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Interviste

Anna: Niccolò Ammaniti e il cast presentano la serie Sky Original

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I segreti, le meraviglie e gli orrori del mondo senza adulti di Anna, una Sicilia grande quanto un intero continente, da cui provare a scappare, oltre il mare, nella speranza di un mondo nuovo, si svelano finalmente da oggi, quando tutti gli episodi della serie Sky Original di Niccolò Ammaniti saranno disponibili on demand su Sky e in streaming su NOW – oltre a debuttare anche su Sky Atlantic, che per tre settimane ogni venerdì dalle 21.15 proporrà due episodi della serie.

Dal romanzo omonimo (edito da Einaudi) di Ammaniti, Anna è il distopico racconto di un mondo distrutto: una fiaba per adulti che narra l’incredibile viaggio che la giovanissima protagonista dovrà intraprendere fra le rovine della civiltà che fu, “il prima”, in cerca di un futuro possibile per sé e per il fratellino.

Nel cast l’esordiente Giulia Dragotto è Anna, tenace e coraggiosa, che parte alla ricerca del fratellino rapito, Astor – interpretato da Alessandro Pecorella. Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma (interpretata da Elena Lietti – Il Miracolo, Tre piani) con le istruzioni per farcela, Il Libro delle cose importanti. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Nel cast anche gli esordienti Clara Tramontano e Giovanni Mavilla, nei panni della perfida Angelica, la regina dei Blu, e di Pietro, ragazzino di cui Anna si innamorerà, e Roberta Mattei, che nella serie sarà “La Picciridduna”.

Noi di Lost in Cinema abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di presentazione della serie, che ha visto anche la partecipazione dell’autore e regista Niccolò Ammaniti, della co-sceneggiatrice Francesca Manieri e di parte del cast, fra cui Giulia Dragotto, Elena Lietti, Alessandro Pecorella, Roberta Mattei, Giovanni Mavilla e Clara Tramontano.

Anna

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia:

C’è molto orgoglio da parte mia e di Sky nell’essere qui. Innanzitutto vorrei ringraziare Mario Gianani con la sua Wildside e Niccolò. Vorrei ringraziare soprattutto il gruppo di lavoro di Sky, perché arrivare a proporre una serie di questa qualità e di questa altezza, che nasce dall’Italia, non è banale. Questo nasce da un percorso che Sky ha fatto negli anni e che rivendica con grande convinzione, cioè che la serialità televisiva deve essere larga e pop, e lo stiamo facendo con successo, ma deve anche cercare l’altezza. Questo è il tentativo di Anna, che parte da un libro meraviglioso, che ha avuto un grande successo, e che aveva un grado di universalità capace di rendere molto semplice la narrazione.

È tutto nei rapporti fra le persone, alla cui base c’è la straordinaria capacità di Niccolò, che è quella di raccontare storie che sembrano tutt’altro che universali, ma che in realtà lo sono, per le dinamiche fra i personaggi e per le emozioni che le storie generano. In più, si è aggiunto un elemento indesiderato di universalità aggiuntivo, che genera un certo raffronto con le cose che stiamo vivendo, ma che non ha niente a che fare con la serie e con il nostro desiderio di farla.

Noi in questo racconto abbiamo trovato una chiave fra tante, che è il rapporto fra grandi e i piccoli e di come quel momento di passaggio naturale sia un po’ più complesso in questa epoca. Adesso i piccoli si trovano a dover crescere più velocemente rispetto a una volta. Questa secondo me è la chiave di Anna, a prescindere dalla pandemia. Il fatto che la serie sia venuta così bene, con una straordinaria qualità anche estetica, è il compimento ideale di questa narrazione. Ancora grazie a tutti.

Anna

Questo il pensiero di Mario Gianani, CEO di Wildside, società del gruppo Fremantle:

È il secondo capitolo, dopo Il miracolo, della nostra collaborazione con Niccolò e con la co-sceneggiatrice Francesca Manieri. È un passaggio molto importante, perché questa era una sfida su un genere che in Italia viene poco trattato. Niccolò come scrittore ha inventato e immaginato prima di tutti da molti anni. L’idea di Niccolò che ci ha colpito è quella di riscrivere le caratteristiche di un genere. Con Francesca, ha creato una distopia realistica, ambientata in un luogo completamente diverso rispetto a quelle che siamo abituati a vedere e conoscere.

Dopo aver diretto alcuni episodi de Il miracolo, qui Niccolò ha fatto un passaggio decisivo alla regia. Avevamo grande fiducia in lui e siamo rimasti soddisfatti e sorpresi, perché ha fatto un lavoro di regia magnifico, con un tasso di immaginazione e fantasia che credo sia quello che oggi le persone cercano in una serie di valore, dove l’immagine è al servizio dell’emozione. Mi fa piacere che fra noi Niccolò e Francesca ci sia una strada da percorrere sempre più evolutiva. Niccolò non si accontenta della sua fama di scrittore, ma cerca sempre di mettere qualcosa in più, di mettersi in discussione. Le serie vivono di questa forza evolutiva, perché viviamo in un mondo di algoritmi, dove agli artisti è chiesto in qualche modo di romperli, di spiazzarli. Credo che Niccolò e Francesca siano riusciti a farlo e gli siamo grati.

