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Addio a David Lynch, sublime indagatore delle ombre e delle luci dell’animo umano

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“È con profondo rammarico che noi, la sua famiglia, annunciamo la scomparsa dell’uomo e dell’artista David Lynch. Gradiremmo un po’ di privacy in questo momento. C’è un grande buco nel mondo ora che non è più con noi. Ma, come avrebbe detto lui, “Guardate la ciambella e non il buco”. È una splendida giornata con un sole dorato e con il cielo azzurro ovunque.”

La notizia della morte di David Lynch, pubblicata poco fa sul profilo Facebook ufficiale del regista, lascia scossi e senza parole, proprio come i film di un artista per il quale sarebbe persino riduttivo scomodare termini spesso abusati come “maestro”, “mito” o “leggenda”. Un artista diventato aggettivo, proprio come il suo punto di riferimento Federico Fellini (con cui condivideva il giorno di nascita), costringendoci a definire opere altrui “lynchane”, con una facile scappatoia per riferirci alla miscela di mistero, perturbante e inquietudine generata dai suoi racconti.

Eraserhead – La mente che cancella, The Elephant Man, Dune, Velluto blu, Cuore selvaggio, le tre stagioni de I segreti di Twin Peaks in un arco di 27 anni, poi ancora Fuoco cammina con me, Strade perdute, Una storia vera, Mulholland Drive e Inland Empire – L’impero della mente, senza dimenticare le altre scorribande televisive American Chronicles, Un catastrofico successo e Hotel Room e i tantissimi cortometraggi, preziosi tasselli per cogliere l’essenza del suo universo. Titoli da elencare tutti d’un fiato, come in una sorta di preghiera laica e cinefila, per celebrare un regista che non c’è più ma che sempre ci sarà, ogni volta che uno spettatore si metterà in cerca di qualcosa di diverso rispetto a ciò che è abituato a vedere; qualcosa di indefinibile, imperscrutabile e straniante, o più semplicemente lynchano.

Un cinema di magnifiche contraddizioni

In un mondo che cerca sempre più la semplificazione e il didascalismo, David Lynch ha scelto di spiegare e di spiegarsi attraverso le immagini, creando storie criptiche, mondi surreali e visioni oniriche, che hanno però paradossalmente il potere di farci sentire a casa, anche quando il senso di ciò che vediamo sembra sfuggirci. Il suo cinema è ricco di digressioni, simbolismi e ambiguità, punti cardinali di un’esperienza di visione partecipata, che non imbocca mai lo spettatore, ma al contrario lo invita costantemente a guardare oltre, verso un crepuscolo in cui si fondono realtà e fantasia, amore e paura, sogno e incubo.

Un insieme di magnifiche contraddizioni, in cui il cinema narrativo classico, l’amore per la pittura (e in particolare per Francis Bacon), la psicoanalisi freudiana e la sperimentazione più estrema convivono nella costruzione di enigmi in cui le domande sono sempre molto più importanti delle risposte e dove al centro di tutto c’è sempre l’essere umano, con tutti i suoi vizi e le sue contraddizioni. Un mistero sempre in divenire, che si è rivelato al mondo con il suo primo folgorante lungometraggio del 1977 Eraserhead – La mente che cancella, realizzato nell’arco di 5 anni in maniera totalmente indipendente, ma diventato nel tempo un cult del cinema underground, capace di ispirare anche Stanley Kubrick per la realizzazione del suo Shining. Un’opera grottesca e disturbante, con cui David Lynch declina le sue paure nei confronti del trasferimento a Philadelphia e della sua prima paternità, capace di generare una delle creature più sinistre e misteriose della storia del cinema, un mostruoso feto la cui fattura è ancora ignota e forse lo resterà per sempre (anche se la teoria più accreditata è quella del feto imbalsamato di un vitello).

David Lynch e la ferocia umana

David Lynch

David Lynch è ossessionato dalla doppiezza dell’animo umano e da ciò che si cela dietro all’apparenza. Lo dimostra chiaramente con la sua opera seconda del 1980 The Elephant Man, con la quale si sposta dai foschi scenari industriali statunitensi alla Londra vittoriana, tratteggiando la struggente storia di John Merrick, dolce uomo affetto da una grave deformazione del capo, che lo porta prima a essere schernito e percosso, poi a diventare una sorta di fenomeno da baraccone, in bilico fra medicina, circo e aristocrazia. Un trattato sulla ferocia umana e sulla necessità di non fermarsi mai alla superficie delle cose e delle persone, che impone definitivamente all’attenzione generale il cinema di David Lynch.

