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Dune: lo speciale di Vanity Fair con nuove foto dal set

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Come preannunciato, dopo la prima foto di Timothée Chalamet sul set di Dune, Vanity Fair ha pubblicato altre foto dal set dell’attesissimo film di Denis Villeneuve, accompagnate da diverse interessanti dichiarazioni del regista e dei protagonisti. Possiamo ammirare le nuove splendide foto di Chalamet, Rebecca Ferguson, Zendaya, Oscar Isaac, Jason Momoa e Sharon Duncan-Brewster, realizzate da Chiabella James, nell’articolo di Vanity Fair e nel post Instagram della celebre testata, che trovate qui sotto.

Dune: un primo sguardo al film di Denis Villeneuve

 

 
 
 
 
 
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Dune è basato sull’omonimo romanzo di Frank Herbert, già trasposto sul grande schermo da David Lynch in un film del 1984. Fra le ragioni dello scarso successo di quell’adattamento, ci fu l’altissima difficoltà nel condensare un’opera così densa in un unico film. Per questa ragione, Villeneuve e la Warner Bros hanno concordato sulla necessità di affrontare Dune in maniera analoga a quanto fatto con It di Stephen King, diviso in due diversi lungometraggi. Il film che vedremo in sala il 18 dicembre (la data di uscita è confermata) sarà dunque la prima di due parti. Queste le parole in proposito di Villeneuve:

Non avrei accettato di realizzare questo adattamento del libro in un singolo film. Questo mondo è troppo complesso. Ed è un mondo che trae la propria forza dai dettagli.

Il regista si è poi soffermato sul forte legame con la realtà dell’opera di Herbert, incentrata su un pianeta sfruttato fino all’estremo, proprio come la nostra Terra:

Non importa cosa crediamo, la Terra sta cambiando e dovremo adattarci. Penso che Dune, questo libro, sia stato scritto nel 20° secolo. Era un lontano ritratto della realtà del petrolio, del capitalismo e dello sfruttamento eccessivo della Terra. Oggi le cose vanno semplicemente peggio. È un racconto di formazione, ma anche un invito all’azione per i giovani.

Timothée Chalamet sarà il protagonista di Dune, Paul Atreides. Paul pensa di essere solo un ragazzo che fatica a trovare il proprio posto nel mondo, ma in realtà è in grado di cambiarlo quel mondo. Ha un dono soprannaturale che gli permette di sfruttare e liberare l’energia, guidare gli altri e fondersi con il cuore del suo nuovo mondo. Vanity Fair lo paragona scherzosamente a una sorta di Greta Thunberg, trasformata però in una Jedi con un diploma di Hogwarts. Paul proviene da una potente famiglia galattica con un nome che suona come una costellazione: la Casata Atreides. Suo padre e sua madre, il duca Leto (interpretato da Oscar Isaac) e Lady Jessica (Rebecca Ferguson), portano il figlio dal loro lussureggiante mondo, che ricorda la Scandinavia, al controllo dell’estrazione di spezie su Arrakis.

Ciò che segue è uno scontro con la criminale Casata Harkonnen, guidata dal mostruoso Barone Vladimir (Stellan Skarsgård), un mammut con appetiti spietati. Il barone, creato con protesi di tutto il corpo, assomiglia a un rinoceronte in forma umana. Queste le parole di Villeneuve in proposito:

Per quanto ami profondamente il libro, ho sentito che il barone stava flirtando troppo con la caricatura, e ho cercato di portargli un po’ più di spessore. Ecco perché ho scelto Stellan. Stellan ha qualcosa negli occhi. Senti che c’è qualcuno che pensa, pensa, pensa: che ha tensione e sta calcolando dentro, nel profondo dei suoi occhi. Posso testimoniare: può essere abbastanza spaventoso.