Niccolò Ammaniti

L’autore e regista di Anna Niccolò Ammaniti ha parlato della genesi del progetto:

Dopo aver chiuso Anna come romanzo, ho passato anni a continuare a pensare a questa storia. Mi ero molto concentrato su Anna come protagonista, per vedere la storia di questa ragazzina che si trova in nuovo mondo. Come lo affronta, come diventa madre senza esserlo, cosa immagina del futuro, come riesce in qualche modo a superare i limiti di questa esistenza che ha davanti. Più passava il tempo, più altre storie emergevano nella mia testa, finché ho sofferto. Ho parlato con il mio editore, dicendogli che volevo farne una versione più lunga, aggiungendo personaggi e storie, raccontando meglio il passato dei personaggi che Anna incrocia. La Picciridduna per esempio è un personaggio che appare appena nel romanzo, ma che invece poteva avere uno sviluppo nel passato.

Ho poi parlato con Mario Gianani, che aveva acquisito i diritti del romanzo, e gli ho proposto di allargare il racconto, facendone una serie corale. Nel momento in cui si è trattato di scegliere il regista, ho proposto di farlo io, perché volevo vedere se le mie storie potevano incarnarsi nei bambini. Devo ringraziare Mario e Sky che mi hanno dato la possibilità di farlo, perché non era detto, dal momento che non era quella la mia formazione. Devo ringraziare tutti gli attori e soprattutto tutti i bambini che hanno lavorato con noi, che hanno lavorato tantissimo e non si sono mai tirati indietro. Mi avevano detto che è difficilissimo lavorare con i bambini, invece è stata una gioia enorme per me, soprattutto perché io non ho figli e mi sono trovato con una grandissima famiglia. Quello che mi rattrista adesso è che è finito.

Anna

Sulla stessa lunghezza d’onda la co-sceneggiatrice di Anna Francesca Manieri:

Per me è una gioia lavorare con Niccolò, è la seconda volta e spero di lavorare di nuovo con lui. Lui è la persona con il tasso di idee più alto del mondo, che è una cosa difficile da gestire, perché è una proliferazione continua. Siamo simili caratterialmente, ma molto diversi per visione del mondo. Niccolò è fondamentalmente un biologo, ateo ma con una forte spiritualità. Io invece sono piuttosto religiosa. Tutti e due abbiamo però una discreta ironia sull’esistenza. Quando si ha un rapporto patetico con i personaggi e una visione che punta agli assoluti, con la forza di Niccolò in scrittura, è possibile uscire dagli algoritmi e spaccare il meccanismo di antagonisti e colpi di scena.

In Anna ci confrontiamo con tematiche affini a quelle de Il miracolo. Nella quinta puntata c’è una parabola che è proprio il nucleo tematico della serie, che parla della reciproca implicazione tra bene e male e di una visione del mondo retributiva. Aprendosi a questa visione, sono l’ironia e la compassione a guidare la scrittura, non il colpo di scena. Io ero spaventata, ma Niccolò ha fatto un lavoro veramente incredibile. La cosa più incredibile di Anna è che quando la vedi non percepisci la fatica che ci sta dietro, cosa che avviene solo quando una visione guida una traiettoria.

Giulia Dragotto

La protagonista di Anna Giulia Dragotto ha parlato del suo personaggio:

Anna mi ha lasciato tante cose belle. Dopo essere entrata nei suoi panni, posso dire di essere totalmente diversa da lei. Lei è una folle e coraggiosa. Trovandomi nella sua stessa situazione, non so proprio come avrei agito.

Elena Lietti

Questa la riflessione di Elena Lietti sul suo personaggio:

L’eredità è nelle azioni di Maria Grazia, che è una donna indipendente, autonoma, libera da vincoli, fedele a se stessa e ai bambini. In lei vediamo il coraggio, l’autonomia e la libertà di pensiero di Anna, che praticherà in tutta la serie. L’eredità è in quel libro, un gesto essenziale e allo stesso tempo eroico di intuire cosa sta arrivando prima di altri e di scrivere un manuale di sopravvivenza in un mondo senza adulti, con indicazioni molto pratiche. Anche quando non è presente nei flashback, questa mamma diventa il motore di tutta la ricerca.

Roberta Mattei

A seguire, ha preso la parola Roberta Mattei, interprete del personaggio più misterioso di Anna, La Picciridduna:

Il mio è un personaggio funzionale, l’unica persona adulta rimasta viva. È una ragazza con una forte personalità, che era facile spostare su una situazione disagiata, ma che invece sceglie di vivere la propria natura, abbandonandosi a essa. Quella della serie è una natura che parla e che è chiara in ogni personaggio.

Niccolò Ammaniti

Ancora Niccolò Ammaniti, sulle difficoltà delle riprese di Anna:

La speranza è quella che muove tutta la storia. All’inizio è offuscata, ma piano piano emerge sempre più forte e diventa una spina propulsiva anche per Anna, che affronta tutto nella speranza che ci sia qualcos’altro. La speranza è simboleggiata dalla Sicilia, che è divisa dal continente soltanto da un’enorme dito d’acqua. Anna avanza cercando qualcosa che interrompa un’epoca senza futuro, per aprire un varco per lei, per suo fratello e per l’intera umanità.

