
Interviste
Speravo de morì prima: Pietro Castellitto e Greta Scarano presentano la serie
Manca poco all’uscita della serie tv Sky Original su Francesco Totti, Speravo de morì prima, disponibile dal 19 Marzo su Sky Atlantic. In diretta dallo stadio Olimpico di Roma, uno spazio che diventa il set della conferenza stampa di presentazione della serie, in cui sono presenti i protagonisti Pietro Castellitto, Greta Scarano, Gian Marco Tognazzi, Monica Guerritore, Giorgio Colangeli, il regista Luca Ribuoli, Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia, Mario Gianani, Wildside, e Virginia Valsecchi, Capri Entertainment.
L’ultimo anno e mezzo di carriera di Francesco Totti. Tra presente e passato, pubblico e privato, “Speravo de morì prima” ripercorre serissimamente, ma col tono della commedia, i diciotto mesi che vanno dal ritorno di Luciano Spalletti sulla panchina della Roma al più struggente addio al pallone della storia del calcio. Un anno e mezzo di guerra contro due avversari che non fanno sconti neppure a Francesco Totti: il tempo e l’allenatore. Una guerra che divide una città e la comunità calcistica. Una guerra combattuta con passione e tormento da un calciatore che non vuole e soprattutto non riesce a mettere la parola fine a una carriera da sogno, tutta vissuta indossando sempre e solo una maglia.
Speravo de morì prima, divisa in sei episodi, è tratta da “Un capitano” di Francesco Totti e Paolo Condò, scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu, prodotta da Mario Gianani per Wildside, del gruppo Fremantle, con Capri Entertainment di Virginia Valsecchi, The New Life Company e Fremantle. Pietro Castellitto è Francesco Totti, Greta Scarano è Ilary Blasi, Gian Marco Tognazzi è Luciano Spalletti, Monica Guerritore è la madre di Totti, Fiorella, Giorgio Colangeli è Enzo, il padre di Totti.
Speravo de morì prima: Pietro Castellitto e Greta Scarano presentano la serie
Durante la conferenza stampa esordisce Nicola Maccanico, Executive Vice President Programming Sky Italia:
“Oggi è una giornata particolarmente emozionante per tutti noi. Non solo per questo luogo evocativo che ci ospita, e non solo per il personaggio di cui abbiamo raccontato una porzione di vita meravigliosa, ma anche per come ci siamo arrivati. Quando Mario e Virginia ci hanno parlato dell’ipotesi di fare una serie sulla vita di Francesco Totti, sapevamo da subito che volevamo realizzarla, che andava costruita e che sarebbe stata un grande successo, pur non sapendo come poterla fare. Questo è stato quello che ha reso questo viaggio unico; intanto abbiamo dovuto decidere come farla, la scelta è stata di selezionare una parte della vita di Totti, la parte in cui emerge di più il lato umano, quindi volendo raccontare l’aspetto più privato, che era meno evidente e altrettanto interessante rispetto alla figura del calciatore, che conosciamo tutti, che abbiamo vissuto, esaltato o combattuto”.
“Farlo anche con uno dei toni di Sky, un tono più pop, più leggero, senza mancare di rispetto ad un momento difficile della vita di un uomo, che è la fine della propria carriera sportiva, ma con quel sapore leggero che fa la differenza nel progetto. Le domande che ci siamo posti sono, come farlo? Quanto lavorare sulla somiglianza? Quanto lavorare sulla tipologia di narrazione e nella scelta del cast? Avevamo dalla nostra parte una scrittura meravigliosa, avevamo un grande regista; bisognava decidere come costruire il gruppo di lavoro”.
Speravo de morì prima è stata scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu
“Alla fine la decisione che è stata presa è la decisione del talento. Questo è un gruppo di attori di grandissimo talento, che hanno fatto un lavoro in linea con le nostre aspettative, che erano molto alte, e che hanno dato un’identità profonda a una serie che doveva trovarla, in maniera distinta e coerente con la storia del personaggio e con la famiglia che veniva raccontata. Quindi, introducendo questa mattinata, la parola che voglio dire con maggiore enfasi è grazie a questo grande gruppo di lavoro”.