Chalamet ha poi parlato della difficoltà delle riprese di Dune sotto il sole cocente di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti:

Ricordo di essere uscito dalla mia stanza alle 2 del mattino, e probabilmente c’erano già 37 gradi. Le temperature a volte salivano fino a 48 gradi. Se si faceva troppo caldo, ci mettevano un berretto in testa. Non ricordo il numero esatto, ma era impossibile continuare a lavorare. In qualche modo, è stato utile essere nelle tute e raggiungere quel livello di stanchezza.

Rebecca Ferguson ha poi speso qualche parola su Lady Jessica, la madre di Paul da lei interpretata:

È una madre, è una concubina, è un soldato. Denis era molto rispettoso del lavoro di Frank nel libro, ma la qualità degli archi per gran parte delle donne è stata portata a un nuovo livello. Ha fatto alcuni cambiamenti, e ora sono magnificamente rappresentate.

Un altro personaggio che Villeneuve ha modificato è quello di Liet Kynes, ecologista di Arrakis. Nel romanzo di Herbert è un uomo bianco (nel film di Lynch fu interpretato da Max von Sydow), mentre nella trasposizione del regista canadese è una donna di colore, cioè Sharon Duncan-Brewster. Queste le parole dell’attrice:

Denis mi ha detto che mancavano personaggi femminili nel suo cast, e lui è sempre stato molto femminista e a favore delle donne, per cui voleva scrivere il ruolo per una donna. Questo essere umano riesce sostanzialmente a mantenere la pace tra molte persone. Le donne sono molto brave in questo, quindi perché Kynes non può essere una donna? Perché Kynes non dovrebbe essere una donna?

In conclusione, qualche parola di Villeneuve sul suo impegno in Dune:

È un libro che affronta la politica, la religione, l’ecologia, la spiritualità, e con molti personaggi. Penso che sia per questo che è così difficile. Onestamente, è di gran lunga la cosa più difficile che abbia fatto nella mia vita.

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Time is Up: recensione del film con Bella Thorne e Benjamin Mascolo

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Time is Up

A cavalcare il rinnovato interesse internazionale nei confronti dell’Italia arriva Time is Up, teen drama di produzione italiana (per la precisione Lotus Production e Rai Cinema), girato in lingua inglese fra Roma e gli Stati Uniti. Un progetto confezionato su misura per i suoi due protagonisti, cioè la popstar Benjamin Mascolo – alla sua prima prova come attore – e la sua futura moglie Bella Thorne, conosciuta in tutto il mondo e particolarmente amata dai più giovani per le sue partecipazioni a piccoli cult come La Babysitter e Il sole a mezzanotte – Midnight Sun.

Dirette da Elisa Amoruso, le due star mettono in scena una classica storia d’amore tardo adolescenziale, che rimesta con fierezza fra i vari stereotipi del genere, come la disparità di classi sociali, l’importanza di cogliere l’attimo e l’immancabile appuntamento col destino. Un’opera dal valore artistico modesto, che ha però il pregio di proporre al proprio pubblico di riferimento, quello dei giovanissimi, la ritrovata immagine della Hollywood sul Tevere, sfruttando pienamente una Roma quasi deserta per via del periodo di restrizioni durante il quale è stata girata. Time is Up arriverà in sala grazie a 01 Distribution per un’uscita evento di soli 3 giorni, fissata al 25, 26 e 27 ottobre.

Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo tra schermo e realtà
Time is Up

Vivien (Bella Thorne) è un’ambiziosa studentessa americana, con una passione viscerale per la fisica e impegnata con un talentuoso nuotatore. Nella stessa squadra del suo ragazzo c’è Roy (Benjamin Mascolo), ragazzo povero, estremamente tormentato, senza fiducia in se stesso e in fuga dai traumi del passato. Due mondi inconciliabili, due personalità incompatibili, che trovano un punto di incontro proprio a Roma, sede di un importante gara di nuoto dove Vivien si reca per fare una sorpresa al fidanzato. Le misteriose e imprevedibili dinamiche dell’amore avvicinano questi due poli opposti, portandoli a rivedere drasticamente le loro convinzioni sulla vita e sui sentimenti.