La gestazione della serie è stata molto lunga, avevamo cominciato una bozza addirittura prima de Il miracolo. Poi l’abbiamo abbandonata e ripresa. Io e Francesca abbiamo continuato a lavorare a lungo e in seguito siamo partiti per un giro della Sicilia che non finiva mai, per trovare le location. Non era facile immaginarsi prima i posti che sarebbero diventati anni dopo uno scenario pandemico, con una natura che si riprendeva gli spazi. Il lavoro su location e scenografia è stato lunghissimo, poi è cominciato il periodo del casting, che è stato impegnativo soprattutto per la ricerca dei ragazzi.

Quando siamo partiti, io avevo paura di non farcela fisicamente, perché non ero abituato. Abbiamo girato gran parte del tempo in Sicilia, muovendoci su tutta la regione, ma anche nel Lazio e in Toscana. Mentre eravamo a Palermo, è arrivato il Covid. La situazione è diventata complicata, non sapevamo neanche se si sarebbe potuto continuare. Da un giorno all’altro, siamo andati tutti in lockdown. A quel punto è stato stranissimo, perché dopo mesi di lavoro eravamo improvvisamente soli e chiusi in casa. Ci incontravamo su Zoom per cercare di capire. In quel periodo ho avuto la possibilità di lavorare da remoto sul montaggio, quindi paradossalmente ho avuto una fortuna dal punto di vista lavorativo, perché ho visto quello che avevo fatto e ho potuto correggere alcune cose.

Lo stesso autore ha poi parlato delle somiglianze fra la serie e la realtà che stiamo vivendo:

Io avevo lavorato moltissimo su questa malattia, la rossa, che si manifesta attraverso delle macchie. Quindi la mia malattia aveva qualcosa di dermatologico, che il Covid non ha. Per me era più un problema di narrazione del rapporto fra bambini e adulti, che avevo già affrontato in Io non ho paura. Volevo vedere cosa avrebbero potuto fare dei bambini in un mondo senza adulti. Un virus mi sembrava plausibile in questo senso. Quando è arrivata la vera pandemia è stato strano, abbiamo girato anche delle sequenze con molti morti, quando a Palermo si cominciava già ad avvertire la pesantezza della situazione. La regia è molto affascinante per me, mi piace molto la costruzione visiva e in questo momento ho bisogno di vederle le cose che immagino. Il cinema mi ha permesso questo e mi ha permesso anche di avere molte relazioni umane, che avevo diminuito nel corso del tempo.

Quando scrivo le storie, faccio fatica a dare una morale. Se c’è una morale in Anna, è la riflessione su cosa lasciamo ai nostri figli. Quanto il passato conta per immaginare il futuro, perché non esiste un futuro se non c’è il passato. Questo mondo che racconto ha cancellato la memoria, perché erano troppo piccoli per ricordare. L’unica che ha memoria è Anna, grazie appunto al libro della mamma, che gli dice di continuare a leggere, perché è fondamentale. Leggere ci ha permesso di capire come vivevano per esempio i romani o gli egiziani. Anna è una tradizione che viene portata avanti.

Giulia Dragotto

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare una possibile seconda stagione di Anna:

Per immaginare una seconda stagione c’è bisogno di un’idea, di una storia forte. Noi andiamo contro gli algoritmi. Quello che posso dire è che c’è grande interesse nel continuare a lavorare con Niccolò. C’è la totale apertura a sposare nuove storie, se poi questa storia sarà la possibilità di continuare a esplorare il percorso di Anna ce lo dirà la forza narrativa che partirà da Niccolò e dai suoi desideri e dal nostro interesse a svilupparli. Quando Niccolò ha un’idea, noi la ascoltiamo con attenzione.

Anna

Francesca Manieri ha parlato della fase della vita che attraversano i protagonisti di Anna:

Già nel romanzo c’è la caratteristica che un piccolo personaggio percorre in un arco di tempo molto contenuto tutte le stazioni: madre, moglie e vedova. Dal punto di vista drammaturgico, Anna rende evidente una caratteristica del coming-of-age, che funziona perché è una stazione ineluttabile dell’esistere, valida per tutte le età. La ferita dell’adolescenza ha sempre a che fare con la morte, e qui diventa ancora più forte, perché si muore per davvero.

Anna

Questo il pensiero in proposito di Niccolò Ammaniti:

L’adolescenza è il momento in cui ci confrontiamo con la società e perdiamo il gioco e la fantasia, almeno in parte. Io l’ho sentita sempre come una morte, e Anna in qualche modo rappresenta questo, ricordare chi siamo stati durante la nostra infanzia e adolescenza.

Anna

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare i punti di contatto fra Anna e la pandemia in corso:

La sovrapposizione con una parte del nostro presente è assolutamente scollegata dalla scelta di fare la serie. Noi portiamo Anna al pubblico per motivi molto diversi rispetto all’assonanza con il Covid. Avevamo già in partenza l’idea di dare alla serie questo slot e lo abbiamo confermato. Teniamo molto al fatto che la serie venga percepita per quello che è, e non per un esercizio collegato a questo momento della nostra vita.

