
Interviste
Favino presenta Padrenostro: “Una lettera d’amore finalmente spedita”
Nella mattinata della terza giornata di Venezia 77 si è tenuta la proiezione stampa di Padrenostro, nuovo film di Claudio Noce basato sull’attentato di cui fu vittima il padre Alfonso, ad opera dei Nuclei Armati Proletari. A seguire, ha avuto luogo la conferenza stampa di presentazione del film, che arriverà in sala dal 24 settembre, distribuito da Vision Distribution. Oltre al regista, erano presenti gli interpreti Pierfrancesco Favino (nella doppia veste di attore e produttore), Barbara Ronchi, Mattia Garaci e Francesco Gheghi.
Ad aprire la conferenza è stato proprio Claudio Noce, che ha parlato della genesi del progetto di Padrenostro:
È stato un processo molto doloroso e il percorso è stato lungo. L’idea di realizzare un film su un fatto realmente accaduto a mio padre è qualcosa che vive con me da tanto tempo. La difficoltà che avevo era come raccontare la storia. All’epoca dell’evento (il 14 dicembre 1976, ndr) io avevo 2 anni e mia sorella era a scuola, ma mio fratello maggiore ha vissuto realmente quella scena insieme a mia madre. L’idea di raccontarlo è venuta quando ho pensato di renderla una storia universale, invece di una privata. Quando ho pensato di scrivere Padrenostro ero in un periodo non facile come regista e come uomo, e forse quel momento ha dato la parola a questa storia, insieme all’incontro con Pierfrancesco.
A seguire, ha preso la parola Pierfrancesco Favino, che in Padrenostro interpreta Alfonso, il padre del protagonista:
Tre anni fa abbiamo preso un caffè con Claudio e lui mi ha raccontato questa storia. Mentre ascoltavo rivedevo me e il mio rapporto con mio padre, la mia infanzia, gli odori, i silenzi, e mi si riaffacciava alla testa un pensiero: la generazione che è stata circondata da quegli eventi raramente ha messo l’accento su quei bambini lì, che quando andavano a letto non esistevano più e che si pensava che non esistessero. Padrenostro nasce dall’esperienza personale di Claudio e dalla voglia di raccontare una cosa molto forte e che riguarda tutti noi, il rapporto fra padre e figlio. Penso che in questo momento possa fare paura andare su quel tipo di emozioni e ricordi, ma noi volevamo andare proprio lì. Sono molto felice di essere a Venezia con questo film.
L’attore si è poi soffermato sul complesso contesto politico della vicenda:
La nostra urgenza non era raccontare gli anni di piombo, ma l’infanzia di un bambino in quegli anni. Il messaggio politico credo che stia proprio in questo, in quei 50enni che non hanno partecipato a grandi eventi storici e sono stati messi in un angolo. Padrenostro lo dice molto bene nella prima e nell’ultima scena. Io in gioventù ho fatto finta di appartenere a qualcosa, ho rubato dagli armadi cose che nessuno metteva più, pur di sentire di partecipare a qualcosa. Questo sentimento ha dato vita a una generazione laica. Siamo una generazione di silenti educati, che hanno bisogno di chiedere il permesso. Padrenostro non si mette dalla parte del bianco o del nero, ma si affida alla fantasia e all’emozione dei ragazzi.
Claudio Noce ha ripreso la parola per approfondire la messa in scena della paura in Padrenostro:
La paura è un tema che Padrenostro affronta in maniera profonda, ed è anche uno dei motivi per cui ho fatto il film. Ho provato a superare la paura anche con temi molto semplici, con meccanismi legati ai sentimenti, alle relazioni e al dialogo. Mentre facevo il film mi sono accorto che nella mia famiglia non solo non si era mai parlato dell’attentato, ma nessuno di noi aveva mai chiesto all’altro come stava. Noi come famiglia abbiamo subito un’abuso, mio fratello è stato costretto a guardare una scena di guerra vera e propria, dove vide morire una persona. Valerio attraverso il percorso della paura affronta ed entra nel suo periodo più bello, della crescita, del passaggio dall’altra parte del fiume. Abbiamo affrontato Padrenostro in maniera dolce e per me è stato un percorso molto bello.
Barbara Ronchi ha parlato del suo approccio al personaggio di Gina, basato sulla madre di Noce:
Non ho incontrato la mamma di Claudio, perché non ce n’era bisogno. Gina decide di fare i conti con la paura e di coinvolgere il marito in quest’apertura: “siamo qui e ho paura, dimmi che anche tu ce l’hai”. Quando un genitore mostra questa paura rende libero anche il figlio di dimostrarla.