Dopo il documentario Chiara Ferragni — Unposted e il dramma intimo e autobiografico Maledetta primavera, Elisa Amoruso dimostra ancora una volta la sua poliedricità dando vita all’incrocio di due racconti di formazione e di educazione sentimentale, a cui fa da sfondo una Città Eterna da cartolina, più abbagliante e ovattata che mai. In un’opera letteralmente plasmata sui corpi e sulle vite dei protagonisti, a lasciare perplessi è il pudore nei loro confronti della regista, molto trattenuta sia nelle sequenze più sentimentali sia in quelle potenzialmente bollenti. Una scelta che non contraddice solamente la storia di Bella Thorne e Benjamin Mascolo, ma anche lo stesso impianto narrativo di Time is Up, che indugia ripetutamente sull’erotismo della protagonista ed è ancora più esplicito nella messa in scena di un rapporto omosessuale.

Aspettando il sequel

Time is Up

Data la natura fortemente commerciale e promozionale del progetto, ci si sarebbe inoltre potuti aspettare qualcosa di più anche sulla location di Roma, ridotta a mera cornice di una storia d’amore che si gioca più sugli sguardi e sul lento avvicinamento dei protagonisti che sullo scenario del loro rapporto. Una scelta che con ogni probabilità deriva dall’emergenza sanitaria, ma che ha comunque l’effetto di depotenziare il processo di valorizzazione dell’Italia chiaramente alla base di questo progetto.

Quasi a compensare queste incertezze dal punto di vista squisitamente editoriale, Time is Up è sovraccarico di tematiche, soprattutto per quanto riguarda la personalità dei protagonisti. Mentre il personaggio di Benjamin Mascolo è più quadrato e meno sfumato, anche per andare incontro all’inevitabile rigidità espressiva dell’attore debuttante, per caratterizzare Vivien si ricorre nuovamente a variazioni dell’ormai logora equazione di Dirac, legge fisica nota anche come equazione dell’amore. Bella Thorne si disimpegna bene, sostenendo diverse scene con la propria verve, ma diventa purtroppo inefficace quando chiamata a declamare frasi da Smemoranda o a diventare il volto di una vaga riflessione sulla memoria.

In questo lavoro che a malincuore non possiamo definire riuscito, ci sono due buone notizie: la prima è che Bella Thorne e Benjamin Mascolo funzionano insieme sullo schermo, quando sostenuti da una sceneggiatura adeguata o da una scena che li valorizzi, come la sequenza ambientata nell’idromassaggio o quella sulle note della loro canzone Up in Flames. La seconda è che c’è la possibilità di correggere il tiro. Nella cornice della Festa del Cinema di Roma, la produzione ha infatti annunciato che grazie alla buona accoglienza ricevuta dal film oltreoceano è in corso la lavorazione di Time is Up 2. Appuntamento quindi al sequel, nella speranza di vedere un’opera che contribuisca concretamente al rilancio del nostro cinema nel mondo.

Overall
5/10

Verdetto

Time is Up non rinnega mai la propria natura di opera puramente commerciale e dal target ben specifico, ma non convince proprio quando cerca di sfruttare la popolarità dei suoi protagonisti e di valorizzare le location romane.