Anna

Niccolò Ammaniti ha poi citato le sue ispirazioni per Anna:

Ho avuto molte ispirazioni per Anna. La prima è stata un quadro di Pieter Bruegel, I giochi dei fanciulli, in cui c’è una piazza in una specie di totale larghissimo dall’alto su questa piazza piena di bambini che giocano e che fanno spesso giochi molto violenti, da adulti. Questi bambini hanno dei volti molto seri, sembrano quasi annoiati. Quel quadro è stata la prima impressione visiva di ciò che dovevo fare. Come film invece c’è stato Apocalypto, perché aveva questa cura del trucco e dei costumi, che mi aveva molto colpito e che volevo riprodurre in un mondo di bambini.

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Eventi

Jessica Chastain incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021

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Jessica Chastain

In occasione del lancio del nuovo film che la vede protagonista Gli occhi di Tammy Faye, Jessica Chastain ha incontrato il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2021. Come da tradizione della Festa, dopo una breve introduzione relativa al film in cui Jessica Chastain interpreta la telepredicatrice Tammy Faye Bakker, l’incontro si è svolto alternando spezzoni della carriera della protagonista con commenti e pensieri della diretta interessata.

In apertura, Jessica Chastain ha parlato proprio de Gli occhi di Tammy Faye, che la vede coinvolta anche nel ruolo di produttrice:

Jessica Chastain

Sono stata coinvolta nel 2012, mentre stavo facendo l’attività stampa per Zero Dark Thirty. Sono stata colpita dalla storia di questa donna, e volevo darle vita prima ancora di avere una mia casa di produzione, per cui ne ho acquistato i diritti. A me piace essere provocatrice nelle scelte che faccio, volevo ribaltare il tutto, senza discutere di scandali e pettegolezzi ma raccontando invece una storia d’amore. I figli di Tammy sono stati coinvolti, li ho incontrati prima di girare perché pensavo che fossero rimasti feriti e carichi di cicatrici. Volevo che loro sapessero che la mia intenzione non era il trauma umano, ero interessata all’amore. Mi hanno aiutato tantissimo, raccontandomi il profumo della loro mamma e facendomi immergere il più possibile nei loro rapporti. 

Jessica Chastain ha ricordato Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow, uscito nel 2012:

Jessica Chastain

Amo Kathryn. Per preparare il personaggio di Maya ho fatto tantissima ricerca, è stata un’immersione. Ero da sola, non avevo ancora una famiglia. Avevo riempito tutte le camere d’albergo con le immagini, forse qualcuno ha pensato che fossi diventata matta… e forse era vero. Ho seguito alla lettera lo script, perché la terminologia è molto tecnica e quindi non potevo improvvisare. Ho avuto il grande vantaggio di parlare con la donna che ho interpretato e ho capito come fosse ossessiva, rimanendo scioccata da quanto la CIA facesse affidamento sulle donne già allora. Mi è stato detto che all’epoca hanno capito che c’era un gruppo di donne e bravissime e capaci di guardare il quadro più ampio delle cose. 

Un altro successo di Jessica Chastain è sicuramente 1981: Indagine a New York:

Jessica Chastain

Ogni volta che interpreto un personaggio devo trovare un seme di connessione con cui identificarmi. Anche se è qualcuno lontano da me, come in questo caso, capisco immediatamente se c’è connessione. Anche se devo interpretare una serial killer, devo avere un punto in cui potermi identificare a qualche livello.

Inevitabile una menzione al capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life, che la protagonista ha ricordato con tangibile commozione:

The Tree of Life mi commuove perché insegna la bontà, la grazia e anche a diventare un essere umano migliore. Tutte le qualità che ammiro di più, Terry le rappresenta. È il mio film preferito, e nel farlo c’è stato un senso di giocosità e di famiglia. Per me è stato incredibile in termini di recitazione, perché dovevo essere aperta e soprattutto essere umana. È un progetto separato dal resto della mia carriera. Non sembra un film, è più una poesia per immagini. È l’unico mio film che non sono stata in grado di guardare. Mi auguro che quando non ci sarò più, questo sarà il film che la mia famiglia guarderà per sentire la più forte connessione possibile con me.

In conclusione, la star ha parlato anche di Scene da un matrimonio e del suo prossimo lavoro:

Ovviamente, conoscevo e amavo Scene da un matrimonio di Bergman. Amo Liv Ullman, che mi ha anche diretta in un film. Ho letto il suo libro, conosco la figlia. Se me l’avessero proposto come un puro remake in cui interpretare Marianne avrei detto di no, perché c’è una sola Marianne. Visto che si trattava invece di una modernizzazione, ho pensato che sarebbe stata un’idea interessante: una donna con desiderio sessuale, insicurezza, complicazioni e affetti, tutte cose che la rendono umana.