In proposito, Noce ha aggiunto:
Non aver fatto incontrare a Pierfrancesco e Barbara i miei genitori è stata una casualità. È stato un percorso: inizialmente avevano un atteggiamento di attenzione e disagio, che man mano si è trasformato. Barbara ha ascoltato una registrazione di mia madre prima di girare una delle scene più importanti del suo personaggio. Penso che sarebbe bello se adesso si incontrassero.
Anche Pierfrancesco Favino ha parlato della sua preparazione per Padrenostro:
Ho avuto bisogno di andare dove mi ha fatto male andare da bambino. Più che nel papà di Claudio, nel mio. Andare a ritrovare quei momenti in cui avrei voluto trovare quel sentiero fra le nuvole. A cercare la vicinanza nei dettagli della vita quotidiana passata insieme, spesso sostitutivi degli abbracci. Quel mondo lo conosco e lo conoscevo, ora lo ringrazio ma da bambino facevo fatica ad affrontarlo o a cercare di scalfirlo. E questo penso che il film lo traduca bene. Io ho avuto il grato compito di essere in Padrenostro una figura ingombrante in assenza. Uno di quegli uomini che non ti avrebbero mai fatto vedere la sofferenza o non avrebbero mai condiviso una preoccupazione, convinti che l’educazione stava nella forza che il maschio avrebbe dovuto avere dopo di loro. Credo che questo film sia una lettera d’amore finalmente spedita dal figlio al padre, e viceversa. Un figlio che diventa un ometto e un padre che fa vedere le sue debolezze.
A seguire, ha preso la parola il giovanissimo Mattia Garaci, che interpreta il protagonista di Padrenostro Valerio:
A me è piaciuto molto il fatto che Valerio cambi molto nel corso del film. All’inizio Valerio è timido e ha pochi amici, si sente solo, ma la sua vita cambia dopo l’attentato e dopo un po’ incontra Christian. Grazie a lui riesce a dimenticarsi questo trauma con il gioco, diventano amici e cambiano entrambi.
Sulla stessa lunghezza d’onda Francesco Gheghi:
Io ho potuto vivere un po’ l’epoca di mio padre, che è del ’70, e ho avuto la possibilità di dare al mio personaggio un carattere e di dire a Valerio di farlo entrare nel suo mondo, di farlo aprire.
Claudio Noce ha parlato diffusamente della dinamica dell’attentato al padre:
Sono andato due volte nella mia vita a fare ricerca vera e propria sul fatto. Una volta a 18 anni, quando ho realizzato quelle sensazioni e quelle paure, poi ho visto i giornali dell’epoca e ho capito che era veramente successo. Quando ci sono ritornato adesso ho fatto un lavoro quasi da reporter, più nella scrittura che nella scena vera e propria. Ho fatto una ricerca dettagliata soprattutto per la scena dell’attentato. È stata difficile farla ma ho sentito molta vicinanza e quella ricerca mi ha fatto anche allontanare emotivamente dal film, cosa di cui avevo bisogno.
Il regista ha poi parlato dell’aspetto politico e della scelta del titolo di Padrenostro:
Padrenostro è un film di pacificazione. L’idea è che quella generazione di invisibili, che ha subito quella guerra in maniera totalmente involontaria, era alla ricerca di un significato, voleva dare un nome a quella paura, a quel momento. Nel nostro film raccontiamo due personaggi, due giovani uomini che stanno cercando un significato nella figura del padre. Christian probabilmente non ha mai percepito il padre e e ho capito che c’era quella assonanza nella nostra generazione, che era divisa in maniera totalmente inconsapevole.
La scelta del titolo è data dalla necessità di avere nel titolo il padre. E a un certo punto ci siamo arrivati con assonanza dalla preghiera, ma abbiamo unito le due parole. Penso alle parole di Pierfrancesco sul suo personaggio che vive nell’assenza e credo che anche lui come attore si sia messo al servizio della storia, quindi ricordarlo anche nel titolo era importante.
In conclusione, un’ultima riflessione di Favino:
Non è solo il padre nostro, ma riguarda davvero tutti quanti. Quella frase la diciamo a memoria, come a memoria sappiamo di avere genitori, ma raramente ci soffermiamo sull’importanza di averli.
In evidenza
Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
In evidenza
Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
In evidenza
Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.














