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Interviste

Jerry Calà presenta Odissea nell’ospizio: «Sono ancora lo stesso ragazzo di Sapore di mare»

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La reunion cinematografica dei Gatti di Vicolo Miracoli Odissea nell’ospizio è disponibile già da qualche giorno su Chili. Dopo la nostra recensione del film, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistare Jerry Calà, che di Odissea nell’ospizio è regista, sceneggiatore e principale interprete. Nel corso di una lunga e spassosa chiacchierata, il protagonista di alcune pellicole di culto del nostro cinema come Sapore di mare, Vacanze di Natale e Al bar dello sport ha condiviso con noi alcuni retroscena del suo ultimo progetto e qualche ricordo della sua longeva carriera.

L’idea per Odissea nell’ospizio ti è venuta mente scrivevi la tua autobiografia Una vita da libidine, ripensando alle avventure coi Gatti. Perché hai scelto come location di questa reunion un ospizio?

«Mi sembrava molto autoironico, perché sono passati tanti anni da quando il pubblico ci ha visto insieme al cinema. Anche se la nostra nuova età non è ancora da ospizio, infatti nella storia ci siamo un po’ imbucati nella casa di riposo per nasconderci da altre situazioni. Alla fine di Arrivano i gatti, il nostro primo film, facevamo una gag sul nostro ingaggio per una tournée in una casa di riposo e usavamo proprio il gioco di parole “odissea nell’ospizio”. Noi siamo quasi come parenti, nella vita ci troviamo anche con le famiglie a fare delle mangiatone. C’è gente che pagherebbe un biglietto per stare a tavola con noi (me compreso, ndr)! Una sera a cena ci siamo detti appunto “perché non facciamo Odissea nell’ospizio“? Infatti, tutto quello che accade nella casa di riposo è un’odissea volta a salvare la casa di riposo stessa. Ci siamo divertiti perché eravamo fra amici e molto affiatati. Hanno partecipato anche Andrea Roncato e Mauro Di Francesco, che mi sono piaciuti tantissimo nel film».

Quali sono state invece le difficoltà più grandi nel riunire i Gatti dopo tanti anni come protagonisti di un film corale?

«Io pensavo che ci sarebbero state difficoltà, soprattutto perché li dovevo dirigere io: quando ci troviamo sono uno di quelli più presi di mira con le battute. Temevo che sul set mi avrebbero preso a pernacchie! Invece, siccome hanno visto un Jerry diverso come regista, più autoritario, devo dire che mi hanno rispettato molto e si sono anche prodigati in complimenti. Ogni tanto mi dicevano che non mollo mai, infatti io finché non vedo quello che mi piace non perdono. Si riservavano poi tutti gli scherzi per la sera, perché vivevamo tutti nello stesso agriturismo. Ci sarebbe stato da fare un film su queste serate, dal titolo Backstage. Pensandoci bene, il titolo del mio prossimo film potrebbe proprio essere Backstage, lo deposito subito».

Odissea nell’ospizio

Odissea nell’ospizio dipinge fedelmente alcuni risvolti della nostra società, dalla malasanità alla tendenza italiana a furberie di tutti i tipi, fino ad arrivare alla diffidenza per lo straniero, mostrata attraverso l’accoglienza riservata ad alcuni rifugiati presso l’ospizio. Come trovi cambiati gli italiani dai tempi dei tuoi esordi?

«Il film non manca di toccare l’attualità. La società credo che non sia cambiata molto, infatti quando vedo i vecchi film dicono le stesse cose che diciamo noi parlando del passato, del presente, sull’ambiente e sul traffico. Io per esempio sono un immigrato a Milano dalla Sicilia, e quando ero bambino c’erano ancora i cartelli “non si affitta ai meridionali”, nonostante Milano sia una delle città più accoglienti d’Italia. Secondo me ci sono atteggiamenti su cui il popolo è sempre un po’ diviso, e non solo in Italia. Le differenze che noto di più riguardano i giovani. Quando eravamo giovani noi, non c’erano telefonini ed eravamo più impegnati sui rapporti. Non vedevamo l’ora di uscire e incontrare le ragazze. Si viveva per quello, per la compagnia. Oggi invece i ragazzi stanno anche molto soli e comunicano attraverso i cellulari. Questo toglie anche un pochino di libertà di espressione naturale, perché oggi ci si esprime sui social e si ha sempre una gran paura di essere giudicati o offesi, finendo per non esprimere quello che si pensa veramente. Negli anni ’70 eravamo un po’ più liberi.»

In un tuo precedente film, Torno a vivere da solo, fotografavi, anche con un certo anticipo sui tempi, la crisi dei rapporti di coppia moderni. Queste difficoltà emergono anche in Odissea nell’ospizio, dal momento che tutti i personaggi sono separati o fuori da una relazione stabile. Pensi che l’amicizia possa essere il miglior antidoto alle carenze sentimentali?

