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Prime Video Store in Italia: online il portale per l’acquisto o noleggio di film

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Nella sempre più agguerrita battaglia dello streaming, Amazon ha una nuova freccia al proprio arco. Da qualche ora è infatti disponibile anche in Italia il Prime Video Store, portale attraverso il quale è possibile acquistare o noleggiare in digitale film passati di recente in sala o addirittura non ancora usciti, a causa dei noti problemi causati alle sale cinematografiche dalla pandemia attualmente in corso. Il Prime Video Store è a tutti gli effetti una sezione di Prime Video, piattaforma Amazon su cui è già possibile fruire di molti prodotti originali e di un catalogo sempre aggiornato con nuove acquisizioni. Saranno disponibili sullo store film di alcuni dei principali studios, fra cui Disney, Warner Bros., NBCUniversal, Sony, Paramount e Lionsgate. Prime Video Store è disponibile online, sull’Amazon Fire TV Stick e sulle app per i principali dispositivi mobile.

Joker, uno dei fiori all’occhiello del neonato Prime Video Store

Fra i titoli già disponibili sul Prime Video Store, troviamo Joker, discusso film grazie al quale Joaquin Phoenix ha conquistato il suo primo Oscar, ma anche Pinocchio, L’ufficiale e la spia, Maleficent – Signora del male, Il re leone, C’era una volta a… Hollywood e Sonic – Il film. Sono inoltre presenti sulla piattaforma, a prezzi variabili, anche opere di successo del passato più o meno recente, come Grease – Brillantina, Prova a prendermi, Ghost – Fantasma, American Beauty e Big Fish – Le storie di una vita incredibile. Per informazioni più dettagliate, vi invitiamo a saggiare in prima persona la piattaforma e il suo imponente catalogo, che incontrerà certamente i vostri gusti.

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As Bestas – La terra della discordia: recensione del film di Rodrigo Sorogoyen

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As Bestas - La terra della discordia

Dopo la splendida escursione in ambito televisivo con la serie Antidisturbios: Unità Antisommossa (disponibile su Disney+), il cineasta spagnolo Rodrigo Sorogoyen torna al grande schermo con As Bestas – La terra della discordia, film del 2022 vincitore di ben 9 premi Goya e del prestigioso César per il miglior film straniero. Un lavoro cupo e teso, incentrato sulle piccole comunità rurali, sui pregiudizi che le muovono e sui conflitti che le attraversano. Un thriller a tratti sconvolgente, sostenuto da una scrittura tagliente e da un notevole cast, forte di nomi come Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido e soprattutto Denis Ménochet, universalmente conosciuto per il suo piccolo ruolo nei minuti iniziali di Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino.

Al centro della vicenda ci sono Vincent (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs), coniugi francesi che si spostano in Spagna, per la precisione in un paesino rurale della Galizia. Nella loro nuova residenza, i due si dividono fra un’attività agricola sostenibile e quella di ristrutturazione di edifici ormai abbandonati, con l’intento di aumentare la popolazione e il turismo del paese. Nonostante le loro nobili intenzioni, i coniugi vivono ben presto sulla propria pelle tutta l’ostilità della popolazione del luogo. Una diffidenza frutto dell’atavica resistenza nei confronti dello straniero, ma anche dell’opposizione da parte di Vincent alla possibile costruzione di un impianto di energia eolica, che porterebbe introiti ai proprietari del terreno ma danneggerebbe indirettamente il suo progetto di comunità. Dalle battute si passa ben presto alle provocazioni, che sfociano poi in vere e proprie vessazioni, orchestrate soprattutto dai vicini dei coniugi, i fratelli Xan (Luis Zahera) e Lorenzo (Diego Anido).