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Anni da cane: recensione del film con Aurora Giovinazzo

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Anni da cane

Dopo aver portato sugli schermi di tutto il mondo Curon, serie mistery italiana da lui diretta, Fabio Mollo sbarca su Amazon Prime Video il 22 ottobre con Anni da cane, primo film Amazon Original italiano. Un’opera prodotta da Notorious Pictures e chiaramente frutto del processo di internazionalizzazione del nostro panorama cinematografico e seriale, soprattutto in ambito giovanile. Anni da cane è infatti una classica dramedy adolescenziale, che condivide con Sul più bello lo spettro della morte sulla narrazione (anche se declinato in maniera completamente diversa), strizzando ripetutamente l’occhio all’immaginario televisivo e cinematografico, citato più o meno esplicitamente in diverse occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma non si può che accogliere con favore e curiosità un progetto nato con l’ambizione di essere fruibile anche oltre i confini nazionali e capace di valorizzare un giovane talento come Aurora Giovinazzo, già sulla cresta dell’onda grazie a Freaks Out.

Anni da cane: il disagio adolescenziale in una rom-com tutta italiana

Anni da cane

Stella è un’adolescente come tante: insicura, goffa negli approcci con i coetanei e forte di una fervida immaginazione. A seguito di un incidente in auto che ha sconvolto per sempre la sua vita, in cui ha incontrato il suo cane, Stella si è convinta che i suoi anni vadano contati proprio nel modo con cui si contano quelli dei migliori amici dell’uomo. Dal momento che la ragazza sta per compiere 16 anni, per via di questo bizzarro calcolo Stella risulta un’ultracentenaria. La protagonista è talmente convinta della sua imminente dipartita da stilare una lista delle cose che deve assolutamente provare prima di compiere 16 anni. In cima alla lista c’è la sua prima esperienza sessuale, per la quale c’è anche il principale indiziato, cioè Matteo (Federico Cesari). Con l’aiuto dei coetanei Nina e Giulio e sotto lo sguardo rassegnato della mamma e della sorella, Stella comincia la sua bizzarra missione.

Anni da cane ragiona su un tema universale come il disagio esistenziale tipico dell’adolescenza, prendendo come punto di riferimento i giovani della generazione Z, sempre più privi di punti di riferimento. In una sorta di bignami degli adolescenti di oggi, ci addentriamo così fra i loro miti (come Achille Lauro, che compare nel film nel ruolo di se stesso), il loro naturale progressismo (all’insegna del poliamore e dell’integrazione sempre più efficace degli italiani di seconda generazione) e i loro punti di riferimento culturali, come Riverdale (citato esplicitamente), Euphoria, i cui colori audaci sono ripresi nella fotografia di Martina Cocco, e il generazionale Noi siamo infinito, sbertucciato bonariamente da Giulio. Un immaginario prevalentemente americano, accompagnato non casualmente da una Roma inaspettatamente discreta, che affiora quasi esclusivamente con le proprie location da cartolina (il Colosseo), per ribadire il respiro internazionale di Anni da cane.

La Stella Aurora Giovinazzo

Anni da cane

Il lavoro di Fabio Mollo doveva affrontare parecchie insidie, come un soggetto costantemente in bilico fra realismo e fantastico, un gruppo di personaggi decisamente eccentrici e gli inevitabili cliché che ogni racconto adolescenziale si porta dietro. Al netto di qualche passaggio meno riuscito, come il tira e molla amicale fra Stella, Nina e Giulio, Anni da cane vince la sua scommessa, trovando il giusto equilibrio fra commedia e dramma e soprattutto la Stella dal luminoso futuro di Aurora Giovinazzo, che domina ogni scena con il suo naturale carisma e con la sua vitalità costantemente repressa. A convincere sono soprattutto le sfumature più malinconiche e amare, che vedono protagonista anche Valerio Mastandrea con un prezioso cameo e rendono addirittura plausibili potenziali svolte tragiche, solitamente impensabili per un progetto del genere.

