Interviste

Daniele Luchetti a Venezia 77: “Lacci riguarda tutti noi”

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Stamattina si sono svolte le proiezioni dedicate alla stampa di Lacci, il film scelto per aprire la Mostra internazionale d’arte cinematografica del 2020. Al termine della proiezione del film, si è tenuta anche la relativa conferenza stampa, alla presenza del regista e sceneggiatore Daniele Luchetti, dei protagonisti Luigi Lo Cascio, Laura Morante, Adriano Giannini e Linda Caridi, dello sceneggiatore Francesco Piccolo e dell’amministratore delegato Rai Paolo Del Brocco. Proprio quest’ultimo ha dato un’ottima notizia: oltre al passaggio in sala già previsto a partire dall’1 ottobre, Lacci sarà al cinema eccezionalmente anche stasera, in contemporanea con Venezia 77. Lo stesso Del Brocco ha riservato questo pensiero alle sale: «Lacci verrà visto stasera al cinema, in modo da dare a casa la sensazione di essere con noi. Uscirà in 100 sale selezionate, sale che aspettano con attenzione e ansia i film di Venezia. Si raggiungono molti obiettivi e penso che sia un’iniziativa meritevole».

Questa la sinossi ufficiale di Lacci, che ha per protagonisti anche Alba Rohrwacher, Giovanna Mezzogiorno e Silvio Orlando:

Napoli, primi anni ‘80: il matrimonio di Aldo e Vanda entra in crisi quando Aldo si innamora della giovane Lidia. Trent’anni dopo, Aldo e Vanda sono ancora sposati. Un giallo sui sentimenti, una storia di lealtà ed infedeltà, di rancore e vergogna. Un tradimento, il dolore, una scatola segreta, la casa devastata, un gatto, la voce degli innamorati e quella dei disamorati.

Lacci

Ad aprire la conferenza è stato Daniele Luchetti, che ha parlato del suo approccio a Lacci di Domenico Starnone, romanzo da cui è tratto il film:

Ho letto il libro da lettore qualunque, perché i libri di Domenico mi piacciono sempre molto. Stavolta sono rimasto particolarmente colpito, ma ho pensato che fosse molto difficile tirarne fuori un film. Mi sembrava un libro che appoggiasse tutto sulla lingua, sulla scrittura. Quando mi è arrivata la proposta di realizzare un film, ho bluffato dicendo che mi sembra perfetto. Con lo sceneggiatore Francesco Piccolo abbiamo lavorato senza paura dei dialoghi, potenziando anche alcune scelte legate alla voce, essendo principalmente un film di parola. Lacci riguarda tutti noi, che siamo stati in una coppia o figli di una coppia. Era un libro che mi dava la possibilità di identificarmi con tutti i personaggi.

Queste invece le sensazioni di Luigi Lo Cascio:

I personaggi spesso fanno delle scelte abbastanza discutibili, si comportano anche in modo crudele. Però sono personaggi che ci riguardano, che abbiamo subito o incontrato. Io non avevo ancora letto il libro e questa è stata una bellissima occasione. Ho letto prima la sceneggiatura, come sempre faccio, perché è ciò su cui andiamo a lavorare. Il libro è di 110/120 pagine, ma racconta uno spazio di decenni. Il lavoro sulla sceneggiatura è stato andare ancora più all’essenza della cosa. La sceneggiatura somiglia moltissimo al libro, soprattutto nella ricerca dei moventi del personaggio. Abbiamo evitato di essere didascalici col pubblico, ma fra di noi volevamo capire il punto di vista dei personaggi.

Luigi Lo Cascio

A seguire ha preso la parola un’altra delle protagoniste di Lacci, Laura Morante:

Non ho esperienze personali simili a quelli dei personaggi. Il mio carattere e le mie convinzioni non sono quelle di Vanda e io credo che un affetto possa sopravvivere in eterno cambiando la forma esteriore. Se ci aggrappiamo solo alla forma esteriore, moriamo anche noi. Io credo nell’amore eterno, ma l’amore deve cambiare, non si può mantenere in vita un simulacro. Altrimenti è una battaglia persa in cui si risulta tutti sconfitti.

Queste invece le parole di Adriano Giannini:

Per quanto riguarda i personaggi e l’esperienza privata del vissuto, grazie a Dio non provengo da una famiglia così avvelenata dal tradimento, dall’inganno, dalla bugia e dai rimpianti. Il mio personaggio, insieme a quello di Giovanna Mezzogiorno, rappresenta un po’ il frutto di questi inganno, ne portiamo i segni. Il personaggio di Giovanna porta segni più evidenti, mentre il mio ha una corazza per sopravvivere a questi lacci, a questi legami, che sono cappi e corde che non permettono ai personaggi di vivere la loro vita. Il mio personaggio viene facilmente manipolato da quello di Giovanna, in una scena drammatica che è anche un vero e proprio grido di libertà.

