
Interviste
Genitori vs influencer: Michela Andreozzi, Fabio Volo e Giulia de Lellis presentano il film
Grazie a Sky, abbiamo avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza stampa di Genitori vs influencer, nuovo film Original che andrà in onda sui canali della piattaforma a partire da domenica 4 aprile, cioè il giorno di Pasqua. Alla conferenza stampa hanno partecipato: Margherita Amedei (Senior Director Sky Cinema), Isabella Cocuzza e Arturo Paglia (produttori del film con Paco Cinematografica), la regista Michela Andreozzi e gli interpreti Fabio Volo, Ginevra Francesconi, Giulia De Lellis e Nino Frassica, che hanno a lungo dibattuto su questo vero e proprio scontro generazionale sotto forma di commedia.
Questa la sinossi ufficiale di Genitori vs influencer:
Quanto è difficile oggi essere il padre single di una teenager? Paolo (Fabio Volo), professore di filosofia, vedovo, ha cresciuto da solo sua figlia Simone – alla francese – (Ginevra Francesconi), con cui ha un bellissimo rapporto. Ma quando la ragazza entra ufficialmente nella fase dell’adolescenza, l’idillio si rompe: come ogni teenager che si rispetti, infatti, Simone viene “rapita” dallo smartphone, tanto che matura l’idea di voler diventare influencer – come il suo idolo Ele-O-Nora (Giulia De Lellis) – categoria che Paolo detesta. Pur di recuperare il rapporto con sua figlia, Paolo inizia una campagna contro l’abuso dei social, con l’aiuto della stessa Simone che diventa la sua web manager. La fama inaspettata lo trasformerà suo malgrado in un influencer… e gli farà scoprire che i social, anche se vanno maneggiati con cura, possono regalarti una possibilità.
Michela Andreozzi ha parlato dello spunto da cui è nato Genitori vs influencer:
Questa eterna lotta è un po’ quella fra genitori e figli durante l’adolescenza. Il mio desiderio era di raccontare la storia di un padre, visto che di madri mi ero occupata già moltissimo. Ho sempre avuto la curiosità di raccontare l’adolescenza, quando si rompe il cordone ombelicale fra genitori e figli, anche in questo caso, dove abbiamo un padre e una figlia rimasti soli. La mia gioventù era quella del tempo delle mele, quando questo rapporto si rompeva per le fughe in motorino, per le serate in discoteca o per il tema del sesso. Adesso invece il terreno di scontro e di incontro è quello dei social network. Io non so se i social rapiscono veramente la generazione Z, che secondo me invece ha una forma di equilibrio, sviluppata soprattutto in questi ultimi mesi.
È senz’altro vero che i social sono stati parte integrante della nostra vita in questo periodo. I miei genitori sono nonni e ce li hanno, anche per parlare con i loro nipoti. Il confronto sulla crescita di un figlio adolescente non può non passare attraverso questo mezzo. La cosa divertente è che quando il mio co-sceneggiatore Fabio Bonifacci mi ha proposto questo soggetto ho pensato che fosse un tema di cui parliamo tutti i giorni, senza che però ci fosse nessun film in proposito. È stato un cortocircuito incredibile, perché parliamo continuamente di una cosa su cui non abbiamo mai avuto modo di riflettere con umorismo.
Questo il commento di Margherita Amedei:
Ci siamo innamorati subito di questo progetto, proprio perché trattava il tema dello scontro fra genitori e figli, che ci tenevamo a raccontare nella nostra roadmap di Sky Original. Michela è stata bravissima, perché è riuscita a parlare a un pubblico molto ampio, che credo sia uno dei pregi principali del film. Genitori vs influencer parla alla generazione Z, cioè la generazione a cui appartiene la bravissima Ginevra Francesconi, parla ai millennial ben rappresentati da Giulia De Lellis, ma parla molto anche ai boomer come Fabio Volo e molti di noi. Il film riesce a parlare in maniera trasversale a tutte queste generazioni, che era un nostro obiettivo, insieme a quello di mantenere un’elevata qualità per i nostri original. Genitori vs influencer di qualità ne ha tanta, perché riesce non solo nell’intento di intrattenere ed emozionare, ma anche in quello di fare riflettere il pubblico.
