
Interviste
Liliana Cavani al Ravenna Nightmare: “Il portiere di notte parla dell’impossibilità di ritrovare equilibrio dopo il nazismo”
Il Ravenna Nightmare Film Fest piazza il colpo della già pregevole edizione del 2019. Stasera avrà infatti luogo, come evento speciale della sezione Nightmare Classic, la proiezione del capolavoro di Liliana Cavani Il portiere di notte, nella versione restaurata da CSC-Cineteca Nazionale e Istituto Luce-Cinecittà. La stessa regista parteciperà alla proiezione, preceduta da un incontro condotto dal Direttore della Cineteca di Bologna Gian Luca Farinelli. Noi di Lost in Cinema abbiamo avuto il piacere e l’onore di partecipare a un incontro stampa, in cui Liliana Cavani ha fatto un toccante excursus sulla sua carriera e in particolare su Il portiere di notte.
La Cavani ha esordito parlando proprio del restauro del film: «Ho seguito le fasi del restauro, è molto bello. Sono grata per tutto quello che è stato fatto, e spero che venga fatto anche per altri film. Così si può vedere com’era veramente, altrimenti è come guardare una casa ammuffita. L’hanno mostrato a Venezia, c’erano molti giovani che non l’avevano mai visto e c’è stata un’accoglienza incredibile. Il cinema è un po’ come un libro, puoi leggerlo anche anni dopo, ma è sempre una cosa che si vede con gli occhi, quindi se è offuscato è un problema».
Liliana Cavani ha poi parlato della genesi de Il portiere di notte e dell’iconico look di Charlotte Rampling, facendo un lungo excursus sulla sua formazione nel periodo post bellico.
«Il look di Charlotte Rampling ne Il portiere di notte è nato dal costumista Piero Tosi, a cui ho raccontato cos’avrei voluto vedere. Non pensavamo che sarebbe rimasto così scolpito nella memoria della gente. Io nel 1965 ho fatto il documentario La donna nella Resistenza, che in effetti avrebbero dovuto divulgare di più. La Rai purtroppo non è mai coraggiosa, arriva fino a un certo punto poi si ritrae. Si trattava dell’unico documentario sulla resistenza femminile, incentrato non solo sulle donne che portavano messaggi e medicine, ma proprio su quelle che hanno combattuto, come nella battaglia di Porta Lame a Bologna, diretta da una ragazza popolana bolognese. La prima repubblica liberata vicino Sassuolo (la Repubblica partigiana di Montefiorino, ndr) è stata fatta da un colonnello donna. Queste donne ci sono state, ma non se ne è mai parlato abbastanza. Io mi sono sempre lamentata perché l’ANPI non ha mai sfruttato il documentario a dovere, forse perché avevo fatto anche un documentario su Francesco d’Assisi e pensavano che fossi una cattolica praticante. C’era una maestra del Piemonte, che faceva la partigiana ed è andata a Dachau. Là ha trovato le partigiane francesi. Mi raccontava che la sua formazione politica è nata lì, le hanno detto di non pensare di rubare il cibo a nessuna, di fare tutto quello che poteva contro le guardie, ma di non approfittare del fatto che era più in forma delle altre. In quel luogo aveva preso coscienza di cosa significa avere un’idea ed essere disposti a realizzarla. Questa donna andava ogni anno a Dachau per le vacanze. Aveva bisogno di tornare lì, per quello che aveva visto e per le emozioni che aveva vissuto. Era come un’analisi che si faceva. Le ho chiesto perché hanno rischiato la vita, e lei mi ha risposto che lo hanno fatto per una palingenesi della donna, che deve essere considerata alla pari dell’uomo e rispettata. Un’altra invece era una milanese, e mi ha dato lo spunto per Il portiere di notte. Lei faceva la Resistenza ed era finita ad Auschwitz. Quando è tornata, la sua famiglia borghese la vedeva triste, lei non riusciva a riprendere il ritmo della vita normale. Gli dicevano di stare tranquilla, di non pensarci più. Ma lei non poteva dimenticare una cosa così, non ce la faceva, ed è andata anche ad abitare da sola per gestire la sua disperazione. Io le chiesi cosa non avrebbe mai perdonato ai nazisti. Lei mi ha risposto che non gli avrebbe mai perdonato il fatto di averle fatto trovare dentro di lei la capacità di un’azione che non avrebbe mai pensato di fare. Mi ha fatto capire che pur di campare aveva fatto cose di cui si vergognava. Aveva conosciuto una parte di lei in grado di fare del male. Aveva incontrato il male, quello vero. Con Il portiere di notte abbiamo cercato il modo di raccontare un’esperienza del genere. Io avevo fatto anche il documentario di quattro ore Storia del Terzo Reich, l’unica della Rai che aveva fatto una cosa di questo tipo. Io e i montatori siamo stati per due mesi a vedere tante registrazioni. La seconda guerra mondiale, come la propaganda fascista e nazista, è stata tutta filmata. Sono state filmate le aperture dei lager, le montagne di cadaveri. Quando qualcuno nega, mi chiedo perché non glielo lo facciano vedere. In quegli anni avevamo come testimoni delle donne mature, adesso ne sono rimaste pochissime. Poi siamo un paese un po’ strano, abbiamo la senatrice Segre, reduce dei lager, che viene offesa».