Sull’onda del successo, il nostro compie poi una scelta rischiosa, lanciandosi nel difficilissimo adattamento di Dune di Frank Herbert, una delle pietre miliari della fantascienza moderna.Lo stile visionario di David Lynch deve confrontarsi con un’opera densa di temi e contenuti e soprattutto con le ambizioni da blockbuster del produttore Dino De Laurentiis, con esiti tutt’altro che disprezzabili dal punto di vista artistico, ma del tutto devastanti per il regista, che da questo momento in poi pretenderà e otterrà sempre di avere l’ultima parola sui suoi progetti.

Nasce così una nuova fase della carriera di David Lynch, che si concentra sugli aspetti più torbidi e misteriosi della provincia americana, scavando fra i più reconditi anfratti della mente umana. Un momento di grande creatività narrativa, che genera il thriller-noir Velluto blu, infarcito di violenza, crimine e corruzione, e il road movie atipico Cuore selvaggio, con il quale il regista fonde la sua irresistibile passione per Il mago di Oz con una storia di amore tossico e autodistruttivo, premiata con la Palma d’oro per il miglior film di Cannes dalla giuria presieduta da Bernardo Bertolucci.

Fra Laura Palmer e i misteri della psiche umana

Dopo aver contribuito a fare la storia del grande schermo, David Lynch cambia poi per sempre il corso della televisione, irrompendo nelle case di tutto il mondo con I segreti di Twin Peaks, opera rivoluzionaria in cui abitano mistero e passione, crimine e soprannaturale, pungente critica sociale e spassosa parodia delle soap opera dell’epoca. «Chi ha ucciso Laura Palmer?», diventa un tormentone per ragazzi e adulti, insieme al memorabile tema musicale portante di Angelo Badalamenti, sospeso fra malinconia e inquietudine. Un successo appannato solo dalla scelta da parte del canale televisivo ABC di rivelare anzitempo l’identità dell’assassino, portando a un generale calo di interesse del pubblico e dello stesso David Lynch, che ha però il tempo di consegnare alla storia della televisione lo straordinario ultimo episodio della seconda stagione Oltre la vita e la morte, spaventoso temporaneo epilogo del viaggio del Dale Cooper di Kyle MacLachlan nella Loggia Nera. Un percorso completato sul grande schermo da Fuoco cammina con me, prequel della straziante storia di Laura Palmer.

Dopo il capitolo Twin Peaks, il cinema di David Lynch deflagra in narrazioni sempre più estreme, in cui la psiche umana genera vertiginosi incubi, in cui il tema del doppio diventa fondamentale. Fra il 1997 e il 2006, il nostro consegna alla storia Strade perdute, Mulholland Drive e Inland Empire – L’impero della mente, tre capolavori sul lato oscuro della ricchezza e del successo, in cui vite, desideri e ambizioni si intrecciano in un vortice di violenza, paura e autodistruzione, fra passioni pericolose, sogni di gloria infranti e personalità sdoppiate. Da artista poliedrico e impossibile da incasellare, nel frattempo David Lynch non manca però di prendersi gioco di chi lo vorrebbe ridurre a maestro dell’impenetrabilità e dell’ambiguità, consegnando agli annali quella che è al contrario una Straight Story, ovvero Una storia vera, commovente parabola del disperato tentativo di un uomo anziano di ricucire il rapporto con il fratello gravemente malato. Un’opera senza slanci onirici e suggestioni soprannaturali, ma allo stesso tempo perfettamente coerente con un percorso artistico in cui la luce dell’umanità riesce sempre ad affiorare dagli abissi delle nostre più respingenti pulsioni.

Il commiato di David Lynch

David Lynch

David Lynch conclude il suo percorso artistico con Twin Peaks – Il ritorno, agognata terza stagione del suo show di culto, durante la quale insieme al sodale Mark Frost spinge ancora di più sulla sperimentazione narrativa e visiva, portando la televisione in luoghi inesplorati e consegnando alla storia del piccolo schermo capolavori come l’ottavo episodio Gotta Light? e l’ultimo What Is Your Name?, perfetta chiusura circolare della sua carriera e della serie.

Fra bizzarri progetti come il cortometraggio Netflix What Did Jack Do? e il suo canale YouTube dedicato prevalentemente a spassose previsioni del tempo, è un altro grande uomo di cinema come Steven Spielberg a firmare l’ultima prova di David Lynch come attore nel suo autobiografico The Fabelmans, dove il nostro recita la parte del burbero John Ford, dispensando preziosi consigli al giovane protagonista. Un intero secolo di cinema americano a confronto in una piccola ma simbolica comparsata, irriverente commiato di un’artista senza eredi, senza il quale oggi ci scopriamo molto più soli.