Adriano Giannini

Daniele Luchetti ha ripreso la parola per parlare del suo lavoro sul testo originale:

Ho cercato di mantenere la tensione, che viene da qualcosa che si sta per spaccare. C’è stato un forte lavoro sulla paura, sull’odio, sulla reticenza e sulla rabbia. Ho cercato di aiutare gli attori a esplorare diverse possibilità. Io faccio tanti ciak ma non sono sempre migliorativi, sono anche per provare altre strade. In questo caso, il fatto di non illustrare lo scritto significa cercare anche un tipo di vitalità che lo scritto tollera, anche in modi che lo contraddicono. Secondo me è interessante anche ciò che abbiamo nascosto, quello che rimane fuori dalla porta. Questo copione ha la fortuna di avere pochissima trama, che si consuma in 5 minuti di film, perché è un film composto quasi solamente da azioni e sentimenti. Le scene di trama sono le più pesanti da fare anche per gli attori, perché sanno che non sta accadendo nulla, stanno solamente raccontando al pubblico. In Lacci, nessuna scena ha il peso di dover raccontare trama: è sempre un’azione che ha peso in quel momento. 

Sulla stessa lunghezza d’onda l’altro sceneggiatore di Lacci, Francesco Piccolo:

Abbiamo fatto molti tentativi, perché quando si affronta un libro la prima cosa a cui pensi è come muoverlo. Dopo questi giri ci siamo avvicinati il più possibile a quella che ci sembrava la cosa più potente del libro, cioè la sua autenticità, la verità dei personaggi. Abbiamo poi lavorato all’idea che la costruzione di questa scrittura letteraria potesse avere la forza di arrivare anche al cinema. Pensavamo che l’idea della parola, con persone che fanno lo stesso dialogo a distanza di 30 anni, potesse avere valore. Abbiamo creduto fermamente nel romanzo di Starnone.

Queste le parole di Linda Caridi sul suo personaggio:

Il personaggio di Lidia lo abbiamo delineato come un’ondata di leggerezza rispetto al protagonista Aldo, infatti lui la definisce la sua primavera, la sua estate. D’altra parte però Lidia è l’unica persona centrata, che non ha paura della verità, che accetta il compromesso. Non so se sia svincolata dai lacci. In certi ambiti forse il compromesso non è possibile. Il laccio c’è, e da una parte ha la bellezza dall’altro il dolore, nel momento in cui ci si lega.

Laura Morante

Luchetti ha poi preso nuovamente parola per parlare del sonoro di Lacci:

Volevo che il suono di Lacci assomigliasse al suono dei film doppiati, quindi ho chiesto di avvicinarmi il più possibile agli attori durante le riprese. In alcune scene nel girato ci sono addirittura i microfoni in campo, poi li ho cancellati in post produzione. Ho pensato a una scena in una cabina radiofonica proprio per isolare la voce dai rumori di sottofondo. La scena del litigio davanti alla Rai è invece un’improvvisazione totale. Senza avvisare gli altri attori a parte Alba, ho girato la scena in 10 minuti, dicendo di continuare a lavorare qualsiasi cosa accadesse. Le reazioni di Alba e Luigi sono estremamente reali.

Luigi Lo Cascio ha parlato del lavoro insieme all’altra protagonista di Lacci Alba Rohrwacher, non presente oggi:

Alba è stata una compagna di lavoro eccezionale e saluto lei, Giovanna Mezzogiorno e Silvio Orlando. Noi tre che siamo qui siamo fortunati perché abbiamo lavorato con attori straordinari. Alba c’era sempre, sia nelle reazioni di getto che in quelle più dolci, è stata autentica fino in fondo. Da Alba si possono accettare anche le botte.

Lacci

Daniele Luchetti ha infine dedicato qualche parola alle musiche di Lacci:

Io avevo pensato di fare il film quasi senza musica, poi mi sono contraddetto subito per la scena del balletto iniziale. Cercando musica degli anni ’80 è venuto fuori questo pezzo e ho visto su YouTube la danza. Ho pensato che descrivesse perfettamente un rapporto, come si balla insieme. Mi sono reso conto che l’avevo visto in Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, che ho ringraziato sui titoli di coda. Penso che sia una canzone che va completamente all’opposto del tono di Lacci.

Poi ho scelto Bach e la musica barocca, perché la caratteristica di questa musica è quella di mettere in ordine ciò che non si può mettere in ordine. Proprio ciò di cui parliamo nel film. La scelta della musica è stata stranissima, a volte mi sono appoggiato al concetto che la prima idea ha una freschezza che bisogna mantenere. Poi ho cercato di usare un elemento espressivo alla volta: o solo la musica, o solo le immagini o solo la voce, in modo da non farne uno spettacolo multisensoriale.

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Interviste

Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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