Charlotte Rampling ne Il portiere di notte
Liliana Cavani si è poi soffermata sul senso profondo de Il portiere di notte
«Il portiere di notte parla di una persona che non è più riuscita a trovare un equilibrio dopo il nazismo. Si fa fatica a entrare in un’esperienza del genere, lei a modo suo vendica le vittime. Nel momento dell’uscita in America, il distributore comprò due pagine del New York Times, una di critiche positive e una di negative. Il portiere di notte ha sempre avuto una nomea particolare, come se io avessi voluto fare un film sul sesso. Addirittura, dopo l’uscita, qualcuno mi propose la regia di Salon Kitty, e io gli risposi che era un cretino. La TV non trasmise il film, perché l’ambasciata tedesca fece capire di non gradirlo. Ritengo che sia colpevole non raccontare la storia e dal momento che il cinema esiste va usato, anche per contrastare il negazionismo. Io sono andata a presentare lo scrittore del libro da cui hanno tratto La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, con Bruno Ganz. Sono andata a dire che avevano dato un’anima a quel personaggio, che lui non possedeva. Lo storico ammetteva nel suo libro il negazionismo, mentre io i negazionisti li costringerei con la forza a vedere quanto avvenuto».
Liliana Cavani ha deliziato i presenti con il retroscena di un altro suo film che potrebbe presto essere restaurato, L’ospite
«L’ospite è un film del 1972, che feci con poche lire e che adesso è praticamente introvabile, perché la Rai restaura pochissimo. Nacque perché mi trovavo a Pistoia, dove un cineclub aveva proiettato I cannibali. Anch’io avevo fatto un cineclub da ragazza, a Carpi, per vedere i film di Bergman e Bresson, che altrimenti non si vedevano. Alla fine della proiezione de I cannibali, si presenta un gruppo di estranei, del manicomio provinciale di Pistoia. Mi hanno chiesto se volevo incontrarli il giorno dopo. Fu un’esperienza strana. Questo gruppo di giovani aveva il compito di distrarre questi 600 “ospiti”, giovani e di mezz’età. Sono rimasta quasi allibita, allora non c’era ancora le legge Basaglia, eravamo nel ’70 o ’71. Mi sono trovata chiusa dentro una stanza con 30-40 donne, anche ragionevoli. Una ragazza aveva le braccia fasciate, perché si era addormentata con le braccia sul termosifone. Un’altra mi ha chiesto se avevo paura a stare con loro, ma io cadevo dalle nuvole. Ho chiesto notizie e spiegazioni alla capo infermiera, una persona molto addolorata per questa situazione. Mi ha raccontato che queste persone stavano lì da tanto, una addirittura da quando aveva 14 anni. Venivano scaricate in quel posto le persone che avevano un disturbo. Una per esempio era stata stuprata dai tedeschi ed era rimasta incinta, ma era così sconvolta da quest’aggressione che la sorella ha preso la responsabilità di fare la madre al figlio, mentre lei è finita in manicomio, Nel manicomio ci andavano le persone con famiglia di contadini e montanari, che non avevano i mezzi per fare curare i problemi. La pubblica sanità utilizzava questi posti come luoghi di scarto. Loro li chiamavano ospiti, parola ridicola nella fattispecie. Un’infermiera mi ha fatto vedere dottori che arrivavano di corsa, ognuno col suo padiglione. Io mi chiedevo se facessero visite o cure, ma in realtà era una specie di prigione. Nel caffellatte della mattina mettevano una pillola di sonnifero, per tenere calmi i pazienti, così erano sempre un po’ intontiti. Io a Pistoia dormivo in un albergo centrale che costava poco, e di notte venivo svegliata dal mercato del sesso che c’era sotto. Per due o tre giorni ho dormito poco, ed ero imbambolata. Ho preso una di queste pillole, e mi ricordo solo di essere stata svegliata a mezzogiorno. Gli ospiti ne prendevano una al giorno. Ho così deciso di fare un film su queste persone, chiamandolo appunto L’ospite. Lucia Bosè fa la protagonista, non abbiamo pagato nessuno e l’abbiamo potuto fare con pochi soldi della Rai. Andò a Venezia, ma non ricevette premi. Non ci fu nessun inserimento decente, l’hanno dato e basta. La Rai però avrebbe potuto trasmetterlo quando c’è stata la presa di coscienza generale su questa situazione, che era gravissima. Un film si fa anche da un’esperienza casuale, e a volte qualcuno ti dà lo spunto economico per farlo poi lo censura, come la Rai censurò Galileo. Quello che mi importava era che il film si vedesse».