In mezzo a soluzioni prevedibili e discreti colpi di scena, Anni da cane mette in scena un elogio alle diverse velocità con cui si può vivere la vita. Fra la serena lentezza di Matteo e l’impazienza di Stella emerge una giusta via di mezzo, che può portarci a rallentare quando andiamo troppo di fretta o a riprendere a correre quando credevamo che non fosse più possibile. Anni da cane si rivela quindi un buon esordio per le produzioni originali italiane su Amazon Prime Video, capace di rappresentare la nostra industria all’estero ma paradossalmente frenato dalla sua stessa ambizione internazionale: l’immaginario a stelle e strisce in cui vivono i protagonisti (le feste sfarzose, la sessualità libertina) finisce infatti per sovrapporsi all’italianità dell’operazione, indebolendo un prodotto che ha non pochi pregi, fra cui quello di provare a svecchiare un movimento cinematografico perennemente proteso verso gli over 50.

Overall
6.5/10

Verdetto

Anni da cane si rivela una rom-com adolescenziale garbata e priva di evidenti difetti, che sconta la volontà di aprirsi al mercato internazionale celando troppo la sua italianità.

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Interviste

Quentin Tarantino incontra il pubblico della Festa del Cinema di Roma

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Quentin Tarantino

Nel corso della Festa del Cinema di Roma 2021, ha trovato spazio un lungo incontro del pubblico della manifestazione con Quentin Tarantino, che per l’occasione ha ricevuto anche il Premio alla Carriera della rassegna romana. Con la guida del Direttore Artistico Antonio Monda, il formidabile regista statunitense si è concesso per circa 90 minuti a un viaggio nella sua carriera, che ha toccato anche la sua infanzia e i suoi più intimi ricordi.

Festa del Cinema di Roma 2021

Quentin Tarantino ha esordito parlando del primo film da lui visto:

Il primo che ricordo di aver visto è Più micidiale del maschio, un film di agenti segreti inglesi con protagonista Richard Johnson del 1964 o 1965 (il film in realtà è del 1967, ndr). Avevo più o meno 5 anni e non avevo nessuna idea di cosa stavo guardando. C’era una scena quasi sadomaso, con una persona rapita e tenuta prigioniera. Rimasi molto intrigato, ma la parte politico-sessuale mi sfuggi completamente. Mi ricordo di averne parlato al mio patrigno, chiedendogli quale fosse il film dove due ragazze legano un tizio, ma lui non lo ricordava. Negli anni ’90, cominciai la mia collezione di film e all’improvviso mi apparve proprio Più micidiale del maschio. Quando l’ho visto, a un certo punto mi sono ricordato cosa stava per succedere e mi sono detto: era proprio il mio primo film!

Quentin Tarantino è più uno sceneggiatore che dirige o un regista che scrive? Questo il suo parere:

Forse entrambe le cose. Io ho sempre avuto fin dall’inizio un’opinione abbastanza alta di me stesso, soprattutto per la mia capacità di scrittura dei dialoghi. All’inizio mi consideravo più uno sceneggiatore, poi col passare del tempo sono arrivato alla conclusione di essere un regista in grado di catturare cosa scrive lo sceneggiatore.

Una caratteristica del cinema di Quentin Tarantino è la presenza di prodotti o marche fittizie, come il Big Kahuna Burger o le sigarette Red Apple. Questo il suo pensiero in proposito:

Lo faccio perché mi diverte e perché mi piace avere nei miei film prodotti che esistono veramente, ma anche creare anche altri mondi e altre realtà per i miei personaggi. I miei protagonisti a volte vedono addirittura film mai esistiti, creati appositamente da me. In questo modo creo un universo popolato dai miei personaggi.

Festa del Cinema di Roma 2021

Una clip di una celebre scena di Jackie Brown con Robert De Niro e Bridget Fonda ha portato il regista a parlare del suo processo di scelta degli attori:

Per questa scena inizialmente non avevo in mente Robert De Niro e Bridget Fonda. A volte può capitare di scrivere pensando a un attore, altre volte no. Fa parte del rapporto che si stabilisce fra me e il foglio di carta, poi il progetto evolve da solo. Devo dire che in genere funziona meglio se scrivo la sceneggiatura pensando a un attore già famoso.

