
Interviste
Relic: intervista alla regista del film Natalie Erika James
Grazie a Blue Swan Entertainment, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Natalie Erika James, regista giappo-australiana del sorprendente horror psicologico Relic, la sua opera prima. Il film, presentato nel corso della passata edizione del Trieste Science+Fiction Festival, sarà disponibile dal 24 marzo in home video e on demand. Relic mette al centro della storia tre generazioni di donne: Edna (Robyn Nevin), la figlia Kay (Emily Mortimer) e la nipote Sam (Bella Heathcote). Dopo essere scomparsa per tre giorni, l’anziana Edna ricompare improvvisamente, con i segni degenerativi dell’Alzheimer che si intensificano rapidamente. Costrette a convivere nella stessa abitazione, le donne scoprono una presenza sinistra che la abita e che infetta Edna, rendendola sempre più minacciosa. Di seguito, l’esito della nostra chiacchierata con la regista.
Natalie Erika James ci parla della sua opera prima Relic

Come nasce il progetto di Relic?
La storia deriva da una mia esperienza personale. Ero andata in Giappone a visitare mia nonna, affetta dal morbo di Alzheimer. Mi sono trovata nella situazione di essere davanti a una persona cara che non ti riconosce più. Ho inoltre passato tante estati nella casa in Giappone di mia nonna, che è assolutamente inquietante. Questo mi ha probabilmente orientata verso il genere horror. Ho quindi fuso queste mie esperienze personali, e da lì è nata la storia di Relic.
Quali sono stati i riferimenti cinematografici e letterari per Relic?
Sono sempre stata appassionata di letteratura horror gotica, apprezzo soprattutto le connessioni che ci sono fra i personaggi e un’atmosfera di decadenza. Mi piace anche il cinema dell’orrore asiatico, soprattutto quello di inizio anni ’90. Adoro anche David Cronenberg e i suoi effetti speciali. In particolare in Relic emerge la mia passione per il body horror. Mi ha ispirato anche The Orphanage di Juan Antonio Bayona.
Quanto è importante per te il concetto di restituzione che vediamo in Relic, con i giovani che in qualche modo restituiscono l’affetto ricevuto agli anziani?
Relic gira fortemente intorno al senso di colpa che io stessa ho provato. Siamo sempre molto assorbiti dalla nostra vita, e quando ci si rende conto che un nostro caro è in difficoltà abbiamo sempre la sensazione di non aver fatto abbastanza e non avergli dedicato il tempo necessario. Mi interessava soprattutto la sensibilità della donna nel prendersi cura degli altri, per cui ho costruito questa storia su tre generazioni di donne, che devono aiutarsi l’un l’altra. Il mio corto Creswick introduce l’idea di Relic, e mi ha aiutata a ottenere i finanziamenti per il film. Lì facevo una riflessione sulla mortalità dei propri genitori, ed è un po’ il preambolo di questo film.
Come nasce produttivamente parlando Relic? E qual è stato il contributo dei fratelli Russo come produttori esecutivi?
Io avevo già trovato un finanziamento australiano per Relic, poi grazie al feedback di Creswick sono riuscita a trovare un agente americano, e da quel momento si sono aperte molte porte. Fra le varie produzioni interessate, c’è stata la Nine Stories di Jake Gyllenhaal, che fra tutti sono stati quelli che hanno maggiormente compreso l’aspetto drammatico del film, mentre altri avrebbero voluto insistere maggiormente sulla componente horror. Si è quindi deciso di co-produrre insieme a Nine Stories, quindi i fratelli Russo sono entrati come finanziatori a seguito del secondo draft della sceneggiatura. Sono stati estremamente disponibili: quando Relic era in post-produzione loro stavano lavorando agli effetti speciali di Avengers: Endgame, ma si sono presi del tempo per seguire questo film.
Sicuramente è un vantaggio quando i produttori sono registi, perché possono davvero apportare un contributo al film, come è stato in questo caso. È stata una struttura che ha funzionato molto bene, con un budget che si è aggirato fra i 5 e i 6 milioni di dollari.
Che lavoro hai fatto sulla scenografia del film?
Sono state usate due date diverse, una per le scene in esterna e una per quelle in interno. La casa che abbiamo usato per gli interni aveva solo il primo piano, quindi abbiamo dovuto ricostruire tutto il secondo piano, compresa la parte del labirinto che si vede nell’ultima parte del film. L’idea era quella di costruire uno spazio che sembrasse realistico e che non portasse necessariamente a un universo parallelo. Abbiamo quindi deciso di utilizzare per il secondo piano la stessa architettura del resto della casa, in modo che fosse coerente, introducendo comunque elementi in grado di creare la suspense, come le porte che si chiudono, o le scale che non portano da nessuna parte. Rispetto al disegno iniziale del set ci siamo accorti che avremmo sforato il budget del 40%, per cui abbiamo dovuto ripensare l’idea.
