
Interviste
Garrone e Benigni: “Pinocchio è qualcosa che tutti noi vorremmo abbracciare”
Nella giornata di ieri, è stato presentato alla stampa Pinocchio, nuovo adattamento del romanzo per ragazzi di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Il film è diretto da Matteo Garrone, e ha per protagonisti il piccolo Federico Ielapi (nella parte del celeberrimo burattino), Roberto Benigni (che impersona Geppetto dopo aver interpretato Pinocchio nell’omonimo film da lui diretto), Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini (il Gatto e la Volpe), Gigi Proietti (Mangiafuoco), Marine Vacth (Fata Turchina) e Alida Baldari Calabria (Fata Turchina bambina).
Pinocchio è prodotto da Archimede e Rai Cinema, e arriverà nelle sale italiane il 19 dicembre, distribuito da 01 Distribution, in oltre 600 copie. Dopo la proiezione del film, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare i protagonisti in un’interessante conferenza stampa.
Ad aprire l’incontro è stato Matteo Garrone, che ha parlato della genesi di Pinocchio
«Ho cominciato a disegnare Pinocchio all’età di sei anni. È un racconto che mi accompagna da allora, e come regista era difficile resistere alla tentazione di adattarlo. Con Il racconto dei racconti – Tale of Tales ho iniziato a esplorare un territorio in cui si mescolano reale e soprannaturale, ma questa credo che sia una storia a sé. Sono felice perché riconosco ogni fotogramma di questo film. È un progetto che mi appartiene, ma allo stesso tempo abbiamo voluto fare un lavoro per tutti, popolare, come il testo di Collodi. Volevamo fare un film che facesse riscoprire questo grande classico, e la sfida era sorprendere e incantare di nuovo il pubblico. Ho avuto la fortuna di avere compagni di viaggio straordinari, che mi hanno aiutato a dare vita ai personagg. Sarà il pubblico a dirci se abbiamo vinto la scommessa. Noi non vediamo l’ora che arrivi il 19».
Ha preso poi la parola Roberto Benigni, che ha raccontato la sua esperienza con Pinocchio

«Batte il cuore quando si vede per la prima volta un film di tale bellezza. Io non mi ricordo quale sia stato l’ultimo Pinocchio (scherza alludendo all’insuccesso commerciale del suo, ndr), ma questo di Garrone è il migliore di tutti. Pinocchio è universale, appartiene a tutti, è la nostra storia, è come il Sole. Ci sono dentro anche quelli che chiamiamo segnali misteriosi, non è solo una fiaba. Federico Fellini apriva il libro con un dito e lo conosceva parola per parola. Geppetto è il padre per eccellenza, dopo San Giuseppe è il più famoso del mondo. Quando si parla di Garrone, si dice che è un pittore e fa immagini, ma le immagini da sole sarebbero noiosissime al cinema. Lui le immagini le sa raccontare, e per questo è un grande regista. Che esca questo Pinocchio a Natale è un regalo per tutti. Un Pinocchio per le famiglie, per i bambini che vanno dai 4 agli 80 anni».
Subito dopo, è stato il turno di Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini
«Per me essere accanto a Benigni è un’emozione, è il sogno della mia vita», ha detto Ceccherini, aggiungendo poi, scherzoso come al solito: «Garrone è la mia fatina!»
Papaleo si è invece espresso in questi termini: «Provo tanto orgoglio per aver partecipato a questo film. Matteo è il mio regista preferito, adoro i suoi film, quindi quando mi ha chiesto una parte avrei fatto qualsiasi cosa. Anche l’idea di ritrovare Massimo e fare coppia con lui è stata molto importante per me. Ho provato in tutti i modi ad armonizzare i nostri personaggi e spero di esserci riuscito».
A seguire, è intervenuto Mark Coulier, che si è concentrato soprattutto sugli effetti digitali prostetici, come quello sul bambino protagonista.
«Devo dire che è stato un viaggio abbastanza impegnativo, particolare fin dal’inizio. Bisognava rimanere fedeli alla storia. Dovevamo trascorrere oltre 3 ore al giorno per il trucco di un ragazzino di 8 anni. Io mi ero già occupato di face painting, e pensare di tenere così tanto fermo un bambino era una missione difficile, ma Federico è stato davvero una superstar. Pietro Scola ha disegnato molti personaggi, è stato un lavoro di grande collaborazione. Abbiamo realizzato le sculture e fatto avanti e indietro per affinare i personaggi e renderli vicini al desiderio di Garrone. Non è stato affatto facile, dovevamo far sembrare legno il silicone, e al contempo facevamo in maniera che il trucco non trasfigurasse Federico, che doveva trasmettere le sue emozioni. Anche il trucco degli altri burattini è stato realizzato in maniera tale da rendere tutto integrato e coerente».
Garrone ha poi parlato dell’apporto di Massimo Ceccherini alla sceneggiatura e delle ispirazioni per il suo Pinocchio
«Con Massimo la collaborazione è nata spontaneamente quando abbiamo lavorato sul suo personaggio. Ci è venuto facile rivedere anche altre parti che avevo scritto. All’inizio il mio testo era molto fedele a Collodi, ma con Massimo ci siamo resi conto che si poteva rimanere fedeli all’opera originale pur variando alcune cose e rendendole più divertenti. Mi ha accompagnato per tutto il film ed è diventato fondamentale. Sono partito dalle origini, per cui, se devo immaginare dal punto di vista figurativo chi è stato fondamentale, partirei da Enrico Mazzanti, il primo disegnatore di Pinocchio. Quei disegni sono stati un punto di partenza. Poi sono stato influenzato dalla pittura dei Macchiaioli, con la sua semplicità, e dal Pinocchio di Luigi Comencini, per quelle atmosfere e per il senso di povertà. Tim Burton ovviamente è uno dei registi che più ammiro, e mi ha certamente influenzato».