In seguito è intervenuto Mario Gianani, Wildside:
“La cosa intrigante di questa sfida è stata raccontare, fare storia del presente, un momento di condivisione collettiva. Ripercorrere un immaginario, un immaginario recente e quelle storie che sono successe appena ieri. Il contributo degli sceneggiatori è stato fondamentale, la strada narrativa da percorrere era molto stretta, una strada di personalità, di un personaggio che è complesso, una personalità di una città che è Roma, ed è intuire lo spirito di quella persona, di quel momento e di quella emozione collettiva, noi abbiamo seguito solo questo. Abbiamo cercato di evocare quello spirito”.
Anche Virginia Valsecchi, Capri Entertainment, ha dichiarato:
“È stata una partita non proprio facile perché non è facile raccontare la storia di un mito come Francesco Totti, un mito così vicino a noi. Dopo aver prodotto il documentario Mi chiamo Francesco Totti, dovevamo trovare anche un’alternativa narrativa, per affrontare la serie abbiamo deciso di approcciarla non come il classico biopic fiction, ma di scardinare le regole del gioco e di far convergere diversi generi, dal dramma, all’epica sportiva, alla commedia, al romance, alla comicità, perché la vita di Francesco è fatta di tutto questo. Tutto reso possibile grazie alla regia di Luca e al cast eccezionale”.
“Una partita importante anche perché siamo in un momento complicato e dobbiamo raccontare dei miti, dei personaggi positivi, come Totti. Una persona che nonostante le avversità della vita si è sempre alzata in piedi e ha sempre portato avanti la sua passione. Il nostro compito è raccontare personaggi positivi, carismatici perché il pubblico e soprattutto le nuove generazioni hanno bisogno di una guida in cui riconoscersi”.
Durante la conferenza stampa è intervenuto il regista Luca Ribuoli:
“Quando mi hanno proposto di fare una serie su Totti, ho sentito forte la responsabilità, ho sentito subito il desiderio di volerla fare anche se non sapevo di cosa si sarebbe trattato. Il gruppo di lavoro mi ha reso tranquillo. Sapevo che con Stefano Bises e Michele Astori, con cui avevo fatto già altri progetti, avremmo percorso una strada che in qualche modo avevamo già esplorato; mi sembrava che il racconto di Totti potesse essere una sfida che noi potevamo affrontare. Avevamo sempre davanti il senso di responsabilità che si percepisce con un personaggio così importante per questa città. Una persona, sempre presente, affianco a noi, a cui avremmo dovuto raccontare quello che volevamo fare e poi mostrare il lavoro”.
“Quindi come affrontarlo? Con senso di responsabilità; ho scelto di divertirmi, di giocare esattamente come il nostro protagonista faceva principalmente nella vita. Abbiamo costruito insieme una squadra di lavoro importante, partendo dalla scrittura che si è superata secondo me per le cose che ho letto. Il cast ci ha portato degli attori incredibili, mi sentivo protetto dal talento che avevamo sul campo. Pietro Castellitto ha avuto un coraggio incredibile, ed è stato un partner pazzesco. Il risultato è quello che io speravo all’inizio che avremmo ottenuto”.
Durante gli interventi della conferenza, è stato poi proiettato un piccolo contribuito di Francesco Totti:
“Volevo ringraziare tutti i ragazzi che hanno partecipato a questa serie, in particolare Pietro perché ha un ruolo molto difficile, ha cercato in tutto e per tutto di farmi uscire per come sono realmente. Ho visto delle cose che non conoscevo del mio carattere, lo ringrazierò dal vivo. La serie va vista perché è simpatica ed emozionante”.
Ha preso poi parola Pietro Castellitto:
“Partendo dalle parole del Capitano, dice che rivedendosi ha scoperto degli aspetti del suo carattere che neanche conosceva. Questa è stata un po’ la bussola che ci ha orientati anche con Luca, la sfida era di riuscire a creare una maschera che lo ricordasse e che lo evocasse, e che allo stesso tempo lo stupisse. Il cinema è evocazione non è imitazione. Io ho passato la maggior parte delle mi3 domeniche su queste seggioline blu, però non avevo mai conosciuto Totti”.