Fabio Volo si è soffermato sul suo coinvolgimento in Genitori vs influencer:
Questo film è stata una bellissima esperienza, grazie a cui ho potuto coronare il mio sogno di interpretare un professore. È una cosa che avrei tanto voluto fare nella vita e che ho potuto fare per alcuni mesi sul set di Genitori vs influencer. La cosa che ho amato di più del mio personaggio è il fatto che in quanto vedovo cresce questa figlia da sola, facendole leggere Spinoza e Kierkegaard, poi quando arriva il conflitto non riesce a gestirlo. Il film mette in scena due mondi pieni di pregiudizi: quello dei boomer, convinti che tutto ciò che a loro non piace sia stupido, e quello degli adolescenti che invece credono che i genitori e gli adulti non capiscano nulla. È bello che questi due universi si incontrino e prendano il meglio reciprocamente.
A seguire, Ginevra Francesconi ha parlato della sua generazione, ben rappresentata da lei in Genitori vs influencer:
La mia generazione ha la voglia di crescere ed entrare nell’età adulta. Un desiderio di libertà e di indipendenza che ci accomuna e ci fa sognare tanto. Ma ci accomuna anche la consapevolezza del fatto che l’età che stiamo vivendo è bellissima. Ci sono dei momenti in cui vorrei essere un’eterna Peter Pan. L’adolescenza si muove quindi fra due estremi, il voler diventare subito grandi e il desiderio di rimanere per sempre piccoli. Sono molto affascinata dagli influencer perché è un mondo che sinceramente conosco poco e ne sono incuriosita. Non sono il tipo di persona che giudica senza conoscere, perché il pregiudizio è una cosa che non mi appartiene. C’è veramente un mondo dietro i social, fatto di tante persone stupende.
Giulia De Lellis si è espressa in questi termini sul suo personaggio: «Eleonora è una ragazza molto simile a me, abbiamo aspetti professionali e caratteriali che ci accomunano. Mi sono divertita molto a rappresentare una ragazza che fa il mio stesso mestiere». Questo invece il commento di Nino Frassica: «Sono contento del ruolo che ho interpretato. Io rappresento tutto il gruppetto dei personaggi del condominio, che vedono un po’ tutta l’evoluzione della storia. Quando ho letto la sceneggiatura mi è piaciuta tantissimo. Era fondamentale che la protagonista fosse all’altezza, e Ginevra è stata bravissima».
Michela Andreozzi ha parlato dell’azzeccata scelta di casting di Ginevra Francesconi:
Ginevra l’ho apprezzata come protagonista di The Nest (Il nido) circa sei mesi prima di scrivere Genitori vs influencer. Mi è rimasta così in testa che ho pensato che volevo lei. Era praticamente improvinabile, perché stava girando una serie e non riuscivamo a incontrarci. Ho dovuto aspettarla fino a una ventina di giorni prima di iniziare a girare, in un sabato pomeriggio di corsa alla fine delle sue riprese. Avevo anche tanti meravigliosi piani B, provinare la generazione Z è stato un privilegio perché ci sono tantissimi talenti. Ma io ero innamorata di Ginevra, l’ho aspettata ed eccoci qua.