Sono una persona aperta, io e Oscar Isaac riusciamo a leggerci il pensiero. L’altro giorno siamo stati a un talk show e ancora prima che lui facesse la battuta sapevo che cos’avrebbe detto. Questo continua a sorprendermi. In Scene da un matrimonio avevamo take di 20 minuti, ma c’era tanta fiducia, anche se ci si poteva ferire. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: questo è Oscar o Jonathan? A momenti arrivavamo alle mani.

Il mio prossimo progetto sarà una miniserie su Tammy Wynette, famosa cantante country. Michael Shannon sarà con me, ci conosciamo da più di 10 anni, dai tempi di Take Shelter. Ho trovato interessante che una come me potesse interpretarla, cantando anche le canzoni. Mi piace esplorare il mondo della musica, perché cantare mi fa sentire a disagio, e io voglio sentirmi a disagio. 

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Interviste

L’ombra di Stalin: intervista alla regista Agnieszka Holland

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L'ombra di Stalin

Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto la possibilità di incontrare Agnieszka Holland, regista de L’ombra di Stalin, disponibile on demand sulle principali piattaforme e in home video a partire dal 19 agosto. Il film racconta la drammatica vicenda dell’Holodomor, carestia che si abbatte sull’Ucraina dal 1932 al 1933 causando milioni di morti, anche a causa delle azioni dell’URSS e di Stalin. Fra i protagonisti, troviamo James Norton, Vanessa Kirby e Peter Sarsgaard. Questa la sinossi ufficiale del film:

1933. Gareth Jones è un giovane e ambizioso giornalista gallese che si è guadagnato la notorietà per essere stato il primo giornalista straniero a intervistare Hitler. Alla ricerca della sua prossima grande storia, si concentra sull’utopia sovietica chiedendosi come Stalin stia finanziando la rapida modernizzazione dell’Unione Sovietica. Decide allora di recarsi a Mosca con l’obiettivo di ottenere un’intervista con lo stesso Stalin. Una volta nella capitale russa, ha modo di incontrare Ada Brooks, una giornalista britannica che gli rivela come la storia del regime sia del tutto diversa da quella che trapela.

Apprendendo della carestia indotta dal governo, Gareth riesce a eludere le autorità e si reca clandestinamente in Ucraina, dove è testimone di una delle più grandi atrocità della storia: milioni di persone vengono lasciate morire di fame per rivendere il grano all’estero e finanziare con i ricavi l’impero sovietico. Ritornato in patria, Gareth pubblica un articolo in cui rivela gli orrori a cui ha assistito ma le sue denunce vengono presto smentite dai colleghi occidentali di stanza a Mosca, costretti dalle pressioni esercitate dal Cremlino.

Mentre aumenta il numero delle minacce di morte che riceve, Gareth si ritrova a dover lottare in nome della libertà quando la sua strada incrocia quella di un giovane autore di nome George Orwell con cui condivide le sue scoperte.

L'ombra di Stalin

A L’ombra di Stalin è legata qualche esperienza personale? Si riconosce in qualcuno dei personaggi?

Il mio scopo era quello di supportare la verità e di parlare di una vicenda scomoda e poco diffusa. Ho un gene della giustizia che mi caratterizza, un bisogno di raccontare la verità. Però, mi ritengo molto meno coraggiosa di quanto sia stato Mr. Jones. Non sono un’eroina, ho solo cercato di raccontare le gesta di altri.

Che cos’ha pensato quando ha letto la sceneggiatura?

Ero molto scettica quando ho ricevuto la sceneggiatura, perché avendo girato già tre film sull’Olocausto ricevo moltissimi pitch da parte di registi e case di produzione che riguardano tragedie umanitarie. Raramente mi attraggono come ha fatto questa storia. Il motivo per cui mi ha particolarmente colpita è che era una storia sconosciuta al pubblico, perché molto spesso si parla dei crimini commessi da Hitler e meno di frequente di quelli perpetrati da Stalin. La non conoscenza di questi fatti ci impedisce di cogliere l’impatto che hanno avuto sul nostro presente e sulla storia in generale.

Ho trovato molto interessante la storia raccontata attraverso questo giornalista, che di base è una persona onesta e semplice. Il suo punto di vista permette di creare un collegamento molto interessante fra la situazione dell’epoca e la percezione della nostra cultura. Per me è stato molto importante anche il fatto che questo soggetto evidenziasse il ruolo del giornalismo, perché allora come oggi è importante capire quanto la comunicazione sia polarizzata dai media e utilizzata per manipolare il pubblico. La corruzione dei media che emerge da questa storia è sicuramente un punto di interesse, rilevante a quei tempi e anche adesso.

Qual è l’impatto che queste opere possono avere sugli spettatori e come possono illuminarci la mente?

Sicuramente ci deve essere il momento giusto ma anche la disponibilità da parte del pubblico a ricevere un film che parla di determinati temi. I film possono aiutare a provare una determinata esperienza e a sentire i pericoli del passato che si ripropongono nel presente. Il passato non è mai solo passato, è anche un percorso che il presente sta seguendo e che eventualmente potrebbe influenzare il futuro.