Prendiamo per esempio il caso di Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Probabilmente il risultato non sarebbe stato così articolato e ricco se mi fossi messo a scrivere pensando a un particolare attore. Mentre scrivevo, non mi ero reso conto che Landa fosse un vero genio dal punto di vista linguistico. Era necessario avere un attore con le stesse caratteristiche. Quindi mi sono chiesto: ho scritto un ruolo che nessun attore potrà mai interpretare? Poi ho trovato Waltz. Se avessi pensato a qualcuno, il personaggio sarebbe stato limitato.

Un esempio opposto è quello di King Schultz in Django Unchained. Dopo aver lavorato con Waltz, ho scritto il personaggio per lui, perché sapevo esattamente ciò che era in grado di fare, il tipo di voce, il timbro e il ritmo. Questo è accaduto anche con Samuel L. Jackson, perché dopo aver fatto Pulp Fiction avevo in testa la sua voce. C’è sempre bisogno di trovare un compromesso, perché è chiaro che se scrivi con in mente un particolare attore valorizzi i suoi punti di forza e scrivi in modo tale da farli emergere e da dare più impatto al personaggio. Questo però significa anche evitare di includere aspetti per i quali pensi che quell’attore non abbia le qualità giuste. Questo limita un po’ l’impatto, perché c’è il rischio di non lasciarsi trasportare dal personaggio stesso.

Il regista ha confermato la voce secondo cui per potersi accreditare come attore ha mentito affermando di aver recitato in film di Godard e Romero:

Confermo, è tutto vero. Se vuoi fare l’attore ma non hai ancora esperienza, qualcosa devi comunque scriverlo nel curriculum. Ho scelto qualcosa che non facesse parte dell’aspetto sindacalizzato e ho puntato su Zombi di George A. Romero, perché a un certo punto si vede una gang di motociclisti un un centro commerciale, e fra loro de c’è un attore che effettivamente mi somigliava.

Jean-Luc Godard ha fatto un film terribile, in cui c’è anche Woody Allen. Si chiama King Lear. Si tratta di un film che non ha mai visto nessuno. Se anche qualcuno decidesse di vederlo, non resisterebbe più di 5 minuti, per cui ho pensato di inserirmi lì. Avevo tentato di diventare attore già da qualche anno e la mia biografia era sempre quella. Avevo anche sempre la stessa manager, per cui nella mia biografia figurava sempre questa parte. Addirittura in una guida sui film in TV si fa riferimento a un giovane Tarantino, che guardando bene si può vedere in King Lear.

Romero mi ha contattato per uno dei suoi ultimi progetti (Le cronache dei morti viventi, ndr), chiedendomi se fossi pronto per interpretare un personaggio. Io ho accettato e a quel punto mi sono riscattato dalle bugie che avevo detto.

Quentin Tarantino

Un primo piano degli occhi di Uma Thurman in Kill Bill è stata l’occasione per parlare della venerazione di Quentin Tarantino per Sergio Leone, tale da indurlo a riferirsi al regista italiano per le inquadrature molto ravvicinate:

La chiamo direttamente una Sergio, che non è questa specifica inquadratura, perché per essere una Sergio deve essere un primissimo piano molto ravvicinato. Francamente trovo che sia assurdo chiedere i 10 film preferiti di un decennio. Forse i primi 3, ma è comunque una cosa che non si può prendere sul serio. L’eccezione è Il buono, il brutto, il cattivo, che è sempre in tutte le mie liste perché è effettivamente il mio film preferito. Non mi dilungo sul perché, lo è e basta.