La stessa regista ha poi parlato delle difficoltà durante le riprese:
È stato un privilegio riuscire a lavorare in questo momento e in queste condizioni. La cosa di cui vado più fiera è che Genitori vs influencer è un film che parla di incontri. Incontri fra generazioni, fra estrazioni culturali e sociali diverse. Parla di convivenze, di mondi diversi che si incontrano e che nonostante gli scontri riescono anche a dialogare. E questo è un po’ il mio principio in generale nella vita. Io sono priva di pregiudizi e sono fiera di esserlo, e mi fa piacere che Genitori vs influencer racconti anche questo, la caduta dei pregiudizi, che tutti hanno nei confronti di tutti, ma che sono sempre dettati dalla mancanza di conoscenza su quello che hai di fronte. Gli attori hanno espresso benissimo questi temi. Fabio e Ginevra erano veramente inseparabili, quando stanno insieme ti sembra di spiare un rapporto loro molto esclusivo.
La difficoltà più grande è stata ovviamente girare a Roma durante la pandemia. È stato molto impegnativo, ci sono dei protocolli faticosissimi. Abbiamo avuto strade che magicamente erano piene ma non si poteva avere più di un certo numero di persone sul set, le scene collettive avevano delle limitazioni. Ci soni condizioni da conoscere e da affrontare in questo momento, ma la gratitudine le supera tutte, quindi l’entusiasmo l’ha avuta vinta su qualunque tipo di difficoltà.
Michela Andreozzi ha parlato anche del suo piccolo ruolo in Genitori vs influencer:
Mi sono ritagliata un piccolo ruolo perché volevo concentrarmi sulla regia. Io recito quando c’è un ruolo, ma non è necessario, mi piace più dirigere, perché è come recitare tutti i ruoli. Mi ha fatto piacere tirare fuori Massimiliano Bruno dal cilindro della regia. Tra attori registi siamo poco considerati come attori, in quanto la regia prende sempre più spazio rispetto al resto. Ma siccome Massimiliano dirige una scuola di recitazione molto importante, dove fa laboratori in continuazione e ha un enorme seguito di ragazzi, era perfetto per fare il preside. Tra l’altro il ragazzo che fa Liverani, Ruben Mulet Porena, è stato provinato fra gli studenti della sua scuola, cosa che crea un piccolo cortocircuito virtuoso.
Fabio Volo ha poi approfondito il tema degli influencer, che il suo personaggio definisce “imbecilli che non sanno fare nient’altro nella vita”:
Io credo che quello dell’influencer sia un lavoro meraviglioso, che poi lo si faccia sui social cambia poco. Io conduco un programma radiofonico e penso di essere un influencer in qualche modo, nel senso che influenzo delle persone, per esempio suggerendo libri che ho letto, che poi a volte finiscono addirittura in classifica. Credo che l’umanità si sia evoluta proprio perché gli esseri umani si influenzano a vicenda. È il messaggio che viene veicolato che fa la differenza, ci sono per esempio influencer dedicati all’alimentazione sana, che danno consigli su come nutrirsi e fanno del bene, oppure esistono influencer che suggeriscono dei libri di formazione, altri ancora che parlano di yoga. Se io lo uso per veicolare una cosa sbagliata non è colpa del mezzo, e questo avviene anche per i programmi televisivi, col cinema, con la musica e con la letteratura.
I social sono la nuova televisione? Questo il pensiero di Giulia De Lellis:
Non so se sono cose paragonabili, ma secondo me non c’è così tanta differenza. Una mia storia per esempio può avere tante visualizzazioni quante quelle di un programma in onda in prima serata. Sono sicuramente piattaforme diverse, ma con la stessa potenza a livello di comunicazione.
Sulla stessa lunghezza d’onda Ginevra Francesconi:
Sono d’accordo con Giulia. I social sono un mezzo di comunicazione potentissimo, non sono un gioco. Quindi possono essere tanto potenti quanto la televisione.
Questa l’opinione in merito di Nino Frassica:
La differenza fra i social e la televisione è che sui social non c’è bisogno della patente. È facile entrare sui social, mentre entrare in televisione non è così facile. C’è un po’ di meritocrazia, a favore della televisione.