Il set designer Steven Jones-Evans ha pensato di costruire un modulo che poteva essere riassemblato, per cui, nonostante la sensazione dello spettatore sia di uno spazio abbastanza grande, in realtà abbiamo costruito solo due corridoi, che di notte smontavamo e rimontavamo per adattarli alle scene. Per l’arredamento ho cercato sempre l’idea di qualcosa che passa dall’essere familiare a non esserlo più, per replicare l’impressione che si ha con un parente che piano piano si dimentica di te. La casa muta, quindi tutti i ricordi che ci sono all’inizio diventano progressivamente oggetti sconosciuti, che come la stessa nonna stanno attraversando un processo di decadimento.
Come hai scelto il cast?
Il processo di casting è stato abbastanza naturale. Non avevo necessariamente pensato a Robyn Nevin, Emily Mortimer e Bella Heathcote, anche se sono attrici che già conoscevo e ammiravo per altri ruoli che avevano interpretato. Ho avuto la fortuna di incontrarle quando mi trovavo negli Stati Uniti durante la fase di finanziamento del film e di parlare con loro del tema del dolore e di come percepissero la sceneggiatura. Più che fare prove vere e proprie, abbiamo condiviso le nostre esperienze e le nostre interpretazioni della storia. Sicuramente il personaggio di Edna è un personaggio molto forte, perché è in grado di essere estremamente accogliente e familiare, ma anche molto aggressiva. Robyn Nevin in questo senso è stata davvero stellare.
Invece Kay, il personaggio di Emily Mortimer, nella sceneggiatura mi sembrava molto più fredda e severa di come lei l’ha poi interpretata. È stata una bellissima scoperta, perché Emily ha portato la propria sensibilità e la propria umanità a un personaggio che altrimenti sarebbe sembrato molto più distaccato.
Bella Heathcote, che interpreta Sam, è una persona estremamente concreta e con i piedi per terra anche nella vita di tutti i giorni, quindi è entrata perfettamente nella parte.
Dopo Relic abbiamo continuato a sentirci, quindi questa condivisione di esperienze è stata utile per entrare nei personaggi. Sono tutte state collaborative, non mi hanno mai fatto sentire una regista alla sua opera prima e sono sempre stata a mio agio.
In Relic è presente una mitologia molto ricca di idee e di spunti. Ce ne puoi parlare?
Cerco sempre di rimanere più vaga possibile, perché apprezzo quando il pubblico ha una sua interpretazione di questi indizi. Tutto ruota intorno al concetto di abbandono, avevo letto diversi fatti di cronaca di persone che in Giappone venivano trovate morte a distanza di giorni o settimane, perché non ricevevano visite da parte di nessun parente, e quindi se ne andavano in solitudine. Ho trovato che questa fosse una cosa struggente, terribile, che si è aggiunta alla mia esperienza personale. Tutto ciò si trasla nella concezione di fantasma secondo cui chi ha vissuto una vita irrequieta e ha lasciato qualcosa in sospeso sulla Terra, è molto probabile che rimanga con noi. Abbiamo quindi deciso di introdurre un personaggio abbandonato, il cui abbandono ha messo radici in tutta la casa, infestando le finestre e i vetri. Quando questi sono trasportati dal capanno alla casa, hanno infettato l’intera abitazione.
Che scelte hai fatto sull’illuminazione di Relic?
La nostra intenzione era quella di creare spazi all’interno del frame che non fossero ben comprensibili. Volevo che ci fosse sempre qualcosa di nascosto, che vediamo all’interno dell’immagine ma non riusciamo a distinguere. Questa scelta nasce ovviamente dal parallelismo con quello che sta accadendo nella mente di Edna.
Relic si inserisce perfettamente nel cinema horror autoriale contemporaneo. Cosa pensi di questo filone? Pensi che possa essere il futuro del genere?
I registi horror hanno sempre avuto questo strumento per parlare del mondo e della realtà, in grado di rendere le loro storie più catartiche e grafiche. Ciò che è cambiato ultimamente è la comprensione da parte del pubblico del fatto che l’horror possa essere un veicolo per filtrare la realtà. Ora non c’è più la percezione che gli horror siano solamente violenza gratuita, nonostante il genere facesse altro già negli anni ’60, anche se il pubblico non sempre lo comprendeva. È sicuramente un grande momento per l’horror.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Rimarrò sicuramente sul genere dell’horror psicologico. Sto lavorando a diversi progetti. Mi piacerebbe fare qualcosa basato su storie di folklore, ma con setting giapponese. Ho vissuto in Giappone fino ai 6 anni, e sicuramente la conoscenza della cultura mi può essere utile. Vorrei fare qualcosa di simile come atmosfere a Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, concentrandomi sul rapporto tra madre e figlio.
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.








