Gli anni più belli Gli anni più belli

Interviste

Muccino e il cast presentano Gli anni più belli: “Un film sull’amicizia”

Pubblicato

il

Nella mattinata di oggi, presso il The Space Cinema Moderno di Roma si è tenuta la proiezione stampa del nuovo film di Gabriele Muccino Gli anni più belli, seguita dalla conferenza stampa di presentazione del progetto. Oltre a Muccino, hanno preso parte alla conferenza gli interpreti Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff, Alma Noce, Francesco Centorame, Andrea Pittorino, Elisa Visari Matteo Del Buono, Paolo Costella (sceneggiatore), Marco Belardi (Lotus Production), Raffaella Leone (Leone Film Group) e Paolo Del Brocco (Rai Cinema).

Gli anni più belli è la storia dei quattro amici Giulio (Pierfrancesco Favino), Gemma (Micaela Ramazzotti), Paolo, (Kim Rossi Stuart) e Riccardo (Claudio Santamaria), raccontata nell’arco di quarant’anni, dal 1980 ad oggi, dall’adolescenza all’età adulta. Le loro speranze, le loro delusioni, i loro successi e fallimenti sono l’intreccio di una grande storia di amicizia e amore attraverso cui si raccontano anche l’Italia e gli italiani. Un grande affresco che racconta chi siamo, da dove veniamo e anche dove andranno e chi saranno i nostri figli. È il grande cerchio della vita che si ripete con le stesse dinamiche nonostante sullo sfondo scorrano anni e anche epoche differenti. Il titolo riprende il brano inedito di Claudio Baglioni, uscito il 3 gennaio 2020, e la colonna sonora del film è di Nicola Piovani.

Gli anni più belli

Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

A esordire sono stati i 3 produttori de Gli anni più belli, che si sono dimostrati soddisfatti del risultato raggiunto e orgogliosi degli sforzi produttivi, che hanno richiesto un budget di circa 8 milioni di euro, investiti anche nell’utilizzo di location particolarmente importanti, come la Fontana di Trevi.

Ha poi preso la parola il regista Muccino, che ha parlato diffusamente dei particolari momenti storici scelti come cornice de Gli anni più belli:

«La grande storia è quella che ci definisce, anche se non lo vogliamo siamo definiti da quello che la storia ci racconta. La caduta del muro di Berlino aprì una speranza, Mani Pulite aprì a un’idea di cambiamento, di rivoluzione di classe politica per una migliore. Nelle scelte che ho fatto c’è sempre un’idea di cambiamento, anche negativo, come l’11 settembre, in cui il nostro orizzonte si è chiuso e ci siamo sentiti fragili e attaccabili. C’è anche un altro cambiamento, che abbiamo vissuto nel 2009, quando si pensò di nuovo che la classe politica precedente avesse sbagliato tutto e si potesse ricominciare da capo. Questi slanci corrispondono a una continua sfida verso il domani. Tutti pensano che domani sarà un giorno migliore e tutti i personaggi sono proiettati verso un traguardo. Nessuno di loro è mai rassegnato. Arriverà un momento in cui accetteranno le condizioni e faranno una somma di tutti i cambiamenti vissuti durante il tempo. Il tempo è in effetti il grande motore di questo film, ogni scelta comporta un bivio, che a sua volta porterà il nostro destino da una parte o da un’altra. Gli anni più belli sono quelli in cui si sente di avere qualcosa da esplorare, gli anni peggiori invece sono quelli dove ci sono rassegnazione e stagnazione. Gli anni più belli non sono collegabili a un’età precisa».

Lo stesso Muccino si è poi soffermato sulle ispirazioni per Gli anni più belli:

«Il cinema ha bisogno di una grande tecnica, e il grande cinema che ha fatto della nostra industria la più potente dopo Hollywood era un cinema altissimo, classicissimo. Io ho sempre esplorato la cinematografia in modo da omaggiarla e crescere come regista, competendo con il passato ma anche col presente. Nonostante l’ispirazione di C’eravamo tanto amati, questo film ha echi propri, è pregno di tutto quello che io ho vissuto sognando di fare cinema. È l’esplorazione più alta di quello che il cinema mi ha dato, e dentro c’è tutto: Cesare Zavattini, Dino Risi, Ettore Scola e Federico Fellini. Sono omaggi da parte di un regista che si è realizzato grazie a quei maestri e a quel cinema. Un’ispirazione senza la quale non sarei diventato quello che sono. Gli anni più belli è decisamente un film sull’amicizia. Il collante è il valore che l’amicizia ha dato come impulso a queste esistenze, che naufragano per gran parte del film, ma ritornano alle cose più semplici, che avevano conosciuto quando il mondo sembrava infinito. È un omaggio alla semplicità, che fa rima immancabilmente con l’amicizia. Il punto di partenza è stato il film di Scola, ma poi mi sono allontanato più di quanto prevedessi da questo punto di riferimento. Scrivendo il film, mi sono reso conto che certe cose non avevan più senso: l’ideologia politica, la lotta fra ricchi e poveri. Siamo cresciuti sulle spalle di chi aveva fatto guerra, boom e anni di piombo e siamo sempre stati sostanzialmente apolitici, anche quando scimmiottavamo le generazioni precedenti senza averne le coordinate. La nostra esperienza è stata di transizione, perché siamo stati spiazzati da tutta questa sapienza politica che non siamo riusciti a metabolizzare».