Infine, l’analisi di Michela Andreozzi:
I social network hanno portato avanti un discorso sull’individualità e sulla personalità. Sono lo specchio di una società che porta avanti l’individualismo e in cui c’è necessità invece di mantenere contatto con l’umanità. L’influencer non lavora solo per sé, ma ha bisogno di prodotti e marchi di cui è promotore. Spesso alcuni lo fanno anche per circolo virtuosi, ma è sicuramente una dimensione individualistica e in questo differisce dalla televisione, che ha invece una costruzione sociale.
La regista ha parlato del lavoro di ricerca per Genitori vs influencer e di alcune soluzioni visive:
Abbiamo lavorato per più di un anno sulla sceneggiatura, per renderla il più possibile aderente alla realtà e non volare troppo con la fantasia. Abbiamo lavorato su dei veri profili social, tra cui quello di Giulia, che abbiamo conosciuto proprio lì. Se Genitori vs influencer fosse una storia Instagram, sarebbe tutto cliccabile, perché è quasi tutto vero. A parte i nomi dei protagonisti, sono vere le location, sono veri i ristoranti, è vero lo chef, sono veri i marchi che indossano, come la geolocalizzazione di dove si trovano. Ho fatto un grande crossover col mondo social, inserendo il vero programma di Barbara D’Urso e una vera radio.
La soggettiva degli attori in qualche modo comprende anche quello che c’è fuori. Invece le soggettive del telefono sono state fatte in modo da inquadrare solo il rettangolo del display. Viceversa, abbiamo inserito l’hashtag e i tag. I personaggi camminano con una scritta addosso o sono geolocalizzati. Gli hashtag volano sui tetti proprio perché è così che funziona, una notizia vola in cielo di casa in casa. Ci siamo divertiti a incrociare la realtà con il metalinguaggio dei social.
Michela Andreozzi ha parlato anche del rapporto della sua generazione coi social:
È stato abbastanza naturale ritrovarsi a spiegare una certa terminologia social, perché i miei produttori non sono sui social. È stato quindi necessario chiarire con loro durante le riunioni cosa significa per esempio blastare. Mi divertiva prenderli come punto di riferimento di genitori che sono molto presenti nella vita dei figli, ma a cui sfuggono per forza di cose dei termini e delle sfumature, perché non sono tutto il giorno sui social. Abbiamo quindi cercato delle situazioni adatte a spiegare questa terminologia. Per un boomer è molto facile farsi travolgere dall’ubriacatura social, perché essere presente e avere consenso sono cose che rapiscono.
Anche la timeline di Instagram è una trappola: spesso ti ritrovi la sera a scorrerla per vedere cosa fanno le persone e avere delle idee. Magari non segui gli influencer, ma segui i profili dei musei. C’è di tutto. I ragazzi della generazione Z invece corrono meno il rischio di farsi prendere senza neanche accorgersene.
Io penso che i genitori debbano confrontarsi coi social. Ho raccontato questa piccola revenge porn semplicemente per dire che non importa quanto grande sia il pericolo, basta una fotografia usata in modo sbagliato per ferire o segnare un cammino di crescita.
La regista ha parlato degli hater online, tema affrontato in Genitori vs influencer:
Io all’inizio ci rimanevo male leggendo commenti negativi, poi ho capito che spesso e volentieri arrivano da profili fake creati ad arte. Io vengo da una generazione in cui si litiga faccia a faccia, per cui la prendevo sul personale. In seguito ho compreso che è un mondo che noi proiettiamo, questi commenti ci entrano dentro e ci rovinano le giornate. Poi ho conosciuto Giulia sul set, che mi ha detto che non legge questi commenti. Ho quindi cominciato a fare come lei.
Questa l’opinione in merito di Giulia De Lellis:
Qualche commento negativo lo leggo comunque, perché spesso me li mandano. Però non mi faccio prendere e mi soffermo su altro, come i commenti belli o le persone che mi sostengono. Cerco sempre di nutrirmi di altri sentimenti.
