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Interviste

Anna: Niccolò Ammaniti e il cast presentano la serie Sky Original

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I segreti, le meraviglie e gli orrori del mondo senza adulti di Anna, una Sicilia grande quanto un intero continente, da cui provare a scappare, oltre il mare, nella speranza di un mondo nuovo, si svelano finalmente da oggi, quando tutti gli episodi della serie Sky Original di Niccolò Ammaniti saranno disponibili on demand su Sky e in streaming su NOW – oltre a debuttare anche su Sky Atlantic, che per tre settimane ogni venerdì dalle 21.15 proporrà due episodi della serie.

Dal romanzo omonimo (edito da Einaudi) di Ammaniti, Anna è il distopico racconto di un mondo distrutto: una fiaba per adulti che narra l’incredibile viaggio che la giovanissima protagonista dovrà intraprendere fra le rovine della civiltà che fu, “il prima”, in cerca di un futuro possibile per sé e per il fratellino.

Nel cast l’esordiente Giulia Dragotto è Anna, tenace e coraggiosa, che parte alla ricerca del fratellino rapito, Astor – interpretato da Alessandro Pecorella. Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma (interpretata da Elena Lietti – Il Miracolo, Tre piani) con le istruzioni per farcela, Il Libro delle cose importanti. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Nel cast anche gli esordienti Clara Tramontano e Giovanni Mavilla, nei panni della perfida Angelica, la regina dei Blu, e di Pietro, ragazzino di cui Anna si innamorerà, e Roberta Mattei, che nella serie sarà “La Picciridduna”.

Noi di Lost in Cinema abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di presentazione della serie, che ha visto anche la partecipazione dell’autore e regista Niccolò Ammaniti, della co-sceneggiatrice Francesca Manieri e di parte del cast, fra cui Giulia Dragotto, Elena Lietti, Alessandro Pecorella, Roberta Mattei, Giovanni Mavilla e Clara Tramontano.

Anna

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia:

C’è molto orgoglio da parte mia e di Sky nell’essere qui. Innanzitutto vorrei ringraziare Mario Gianani con la sua Wildside e Niccolò. Vorrei ringraziare soprattutto il gruppo di lavoro di Sky, perché arrivare a proporre una serie di questa qualità e di questa altezza, che nasce dall’Italia, non è banale. Questo nasce da un percorso che Sky ha fatto negli anni e che rivendica con grande convinzione, cioè che la serialità televisiva deve essere larga e pop, e lo stiamo facendo con successo, ma deve anche cercare l’altezza. Questo è il tentativo di Anna, che parte da un libro meraviglioso, che ha avuto un grande successo, e che aveva un grado di universalità capace di rendere molto semplice la narrazione.

È tutto nei rapporti fra le persone, alla cui base c’è la straordinaria capacità di Niccolò, che è quella di raccontare storie che sembrano tutt’altro che universali, ma che in realtà lo sono, per le dinamiche fra i personaggi e per le emozioni che le storie generano. In più, si è aggiunto un elemento indesiderato di universalità aggiuntivo, che genera un certo raffronto con le cose che stiamo vivendo, ma che non ha niente a che fare con la serie e con il nostro desiderio di farla.

Noi in questo racconto abbiamo trovato una chiave fra tante, che è il rapporto fra grandi e i piccoli e di come quel momento di passaggio naturale sia un po’ più complesso in questa epoca. Adesso i piccoli si trovano a dover crescere più velocemente rispetto a una volta. Questa secondo me è la chiave di Anna, a prescindere dalla pandemia. Il fatto che la serie sia venuta così bene, con una straordinaria qualità anche estetica, è il compimento ideale di questa narrazione. Ancora grazie a tutti.

Anna

Questo il pensiero di Mario Gianani, CEO di Wildside, società del gruppo Fremantle:

È il secondo capitolo, dopo Il miracolo, della nostra collaborazione con Niccolò e con la co-sceneggiatrice Francesca Manieri. È un passaggio molto importante, perché questa era una sfida su un genere che in Italia viene poco trattato. Niccolò come scrittore ha inventato e immaginato prima di tutti da molti anni. L’idea di Niccolò che ci ha colpito è quella di riscrivere le caratteristiche di un genere. Con Francesca, ha creato una distopia realistica, ambientata in un luogo completamente diverso rispetto a quelle che siamo abituati a vedere e conoscere.

