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Interviste

Jerry Calà presenta Odissea nell’ospizio: «Sono ancora lo stesso ragazzo di Sapore di mare»

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La reunion cinematografica dei Gatti di Vicolo Miracoli Odissea nell’ospizio è disponibile già da qualche giorno su Chili. Dopo la nostra recensione del film, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Jerry Calà, che di Odissea nell’ospizio è regista, sceneggiatore e principale interprete. Nel corso di una lunga e spassosa chiacchierata, il protagonista di alcune pellicole di culto del nostro cinema come Sapore di mare, Vacanze di Natale e Al bar dello sport ha condiviso con noi alcuni retroscena del suo ultimo progetto e qualche ricordo della sua longeva carriera.

L’idea per Odissea nell’ospizio ti è venuta mente scrivevi la tua autobiografia Una vita da libidine, ripensando alle avventure coi Gatti. Perché hai scelto come location di questa reunion un ospizio?

«Mi sembrava molto autoironico, perché sono passati tanti anni da quando il pubblico ci ha visto insieme al cinema. Anche se la nostra nuova età non è ancora da ospizio, infatti nella storia ci siamo un po’ imbucati nella casa di riposo per nasconderci da altre situazioni. Alla fine di Arrivano i gatti, il nostro primo film, facevamo una gag sul nostro ingaggio per una tournée in una casa di riposo e usavamo proprio il gioco di parole “odissea nell’ospizio”. Noi siamo quasi come parenti, nella vita ci troviamo anche con le famiglie a fare delle mangiatone. C’è gente che pagherebbe un biglietto per stare a tavola con noi (me compreso, ndr)! Una sera a cena ci siamo detti appunto “perché non facciamo Odissea nell’ospizio“? Infatti, tutto quello che accade nella casa di riposo è un’odissea volta a salvare la casa di riposo stessa. Ci siamo divertiti perché eravamo fra amici e molto affiatati. Hanno partecipato anche Andrea Roncato e Mauro Di Francesco, che mi sono piaciuti tantissimo nel film».

Quali sono state invece le difficoltà più grandi nel riunire i Gatti dopo tanti anni come protagonisti di un film corale?

«Io pensavo che ci sarebbero state difficoltà, soprattutto perché li dovevo dirigere io: quando ci troviamo sono uno di quelli più presi di mira con le battute. Temevo che sul set mi avrebbero preso a pernacchie! Invece, siccome hanno visto un Jerry diverso come regista, più autoritario, devo dire che mi hanno rispettato molto e si sono anche prodigati in complimenti. Ogni tanto mi dicevano che non mollo mai, infatti io finché non vedo quello che mi piace non perdono. Si riservavano poi tutti gli scherzi per la sera, perché vivevamo tutti nello stesso agriturismo. Ci sarebbe stato da fare un film su queste serate, dal titolo Backstage. Pensandoci bene, il titolo del mio prossimo film potrebbe proprio essere Backstage, lo deposito subito».

Odissea nell’ospizio

Odissea nell’ospizio dipinge fedelmente alcuni risvolti della nostra società, dalla malasanità alla tendenza italiana a furberie di tutti i tipi, fino ad arrivare alla diffidenza per lo straniero, mostrata attraverso l’accoglienza riservata ad alcuni rifugiati presso l’ospizio. Come trovi cambiati gli italiani dai tempi dei tuoi esordi?

«Il film non manca di toccare l’attualità. La società credo che non sia cambiata molto, infatti quando vedo i vecchi film dicono le stesse cose che diciamo noi parlando del passato, del presente, sull’ambiente e sul traffico. Io per esempio sono un immigrato a Milano dalla Sicilia, e quando ero bambino c’erano ancora i cartelli “non si affitta ai meridionali”, nonostante Milano sia una delle città più accoglienti d’Italia. Secondo me ci sono atteggiamenti su cui il popolo è sempre un po’ diviso, e non solo in Italia. Le differenze che noto di più riguardano i giovani. Quando eravamo giovani noi, non c’erano telefonini ed eravamo più impegnati sui rapporti. Non vedevamo l’ora di uscire e incontrare le ragazze. Si viveva per quello, per la compagnia. Oggi invece i ragazzi stanno anche molto soli e comunicano attraverso i cellulari. Questo toglie anche un pochino di libertà di espressione naturale, perché oggi ci si esprime sui social e si ha sempre una gran paura di essere giudicati o offesi, finendo per non esprimere quello che si pensa veramente. Negli anni ’70 eravamo un po’ più liberi.»