Mentre stavo preparando L’ombra di Stalin, ho letto un’inchiesta fatta in Russia su quale secondo i russi è stato il leader di maggiore successo della nazione. La risposta è stata Stalin, nonostante gli omicidi, per la maggior parte di russi. È come se a una domanda del genere, i tedeschi indicassero Adolf Hitler come il miglior leader della storia della Germania. In questo momento storico di incertezze e sfide è estremamente facile l’insorgenza di partiti populisti di destra con influenze di estrema sinistra. È molto facile essere attratti, confusi e manipolati dalla politica e da personaggi di questo tipo. Molte persone negli Stati Uniti credono a Trump e credono che la vittoria elettorale di Biden sia stata una frode, e che lui sia un pedofilo e un cannibale. Tutte invenzioni frutto della manipolazione dell’opinione pubblica.

Sarà sempre più difficile disinteressarsi alla politica e forse i film possono aiutare a porsi delle domande e a lanciare segnali di allarme.

L'ombra di Stalin

All’inizio de L’ombra di Stalin, a proposito de La fattoria degli animali George Orwell dice: “Volevo raccontare una storia facilmente comprensibile da chiunque. Una storia così semplice che persino un bambino potesse capirla. La verità era troppo strana per dirla in un altro modo”. Questo è stato anche il suo approccio al film e ai fatti narrati?

Quello che ho cercato di fare è stato rendere lo storytelling interessante e accattivante, con un ritmo di narrazione che non fosse piatto. Rispetto ad altri film che ho fatto, raccontare questa storia è stato più facile, perché era più semplice identificare il bene e il male, soprattutto con un personaggio principale così puro e onesto. Per quanto Orwell non sia così semplice da leggere, ho trovato fondamentale il suo modo di presentare la storia e l’introduzione del suo personaggio nel film.

Il nonno della scrittrice Andrea Chalupa era un sopravvissuto dell’Holodomor. Si è ritrovato in Germania alla fine della seconda guerra mondiale ed era registrato in Russia come uno dei tanti soldati che non avevano fatto ritorno a casa. Lui e degli amici hanno trovato il libro de La fattoria degli animali, l’hanno letto in inglese e hanno pensato subito che raccontasse la loro storia. L’hanno quindi tradotto in ucraino e la loro traduzione è stata una delle prime traduzioni del libro. C’è una sorta di collegamento mistico fra la storia e il film.

Ci può dire qualcosa sull’evoluzione del protagonista de L’ombra di Stalin e sulle scelte di fotografia?

Il protagonista all’inizio è semplicemente una persona curiosa, un ragazzo brillante che è a caccia della notizia. Ha chiaramente intuito la verità degli eventi e il fatto che i conti non tornavano nella gestione dell’economia di Stalin, ma allo stesso tempo non era sua intenzione diventare il portavoce del popolo ucraino. C’è un’evoluzione data dal peso della responsabilità e dal suo desiderio di raccontare questa storia. Non volevo forzare troppo le palette della fotografia perché non volevo che si distinguessero chiaramente la fame e l’opulenza. Sono state scelte abbastanza naturali. Noi siamo arrivati a girare in Ucraina a marzo, nello stesso periodo in cui il vero Jones ha fatto il suo viaggio, e abbiamo trovato una condizione climatica dura, con -15 gradi e la neve alta, quindi ci siamo ritrovati già sul set del film. Non abbiamo fatto particolari correzioni a livello di colore.

Come avete lavorato per ricostruire ciò che Jones poteva vedere? Quali fonti avete utilizzato?

La maggior parte delle fonti sono testimonianze orali. Ci sono circa 1000 persone sopravvissute, soprattutto persone rifugiate in Polonia. Ci sono pochi documenti scritti, fra cui testimonianze di altri giornalisti. La scena del carretto con il neonato ancora vivo è realmente avvenuta ed è stata riportata proprio dal nonno della sceneggiatrice, di cui parlavamo prima. L’assurdità di tutta questa storia è che non si sa il numero preciso di vittime, gli storici sono incerti fra 3,5 e 9 milioni, il che significa che la maggior parte delle vittime sono senza nome, dimenticate, senza un luogo in cui riposare. Tutti i registri dell’epoca sono stati distrutti da Stalin. Un altro motivo per cui era mio dovere raccontare questa storia.

Come ha lavorato con James Norton? Avete fatto prove?

Sono stata soddisfatta dal cast del film. Quando si gira un film indipendente la necessità è quella di avere un cast importante per riuscire ad avere i finanziamenti. Il processo di casting ha richiesto quasi un anno e mezzo. Ho lavorato con un direttore molto bravo, che ha invaso la sceneggiatura agli attori, fra cui James Norton. I provini si sono svolti anche online, perché non tutti si trovavano nello stesso posto. James mi ha colpito particolarmente, è un ragazzo intelligente e serio. Ha fatto molte ricerche, perché non conosceva questa storia. Vanessa Kirby poi è più forte della vita stessa. Il budget si è aggirato intorno agli 8 milioni di dollari.