Dopo aver diretto alcuni episodi de Il miracolo, qui Niccolò ha fatto un passaggio decisivo alla regia. Avevamo grande fiducia in lui e siamo rimasti soddisfatti e sorpresi, perché ha fatto un lavoro di regia magnifico, con un tasso di immaginazione e fantasia che credo sia quello che oggi le persone cercano in una serie di valore, dove l’immagine è al servizio dell’emozione. Mi fa piacere che fra noi Niccolò e Francesca ci sia una strada da percorrere sempre più evolutiva. Niccolò non si accontenta della sua fama di scrittore, ma cerca sempre di mettere qualcosa in più, di mettersi in discussione. Le serie vivono di questa forza evolutiva, perché viviamo in un mondo di algoritmi, dove agli artisti è chiesto in qualche modo di romperli, di spiazzarli. Credo che Niccolò e Francesca siano riusciti a farlo e gli siamo grati.

Niccolò Ammaniti

L’autore e regista di Anna Niccolò Ammaniti ha parlato della genesi del progetto:

Dopo aver chiuso Anna come romanzo, ho passato anni a continuare a pensare a questa storia. Mi ero molto concentrato su Anna come protagonista, per vedere la storia di questa ragazzina che si trova in nuovo mondo. Come lo affronta, come diventa madre senza esserlo, cosa immagina del futuro, come riesce in qualche modo a superare i limiti di questa esistenza che ha davanti. Più passava il tempo, più altre storie emergevano nella mia testa, finché ho sofferto. Ho parlato con il mio editore, dicendogli che volevo farne una versione più lunga, aggiungendo personaggi e storie, raccontando meglio il passato dei personaggi che Anna incrocia. La Picciridduna per esempio è un personaggio che appare appena nel romanzo, ma che invece poteva avere uno sviluppo nel passato.

Ho poi parlato con Mario Gianani, che aveva acquisito i diritti del romanzo, e gli ho proposto di allargare il racconto, facendone una serie corale. Nel momento in cui si è trattato di scegliere il regista, ho proposto di farlo io, perché volevo vedere se le mie storie potevano incarnarsi nei bambini. Devo ringraziare Mario e Sky che mi hanno dato la possibilità di farlo, perché non era detto, dal momento che non era quella la mia formazione. Devo ringraziare tutti gli attori e soprattutto tutti i bambini che hanno lavorato con noi, che hanno lavorato tantissimo e non si sono mai tirati indietro. Mi avevano detto che è difficilissimo lavorare con i bambini, invece è stata una gioia enorme per me, soprattutto perché io non ho figli e mi sono trovato con una grandissima famiglia. Quello che mi rattrista adesso è che è finito.

Anna

Sulla stessa lunghezza d’onda la co-sceneggiatrice di Anna Francesca Manieri:

Per me è una gioia lavorare con Niccolò, è la seconda volta e spero di lavorare di nuovo con lui. Lui è la persona con il tasso di idee più alto del mondo, che è una cosa difficile da gestire, perché è una proliferazione continua. Siamo simili caratterialmente, ma molto diversi per visione del mondo. Niccolò è fondamentalmente un biologo, ateo ma con una forte spiritualità. Io invece sono piuttosto religiosa. Tutti e due abbiamo però una discreta ironia sull’esistenza. Quando si ha un rapporto patetico con i personaggi e una visione che punta agli assoluti, con la forza di Niccolò in scrittura, è possibile uscire dagli algoritmi e spaccare il meccanismo di antagonisti e colpi di scena.

In Anna ci confrontiamo con tematiche affini a quelle de Il miracolo. Nella quinta puntata c’è una parabola che è proprio il nucleo tematico della serie, che parla della reciproca implicazione tra bene e male e di una visione del mondo retributiva. Aprendosi a questa visione, sono l’ironia e la compassione a guidare la scrittura, non il colpo di scena. Io ero spaventata, ma Niccolò ha fatto un lavoro veramente incredibile. La cosa più incredibile di Anna è che quando la vedi non percepisci la fatica che ci sta dietro, cosa che avviene solo quando una visione guida una traiettoria.