«Sicuramente. Salvo rare eccezioni, gli amori purtroppo prima o poi finiscono, mentre le amicizie vere durano per tutta la vita. Su un’amicizia ci puoi sempre contare, ed è difficile che si trasformi, come succede all’amore, in odio, vendette o ritorsioni. Io l’amicizia l’ho sempre messa al secondo posto della mia classifica dopo la mamma. Al terzo posto invece il grande Guido Nicheli metteva lo spago».

«La storia di Torno a vivere da solo nasce per riallacciarmi a Vado a vivere da solo. Quel film voleva proprio dimostrare la differenza fra un’epoca e l’altra. Io non vedevo l’ora di andare via da casa e oggi invece i ragazzi ci rimangono. Secondo me non perché lo vogliono loro, ma un po’ perché i genitori tendono a a tenerli in casa, e un po’ perché farsi un’indipendenza oggi costa di più di una volta. Torno a vivere da solo mi è venuto in mente per una mia storia familiare. Mia sorella, che è una donna molto spiritosa e arguta, ha tre figli, che a quell’epoca erano sulla trentina e non si schiodavano da casa. Lei un giorno gli ha dato le chiavi e gli ha detto “sapete cosa c’è? Io vado via, così voi vi gestite la casa e imparate un po’ a vivere”. I miei nipoti sono rimasti di stucco e l’hanno guardata andare via da casa».

Odissea nell’ospizio è la prima reunion dei Gatti dai tempi de Gli inaffidabili. In quel film, emergeva anche un po’ di malinconia sull’amicizia, dato che il tuo personaggio veniva lasciato solo dagli altri. Qui invece metti in scena l’idea opposta, cioè che col tempo ci si possa ritrovare, al di là delle incomprensioni. È solamente un’esigenza narrativa o con il passare degli anni sei diventato più ottimista?

«Mi ha fatto piacere che tu abbia nominato Gli inaffidabili, perché secondo me era un buon film. Forse allora osai un po’ troppo con il cast, mi dissero che era troppo televisivo. Per me invece sono stati bravissimi tutti, da Gigi Sabani a Leo Gullotta. Quel film l’ho sempre visto come un Compagni di scuola più nordico, che è un po’ il mio background. L’età conta molto, e qui ci sono persone con molta esperienza, che hanno certamente degli screzi, ma il fatto di essere amici secondo me non va contro all’attività di sparlare dell’altro. Noi quando ci ritroviamo dopo un po’ ci diciamo “chi è il primo che se ne va? Così gli altri sparlano di lui”. Penso che questo faccia parte dell’amicizia. Parlare dietro non vuol dire non essere amici, è un gesto d’affetto anche quello, perché comunque ne parli. Ne Gli inaffidabili io raccontavo quella situazione tipica in cui quando ci si ritrova fra amici a volte si parla di fare qualcosa insieme con molto entusiasmo e poi non se ne fa niente. Un grande classico che è accaduto tantissime volte nella mia vita. In tutti e due i film però voglio dire che queste cose fanno parte dell’amicizia e sono modi per volersi bene».

Odissea nell’ospizio

In Odissea nell’ospizio compaiono anche due star internazionali come Katherine Kelly Lang e Sofia Milos. Come ti sei trovato a lavorare con loro?

«Mi sono trovato benissimo: in America hanno una professionalità davvero esagerata. Questo l’avevo già scoperto in Torno a vivere da solo, dove avevo diretto Don Johnson. Ero molto intimorito perché mi dicevo “adesso cosa dico a lui, a Miami Vice?”. Lui si è accorto di questo mio stato d’animo e mi ha fatto chiamare nella sua roulotte, dove mi ha detto “Jerry, You are the director. Ok?”. Loro fanno quello che tu gli dici, poi semmai, con grande rispetto, ti chiamano da una parte, mai davanti agli altri, e ti propongono soluzioni alternative. La stessa cosa è successa con Katherine, che è arrivata sapendo già perfettamente tutte le battute a memoria. Anche noi italiani siamo migliorati in quanto a professionalità, ma la loro è ancora più forte. È stato davvero un piacere lavorare sia con Katherine che con Sofia, altra grandissima attrice».

Il finale vi vede finalmente riuniti sul palco per salvare l’ospizio. È più la chiusura di un cerchio iniziato oltre 40 anni fa o un nuovo inizio per altri progetti insieme?

«Questo chi lo può dire? Devo dire che il risultato di Odissea nell’ospizio mi potrebbe fare venire voglia di un altro progetto con i Gatti, perché durante questi eventi che stiamo facendo, ai vari festival e alle presentazioni, il pubblico in sala reagisce molto bene. Soprattutto nella seconda parte, ci sono tantissime risate».