In un tuo precedente film, Torno a vivere da solo, fotografavi, anche con un certo anticipo sui tempi, la crisi dei rapporti di coppia moderni. Queste difficoltà emergono anche in Odissea nell’ospizio, dal momento che tutti i personaggi sono separati o fuori da una relazione stabile. Pensi che l’amicizia possa essere il miglior antidoto alle carenze sentimentali?

«Sicuramente. Salvo rare eccezioni, gli amori purtroppo prima o poi finiscono, mentre le amicizie vere durano per tutta la vita. Su un’amicizia ci puoi sempre contare, ed è difficile che si trasformi, come succede all’amore, in odio, vendette o ritorsioni. Io l’amicizia l’ho sempre messa al secondo posto della mia classifica dopo la mamma. Al terzo posto invece il grande Guido Nicheli metteva lo spago».

«La storia di Torno a vivere da solo nasce per riallacciarmi a Vado a vivere da solo. Quel film voleva proprio dimostrare la differenza fra un’epoca e l’altra. Io non vedevo l’ora di andare via da casa e oggi invece i ragazzi ci rimangono. Secondo me non perché lo vogliono loro, ma un po’ perché i genitori tendono a a tenerli in casa, e un po’ perché farsi un’indipendenza oggi costa di più di una volta. Torno a vivere da solo mi è venuto in mente per una mia storia familiare. Mia sorella, che è una donna molto spiritosa e arguta, ha tre figli, che a quell’epoca erano sulla trentina e non si schiodavano da casa. Lei un giorno gli ha dato le chiavi e gli ha detto “sapete cosa c’è? Io vado via, così voi vi gestite la casa e imparate un po’ a vivere”. I miei nipoti sono rimasti di stucco e l’hanno guardata andare via da casa».

Odissea nell’ospizio è la prima reunion dei Gatti dai tempi de Gli inaffidabili. In quel film, emergeva anche un po’ di malinconia sull’amicizia, dato che il tuo personaggio veniva lasciato solo dagli altri. Qui invece metti in scena l’idea opposta, cioè che col tempo ci si possa ritrovare, al di là delle incomprensioni. È solamente un’esigenza narrativa o con il passare degli anni sei diventato più ottimista?

«Mi ha fatto piacere che tu abbia nominato Gli inaffidabili, perché secondo me era un buon film. Forse allora osai un po’ troppo con il cast, mi dissero che era troppo televisivo. Per me invece sono stati bravissimi tutti, da Gigi Sabani a Leo Gullotta. Quel film l’ho sempre visto come un Compagni di scuola più nordico, che è un po’ il mio background. L’età conta molto, e qui ci sono persone con molta esperienza, che hanno certamente degli screzi, ma il fatto di essere amici secondo me non va contro all’attività di sparlare dell’altro. Noi quando ci ritroviamo dopo un po’ ci diciamo “chi è il primo che se ne va? Così gli altri sparlano di lui”. Penso che questo faccia parte dell’amicizia. Parlare dietro non vuol dire non essere amici, è un gesto d’affetto anche quello, perché comunque ne parli. Ne Gli inaffidabili io raccontavo quella situazione tipica in cui quando ci si ritrova fra amici a volte si parla di fare qualcosa insieme con molto entusiasmo e poi non se ne fa niente. Un grande classico che è accaduto tantissime volte nella mia vita. In tutti e due i film però voglio dire che queste cose fanno parte dell’amicizia e sono modi per volersi bene».

Odissea nell’ospizio

In Odissea nell’ospizio compaiono anche due star internazionali come Katherine Kelly Lang e Sofia Milos. Come ti sei trovato a lavorare con loro?

«Mi sono trovato benissimo: in America hanno una professionalità davvero esagerata. Questo l’avevo già scoperto in Torno a vivere da solo, dove avevo diretto Don Johnson. Ero molto intimorito perché mi dicevo “adesso cosa dico a lui, a Miami Vice?”. Lui si è accorto di questo mio stato d’animo e mi ha fatto chiamare nella sua roulotte, dove mi ha detto “Jerry, You are the director. Ok?”. Loro fanno quello che tu gli dici, poi semmai, con grande rispetto, ti chiamano da una parte, mai davanti agli altri, e ti propongono soluzioni alternative. La stessa cosa è successa con Katherine, che è arrivata sapendo già perfettamente tutte le battute a memoria. Anche noi italiani siamo migliorati in quanto a professionalità, ma la loro è ancora più forte. È stato davvero un piacere lavorare sia con Katherine che con Sofia, altra grandissima attrice».

Il finale vi vede finalmente riuniti sul palco per salvare l’ospizio. È più la chiusura di un cerchio iniziato oltre 40 anni fa o un nuovo inizio per altri progetti insieme?