Anche Favino si è dimostrato sulla stessa lunghezza d’onda di Muccino:

«Siamo la generazione silente che in un angolo si è messa ad aspettare di trovare la sua voce. È stata schiacciata e continua a essere messa in secondo piano. Abbiamo però trovato una voce laica, che riesce ad avere capacità di creazione e non a caso con l’amicizia centrale. Credo che questa sia una storia che riguarda tantissime persone, non solo quelle della nostra generazione, persone che ritroveranno in questa affannosa ricerca del cambiamento i propri rapporti umani».

Santamaria ha invece parlato di Riccardo, il personaggio da lui interpretato ne Gli anni più belli:

«Il mio personaggio a un certo punto cerca una sua identità, perché è smarrito. Rappresenta una generazione asmatica e cerca una strada politica in un movimento di pancia. Pensa che basti l’onesta, quando in realtà non è sufficiente. Per fare politica serve una competenza che lui non ha e ingenuamente cerca di partecipare ed esprimere un’opinione. È un personaggio che non ha mai avuto modo di esprimersi».

Kim Rossi Stuart durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Anche Kim Rossi Stuart ha voluto parlare del suo personaggio ne Gli anni più belli:

«Io credo che sia un film che parla molto della visione dell’autore. Il mio personaggio è un adolescente ragazzo e poi un uomo maturo. Apparentemente perdente, per quello che sono i valori sociali, poi in realtà attraverso una visione della vita scevra da qualsiasi tipo di vittimismo e dall’esasperata necessità di trovare una conferma fuori da sé raggiunge un’esistenza piena, bella. Ho amato subito questo personaggio, soprattutto in un periodo come questo, in cui i valori sono ribaltati: Batman non è più l’eroe, ma lo è Joker, cioè il vittimismo per eccellenza».

A seguire, è arrivato il turno di Micaela Ramazzotti di analizzare il proprio personaggio, anche in relazione a quello di Stefania Sandrelli in C’eravamo tanto amati:

«Il personaggio di Stefania aveva più orgoglio della mia Gemma. Lei ha subito delle privazioni affettive che l’hanno portata a subire. Basta un sorriso di un amico, o uno sguardo, per farle ritrovare il battito cardiaco della vita. Come attrice, mi piace flirtare con i personaggi fragili e vessati. Io amo le donne sbagliate, perché siamo sempre un po’ tutte sbagliate. Le eroine non mi piacciono. Sento che l’umanità è piena di imperfezione e più interpreto personaggi così, più faccio pace anche con me stessa. Per Gemma, gli anni più belli sono quelli che verranno, e forse anche per me».

Gli anni più belli

Micaela Ramazzotti durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Emma Marrone ha preso la parola per raccontare questa sua prima esperienza come attrice:

«Non avevo mai fatto niente di simile, non ho mai recitato neanche alle recite scolastiche. Ho accettato questa sfida di Gabriele, che mi ha convinto a provarci. Lui sul set è un regista comprensivo e garbato, con tutti. Adesso essere gentili sembra banale, ma nella vita ho visto gente urlare per moto meno. Mi sentivo piccola piccola in mezzo a questi titani del cinema italiano, che però tutti i giorni mi hanno sorretta e aiutata, non facendomi mai sentire inadeguata. Mi sono approcciata ad Anna di pancia, in maniera molto ludica, perché era l’unico modo che avevo per salvare questa cosa qua. Ho giocato a fare la mamma usando l’immaginazione, pensando a come si sarebbe mossa col pancione, anche la scena del parto è stata complicata. Io non mi sono mai creata preconcetti e paletti. Mi cimenterò di nuovo nella recitazione quando qualcuno mi proporrà un progetto che mi dia qualcosa, che abbia un senso con ciò che sono. Non credo che ci sia nulla di male. Non bisogna tirarsi indietro davanti a quello che tutti vorrebbero fare».