Odissea nell’ospizio ha trovato la sua dimensione di distribuzione nello streaming. Da regista e spettatore cosa ne pensi di questo nuovo modo di fruire di film e serie tv?

«Secondo me questo è il futuro. Tanti dicono, e sono d’accordo, che vedere i film più spettacolari al cinema è un’altra cosa. Ma è anche vero che in casa non abbiamo più quegli scatoloni quadrati che avevamo una volta, abbiamo degli schermi giganti, che non costano neanche tantissimo. Lo streaming è nato con le serie tv e poi si è allargato anche al cinema. Chili per esempio ha film di prima visione, che sono stati nelle sale da poco. Questa credo che sarà la distribuzione del futuro. Oggi per distribuire un film al cinema ci vogliono un sacco di soldi, e quando dietro non c’è una major che investe per un grande lancio si fa fatica. Gli incassi dei film italiani infatti ultimamente non sono molto confortanti. L’uscita in streaming invece costa poco e può avere ottimi risultati».

Lo streaming, con la maggiore libertà che fornisce, può essere anche il tuo futuro? Magari per una serie come Professione vacanze…

«Mi piacerebbe, penso sempre a Professione vacanze! Abbiamo fatto solo una stagione, ma credo che sia una delle serie più trasmesse, ogni anno la replicano. Ci sto lavorando a quest’idea, mi piacerebbe fare il capovillaggio con una serie di giovani animatori, magari ambientandola in un posto esotico».

Odissea nell’ospizio

Ti conosciamo bene come regista e attore, ma siamo curiosi di sapere di più su di te come spettatore. Quali sono i film o le serie uscite recentemente che ti hanno più colpito? Ci sono attori con cui ti piacerebbe lavorare?

«Con mio figlio, che è più cinefilo di me e nonostante abbia 16 anni scrive recensioni, guardiamo molto cinema e molte serie. Ultimamente per esempio ci siamo riguardati tutto Breaking Bad, che adesso ha avuto anche un proseguimento con il film El Camino, che abbiamo visto religiosamente insieme. Ho visto anche La casa di carta, che mi è piaciuta molto. Guardo molte serie, mi piacciono anche alcune serie inglesi, che trovo molto spiritose. Ieri per esempio abbiamo guardato The Politician, dove c’è anche Gwyneth Paltrow. Attendo con trepidazione The Irishman e ho amato Suburra, dove ho apprezzato molto Francesco Acquaroli, che interpreta Samurai. Mi è piaciuta anche una serie francese, Chiami il mio agente! Per il cinema invece ho apprezzato molto il meraviglioso C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino e Il corriere – The Mule di Clint Eastwood. Questi sono film che vado a vedere al cinema».

Hai mai pensato di dedicarti maggiormente a ruolo drammatici?

«L’attore fa quello che gli propongono, e mi sono prestato volentieri anche con Marco Ferreri, per Diario di un vizio e per Pupi Avati, nel film a episodi Sposi. Come diceva Ferreri, quando gli chiedevano perché mi avesse preso, gli attori comici sono i più bravi a fare i drammatici.»

Alla Festa del Cinema di Roma sarà presentato il documentario Carlo Vanzina. Il cinema è una cosa meravigliosa, a cui hai partecipato. Colgo l’occasione per chiederti un tuo ricordo su questo compianto regista e per riagganciarmi a un vostro meraviglioso film, Sapore di mare. Quanto c’è ancora in te di quel ragazzo che interpretavi, dalla travolgente ironia, ma capace anche di slanci sentimentali e malinconici come quello del finale del film?

«C’è tutto. C’è tutto quel ragazzo lì. Quel ragazzo si è formato lì. Lo spartiacque della mia carriera è stata proprio la scena finale di Sapore di mare, grazie anche a Carlo Vanzina, a cui io devo tutto. In quella scena, Carlo venne da me e mi disse “adesso ti faccio una cosa alla Sergio Leone, con carrello in avanti e zoom indietro, quindi dimenticati per un attimo di essere un cazzone”. Quando ho finito la scena, il direttore della fotografia mi ha chiamato da parte e mi ha detto “ti ho visto in macchina, avevi un’espressione meravigliosa. Ricordati che tu puoi fare altro”. Carlo Verdone addirittura, per complimentarsi, mi diede un pizzico, dicendomi “sei un fijo de na mignotta”».

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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

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Piero Pelù. Rumore Dentro

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.

Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.

Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.

Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.

Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro


Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.

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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

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Holland

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.

Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.

Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»

Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».

Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?

Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»

Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?

Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Holland

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?

Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».

Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?

Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».

Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?

Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Holland

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?

Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».

Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».

Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set
».

Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?

Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».

Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».

Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?

Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Holland

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?

Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».

Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».

Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?

Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?

Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».

Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».

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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

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Broken Rage

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.

Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.

L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.

L’accoglienza a Venezia

Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.

Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming

Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.

Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage

Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.

Il futuro del cinema secondo Kitano

Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.

Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.

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