As Bestas – La terra della discordia: il raggelante thriller rurale di Rodrigo Sorogoyen

As Bestas - La terra della discordia

As Bestas – La terra della discordia è un’opera dolorosa e angosciante, in quanto fin dai primi minuti contrappone ai protagonisti dei nemici sinistri, respingenti ma dannatamente comuni e realistici, in particolare per chi vive o ha vissuto la vita di provincia. I coniugi fanno di tutto per essere e restare dalla parte giusta: resistono alle trappole verbali e non, insistono nella ricerca del dialogo, chiariscono in maniera pacata le loro posizioni sui temi di contrasto. Tutto questo inutilmente, perché la legge e la dialettica del branco assomigliano molto al celeberrimo piccione che gioca a scacchi, vanificando così ogni possibile punto di incontro. Rodrigo Sorogoyen scava in questo contrasto, tratteggiando i rozzi e illetterati abitanti del paesino in maniera tanto aspra quanto credibile, al punto che è facile associare i principali oppositori di Vincent e Olga ai personaggi più inquietanti di Un tranquillo weekend di paura.

La tensione si fa sempre più insostenibile, nonostante gli sforzi di Vincent. Il regista mette in luce gli istinti più primordiali dell’animo umano, sottolineando l’astio da parte dei locali per la consapevolezza che uno straniero pesa esattamente quanto loro nella votazione sulla costruzione dell’impianto e trasformando ogni scena e diversi tipologie di ambiente in un presagio di ciò che potrebbe succedere. È questo il caso dell’apparentemente innocuo punto di ritrovo del paese, che assume invece i contorni di una base di una vera e propria setta, ma anche dei piccoli boschi galiziani, inquadrati come scenari per un potenziale agguato. La dinamica del gruppo che cerca di sottomettere il singolo d’altronde è già dichiarata nell’emblematica sequenza iniziale, che mostra alcuni uomini intenti a bloccare con la forza il muso di un cavallo, con l’intento di frenare ogni suo tentativo di resistenza.

La formidabile prova di Denis Ménochet

As Bestas - La terra della discordia

Denis Ménochet si conferma interprete di grande caratura, lavorando in sottrazione e trasmettendo la personalità sempre più turbata di Vincent, fermo sulle proprie posizioni e mosso dalle migliori intenzioni, ma al tempo stesso sempre più preoccupato per una deflagrazione di violenza a danno suo e della sua famiglia. Rodrigo Sorogoyen lavora anche sulla fisicità del protagonista, contrapponendo la sua pacifica imponenza ai volti scarnificati e ai corpi spigolosi dei suoi vicini, sempre più in preda alla rabbia e alla cieca sete di vendetta. Un contrasto che si acuisce in una delle scene più pesanti e crudeli di As Bestas – La terra della discordia, che richiama a sua volta il già citato incipit del film.

In questo momento il racconto sterza bruscamente in un’altra direzione, cambiando prospettiva e di conseguenza anche lo sguardo di noi spettatori. A occupare uno spazio sempre maggiore è infatti il personaggio di Marina Foïs, perfettamente in linea con il punto di vista morale del marito e capace di resistere a dolori sempre più grandi e a soprusi sempre più insopportabili, con la dignità di chi sa di essere dalla parte giusta e con la lucida follia di chi ormai ha poco da perdere. Un approccio che inserisce il racconto in una prospettiva ancora più ampia, mostrando che anche all’interno di una comunità asfittica e chiusa in se stessa è possibile portare avanti idee progressiste e all’insegna della pacifica convivenza.

As Bestas – La terra della discordia: la potenza dell’immagine

Fra thriller rurale e dramma familiare, fra critica sociale e istanze ambientaliste, Rodrigo Sorogoyen firma un’opera che resta impressa nel cuore e nell’animo dello spettatore, firmando momenti in cui l’ironia si fonde indissolubilmente con l’amarezza (come nel caso dell’insistito dialogo fra gli zotici abitanti del luogo, quasi tarantiniano per modalità e linguaggio) e affidandosi sempre alla potenza delle immagini, sia dal punto di vista espressivo che da quello concettuale: è infatti proprio l’immagine uno dei pochi punti di forza a favore dei coniugi, sotto forma di filmati ripresi da una videocamera per documentare le malefatte dei locali. Una delle tante finezze di un racconto che mette costantemente in discussione le nostre certezze e il nostro punto di vista, lasciandoci scossi ma anche più consapevoli della forza delle nostre idee.