Quentin Tarantino ha raccontato come ha capito di voler diventare un regista:

In realtà c’è voluto un po’. Non è stata una decisione improvvisa, anche perché ci ho messo 8 anni per convincere le altre persone del fatto che sono un regista. Dentro di me, appena ho capito cosa fosse un regista ho saputo che era quella la mia strada. Già da ragazzino ero legato al mondo del cinema e volevo farne parte. Mia mamma e il mio patrigno dicevano che sarei diventato un regista già quando ero ancora un bambino. Anche quando volevo fare l’attore, gli eroi per me erano sempre i registi: volevo fare un film con quel particolare regista. Quando ho iniziato a studiare recitazione, ho trovato compagni che sapevano molto meno di me, perché a me interessava il cinema, mentre loro erano interessati solo a loro stessi. Per me era troppo poco fare l’attore, quel film doveva essere mio.

Alcuni spettatori non apprezzano lo stravolgimento della storia fatto da Quentin Tarantino nei suoi ultimi film. Questo il sentimento del regista in proposito:

Di film in giro ce ne sono tanti, mica devono per forza vedere i miei.

Doveroso un accenno a C’era una volta a… Hollywood:

Non volevamo che il pubblico si rendesse conto di cosa stava andando a vedere, dovevano arrivare alla rivelazione soltanto alla fine. L’idea era di sorprendere e fare riflettere su quello che si era visto. La cosa fighissima ma molto difficile è riuscire a sorprendere con elementi che gli spettatori hanno sempre avuto sotto gli occhi senza rendersene conto. Tutti sapevano il titolo, ma soltanto alla fine si rivela la natura di fiaba del film.

Quentin Tarantino ha parlato del celebre scontro finale fra Calvin Candie e King Schultz in Django Unchained:

Ogni volta che rivedo quella scena, mi ricordo che Leonardo DiCaprio cadendo ha sfiorato un mobile con la testa. Ogni volta mi sembra che manchi ancora meno prima di colpirlo. Durante le riprese della scena a tavola, a un certo punto è successo un incidente: Leo ha letteralmente distrutto un bicchiere sbattendolo sul tavolo. È stato molto interessante vedere la sua reazione, che è stata straordinaria. Noi della troupe abbiamo trattenuto il fiato, pensando che si mettesse a urlare, ma lui è un attore magnifico e per due minuti ha gestito la cosa, addirittura giocherellando con questo sangue. Questo episodio ha portato Leo a raggiungere livelli straordinari in quei 2 minuti.

Il regista ha parlato della sua fedeltà alle sceneggiature da lui stesso scritte:

Non avrebbe molto senso opporsi a modifiche o aggiunte in corso, perché si blinderebbe il personaggio mentre invece si può arricchire il film girando, grazie alla diverse qualità degli attori. Non mi sono mai detto che un mio film era completamente diverso dalla sceneggiatura. A volte però si prendono strade diverse, proprio perché l’attore dà un contributo che porta ad aggiustare il tiro. Un esempio in questo senso è David Carradine in Kill Bill, in un ruolo che io avevo pensato per Warren Beatty.

Il personaggio lo immaginavo come un cattivo di Bond, che includesse le parti peggiori di me e di Beatty, che però non ha potuto fare il film. In quel periodo, stavo leggendo la biografia di David, e mi sono reso conto che sarebbe stato un villain pazzesco ma ben diverso, una specie di cowboy asiatico. Non ho riscritto la parte, ma ci sono state modiche e aggiustamenti per renderlo più adatto a lui, al punto che adesso è difficile immaginare Warren in quella parte. Riprendendo in mano il copione di Kill Bill, mi sono però reso conto di quanto fosse diverso il personaggio.

The Hateful Eight è stata la prima (e purtroppo ultima) collaborazione di Quentin Tarantino con Ennio Morricone:

È un sogno che si è realizzato, perché Morricone è stato il mio compositore preferito in assoluto. Da tanto tempo usavo la sua musica, e lui mi ha fatto sapere che sarebbe stato disponibile per una colonna sonora. Per The Hateful Eight mi sono reso conto che c’era bisogno di una colonna sonora originale, mentre solitamente scelgo una specifica musica. Se lui mi avesse detto di no, avrei fatto come al solito.