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The Office: le 5 scene che hanno generato i meme più famosi

Dalla prova antincendio di Dwight all’urlo PARKOUR: le cinque scene di The Office che hanno regalato a internet alcuni dei meme più usati di sempre.

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The Office: le scene diventate meme

Ci sono serie che si limitano a farti ridere e serie che entrano nel linguaggio della società e del web: The Office appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Adattamento americano della serie britannica di Ricky Gervais e Stephen Merchant, andata in onda dal 2005 al 2013 per nove stagioni, la sitcom ambientata nella filiale di Scranton della Dunder Mifflin ha regalato al web una quantità impressionante di meme, che ancora oggi circolano quotidianamente e vengono usati persino da chi la serie non l’ha mai vista.

Il merito è soprattutto di Michael Scott (Steve Carell), capo dell’ufficio ed essere umano decisamente imbarazzante seppur con un’umanità sempre più evidente con il passare degli episodi. Sono fonte di risate a volontà sia le sue frasi, sia il suo rapporto con Dwight Schrute (Rainn Wilson). Quest’ultimo è poi afflitto dalle continue provocazioni di Jim Halpert (John Krasinski). Accanto a loro, una fauna umana variegata e irresistibile. Netflix Italia ha raccolte cinque sequenze indimenticabili diventate parte integranti dei social e del loro linguaggio, dalla celeberrima prova antincendio con cui Dwight terrorizza l’intero ufficio all’urlo «PARKOUR!» che apre la sesta stagione. Rivediamole insieme.

Le 5 scene di The Office diventate meme

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Stranger Things 5: il dietro le quinte della stagione finale

Il cast e la troupe sul set dell’ultima stagione di Stranger Things: il video ufficiale che racconta la chiusura di una storia lunga dieci anni.

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Stranger Things 5: il dietro le quinte della stagione finale

Girare l’ultima stagione di una serie durata 10 anni per un attore non è un lavoro come gli altri, e si vede. Il peso emotivo e culturale di tutto ciò traspare chiaramente nel dietro le quinte della quinta e ultima stagione di Stranger Things, che mostra un set in cui alla concentrazione si mescola la consapevolezza che sta finendo tutto: i protagonisti sono entrati in questa storia da bambini e ne escono adulti, e diversi membri della troupe li accompagnano dal primo giorno di riprese del 2015.

Fra prove, effetti pratici e ultimi ciak, il video ufficiale di Netflix Italia è anche un piccolo saluto rivolto a chi la serie l’ha seguita fin dall’inizio. Guardiamolo insieme.

Sul set della stagione finale di Stranger Things

Sul nostro sito trovate la recensione dell’episodio finale, mentre la serie è disponibile su Netflix.

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Friends: la prima e l’ultima battuta di ogni protagonista

Dalla frase con cui Monica apre la serie all’ultima battuta di Chandler: il video ufficiale che ripercorre la prima e l’ultima battuta dei sei protagonisti di Friends.

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Friends

Dieci stagioni, 236 episodi, dal 1994 al 2004: Friends è la sitcom che ha definito un’epoca e che, a più di vent’anni dal finale, continua a essere una delle serie più riviste in assoluto. Creata da David Crane e Marta Kauffman, Friends racconta le vite di sei amici newyorkesi, seguendo con piglio ironico e disincantato le loro (dis)avventure personali e sentimentali e l’evoluzione delle loro esistenze: proprio per questo l’idea di Netflix Italia mettere in fila la prima e l’ultima battuta di ognuno di loro funziona come un piccolo compendio di tutto quello che Friends è stato.

La serie si apre al Central Perk con Monica (Courteney Cox) che liquida le domande degli amici sul suo appuntamento, e si chiude dieci anni dopo nell’appartamento ormai vuoto, con Rachel (Jennifer Aniston) che propone di andare a prendere un caffè e Chandler (Matthew Perry) che risponde con l’ultima battuta della serie: «Sure. Where?». Una domanda ironica, per un gruppo che aveva passato dieci anni sullo stesso divano. In mezzo ci sono l’esordio di Ross (David Schwimmer) sul suo matrimonio appena naufragato, le battute di Joey (Matt LeBlanc) e Chandler sull’ipotetico difetto del nuovo spasimante di Monica e l’immancabile e adorabile nonsense di Phoebe (Lisa Kudrow).

La prima e l’ultima battuta dei protagonisti di Friends

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