«Questo chi lo può dire? Devo dire che il risultato di Odissea nell’ospizio mi potrebbe fare venire voglia di un altro progetto con i Gatti, perché durante questi eventi che stiamo facendo, ai vari festival e alle presentazioni, il pubblico in sala reagisce molto bene. Soprattutto nella seconda parte, ci sono tantissime risate».

Odissea nell’ospizio ha trovato la sua dimensione di distribuzione nello streaming. Da regista e spettatore cosa ne pensi di questo nuovo modo di fruire di film e serie tv?

«Secondo me questo è il futuro. Tanti dicono, e sono d’accordo, che vedere i film più spettacolari al cinema è un’altra cosa. Ma è anche vero che in casa non abbiamo più quegli scatoloni quadrati che avevamo una volta, abbiamo degli schermi giganti, che non costano neanche tantissimo. Lo streaming è nato con le serie tv e poi si è allargato anche al cinema. Chili per esempio ha film di prima visione, che sono stati nelle sale da poco. Questa credo che sarà la distribuzione del futuro. Oggi per distribuire un film al cinema ci vogliono un sacco di soldi, e quando dietro non c’è una major che investe per un grande lancio si fa fatica. Gli incassi dei film italiani infatti ultimamente non sono molto confortanti. L’uscita in streaming invece costa poco e può avere ottimi risultati».

Lo streaming, con la maggiore libertà che fornisce, può essere anche il tuo futuro? Magari per una serie come Professione vacanze…

«Mi piacerebbe, penso sempre a Professione vacanze! Abbiamo fatto solo una stagione, ma credo che sia una delle serie più trasmesse, ogni anno la replicano. Ci sto lavorando a quest’idea, mi piacerebbe fare il capovillaggio con una serie di giovani animatori, magari ambientandola in un posto esotico».

Odissea nell’ospizio

Ti conosciamo bene come regista e attore, ma siamo curiosi di sapere di più su di te come spettatore. Quali sono i film o le serie uscite recentemente che ti hanno più colpito? Ci sono attori con cui ti piacerebbe lavorare?

«Con mio figlio, che è più cinefilo di me e nonostante abbia 16 anni scrive recensioni, guardiamo molto cinema e molte serie. Ultimamente per esempio ci siamo riguardati tutto Breaking Bad, che adesso ha avuto anche un proseguimento con il film El Camino, che abbiamo visto religiosamente insieme. Ho visto anche La casa di carta, che mi è piaciuta molto. Guardo molte serie, mi piacciono anche alcune serie inglesi, che trovo molto spiritose. Ieri per esempio abbiamo guardato The Politician, dove c’è anche Gwyneth Paltrow. Attendo con trepidazione The Irishman e ho amato Suburra, dove ho apprezzato molto Francesco Acquaroli, che interpreta Samurai. Mi è piaciuta anche una serie francese, Chiami il mio agente! Per il cinema invece ho apprezzato molto il meraviglioso C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e Il corriere – The Mule di Clint Eastwood. Questi sono film che vado a vedere al cinema».

Hai mai pensato di dedicarti maggiormente a ruolo drammatici?

«L’attore fa quello che gli propongono, e mi sono prestato volentieri anche con Marco Ferreri, per Diario di un vizio e per Pupi Avati, nel film a episodi Sposi. Come diceva Ferreri, quando gli chiedevano perché mi avesse preso, gli attori comici sono i più bravi a fare i drammatici.»

Alla Festa del Cinema di Roma sarà presentato il documentario Carlo Vanzina. Il cinema è una cosa meravigliosa, a cui hai partecipato. Colgo l’occasione per chiederti un tuo ricordo su questo compianto regista e per riagganciarmi a un vostro meraviglioso film, Sapore di mare. Quanto c’è ancora in te di quel ragazzo che interpretavi, dalla travolgente ironia, ma capace anche di slanci sentimentali e malinconici come quello del finale del film?

«C’è tutto. C’è tutto quel ragazzo lì. Quel ragazzo si è formato lì. Lo spartiacque della mia carriera è stata proprio la scena finale di Sapore di mare, grazie anche a Carlo Vanzina, a cui io devo tutto. In quella scena, Carlo venne da me e mi disse “adesso ti faccio una cosa alla Sergio Leone, con carrello in avanti e zoom indietro, quindi dimenticati per un attimo di essere un cazzone”. Quando ho finito la scena, il direttore della fotografia mi ha chiamato da parte e mi ha detto “ti ho visto in macchina, avevi un’espressione meravigliosa. Ricordati che tu puoi fare altro”. Carlo Verdone addirittura, per complimentarsi, mi diede un pizzico, dicendomi “sei un fijo de na mignotta”».

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Interviste

Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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