Overall
8/10

Valutazione

Rodrigo Sorogoyen firma un thriller rurale cupo e angosciante, in cui lato più torbido delle piccole comunità incontra il coraggio di chi crede nel dialogo e nella forza delle proprie idee.

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Dune – Parte due: recensione del film di Denis Villeneuve

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Dune - Parte due

Fin dal debutto del romanzo di Frank Herbert nel 1965, Dune ha influenzato indelebilmente il panorama fantascientifico. Prima sulla carta, grazie a un ciclo diventato nel corso degli anni un pilastro del genere, capace di plasmare sull’ambigua figura di Paul Atreides un racconto intriso in bilico fra ambientalismo, epica e critica sociale e politica. Dune ha poi segnato il cinema, prima in modo indiretto con Star Wars (per il quale è stato esplicita fonte di ispirazione), poi con il mancato adattamento ad opera di Alejandro Jodorowsky (raccontato in Jodorowsky’s Dune) e infine con il film diretto da David Lynch, rivelatosi un clamoroso fiasco commerciale. Dopo un lungo periodo di attesa, alimentato dai notevoli videogame Dune e Dune II e dalle dimenticabili miniserie televisive Dune – Il destino dell’universo e I figli di Dune, Denis Villeneuve ha rilanciato il franchise, prima con Dune poi con il seguito Dune – Parte due.

Un progetto ambizioso e radicale, che arriva in un momento in cui, fra il calo delle presenze per via del Covid e la crisi conclamata del cinecomic, Hollywood ha disperatamente bisogno di franchise in grado di attrarre pubblico. Dopo essersi confrontato con un’altra colonna portante della fantascienza in Blade Runner 2049 (sequel del capolavoro di Ridley Scott), con risultati deludenti dal punto di vista commerciale, Denis Villeneuve ha centrato un successo tutt’altro che scontato con il primo film, con oltre 430 milioni di dollari incassati in piena pandemia e il consenso pressoché unanime della critica, condito anche da 6 premi Oscar.

Un risultato figlio della presenza nel cast di star come Timothée Chalamet e Zendaya, ma anche della mano del regista, capace di condensare in immagini le necessarie spiegazioni sull’universo di Dune, di mettere in rilievo i parallelismi fra il racconto e il nostro presente e di fondere spettacolo e ambizione autoriale.

Dune – Parte due alza l’asticella dei blockbuster hollywoodiani

Dune - Parte due

Avevamo lasciato Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Lady Jessica (Rebecca Ferguson) nel deserto di Arrakis insieme ai Fremen, nativi di Dune di cui fa parte Chani (Zendaya), ragazza vista più volte da Paul nei suoi sogni. Dune – Parte due inizia dallo stesso punto e si concentra sul percorso del giovane protagonista, in bilico fra i presagi che lo indicano come l’eletto che secondo le profezie guiderà il popolo (detto anche Kwisatz Haderach) e il desiderio di vendetta contro il barone Vladimir Harkonnen (Stellan Skarsgård) e l’imperatore Shaddam IV (Christopher Walken), responsabili del complotto ai danni della casa Atreides. Durante il suo viaggio, Paul si deve confrontare anche con la Principessa Irulan Corrino (Florence Pugh), figlia dell’imperatore, e con Feyd-Rautha Harkonnen (Austin Butler), temibile nipote del barone.

Libero dalle necessità di porre le basi della complessa mitologia dell’universo di Dune, Denis Villeneuve alza ulteriormente l’asticella produttiva e autoriale, dando vita al maestoso secondo capitolo di un’epopea fantascientifica che ci auguriamo prosegua ancora a lungo. Lo fa rimanendo in buona parte fedele al romanzo, mettendo ancora più in luce i personaggi femminili e soprattutto realizzando il miglior world building possibile per un blockbuster contemporaneo. Traendo il meglio dagli scenari della Giordania e di Abu Dhabi e dalla suggestiva fotografia di Greig Fraser, il cineasta canadese supera i già notevoli risultati di Dune, trasportandoci in un mondo cupo e crepuscolare, contraddistinto da inquietanti casate in perenne lotta fra loro, da un serpeggiante misticismo, dal contrasto fra tradizione e rivoluzione e dalla necessità di mettere le mani su poche e preziose materie prime.

