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Dune: lo speciale di Vanity Fair con nuove foto dal set

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Come preannunciato, dopo la prima foto di Timothée Chalamet sul set di Dune, Vanity Fair ha pubblicato altre foto dal set dell’attesissimo film di Denis Villeneuve, accompagnate da diverse interessanti dichiarazioni del regista e dei protagonisti. Possiamo ammirare le nuove splendide foto di Chalamet, Rebecca Ferguson, Zendaya, Oscar Isaac, Jason Momoa e Sharon Duncan-Brewster, realizzate da Chiabella James, nell’articolo di Vanity Fair e nel post Instagram della celebre testata, che trovate qui sotto.

Dune: un primo sguardo al film di Denis Villeneuve

 

 
 
 
 
 
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Dune è basato sull’omonimo romanzo di Frank Herbert, già trasposto sul grande schermo da David Lynch in un film del 1984. Fra le ragioni dello scarso successo di quell’adattamento, ci fu l’altissima difficoltà nel condensare un’opera così densa in un unico film. Per questa ragione, Villeneuve e la Warner Bros hanno concordato sulla necessità di affrontare Dune in maniera analoga a quanto fatto con It di Stephen King, diviso in due diversi lungometraggi. Il film che vedremo in sala il 18 dicembre (la data di uscita è confermata) sarà dunque la prima di due parti. Queste le parole in proposito di Villeneuve:

Non avrei accettato di realizzare questo adattamento del libro in un singolo film. Questo mondo è troppo complesso. Ed è un mondo che trae la propria forza dai dettagli.

Il regista si è poi soffermato sul forte legame con la realtà dell’opera di Herbert, incentrata su un pianeta sfruttato fino all’estremo, proprio come la nostra Terra:

Non importa cosa crediamo, la Terra sta cambiando e dovremo adattarci. Penso che Dune, questo libro, sia stato scritto nel 20° secolo. Era un lontano ritratto della realtà del petrolio, del capitalismo e dello sfruttamento eccessivo della Terra. Oggi le cose vanno semplicemente peggio. È un racconto di formazione, ma anche un invito all’azione per i giovani.

Timothée Chalamet sarà il protagonista di Dune, Paul Atreides. Paul pensa di essere solo un ragazzo che fatica a trovare il proprio posto nel mondo, ma in realtà è in grado di cambiarlo quel mondo. Ha un dono soprannaturale che gli permette di sfruttare e liberare l’energia, guidare gli altri e fondersi con il cuore del suo nuovo mondo. Vanity Fair lo paragona scherzosamente a una sorta di Greta Thunberg, trasformata però in una Jedi con un diploma di Hogwarts. Paul proviene da una potente famiglia galattica con un nome che suona come una costellazione: la Casata Atreides. Suo padre e sua madre, il duca Leto (interpretato da Oscar Isaac) e Lady Jessica (Rebecca Ferguson), portano il figlio dal loro lussureggiante mondo, che ricorda la Scandinavia, al controllo dell’estrazione di spezie su Arrakis.

Ciò che segue è uno scontro con la criminale Casata Harkonnen, guidata dal mostruoso Barone Vladimir (Stellan Skarsgård), un mammut con appetiti spietati. Il barone, creato con protesi di tutto il corpo, assomiglia a un rinoceronte in forma umana. Queste le parole di Villeneuve in proposito:

Per quanto ami profondamente il libro, ho sentito che il barone stava flirtando troppo con la caricatura, e ho cercato di portargli un po’ più di spessore. Ecco perché ho scelto Stellan. Stellan ha qualcosa negli occhi. Senti che c’è qualcuno che pensa, pensa, pensa: che ha tensione e sta calcolando dentro, nel profondo dei suoi occhi. Posso testimoniare: può essere abbastanza spaventoso.

Chalamet ha poi parlato della difficoltà delle riprese di Dune sotto il sole cocente di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti:

Ricordo di essere uscito dalla mia stanza alle 2 del mattino, e probabilmente c’erano già 37 gradi. Le temperature a volte salivano fino a 48 gradi. Se si faceva troppo caldo, ci mettevano un berretto in testa. Non ricordo il numero esatto, ma era impossibile continuare a lavorare. In qualche modo, è stato utile essere nelle tute e raggiungere quel livello di stanchezza.