Una scena de L’ospite
Inevitabile una riflessione sulle difficoltà affrontate da Liliana Cavani in quanto regista donna
«Io mi posso ritenere fortunata, perché non ho trovato grosse difficoltà. Ho fatto il centro sperimentale e ho vinto un concorso della Rai, che prima aveva vinto anche Umberto Eco. Erano 30 posti per 12000 aspiranti, ma ho rifiutato il contatto perché non mi interessava fare la burocrate. Io volevo fare del lavoro, la cosa li ha colpiti e ho cominciato a fare dei documentari. Con funzionari interni molto in gamba abbiamo affrontato la storia e mi è stato molto utile. Mi sono laureata in filologia linguistica, quindi mi interessavano la lingua e i documenti storici. Pensavo di fare dei lavori di ricerca, andavo in biblioteca a Carpi a leggere, anche libri sul cinema. Mia madre mi portava la domenica pomeriggio al cinema, da quando ho avuto quattro anni. Per me quindi è stata una vocazione. Una volta partecipai a un concorso che si chiamava Saper leggere la stampa, allora facevo la seconda del liceo classico. Zavattini fece a Parma un convegno sul Neorealismo. Io partecipai al concorso scrivendo sul neorealismo e vinsi 100.000 lire, che erano una bella cifra all’epoca, ma i soldi li ho dati in gran parte a mio zio che era un po’ squattrinato e si stava per sposare. Il preside della scuola mi prese da parte e mi chiese se mi poteva interessare saltare un anno. Serviva una media dell’8, ma avevamo un maestro di greco che dava 3 a tutti. Mi disse di non preoccuparmi. Quindi ho fatto la maturità in seconda liceo, e questo mi ha permesso di anticipare i tempi».
Liliana Cavani ha speso qualche parola anche su Milarepa, suo film del 1974
«Milarepa nacque perché leggevo libri su altre religioni, io volevo andare a fare un viaggio in India e ci sono stata proprio per il film. Sono stata 5-6 settimane, con Italo Moscati, che faceva la sceneggiatura con me. Poi siamo andati in Nepal, perché in Tibet non ci si poteva andare, a causa della chiusura delle frontiere da parte della Cina. Questo sopralluogo mi ha permesso di incanalare il film nella maniera giusta. Io avevo letto il libro Milarepa ed ero incuriosita da un modo di pensare diverso dal nostro. Con questo viaggio ho visto i contadini com’erano, figure eleganti, sempre sorridenti. Un’altra religione e altri pensieri. Bisogna capire che nel mondo non tutti ragionano come noi. Mi è servito farlo, perché non l’ho raccontato da tibetana o nepalese. Maraini mi consigliò di andare a girare in Abruzzo, dove ci sono vallate stupende, anche se montagne meno alte. E così ho fatto, raccontandolo attraverso la fantasia e la cultura di uno studente sul Tibet. In questo modo è diventata un’esperienza culturale accettabile».
Liliana Cavani ha poi avuto modo di parlare di Mickey Rourke, che ha diretto in Francesco
«Un’esperienza bellissima, mi era piaciuto moltissimo ne L’anno del dragone. Cercavo una persona che apparisse seria, credibile anche se folle. L’ho voluto incontrare ed era molto simpatico. Lui in quel momento era al massimo della carriera, e il produttore era seccato perché immaginava chiedesse molto. Lui stava girando a New York un film e ci ha dato appuntamento in un albergo. Mi ha fatto una bella impressione, abbiamo mangiato una pizza in due perché lui aveva finito di mangiare alle 10 di sera. C’era una sedia sola, per cui ci siamo seduti sulla moquette a parlare. Era molto umano, di una gentilezza spontanea, generosa. Mi è arrivata una sensazione molto bella. Lui mi chiese come avrebbe dovuto essere, io gli risposi che andava bene com’era. Lui è venuto una settimana prima a girare, cosa che ha seccato ancor di più il produttore per i costi. Ci siamo visti tutti i giorni, a parlare della vita, per conoscerci. Ci siamo scambiati racconti sui nostri problemi paterni e ci siamo raccontati a vicenda. Credo che sia stato molto utile, perché è venuta fuori la sostanza umana di quel personaggio. Lui aveva amici che manteneva perché più poveri, una cosa molto sessantottina. Io ho potuto dargli consigli facendo riferimento alle nostre vite e ai nostri problemi. Le stigmate nel mio primo Francesco d’Assisi non le avevo volute mettere, non me la sentivo. Con Mickey ho provato e invece ci ha commosso, al punto che ho lasciato la sequenza nel film».

Mickey Rourke in Francesco
In conclusione, Liliana Cavani ha descritto la sua idea di cinema
«Io al cinema sono attirata dalla curiosità. La vita ci è data anche per starci dentro, per avere speranze e fare scoperte. Il nostro cinema migliore è stato quello che ha avuto questo significato. Io considero Vittorio De Sica il nostro cineasta più importante, e se mi dicessero di salvare solo un film al mondo sceglierei L’oro di Napoli, perché è il cinema nella sua massima espressione, che ti permette di comprendere la storia degli umani. L’opera d’arte è l’espressione di un’esperienza, una specie di approfondimento dello stato dell’umano. E due o tre film di De Sica per me sono fondamentali. Ho cercato di fare il maggior numero possibile di film che mi toccassero, altre volte non sono riuscita bene, altre invece di più».
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.