Un lavoro impressionante sulle location e sui dettagli scenografici, che anche grazie alle roboanti musiche di Hans Zimmer e a un sonoro travolgente si trasforma in un’esperienza cinematografica di altissimo livello, in perfetto equilibrio fra avventura, azione e onirismo.

Dune – Parte due e il mondo contemporaneo

Dune - Parte due

Timothée Chalamet regala la migliore performance della sua ancora giovane carriera, dando vita a un perfetto Paul Atreides, eroe tormentato e per certi versi contraddittorio. Denis Villeneuve evidenzia le caratteristiche del protagonista, mostrandoci il suo ardore giovanile, il suo carisma e il suo lato più sentimentale, concentrando sul climax dell’atto conclusivo tutta la sua irruenza, che sfocia in attimi di vera e propria ferocia. Chi è a digiuno dell’opera di Herbert troverà nell’epilogo di Dune – Parte due la componente più incendiaria di questo racconto, che contiene numerose sfumature e complessità, presentandosi sotto molti aspetti come una sorta di antitesi del classico viaggio dell’eroe a cui Hollywood ci ha abituati. Il regista mantiene la linea del romanzo (pur con qualche svolta precipitosa) e riesce a salvaguardare tutte le asperità del protagonista, dimostrando così carisma e un’indipendenza più unica che rara per il cinema statunitense popolare contemporaneo, fatto di troppi signorsì.

Al tempo stesso, Denis Villenuve continua il percorso iniziato nel primo capitolo, mettendo in evidenza i vari punti di contatto fra il racconto e il nostro difficile presente. Le assonanze più palesi sono la “spezia” bramata dalle principali casate, che proprio come il petrolio è necessaria per gli spostamenti e ampiamente presente in scenari desertici, e l’imperialismo delle varie casate, disposte a tutto per estendere la loro influenza e saccheggiare le risorse dei popoli più deboli dal punto di vista militare. Ma nel sontuoso lavoro del regista c’è spazio anche per molto altro, come un nativismo mistico che richiama quello di molte popolazioni martoriate nel corso della storia e una fedele rappresentazione dei gangli del potere religioso, in grado di direzionare la politica e di spalancare la porta ai più pericolosi fondamentalismi.

Dune – Parte due: il sontuoso lavoro di Denis Villeneuve

Denis Villenuve si destreggia nel migliore dei modi fra questi diversi spunti, lavorando sui contrasti e sulle sfumature e rispettando anche la componente più visionaria del romanzo di Herbert, con momenti di grande impatto come la discussa e anticipata apparizione del personaggio di Anya Taylor-Joy. Merito di un lavoro certosino sulle immagini, capaci di trasformare in racconto e in senso concetti che a cineasti meno abili avrebbero richiesto lunghe, didascaliche e noiose spiegazioni. Denis Villeneuve dimostra invece di rispettare il cinema e il suo pubblico, consegnandoci anche un gruppo di villain degni di questo nome, fra i quali spicca un convincente e sinistro Austin Butler, diametralmente opposto alla sua imbellettata interpretazione di Elvis Presley in Elvis di Baz Luhrmann.

Il risultato è un’opera che riconcilia con il grande cinema hollywoodiano, fornendo agli spettatori un intrattenimento maturo e scevro da eccessivi manicheismi. Un lavoro che proprio come il riluttante Paul Atreides, leader suo malgrado, in caso di un positivo riscontro del pubblico potrebbe alzare l’asticella dei blockbuster statunitensi, spingendo gli studios a muoversi in direzione di produzioni ad altissimo budget ma comunque in grado di soddisfare gli spettatori più esigenti dal punto di vista artistico e cinematografico.