Vanessa Kirby

Un cenno di Agnieszka Holland sulla sua carriera:

Non ho mai pianificato di fare la regista a Hollywood. Volevo fare film in Europa, poi mi sono trovata a lavorare negli Stati Uniti soprattutto per via del successo del mio film Europa Europa. Non sono rientrata in Polonia per un po’ ma ho trovato comunque un ambiente florido in cui lavorare. L’indipendenza nel fare un film a Hollywood diminuisce con l’aumentare del budget, ancora di più per una regista donna. Ce l’ho fatta comunque, perché ho perseverato e non ho mai voluto fare film politici, ma semplicemente essere me stessa. Alla fine degli anni ’90 mi sono resa conto che se avessi voluto raccontare un certo tipo di storie l’avrei potuto fare solo in televisione o col cinema europeo, quindi sono rientrata.

Anche alla luce delle critiche agli Stati Uniti che si percepiscono ne L’ombra di Stalin, quali sono i mostri di cui avere paura oggi?

La chiave di lettura rispetto agli USA è che il capitalismo pone problemi di ingiustizia sociale, economica e razziale. Io comprendo le persone che hanno creduto al comunismo, che poi però si è rivelata utopica. Il capitalismo fa da base a queste crisi che esplodono e portano attrazione verso un altro sistema politico. Volevo raccontare una storia semplice, ma quello che ci sta dietro è sempre molto più complesso.

L'ombra di Stalin

Come ha lavorato sulla colonna sonora?

Ho lavorato anche in altri film col compositore Antoni Lazarkiewicz. Lui è attento e intelligente nel comporre una musica che rifletta la storia. In questo caso abbiamo deciso di avere una musica che accompagnasse il ritmo e il movimento del protagonista e della società sovietica. Serve a dare vivacità a L’ombra di Stalin e al suo racconto. In Ucraina non c’è musica, solo la canzone cantata dai bambini, i cui testi sono originali.

Ci può parlare della sua collaborazione con Ed Harris?

Ed Harris è uno dei miei cari amici, nonché fratello astrale, perché siamo nati lo stesso giorno in anni diversi. Abbiamo già lavorato in altri film insieme, l’ho visto qualche settimana fa a Los Angeles e ci siamo ripromessi di girare ancora insieme prima di diventare entrambi anziani. È una delle persone più oneste che abbia mai conosciuto.

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Interviste

Naufragi: Micaela Ramazzotti e Stefano Chiantini presentano il film

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Naufragi

Abbiamo avuto l’occasione di partecipare alla presentazione di Naufragi, film di Stefano Chiantini con protagonista Micaela Ramazzotti. Naufragi è distribuito da Adler Entertainment, dal 9 luglio sulle principali piattaforme on demand (fra cui Apple TV, Google Play, Amazon TVOD, Rakuten e Chili) e dal 16 luglio su Sky. Il film è una produzione World Video Production con Rai Cinema, in coproduzione con la francese Offshore. Questa la sinossi ufficiale di Naufragi:

Maria, Antonio e i due figli sopravvivono a fatica con il solo stipendio di lui. Nonostante le difficoltà, sono una coppia unita e si amano incondizionatamente. Quando un evento tragico stravolge le cose, Maria deve lottare con tutte le proprie forze per tenere unita la famiglia…

Stefano Chiantini, Naufragi è scritto pensando a Micaela Ramazzotti?

Sì, il film è nato pensando a Micaela. La mia era un’ambizione, una velleità, perché non avevo la certezza che lei avrebbe partecipato a Naufragi. Ho sempre scritto pensando che lei potesse essere la protagonista, poi ci siamo conosciuti e tutto si è concretizzato. Ho quindi affinato la scrittura, perché conoscendola ho colto degli aspetti personali di lei che prima immaginavo soltanto attraverso il suo lavoro. Dopo aver conosciuto la sua forza, la sua passione e la sua fragilità, le ho riportate nel suo personaggio.

Micaela Ramazzotti, cosa ti ha colpito di più del tuo personaggio?

Mi ha colpito il fatto che Maria è nata storta. È una buona a nulla in questa vita, si sente un’inetta, un’incapace. Ha paura di affrontare anche le piccole cose della vita, e quando arrivano i grossi traumi addirittura nasconde la testa sotto il cuscino. Io sono appassionata delle peculiarità e delle debolezze umane, per cui quando incontro personaggi come questi, vulnerabili e stravaganti, per me è un regalo. Mi piace mettere luce su certi personaggi, ho un’inclinazione ad amare chi ha debolezze e paura di vivere.

Stefano Chiantini, dove è ambientato Naufragi?

Siamo nel Lazio. La location precisa è Civitavecchia, anche se non la cito mai. Mi piace raccontare le province, i non luoghi, senza identificarli perché i fatti potrebbero succedere ovunque. Mi piace raccontare la provincia meccanica, con le luci della centrale elettrica sullo sfondo, i fabbricati in metallo come simbolo del progresso mai arrivato, già passato senza diventare presente.

Micaela Ramazzotti, come ti sei avvicinata al dolore della protagonista di Naufragi?

Mi sono fatta guidare da Stefano, perché avviene tutto come se fosse matematico. C’è un tempo ben preciso in Naufragi, che è un film dove si affrontano il dolore per il lutto e la ripartenza successiva, che forse è ancora più dolorosa. Io sono appassionata di film di Lars von Trier come Le onde del destino, che ho visto tante volte, e di John Cassavetes, che spesso raccontano le debolezze umane. In questo caso c’era il lutto, che è raccontato in modo da arrivare piano piano. L’approccio di Stefano è anche lieto, lascia della speranza.

