, nonostante The Unhealer vada poi in un’altra direzione.

Shawn Harris:

Non è stato cambiato nulla della sceneggiatura, ma quando è arrivato Lance ha dato molti suggerimenti, anche durante la colazione prima di andare sul set. La scena del confronto con Branscombe Richmond è stata in parte improvvisata, e sono stato felice di vedere un attore fare un lavoro migliore di quello che io ho fatto sulla sceneggiatura.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Gli effetti speciali sono fra i maggiori pregi di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Massimo Zeri:

Quando si cerca di realizzare gli effetti visuali dal vivo, senza l’intervento della CGI, l’effetto è più immediato e dà più carattere alla storia. Oggi la CGI fa miracoli, ma fare le cose in maniera più diretta rimane sempre più cinematografica, anche perché con gli effetti digitali è necessario fare poi combaciare diverse cose durante la correzione del colore, come per esempio le scene con green screen. La scena dell’esplosione, che si vede nel trailer, l’abbiamo fatta dal vivo, poi ovviamente abbiamo aggiunto alcune scene in CGI.

Shawn Harris:

Volevamo dare a The Unhealer un feeling anni ’80, per cui ci siamo concentrati più su effetti pratici, ricorrendo il meno possibile alla CGI.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Un doveroso accenno al bullismo, tematica portante di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Shawn Harris:

Fra i nostri riferimenti, ci sono sicuramente Carrie, Christine e Stephen King in generale, soprattutto in relazione a un potere che finisce per non essere controllato. Io e il co-sceneggiatore Kevin E. Moore siamo stati molto attratti dal fatto che questo fosse un potere atipico e richiedesse una certa intelligenza per essere utilizzato, soprattutto nel terzo atto, dove bisognava fare leva sulle debolezze delle altre persone.

Martin Guigui:

Il tema del bullismo è quello che mi ha maggiormente avvicinato a The Unhealer, perché è una cosa che ho sempre disprezzato fin da piccolo. Ho pensato che l’idea di avere un potere al contrario fosse assolutamente interessante e brillante, perché in quel modo si potevano sviluppare le caratteristiche più horror e violente del film. Volevamo dare al film una collocazione fuori dal tempo, e questo è stato reso possibile dal realismo. Questo tratto dal film fa in modo che non sia facilmente identificabile: c’è l’horror, il soprannaturale, ma anche una componente d’amore.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Massimo Zeri ci racconta il suo lavoro sulla fotografia di The Unhealer – Il Potere Del Male:

Conosco Martin Guigui dal 1997, ho avuto la fortuna di fare il suo primo film, che era ambientato in Vermont, dove lui risiedeva. La nostra conoscenza è stata una coincidenza fortuita, dal momento che il suo direttore della fotografia doveva essere Franco Di Giacomo, che aveva fatto Il postino. Quando ho visto Franco Di Giacomo sull’Hollywood Reporter, essendo stato uno dei miei insegnanti alla scuola di cinema a Roma l’ho chiamato e ha risposto Martin, e da lì siamo entrati in contatto e ho finito per fare io il film. Quando mi ha proposto The Unhealer, gli ho detto che ho fatto pochi film di questo genere, invece mi sono divertito moltissimo.

Come dice il maestro Vittorio Storaro, l’emozione viene dai colori. Il colore blu dà una sensazione, il rosso ne dà un’altra. In certe scene ho usato un filtro che si chiama straw, un colore leggermente giallino che a volte fa spaventare le attrici, ma che ha dato un feeling di dolcezza e repulsione. Con l’avvento del digitale, si tende a non mettere più filtri sulle cineprese e a correggere tutto durante la color correction. Sono cresciuto con la pellicola, ma il digitale ha cambiato tutto all’improvviso. La sua sofisticazione ci ha portato a insistere molto sul timing, soprattutto quando ci sono effetti speciali. Ho fatto 6-7 sessioni di color correction, prima senza gli effetti speciali, che erano in laboratorio nell’Europa dell’Est, poi sulla copia finale, che ho revisionato di nuovo col tecnico.

The Unhealer - Il Potere Del Male

Come accennavamo poc’anzi, sono molti i punti di contatto fra The Unhealer e Stephen King. Ecco cosa ne pensa Martin Guigui:

Ho incontrato Stephen King quando stava lavorando a Misery non deve morire di Rob Reiner, ho avuto la possibilità di assistere al lavoro del regista. Qualora ci fosse la possibilità, mi piacerebbe moltissimo curare l’adattamento di un suo romanzo.

Un plauso del regista per i giovani protagonisti di The Unhealer:

Sono stati fatti provini a molti attori e attrici che avevano esperienze importanti, ma quando ho conosciuto Elijah Nelson e Kayla Carlson si sono subito distinti. L’alchimia fra i due è stata fondamentale, non abbiamo fatto molte prove e sono stati fatti poco ciak, anche perché sul set a volte c’erano circa 48 gradi di temperatura, che hanno contribuito all’atmosfera. Sono stato entusiasta della loro performance.

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