Lo Star Wars della Generazione Z

Dune - Parte due

Dal momento che la storia della narrazione è fatta di continue rielaborazione di racconti, miti archetipi, non sorprende che Dune – Parte due erediti proprio da una filiazione di Herbert come Star Wars alcune sfumature, come la rappresentazione delle truppe dei nemici di Paul Atreides o la caratterizzazione di quest’ultimo come una sorta di ibrido fra Luke e Anakin Skywalker. Grazie a queste reminiscenze e al desiderio di proporre un’epopea fantascientifica in grado di attrarre diverse fasce di pubblico, Dune – Parte due si candida ad affiancare la saga di George Lucas nell’immaginario collettivo dei prossimi anni e a diventare di fatto lo Star Wars della Generazione Z. Una generazione figlia di un mondo in declino e perciò in cerca di storie in grado di immergersi nel dolore e nella sofferenza, di mostrare scenari complessi e di evidenziare la necessità di prendere decisioni difficili, come nell’avvincente parabola di Paul Atreides.

Dune – Parte due arriverà nelle sale italiane il 28 febbraio, distribuito da Warner Bros. Il 27 febbraio avranno inoltre luogo numerose anteprime del film in tutta Italia.

Overall
8.5/10

Valutazione

Denis Villeneuve firma un sequel ancora più ambizioso e complesso del primo capitolo, in grado di cogliere le numerose sfumature del romanzo di Frank Herbert e di occupare nell’immaginario collettivo il posto che fu di Star Wars, chiaramente influenzato proprio dal Ciclo di Dune.

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Bob Marley – One Love: recensione del film di Reinaldo Marcus Green

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Bob Marley - One Love

Dopo Freddie Mercury (Bohemian Rhapsody), Elton John (Rocketman) ed Elvis Presley (Elvis), il recente filone di biopic dedicati alle leggende della musica internazionale tocca anche Bob Marley. Al cantautore giamaicano è infatti dedicato Bob Marley – One Love, film diretto da Reinaldo Marcus Green (già dietro alla macchina da presa per Una famiglia vincente – King Richard) e che vede Kingsley Ben-Adir nei panni del più celebre esponente della musica reggae e Lashana Lynch in quelli di sua moglie Rita. Un progetto autorizzato e sostenuto dalla famiglia Marley (oltre a Rita, figurano come produttori anche i figli Ziggy e Cedella), che a pochi giorni dal debutto in sala ha già superato i 100 milioni di dollari di incasso in tutto il mondo, testimoniando così l’interesse ancora tangibile nei confronti della figura di Bob Marley, a oltre 40 anni dalla sua prematura morte.

Bob Marley – One Love si apre con il concerto Smile Jamaica del 1976, emblematico dell’attivismo sociale e politico del protagonista (in quel momento la Giamaica era vicina a nuove elezioni e sull’orlo della guerra civile) e crocevia del suo percorso personale, dal momento che due giorni prima dell’evento la star fu vittima di un attentato che mise a repentaglio la vita sua e della moglie Rita. Sull’onda emotiva di questi fatti, Bob Marley si trasferì insieme ai membri della sua band in Inghilterra, dove realizzò l’album Exodus, considerato da molti esperti e appassionati il vero capolavoro di una straordinaria discografia.

Da questo ben preciso momento della vita del protagonista, Bob Marley – One Love si allarga per tratteggiare la sua sfera privata, soffermandosi sull’assenza di una figura paterna, sulla sua adesione al rastafarianesimo e sul suo impegno politico in ottica pacifista, per poi affrontare il melanoma acrale che lo portò alla morte.

Bob Marley – One Love: la leggenda della musica rivive in un biopic anestetizzato

Bob Marley - One Love

Di fronte a una notevole mole di contenuti umani e artistici, Reinaldo Marcus Green (anche co-sceneggiatore insieme a Terence Winter, Frank E. Flowers e Zach Baylin) è costretto a fare sintesi e a espungere dal racconto numerosi aspetti della vita del protagonista. Aspetto che porta fin dai primi minuti Bob Marley – One Love in un terreno scivoloso dal punto di vista narrativo, in quanto a subire i maggiori tagli sono il periodo dell’infanzia del cantautore (ridotto a brevi e confusionari flashback) e quello della sua ascesa in ambito musicale. Il risultato è un’opera monca, che ci presenta un personaggio già formato e compiuto, affidandosi alla riconoscibilità del soggetto e all’ampia conoscenza collettiva del suo percorso umano e professionale per colmare le numerose lacune.