Mandai a Ennio la sceneggiatura tradotta in italiano. Ero a Roma per il David di Donatello, arrivai prima apposta per incontrarlo a casa sua. Lui mi chiese quando avrei iniziato a girare il film. Per la sua sorpresa, io gli ho detto che era già finito e che avevo bisogno della colonna sonora. Ennio mi ha risposto che purtroppo era impegnato. Poi però mi ha detto che aveva in testa un tema che poteva essere quello principale e me l’ha descritto. Riflettendo, mi ha detto che il tempo per comporre tutta la colonna sonora non c’è l’aveva ma per il tema in versioni diverse sì. 

Stava lavorando sulla colonna sonora che aveva già composto per La cosa di John Carpenter e mi ha detto che poteva arrivare a una decina di minuti. Mi ha detto che era stata usata solo la parte del tema principale di Carpenter col sintetizzatore, per cui si poteva trovare qualche soluzione. La sera dei David, Ennio mi ha detto che ce la poteva fare e che aveva qualche tema in mente per arrivare a 25 minuti o addirittura a 40 con qualche arrangiamento alternativo. Poi ha aggiunto che si potevano utilizzare dei brani composti per Carpenter ma mai usati, e così è andata. È stato un vero gigante, posso dire solo questo.

Quentin Tarantino ha parlato del suo amore per il cinema di genere italiano:

Ho avuto la fortuna di crescere negli anni ’70, quando regolarmente si vedevano i film dei registi italiani che sfruttavano il filone del cinema di genere. Questo è continuato negli anni ’80 quando si trovavano facilmente anche le VHS, per esempio quelle dei vari cloni di Rambo. Mettendo da parte gli spaghetti western, ho notato che quando gli italiani mettevano in campo queste dinamiche di genere lo facevano molto meglio degli americani. Il cinema italiano aveva la grandezza di spingere fino all’estremo, con la musica e col sesso dell’estremo. Erano film quasi teatrali.

Quentin Tarantino

C’è speranza di ospitare in Italia il set di un lavoro di Tarantino? Questa la risposta del regista:

Piacerebbe molto sia a me che a mia moglie. Sarebbe un’esperienza straordinaria, si tratta di trovare la storia giusta. Girare a Cinecittà sarebbe veramente pazzesco. Non dico che sarà il mio prossimo film, ma qualcosa di diverso di cui non posso ancora parlare. In questa cosa si potrebbe immaginare uno spaghetti western in pieno stile italiano, in cui tutti gli attori parlano la propria lingua e sanno che devono pronunciare la loro battuta solo quando l’altro ha finito la propria.

Non poteva mancare un passaggio sulla celeberrima scena di ballo di Pulp Fiction:

John Travolta ha creato la coreografia per i suoi passi, mentre io ho pensato a quelli di Uma Thurman. È stata mia l’idea di inserire i movimenti che lei fa. Con John eravamo d’accordo sul twist, ma lui mi ha spiegato che facendo una gara di questo ballo a 12 anni di twist aveva capito che era molto bello da ballare, ma estremamente noioso da vedere. Per cui abbiamo deciso di aggiungere qualcosa. Quando io davo il segnale battendo le mani, cambiava la coreografia.

Prima della premiazione, sono stati proiettati i video dei saluti di tre attori particolarmente cari a Quentin Tarantino, cioè Samuel L. Jackson, Christoph Waltz e John Travolta, che fra battute e complimenti hanno manifestato tutta la loro ammirazione per il regista. A seguire, è salito sul palco Dario Argento, che ha consegnato a Quentin Tarantino il Premio alla Carriera della Festa del Cinema di Roma, introducendolo con queste sentite parole:

Sei l’orgoglio del cinema americano ma anche, in piccola parte, l’orgoglio del cinema italiano. Sono molto onorato di premiare un regista che è uno dei maggiori talenti del cinema italiano. Evviva Quentin Tarantino!

Quentin Tarantino

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