Micaela Ramazzotti, come si pone il tuo personaggio nel dibattito sulla maternità?

Il mio personaggio si trova con due figli, ma è il marito che si occupa di tutti e tre. Lei non vuole avere a che fare neanche con le bollette di casa, piuttosto le strappa. Maria scappa dalle responsabilità sociali perché sono troppo per lei. Vive la maternità quasi come una sorella maggiore screanzata, come se avesse un disturbo dissociativo. La vediamo all’inizio bloccare l’autobus con grande impeto, poi scendere nelle viscere del suo dolore. È un personaggio pieno di sfaccettature e sono molto grata a Stefano per avermi pensata. Maria è una donna molto coraggiosa, non credo che la parola fragile la rappresenti. Lei cade sempre in ginocchio e riesce a rialzarsi.

Naufragi

Stefano Chiantini, cosa ti ha ispirato per la scrittura di Naufragi?

La mia scrittura nasce gradualmente. Ci sono situazioni che osservo intorno a me che metabolizzo e tornano fuori. È difficile dire quale sia l’avvenimento che ha portato a Naufragi, ma io sentivo il bisogno di raccontare l’animo umano femminile alle prese con l’elaborazione di un lutto, nel tentativo di resistergli. È qualcosa che ha sedimentato dentro di me per molto tempo e piano piano ha preso forma.

Stefano, qual è stato il percorso che hai fatto per arrivare alla produzione di Naufragi? Quali sono stati gli ostacoli?

La produzione ha creduto in Naufragi ancora prima dell’arrivo di Micaela, che poi ovviamente è diventata un valore in più. Questo per me è stato molto importante, perché era sintomo del fatto che credevano nel mio progetto. Naufragi è un film coraggioso, quindi si portava dietro delle difficoltà oggettive, legate anche al fatto che io non sono ancora un regista super affermato. È stata una scommessa per tutti, ma ho avuto la complicità totale della Rai e della produzione. 

Samanta Antonnicola di Rai Cinema sul progetto Naufragi:

Questi progetti non ci spaventano, li vogliamo fare a tutti i costi. Naufragi è forte ed empatico, entra dentro il dolore in modo sincero e autentico. La regia di Stefano è molto elegante, depone le armi e lascia che lo spettatore venga preso in carico dai personaggi. Siamo molto contenti, perché è difficile fare film di questo tipo sul dolore.

Micaela, cosa ti ha dato il personaggio?

Mi sono molto divertita a interpretare Maria. Tornavo a casa felice ed ero entusiasta mentre giravamo, perché Stefano mi lasciava totale libertà. Lui metteva le macchine, poi parlavamo insieme di come poterla fare. C’è stata molta allegria tra di noi, perché si sentiva la voglia di partecipare al film. Naufragi è stato interrotto durante la pandemia e l’abbiamo ripreso a giugno, siamo stati il primo set a riaprire. Stefano è andato in ordine cronologico, e questo è stato un aiuto per la mia interpretazione. Mi sono divertita a togliere, come nella seconda parte del film, dove parlo pochissimo. Così tanta sottrazione non mi era mai capitata. Maria mi ha lasciato un ricordo meraviglioso.

Stefano, perché hai scelto di non svelare quasi nulla del passato della protagonista di Naufragi?

Mentre scrivevo, mi sono posto il problema della provenienza del personaggio di Maria, di cosa ci fosse prima dello spaccato che ho deciso di raccontare. Ho però fatto la scelta di non dare troppe spiegazioni e di scardinare il bisogno convenzionale di raccontare quello che c’è dietro un personaggio. I fratelli Dardenne l’hanno fatto in molti loro film, non sono il primo. Maria vive dell’amore delle persone che vediamo in Naufragi.

Naufragi

Micaela, cosa accomuna Maria e il personaggio di Rokia, interpretato da Marguerite Abouet?

Maria e Rokia sono due persone buone. La vita con loro non è stata molta generosa. Si incontrano, si guardano, si scrutano. All’inizio è Rokia che studia Maria, poi il contrario. In totale assenza di sentimenti, Maria comincia ad avere curiosità verso un’altra persona e inizia a emanciparsi.

Marguerite Abouet, cosa pensi del rapporto di Rokia e Maria?

Queste due donne hanno in comune un passato doloroso, che le ha portate a costruirsi una corazza difficile da spezzare. Sono due donne estremamente diffidenti, che non hanno fiducia nelle persone. Costruendo il loro rapporto, riescono però a superare questa sofferenza.

Stefano, la mancata uscita in sala di Naufragi è una privazione o un’opportunità?

Io tendo a vivere prendendo il bene da quello che arriva, per cui la considero un’opportunità. È chiaro che per un regista il cinema in quanto tale è sempre fondamentale, e che vorrei fare anche attraverso mini tour. Naufragi nasce con l’idea del cinema e sarebbe bello vederlo anche sul grande schermo.

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