Il coinvolgimento della famiglia di Bob Marley, probabilmente necessario per avere le sue canzoni e per attingere a materiale altrimenti inaccessibile, non aiuta certo alla causa. Anche se il regista riesce a evitare la trappola dell’agiografia, sempre presente in queste operazioni, Bob Marley – One Love ci presenta una versione eccessivamente ripulita di un personaggio che non ha alcun bisogno di indulgenza: sono molto vaghi e superficiali sia i cenni alla sua conclamata poligamia, sia i passaggi sulla sua prole, composta nella realtà da 11 figli naturali più 2 adottati.

Ma l’approssimazione coinvolge anche altri aspetti della vita di Bob Marley, come la sua statura quasi sciamanica per il popolo giamaicano e la sua adesione al rastafarianesimo (religione presentata in modo frettoloso e macchiettistico). L’impegno politico del protagonista è annacquato a botte di frasi fatte; il suo rapporto con la musica e con il reggae viene dato per scontato; le stesse No Woman, No Cry e Redemption Song sembrano inserite a forza in un racconto che le doveva necessariamente includere.

La scelta di Kingsley Ben-Adir

Bob Marley - One Love

L’attitudine alla realizzazione di Bob Marley – One Love è sintetizzata dalla scelta dell’attore protagonista. Kingsley Ben-Adir fa un buon lavoro, è credibile nei momenti in studio e nei concerti e cerca di fare rivivere il mito attraverso alcune sue iconiche espressioni. Nonostante ciò, basta avere visto anche solo qualche minuto di filmati di repertorio di Bob Marley per rendersi conto che il suo interprete è molto più aggraziato, slanciato ed elegante, sia dal punto di vista fisico che per quanto riguarda il vestiario. L’imitazione passiva di una star non è garanzia di buon cinema (e il già citato Bohemian Rhapsody ne è la prova), ma il perfezionamento operato da Reinaldo Marcus Green sul protagonista snatura completamente il personaggio, al punto che quando durante i titoli di coda appare per qualche secondo il vero Bob Marley, il paragone in termini di carisma è improponibile.

Ancora meno comprensibile è l’approccio alla malattia di Bob Marley, che nella realtà ha segnato quasi 4 anni della sua vita, influenzando enormemente la sua produzione artistica. Bob Marley – One Love si concentra invece quasi esclusivamente sulla scoperta della malattia (in particolare sul noto episodio dell’alluce ferito durante una partita di calcio), sfumando nel momento in cui la malattia si aggrava. Reinaldo Marcus Green lascia così agli spettatori consapevoli il compito di tracciare un collegamento fra le condizioni di salute sempre peggiori del protagonista e la pubblicazione dell’album Uprising e in particolare della struggente Redemption Song, vero e proprio testamento spirituale, politico e artistico di Bob Marley. Il regista incappa così in uno dei pericoli insiti in ogni biopic, rendendo gli eventi raccontati e mostrati molto meno interessanti di quelli spiegati a parole sui titoli di testa e di coda.

Bob Marley – One Love: un’ottima occasione sprecata

Bob Marley – One Love si rivela così un bignami non esaustivo né soddisfacente sulla vita e sulla carriera di uno dei più grandi musicisti dello scorso secolo, sostenuto da un’ottima colonna sonora (e ci mancherebbe) e meritevole comunque di riportare in auge (soprattutto fra i più giovani) una figura fondamentale e determinante. Memori dell’operazione compiuta con il memorabile Rocketman, capace di addentrarsi fra le pieghe dell’artista e coglierne l’essenza umana senza filtri e compromessi, purtroppo resta la sensazione di essere di fronte a un’ottima occasione sprecata.

Bob Marley – One Love è disponibile nelle sale italiane dal 22 febbraio, distribuito da Eagle Pictures.

Overall
5/10

Valutazione

Bob Marley – One Love si prefigge il compito di cogliere l’essenza artistica e umana di una vera e propria leggenda della musica, ma finisce per dare vita a un racconto anestetizzato, parziale ed eccessivamente ripulito.

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