Muccino ha esaltato la Marrone, specificando che l’ha scelta perché ha visto in lei del talento. A ruota del regista è intervenuto Santamaria, che ha criticato la diffidenza con cui molti guardano agli artisti che si cimentano in progetti di diversa natura rispetto a quelli cui sono abituati: «In Italia non viene mai perdonato quando un artista si dedica ad altro. Negli altri paesi è un valore aggiunto, mentre qua sembra quasi che bisogna giustificarsi. Emma è un‘artista e non sta facendo qualcosa di così diverso dal suo solito».

Nicoletta Romanoff ha parlato della sua nuova collaborazione con Muccino, che l’aveva fatta esordire in Ricordati di me:

«È stato un ritorno da me fortemente voluto.Ho costretto Gabriele a farmi un provino, perché lui aveva un’altra idea di Margherita. Io no. Io volevo fortemente lavorare di nuovo con lui, perché purtroppo negli ultimi suoi film i ruoli non erano adatti per me. Avevo appena partorito mia figlia Anna, lui mi ha fatto gli auguri e io gli ho risposto di darmi solo tre mesi, dopo i quali sarei stata in piedi. Povero lui, perché dopo che mi ha detto che forse aveva qualcosa per me gli sono rimasta attaccata addosso come un mastino».

Muccino ha confermato questo retroscena de Gli anni più belli:

«Io faccio il provino a quasi tutti. A parte Kim e Micaela, di cui ho visto talmente tanto che gli ho praticamente scritto il personaggio addosso, e Claudio e Pierfrancesco, che conosco talmente bene da considerarli delle appendici del mio immaginario, tutti gli altri, Nicoletta compresa, hanno fatto il provino. Lei è riuscita a costruire perfettamente il suo personaggio».

Emma Marrone e Nicoletta Romanoff durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Kim Rossi Stuart si è poi complimentato con gli interpreti più giovani, che impersonano i protagonisti da ragazzi: «Io penso un gran bene di questi ragazzi. Tutto ciò che avevo pensato durante la lavorazione, durante la proiezione si è amplificato. Sono stati tutti straordinari con delle punte di stupefazione». Anche la Ramazzotti ha lodato il lavoro dei suoi colleghi più giovani: «Sono d’accordo, oltre a essere belli e adorabili ci studiavano di nascosto, gli faccio i miei complimenti».

Favino ha parlato più approfonditamente di questa sua nuova collaborazione con Muccino:

«La sceneggiatura e il cinema dei registi con cui ho lavorato mi raccontano tanto di loro, poi ogni volta è un tipo di approccio diverso. Con Gabriele ci conosciamo da tanti anni e ci capiamo al volo. Abbiamo la capacità rara di litigare per affetto. Litighiamo perché vogliamo il meglio. Tre anni fa stavamo a cena, litigando proprio su come fare al meglio questo film. Secondo me i registi dovrebbero capire cosa pensano gli attori e gli attori dovrebbero imparare a fare ai registi le domande che gli servono». Dello stesso avviso anche Santamaria: «I registi secondo me si dovrebbero mettere in gioco anche nella recitazione, in modo da capire gli strumenti e le necessità di un attore».

Muccino ha invece dispensato un semplice ma incisivo consiglio ai giovani aspiranti registi: «Se volete fare i registi, prendete il vostro iPhone e raccontate una storia. Se riuscite a raccontare una storia in tre minuti in tre atti, aumentate a 15 minuti, poi a 30 e così via. Alla fine saprete raccontare storie, che è il ruolo del regista».

Gli anni più belli

Claudio Santamaria e Pierfrancesco Favino durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Lo stesso regista ha poi parlato del cambio del titolo del film, passato da I migliori anni a Gli anni più belli:

«Ho incontrato a cena Claudio Baglioni, che mi ha fatto sentire un suo inedito. Era solo musica, senza testo. Io gli ho detto che era bellissima e gli ho chiesto di farne la canzone del film. Una canzone dal titolo I migliori anni c’era già, quindi abbiamo ripiegato su un altro titolo che andasse bene a entrambi. Gli anni più belli è una canzone che sembra uscita dagli anni ’80, e che racconta perfettamente quegli anni. Anche lui ha vissuto l’ideologia, in cui il pop veniva messo al bando».