Rebecca Ferguson ha poi speso qualche parola su Lady Jessica, la madre di Paul da lei interpretata:

È una madre, è una concubina, è un soldato. Denis era molto rispettoso del lavoro di Frank nel libro, ma la qualità degli archi per gran parte delle donne è stata portata a un nuovo livello. Ha fatto alcuni cambiamenti, e ora sono magnificamente rappresentate.

Un altro personaggio che Villeneuve ha modificato è quello di Liet Kynes, ecologista di Arrakis. Nel romanzo di Herbert è un uomo bianco (nel film di Lynch fu interpretato da Max von Sydow), mentre nella trasposizione del regista canadese è una donna di colore, cioè Sharon Duncan-Brewster. Queste le parole dell’attrice:

Denis mi ha detto che mancavano personaggi femminili nel suo cast, e lui è sempre stato molto femminista e a favore delle donne, per cui voleva scrivere il ruolo per una donna. Questo essere umano riesce sostanzialmente a mantenere la pace tra molte persone. Le donne sono molto brave in questo, quindi perché Kynes non può essere una donna? Perché Kynes non dovrebbe essere una donna?

In conclusione, qualche parola di Villeneuve sul suo impegno in Dune:

È un libro che affronta la politica, la religione, l’ecologia, la spiritualità, e con molti personaggi. Penso che sia per questo che è così difficile. Onestamente, è di gran lunga la cosa più difficile che abbia fatto nella mia vita.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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Bob Marley – One Love: recensione del film di Reinaldo Marcus Green

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Bob Marley - One Love

Dopo Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody), Elton John (Rocketman) ed Elvis Presley (Elvis), il recente filone di biopic dedicati alle leggende della musica internazionale tocca anche Bob Marley. Al cantautore giamaicano è infatti dedicato Bob Marley – One Love, film diretto da Reinaldo Marcus Green (già dietro alla macchina da presa per Una famiglia vincente – King Richard) e che vede Kingsley Ben-Adir nei panni del più celebre esponente della musica reggae e Lashana Lynch in quelli di sua moglie Rita. Un progetto autorizzato e sostenuto dalla famiglia Marley (oltre a Rita, figurano come produttori anche i figli Ziggy e Cedella), che a pochi giorni dal debutto in sala ha già superato i 100 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, testimoniando così l’interesse ancora tangibile nei confronti della figura di Bob Marley, a oltre 40 anni dalla sua prematura morte.

Bob Marley – One Love si apre con il concerto Smile Jamaica del 1976, emblematico dell’attivismo sociale e politico del protagonista (in quel momento la Giamaica era vicina a nuove elezioni e sull’orlo della guerra civile) e crocevia del suo percorso personale, dal momento che due giorni prima dell’evento la star fu vittima di un attentato che mise a repentaglio la vita sua e della moglie Rita. Sull’onda emotiva di questi fatti, Bob Marley si trasferì insieme ai membri della sua band in Inghilterra, dove realizzò l’album Exodus, considerato da molti esperti e appassionati il vero capolavoro di una straordinaria discografia.

Da questo ben preciso momento della vita del protagonista, Bob Marley – One Love si allarga per tratteggiare la sua sfera privata, soffermandosi sull’assenza di una figura paterna, sulla sua adesione al rastafarianesimo e sul suo impegno politico in ottica pacifista, per poi affrontare il melanoma acrale che lo portò alla morte.

Bob Marley – One Love: la leggenda della musica rivive in un biopic anestetizzato

Bob Marley - One Love

Di fronte a una notevole mole di contenuti umani e artistici, Reinaldo Marcus Green (anche co-sceneggiatore insieme a Terence Winter, Frank E. Flowers e Zach Baylin) è costretto a fare sintesi e a espungere dal racconto numerosi aspetti della vita del protagonista. Aspetto che porta fin dai primi minuti Bob Marley – One Love in un terreno scivoloso dal punto di vista narrativo, in quanto a subire i maggiori tagli sono il periodo dell’infanzia del cantautore (ridotto a brevi e confusionari flashback) e quello della sua ascesa in ambito musicale. Il risultato è un’opera monca, che ci presenta un personaggio già formato e compiuto, affidandosi alla riconoscibilità del soggetto e all’ampia conoscenza collettiva del suo percorso umano e professionale per colmare le numerose lacune.