Anche Fabio Volo ha raccontato la sua esperienza in materia:
Io quest’anno festeggio 20 anni di programma radiofonico quotidiano, ho iniziato a essere insultato con i fax! Mi hanno insultato con i fax, poi con Myspace, poi Facebook, Twitter e Instagram. Come Michela, le prime volte ero un po’ stranito, poi ti ci abitui e non gli dai più peso. Io non do peso neanche ai commenti positivi, che sono pericolosi come gli hater. Entrambe le cose ti allontanano dal tuo centro. Ho anche la fortuna di avere un’età in cui ho problemi più grandi da affrontare, per cui queste voci che arrivano da fuori sono meno importanti delle voci che ho dentro da sistemare.
Infine, il pensiero di Nino Frassica:
Ai miei tempi l’unica hater era Heather Parisi. Poi adesso ci sono tutti questi selvaggi che scrivono… Una volta aspettavamo di leggere il giornale, perché un critico, uno che aveva studiato e se ne intendeva, diceva la sua. Adesso chiunque è critico e anche questo fa parte del mondo selvaggio dei social network e di internet.
Fabio Volo ha parlato della sua pausa dal cinema prima di Genitori vs influencer:
A parte i libri, ho un quotidiano radiofonico che mi impegna molto. Ho anche fatto due figli, che se avessi continuato con la televisione e col cinema non avrei mai visto. Quindi ho deciso di prendermi una pausa dalla tv e dai film. Adesso i bambini sono più grandi e abbiamo fatto anche un lockdown, quindi c’era anche bisogno che il papà se ne andasse un po’ da casa, per cui ho accettato Genitori vs influencer. Ho deciso di tornare a fare più cinema e ci sono tanti progetti in ballo. Ho sempre preso la vita in maniera gioiosa e scherzosa e continuo a vivere così. Credo che per ogni età ci sia una follia che si possa fare. Sono sempre pronto a fare un gesto poetico o una follia.
Michela Andreozzi si è soffermata su alcuni pregiudizi nei confronti delle donne, ben rappresentati in Genitori vs influencer dal personaggio di Paola Minaccioni:
Ci tengo a dire che viviamo in un mondo se Chiara Ferragni allatta la figlia in una storia Instagram le viene scritto “copriti”. Se come donne non possiamo adempiere alle nostre funzioni e dare da mangiare ai nostri figli, viviamo in un mondo in cui una donna single può essere scambiata per gay, invece di dedurre che non le piace nessuno o semplicemente vuole stare da sola. Ho voluto raccontare in questo modo un retaggio di cui purtroppo dobbiamo farci carico.
Giulia De Lellis ha ripreso la parola per fare una riflessione sul successo di molte influencer donne:
Secondo me noi donne abbiamo tanti argomenti che ci legano. Gli uomini hanno lo sport e l’alimentazione, magari noi abbiamo qualche punto in più in comune, che può essere il make up, la cura dei capelli o l’abbigliamento.
Michela Andreozzi ha concluso parlando delle sue scelte sugli interpreti di Genitori vs influencer e sulla situazione del cinema:
Ho pensato a quale cifra ogni interprete avrebbe portato al suo personaggio. Mi sono assunta anche qualche responsabilità: generazioni diverse, formazioni differenti. Ma devo dire che non ci ho pensato troppo, sono andata di istinto, immaginando le facce che avevano.
Ero sul set con Massimiliano come attore, che aveva il suo film rinviato a causa della pandemia. C’era una battuta del preside che dice che il cineforum è meno importante dei social network. Quando eravamo lì, Massimiliano ha avuto uno slancio di improvvisazione e in quel momento ha pensato che avremmo ricordato quella battuta in quel contesto storico, anche se poi il preside lo dice solo in relazione a una situazione specifica. L’ho voluta tenere, perché l’ha detta un regista e perché c’è comunque il rammarico per le persone che lavorano per le sale e per la grande distribuzione, che sono in grande sofferenza.
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
In evidenza
Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.