Alma Noce ha preso la parola per raccontare il suo approccio all’interpretazione della Gemma adolescente:

«Gabriele e Micaela mi hanno consigliato di guardarmi tutti i film di Micaela, ma io mi sono resa conto che avrei finito per interpretare un altro suo personaggio. Per cui sono andata sul set e me la sono studiata tutti i giorni, sia dentro che fuori dal set. Non è stato facile, perché Micaela non è una donna comune: ha fascino ed è accattivante. Io le stavo con gli occhi addosso per 12 ore al giorno. È stato anche un grande lavoro di trucco, perché sul set riuscivo a vedermi molto più simile a lei di quanto sono in realtà».

Anche l’interprete del giovane Giulio Francesco CentorameIo non sono romano, quindi quando ho saputo del provino ho passato tanto tempo nei bar, e dopo ho seguito Favino giorno e notte»), del piccolo Riccardo Matteo Del Buono («Mi sono trovato molto bene, perché noi tutti assomigliamo a loro come fisico e come comportamento») e dell’adolescente Paolo Andrea PittorinoAnch’io sono andato sul set per informarmi. Non abbiamo avuto scontri filosofici storici con il nostro personaggio da grande, per cui ognuno ha dato una propria interpretazione. Io ho visto Paolo crescere e ho fatto ben cinque provini per arrivarci») hanno commentato i rispettivi approcci ai personaggi.

Anche Elisa Visari ha parlato della sua esperienza ne Gli anni più belli, dove ha avuto di nuovo Muccino come regista e Favino come padre di finzione dopo A casa tutti bene:

«Stesso regista e stesso papà. Per me è stato un onore partecipare a Gli anni più belli e lavorare ancora con Gabriele, che stimo tantissimo e mette tanta passione in tutto ciò che fa. Spero che questo suo modo di lavorare si percepisca nei suoi film».

Gli anni più belli

Micaela Ramazzotti durante la conferenza stampa di presentazione de Gli anni più belli

Muccino ha poi parlato del messaggio alla base de Gli anni più belli e del suo rapporto con i suoi stessi personaggi:

«Questo è forse il mio film più pacificante, perché ti dice che la vita effettivamente va avanti e certi errori possono essere rammendati, cosa che per esempio in A casa tutti bene non c’era. Questo messaggio rasserenante viene dall’insistenza di Pierfrancesco: io lo volevo più amaro, perché la mia tendenza è sempre quella di vedere una vita che non ti premia. invece lui mi ha portato verso una strada più giusta e centrata, anche per il momento storico che viviamo, in cui vogliamo sentirci dire che il domani sarà migliore. Io amo tutti i personaggi allo stesso modo, e sono un po’ tutti loro, Micaela compresa, che interpreta il mio lato più femminile. Le mie parti più contemplative le interpreta Kim, la mia anima ambiziosa e corruttibile è quella di Favino e la mia paura della mediocrità e del fallimento la rende Claudio. La mia personalità è abbastanza complessa da essere suddivisa in personaggi diversi e complementari».

Un’ultima battuta da parte dello sceneggiatore de Gli anni più belli Paolo Costella:

«Con Gabriele è come salire su una giostra, si viaggia a un ritmo pazzesco e bisogna adattarsi a lui, che ti suggerisce mille spunti e altrettanti film da vedere. Io ho imparato a lasciarmi andare, perché i personaggi sono il punto di partenza con Gabriele. I personaggi arrivano a determinarsi, stai con loro finché ci devi stare, al di là delle regole della drammaturgia. Per lavorare con Gabriele bisogna avere la sua stessa temperatura affettiva».

Gli anni più belli sarà distribuito (in circa 500 sale) a partire dal 13 febbraio, da 01 Distribution.

In evidenza

Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Pubblicato

il

Piero Pelù. Rumore Dentro

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.

Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.

Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.

Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.

Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro


Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.

Continua a leggere

In evidenza

Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

Pubblicato

il

Holland

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.

Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.

Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»

Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».

Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?

Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»

Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?

Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Holland

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?

Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».

Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?

Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».

Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?

Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Holland

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?

Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».

Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».

Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set
».

Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?

Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».

Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».

Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?

Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Holland

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?

Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».

Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».

Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?

Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?

Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».

Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».

Continua a leggere

In evidenza

Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Pubblicato

il

Broken Rage

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.

Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.

L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.

L’accoglienza a Venezia

Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.

Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming

Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.

Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage

Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.

Il futuro del cinema secondo Kitano

Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.

Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.

Continua a leggere
Pubblicità

    Su alcune pagine del sito sono presenti link di affiliazione, grazie ai quali Lost in Cinema ottiene una percentuale dei ricavi. Tale affiliazione non implica nessuna variazione di prezzo del prodotto. Copyright © 2026 Lost in Cinema