Il coinvolgimento della famiglia di Bob Marley, probabilmente necessario per avere le sue canzoni e per attingere a materiale altrimenti inaccessibile, non aiuta certo alla causa. Anche se il regista riesce a evitare la trappola dell’agiografia, sempre presente in queste operazioni, Bob Marley – One Love ci presenta una versione eccessivamente ripulita di un personaggio che non ha alcun bisogno di indulgenza: sono molto vaghi e superficiali sia i cenni alla sua conclamata poligamia, sia i passaggi sulla sua prole, composta nella realtà da 11 figli naturali più 2 adottati.

Ma l’approssimazione coinvolge anche altri aspetti della vita di Bob Marley, come la sua statura quasi sciamanica per il popolo giamaicano e la sua adesione al rastafarianesimo (religione presentata in modo frettoloso e macchiettistico). L’impegno politico del protagonista è annacquato a botte di frasi fatte; il suo rapporto con la musica e con il reggae viene dato per scontato; le stesse No Woman, No Cry e Redemption Song sembrano inserite a forza in un racconto che le doveva necessariamente includere.

La scelta di Kingsley Ben-Adir

Bob Marley - One Love

L’attitudine alla realizzazione di Bob Marley – One Love è sintetizzata dalla scelta dell’attore protagonista. Kingsley Ben-Adir fa un buon lavoro, è credibile nei momenti in studio e nei concerti e cerca di fare rivivere il mito attraverso alcune sue iconiche espressioni. Nonostante ciò, basta avere visto anche solo qualche minuto di filmati di repertorio di Bob Marley per rendersi conto che il suo interprete è molto più aggraziato, slanciato ed elegante, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda il vestiario. L’imitazione passiva di una star non è garanzia di buon cinema (e il già citato Bohemian Rhapsody ne è la prova), ma il perfezionamento operato da Reinaldo Marcus Green sul protagonista snatura completamente il personaggio, al punto che quando durante i titoli di coda appare per qualche secondo il vero Bob Marley, il paragone in termini di carisma è improponibile.

Ancora meno comprensibile è l’approccio alla malattia di Bob Marley, che nella realtà ha segnato quasi 4 anni della sua vita, influenzando enormemente la sua produzione artistica. Bob Marley – One Love si concentra invece quasi esclusivamente sulla scoperta della malattia (in particolare sul noto episodio dell’alluce ferito durante una partita di calcio), sfumando nel momento in cui la malattia si aggrava. Reinaldo Marcus Green lascia così agli spettatori consapevoli il compito di tracciare un collegamento fra le condizioni di salute sempre peggiori del protagonista e la pubblicazione dell’album Uprising e in particolare della struggente Redemption Song, vero e proprio testamento spirituale, politico e artistico di Bob Marley. Il regista incappa così in uno dei pericoli insiti in ogni biopic, rendendo gli eventi raccontati e mostrati molto meno interessanti di quelli spiegati a parole sui titoli di testa e di coda.

Bob Marley – One Love: un’ottima occasione sprecata

Bob Marley – One Love si rivela così un bignami non esaustivo né soddisfacente sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi musicisti dello scorso secolo, sostenuto da un’ottima colonna sonora (e ci mancherebbe) e meritevole comunque di riportare in auge (soprattutto fra i più giovani) una figura fondamentale e determinante. Memori dell’operazione compiuta con il memorabile Rocketman, capace di addentrarsi fra le pieghe dell’artista e coglierne l’essenza umana senza filtri e compromessi, purtroppo resta la sensazione di essere di fronte a un’ottima occasione sprecata.

Bob Marley – One Love è disponibile nelle sale italiane dal 22 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
5/10

Valutazione

Bob Marley – One Love si prefigge il compito di cogliere l’essenza artistica e umana di una vera e propria leggenda della musica, ma finisce per dare vita a un racconto anestetizzato, parziale ed eccessivamente ripulito.

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Talk to Me: recensione del film horror di Danny e Michael Philippou

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Talk to Me

I fratelli australiani Danny e Michael Philippou sono indubbiamente fra i volti più interessanti del panorama dell’intrattenimento contemporaneo. Attivi per anni come autori di cortometraggi su YouTube con lo pseudonimo RackaRacka, i due prima sono stati coinvolti nella produzione di Babadook, fra gli horror più originali e coinvolgenti dello scorso decennio, poi sono passati alla regia con la loro opera prima Talk to Me, che ha raggiunto un incasso di oltre 92 milioni di dollari in tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 4,5 milioni. Un successo frutto del passaparola soprattutto fra gli spettatori più giovani, particolarmente coinvolti da un racconto capace di fondere l’intrattenimento con un’amara critica sociale.