Giulia Dragotto

La protagonista di Anna Giulia Dragotto ha parlato del suo personaggio:

Anna mi ha lasciato tante cose belle. Dopo essere entrata nei suoi panni, posso dire di essere totalmente diversa da lei. Lei è una folle e coraggiosa. Trovandomi nella sua stessa situazione, non so proprio come avrei agito.

Elena Lietti

Questa la riflessione di Elena Lietti sul suo personaggio:

L’eredità è nelle azioni di Maria Grazia, che è una donna indipendente, autonoma, libera da vincoli, fedele a se stessa e ai bambini. In lei vediamo il coraggio, l’autonomia e la libertà di pensiero di Anna, che praticherà in tutta la serie. L’eredità è in quel libro, un gesto essenziale e allo stesso tempo eroico di intuire cosa sta arrivando prima di altri e di scrivere un manuale di sopravvivenza in un mondo senza adulti, con indicazioni molto pratiche. Anche quando non è presente nei flashback, questa mamma diventa il motore di tutta la ricerca.

Roberta Mattei

A seguire, ha preso la parola Roberta Mattei, interprete del personaggio più misterioso di Anna, La Picciridduna:

Il mio è un personaggio funzionale, l’unica persona adulta rimasta viva. È una ragazza con una forte personalità, che era facile spostare su una situazione disagiata, ma che invece sceglie di vivere la propria natura, abbandonandosi a essa. Quella della serie è una natura che parla e che è chiara in ogni personaggio.

Niccolò Ammaniti

Ancora Niccolò Ammaniti, sulle difficoltà delle riprese di Anna:

La speranza è quella che muove tutta la storia. All’inizio è offuscata, ma piano piano emerge sempre più forte e diventa una spina propulsiva anche per Anna, che affronta tutto nella speranza che ci sia qualcos’altro. La speranza è simboleggiata dalla Sicilia, che è divisa dal continente soltanto da un’enorme dito d’acqua. Anna avanza cercando qualcosa che interrompa un’epoca senza futuro, per aprire un varco per lei, per suo fratello e per l’intera umanità.

La gestazione della serie è stata molto lunga, avevamo cominciato una bozza addirittura prima de Il miracolo. Poi l’abbiamo abbandonata e ripresa. Io e Francesca abbiamo continuato a lavorare a lungo e in seguito siamo partiti per un giro della Sicilia che non finiva mai, per trovare le location. Non era facile immaginarsi prima i posti che sarebbero diventati anni dopo uno scenario pandemico, con una natura che si riprendeva gli spazi. Il lavoro su location e scenografia è stato lunghissimo, poi è cominciato il periodo del casting, che è stato impegnativo soprattutto per la ricerca dei ragazzi.

Quando siamo partiti, io avevo paura di non farcela fisicamente, perché non ero abituato. Abbiamo girato gran parte del tempo in Sicilia, muovendoci su tutta la regione, ma anche nel Lazio e in Toscana. Mentre eravamo a Palermo, è arrivato il Covid. La situazione è diventata complicata, non sapevamo neanche se si sarebbe potuto continuare. Da un giorno all’altro, siamo andati tutti in lockdown. A quel punto è stato stranissimo, perché dopo mesi di lavoro eravamo improvvisamente soli e chiusi in casa. Ci incontravamo su Zoom per cercare di capire. In quel periodo ho avuto la possibilità di lavorare da remoto sul montaggio, quindi paradossalmente ho avuto una fortuna dal punto di vista lavorativo, perché ho visto quello che avevo fatto e ho potuto correggere alcune cose.

Lo stesso autore ha poi parlato delle somiglianze fra la serie e la realtà che stiamo vivendo:

Io avevo lavorato moltissimo su questa malattia, la rossa, che si manifesta attraverso delle macchie. Quindi la mia malattia aveva qualcosa di dermatologico, che il Covid non ha. Per me era più un problema di narrazione del rapporto fra bambini e adulti, che avevo già affrontato in Io non ho paura. Volevo vedere cosa avrebbero potuto fare dei bambini in un mondo senza adulti. Un virus mi sembrava plausibile in questo senso. Quando è arrivata la vera pandemia è stato strano, abbiamo girato anche delle sequenze con molti morti, quando a Palermo si cominciava già ad avvertire la pesantezza della situazione. La regia è molto affascinante per me, mi piace molto la costruzione visiva e in questo momento ho bisogno di vederle le cose che immagino. Il cinema mi ha permesso questo e mi ha permesso anche di avere molte relazioni umane, che avevo diminuito nel corso del tempo.