Roberto Benigni ha poi parlato dell’esperienza di essere diretto da Garrone in Pinocchio
«Io ho seguito il sentiero di Matteo, che è un regista con possanza e dolcezza. Sembra Roberto Rossellini, sembrava di girare Paisà. Era attento a qualsiasi cosa accadesse, scrive il cinema con la penna biro. Io avevo già interpretato un padre ne La vita è bella, qui mi sono ritrovato di nuovo a pensare a cosa potesse sentire un genitore. Povertà è la parola che si ripete di più nel romanzo. Devo ringraziare Matteo per questa povertà, perché è una meravigliosa povertà, che ti fa sembrare la vita un miracolo. La gag iniziale del formaggio fa molto Charlie Chaplin, che è il padre di tutte le povertà».
«Ci ho messo pochissimo ad accettare la parte. Poche volte nella vita di un attore capita un personaggio di tale intensità, e per di più diretto da Garrone. A volte per strada a Testaccio mi dicono: “Benigni, ti manca solo la Fata Turchina!” Ma io farei anche la balena! Io sono un attore, è la cosa che amo di più al mondo. L’idea di Matteo è quella di lasciarti libero e allo stesso tempo condurti. Matteo è un grande regista di attori».
Successivamente, ha preso la parola Gigi Proietti, per commentare la sua piccola parte
«Quando Matteo mi ha proposto la parte, è stata come un mazzata in testa. È venuto a casa mia e mi ha portato una mia fotografia, in cui sembravo un po’ Rasputin. Fino all’ultimo minuto ho temuto che non lo facesse più, ma sono orgoglioso di esserci, anche se la parte è breve. Parlo più da spettatore che da attore, perché il mio lavoro è stato quello di adeguarmi al trucco, ma mi rendo conto che Mangiafuoco potrebbe avere un film solo su di lui».
Ma qual è il significato più intimo e profondo di Pinocchio?
Per Garrone, «Pinocchio è una storia che può essere letta in mille modi diversi. Prima di tutto è una grande storia d’amore fra padre e figlio e di come il figlio capisce l’importanza di amare il padre. Poi è anche la storia di un bambino che rifugge dall’ordine, che insegue i piaceri, che è debole nei confronti delle tentazioni. Un bambino in cui chiunque si può riconoscere. Una storia ricca di immagini, di personaggi così tipicamente italiani e al tempo stesso universali. La forza del film è il fatto che sia un film italiano, che andava fatto in Italia con le facce italiane, perché le facce che sono nel film hanno reso la storia commovente e divertente. Gli attori hanno saputo dare le sfumature che Collodi avrebbe amato».
Benigni si è invece espresso in questi termini: «Pinocchio va oltre la classicità, è come il mare. Oltre ai significati della storia si sente che che parte qualcosa del libro che tocca le nostre profondità. Ci sono tutti i simbolismi, le metafore e le allegorie, oltre a tutti gli insegnamenti. Insegna che a dire le bugie si allunga il naso, che è una trovata meravigliosa. Insegna che bisogna stare attenti agli incontri, che se non studi diventi un somaro, che bisogna credere ai miracoli e volere bene a mamma e papà. Ci sono un miliardo di colori ed emozioni, frecciate che ti arrivano in ogni parte del corpo. Pinocchio è come la Divina Commedia, Don Chisciotte della Mancia, l’Odissea. È qualcosa che tutti noi vorremmo abbracciare e tenere per tutta la vita».
L’esperienza di Federico Ielapi
Federico Ielapi ha poi parlato della sua esperienza in questo film: «Le emozioni su set sono state tante, soprattutto per aver potuto incontrare tutti i miei colleghi. Mi ha fatto rivivere la favola di Pinocchio, con cui sono cresciuto. È stato bellissimo, un’emozione che non so descrivere per quanto sia bella. Non ho mai pensato di scappare come Pinocchio, perché tutti i miei duri sforzi sono stati ripagati, ne è valsa la pena. Noi lavoriamo con Roberto Benigni, non è una cosetta così! È un premio Oscar!»
Garrone ha concluso: «Io e Roberto avevamo l’accordo di non farci i complimenti a vicenda, ma l’abbiamo rotto oggi. Immaginavo Geppetto invecchiato e segnato dal tempo, e ho chiesto a Roberto di accettare una sfida, di fare qualcosa che non aveva mai fatto: trasformarsi rimanendo se stesso. Pinocchio è un film di animali, dove i personaggi sono animali perché allegorie della società in cui viviamo. Il nostro compito era capire come rendere questi animali antropomorfi, fino a che punto avvicinarli al lato umano. Abbiamo trovato un modo di renderli un po’ umani e un po’ animali. È stato importante anche il lavoro su costumi, scenografie e montaggio. Il paesaggio è legato ai personaggi che racconti. Abbiamo ricercato i luoghi per quasi un anno, perché non è facile trovare luoghi ancora integri. Un film è un lavoro di squadra, io al massimo sono stato bravo a scegliere le persone giuste».
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.