Come il già citato Babadook, anche Talk to Me prende il via da un lutto, subito in questo caso dall’adolescente Mia (la sorprendente Sophie Wilde). Due anni dopo aver subito la perdita della madre, la ragazza va a una festa organizzata da suoi coetanei, durante la quale partecipa a una seduta spiritica decisamente particolare. I ragazzi coinvolti nella seduta devono infatti stringere un’inquietante mano mummificata, che si dice fosse di un medium. Una volta fatto ciò, i partecipanti chiedono all’entità di parlare e di entrare in loro, dando il via a una vera e propria possessione.

Per evitare che lo spirito prenda il totale controllo della persona coinvolta, è però obbligatorio interrompere la stretta entro 90 secondi. Smaniosi di farsi notare sui social, i ragazzi infrangono però la regola. A farne le spese sono Mia, la sua amica del cuore Jade (Alexandra Jensen) e il fratello di quest’ultima Riley (Joe Bird).

Talk to Me: elaborazione del lutto e disagio generazionale in un notevole horror soprannaturale

Talk to Me

Attraverso le dinamiche e le convenzioni dell’horror, Talk to Me tocca tematiche importanti e attuali, soprattutto fra i più giovani. Danny e Michael Philippou affrontano soprattutto il profondo disagio che vivono molti adolescenti contemporanei, afflitti dalle varie crisi del pianeta e da uno scontro generazionale sempre più forte coi genitori. Malessere a cui contribuiscono i social network, che spingono i ragazzi a cercare una fama inconsistente e del tutto transitoria, anche attraverso i filmati della loro partecipazione a pericolosissime sfide, nella speranza di diventare virali.

I 90 secondi che determinano la soglia di relativa sicurezza per la possessione in fondo sono un lasso di tempo paragonabile alla durata dei reel, dei video di Tik Tok e di altri contenuti social che quotidianamente scorrono sullo schermo dei nostri smartphone. Una soglia sufficiente per catturare l’attenzione e per la pura evasione, che separa però inevitabilmente dal vero approfondimento e dall’attaccamento a una tematica, a una passione o a una persona.

I registi si inseriscono in questa tematica con lucidità e con evidente perizia cinematografica, pescando a piene mani dalla lunga e florida tradizione del cinema di possessione, dosando gli inevitabili jump scare e regalando anche qualche notevole plot twist. Ci troviamo così davanti a un buon prodotto di genere, capace di amalgamare il mero intrattenimento con l’analisi sociale, che emerge in particolare nella caratterizzazione della protagonista e del suo viaggio attraverso il lutto.

Il ritratto di una generazione infelice e abbandonata

Quello che emerge da Talk to Me è il ritratto di una generazione tutt’altro che felice, abbandonata a se stessa e a un rapporto spesso malsano con la tecnologia, che può facilmente sfociare in tragedia. I registi sfruttano questo materiale per dare vita a un racconto cupo e inquietante, in cui la tensione derivante dai numerosi eventi soprannaturali si accompagna all’evidente malessere esistenziale dei protagonisti. Lo fanno senza inventare nulla di nuovo ma dosando bene i punti di forza a loro disposizione, senza mai scadere nella sbiadita copia o nella parodia involontaria.

Non mancano piccoli passaggi a vuoto e colpi di scena forzati, ampiamente compensati però da momenti di grande impatto visivo e cinematografico, da una gestione ottimale di un cast giovane e talentuoso e da un finale riuscito, che apre la porta a un più che probabile sequel. Un successo che testimonia la vitalità dell’horror e porta all’attenzione del pubblico internazionale due potenziali grandi autori, di cui ci auguriamo di parlare ancora a lungo.

Overall
7.5/10

Valutazione

I fratelli australiani Danny e Michael Philippou sfornano un horror riuscito e al passo coi tempi, che attraverso una storia abbastanza convenzionale di possessione demoniaca affronta temi sempre attuali come l’elaborazione del lutto e il disagio adolescenziale, regalando diversi momenti dal forte impatto emotivo.

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