Quando scrivo le storie, faccio fatica a dare una morale. Se c’è una morale in Anna, è la riflessione su cosa lasciamo ai nostri figli. Quanto il passato conta per immaginare il futuro, perché non esiste un futuro se non c’è il passato. Questo mondo che racconto ha cancellato la memoria, perché erano troppo piccoli per ricordare. L’unica che ha memoria è Anna, grazie appunto al libro della mamma, che gli dice di continuare a leggere, perché è fondamentale. Leggere ci ha permesso di capire come vivevano per esempio i romani o gli egiziani. Anna è una tradizione che viene portata avanti.

Giulia Dragotto

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare una possibile seconda stagione di Anna:

Per immaginare una seconda stagione c’è bisogno di un’idea, di una storia forte. Noi andiamo contro gli algoritmi. Quello che posso dire è che c’è grande interesse nel continuare a lavorare con Niccolò. C’è la totale apertura a sposare nuove storie, se poi questa storia sarà la possibilità di continuare a esplorare il percorso di Anna ce lo dirà la forza narrativa che partirà da Niccolò e dai suoi desideri e dal nostro interesse a svilupparli. Quando Niccolò ha un’idea, noi la ascoltiamo con attenzione.

Anna

Francesca Manieri ha parlato della fase della vita che attraversano i protagonisti di Anna:

Già nel romanzo c’è la caratteristica che un piccolo personaggio percorre in un arco di tempo molto contenuto tutte le stazioni: madre, moglie e vedova. Dal punto di vista drammaturgico, Anna rende evidente una caratteristica del coming-of-age, che funziona perché è una stazione ineluttabile dell’esistere, valida per tutte le età. La ferita dell’adolescenza ha sempre a che fare con la morte, e qui diventa ancora più forte, perché si muore per davvero.

Anna

Questo il pensiero in proposito di Niccolò Ammaniti:

L’adolescenza è il momento in cui ci confrontiamo con la società e perdiamo il gioco e la fantasia, almeno in parte. Io l’ho sentita sempre come una morte, e Anna in qualche modo rappresenta questo, ricordare chi siamo stati durante la nostra infanzia e adolescenza.

Anna

Nicola Maccanico ha ripreso la parola per commentare i punti di contatto fra Anna e la pandemia in corso:

La sovrapposizione con una parte del nostro presente è assolutamente scollegata dalla scelta di fare la serie. Noi portiamo Anna al pubblico per motivi molto diversi rispetto all’assonanza con il Covid. Avevamo già in partenza l’idea di dare alla serie questo slot e lo abbiamo confermato. Teniamo molto al fatto che la serie venga percepita per quello che è, e non per un esercizio collegato a questo momento della nostra vita.

Anna

Niccolò Ammaniti ha poi citato le sue ispirazioni per Anna:

Ho avuto molte ispirazioni per Anna. La prima è stata un quadro di Pieter Bruegel, I giochi dei fanciulli, in cui c’è una piazza in una specie di totale larghissimo dall’alto su questa piazza piena di bambini che giocano e che fanno spesso giochi molto violenti, da adulti. Questi bambini hanno dei volti molto seri, sembrano quasi annoiati. Quel quadro è stata la prima impressione visiva di ciò che dovevo fare. Come film invece c’è stato Apocalypto, perché aveva questa cura del trucco e dei costumi, che mi aveva molto colpito e che volevo riprodurre in un mondo di bambini.

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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

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Piero Pelù. Rumore Dentro

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.

Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.

Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.

Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.

Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro


Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.

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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

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Holland

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.

Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.

Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»

Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».

Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?

Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»

Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?

Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Holland

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?

Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».

Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?

Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».

Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?

Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Holland

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?

Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».

Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».

Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set
».

Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?

Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».

Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».

Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?

Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Holland

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?

Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».

Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».

Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?

Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?

Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».

Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».

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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

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Broken Rage

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.

Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.

L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.

L’accoglienza a Venezia

Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.

Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming

Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.

Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage

Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.

Il futuro del cinema secondo Kitano

Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.

Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.

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