“L’ho conosciuto grazie a questa serie. Sono cresciuto col poster di Totti in camera, io ero piccolo e guardavo Totti che era un uomo. Riuscire poi ad interpretarlo è stato un vero scherzo del destino. Però c’è stato anche un altro scherzo del destino durante le riprese; ho ritrovato un diario di quando avevo 9 anni, in cui il capitolo più lungo che scrissi era su Totti: “Totti è un qualcosa che l’umanità neanche se ci prova riesce a inventare”.
In seguito è intervenuta Greta Scarano:
“Sono una persona molto sportiva, ho sentito molto quando Totti se ne è andato: quell’emozione di quel commiato così struggente. Sono arrivata quando la macchina era già abbastanza rodata, ho trovato un gruppo di lavoro incredibile, ho sentito che da parte loro c’era molto coraggio, molta ambizione. Quando ho letto le sceneggiature ho capito che volevo farlo a tutti i costi, perché ho sentito che c’era del materiale incredibile per un’attrice, per me e anche per tutto il resto del cast. Sicuramente la cosa interessante è stata stare accanto a Pietro, che raccontava questo personaggio mitico e leggendario, lo ha fatto con una grazia e una semplicità che non è da tutti, insieme a lui abbiamo cercato di raccontare questo rapporto che è così solido, longevo”.
“Abbiamo tentato di raccontare un grande amore e mi piace immaginare che è simile al rapporto e all’amore che Totti prova per la Roma, quella sua coerenza, che è la stessa di Ilary, di stare insieme e starsi vicino anche nei momenti più difficili. L’ho vissuto come se fosse un dramma shakespeariano, perché chiedere a uomo di andare via dal mondo che lo ha reso quello che è, all’apice della sua carriera, anche all’apice della sua evoluzione mentale come uomo, mi sembra un dramma incredibile”.
Durante la conferenza stampa è intervenuto GianMarco Tognazzi:
“Ho cercato di trovare un filo conduttore e l’ho identificato nel disagio, disagio non soltanto di Spalletti, ma di una società, di una squadra, di un gruppo, il disagio di Totti, perché noi raccontiamo il punto di vista di Totti. Quindi il disagio di dover gestire una serie di situazioni, anche di dover riprendere in mano le fila di un rapporto che si era interrotto anni prima e che aveva avuto delle prerogative diverse, in cui ci sono stati dei malintesi, dei non detti che si sono portati dietro”.
“Quindi non mi piaceva l’idea dell’antagonista o del cattivo, perché non ritengo che sia tale, allora ho preferito approfondire il credo calcistico di Spalletti, che si basa sulla filosofia legata all’importanza del gruppo, che supera i singoli, anche se in questo senso contraddice il suo primo rapporto con Totti, che aveva messo al centro della squadra, aveva costruito tutto intorno a Totti, ma probabilmente nella testa di Spalletti erano anche due periodi diversi, due momenti diversi, sia suoi che della carriera di Totti”.
“Ho voluto lavorare sui non detti perché quello che si dice è molto importante, i fatti li conosciamo, credo che il grande aspetto sia legato al rapporto interpersonale, a quelle cose che vengono fuori anche dagli sguardi. Ed è stata un’esperienza sotto il profilo lavorativo straordinaria. L’interpretazione di Pietro secondo me è straordinaria. La cosa importante non è quanto ci si assomiglia a questi personaggi ma quanto si riusciva a trovarne l’anima, il ritmo. Va bene ricreare il segno ma la grande forza è composta da tutte quelle cose che noi abbiamo immaginato di questi personaggi nel loro privato e che in realtà non conosciamo. La grande forza di questa serie secondo me è legata ai rapporti interpersonali”.
Ha preso poi parola Monica Guerritore:
“Unisci madre e Roma e viene fuori la figura di Fiorella. Questa è la cosa che mi ha più diretta per riempire il personaggio di cuore, di carne, di forza, di passione riguardo al proprio figlio, individuare in lui una seconda nascita che è il talento che è forse la cosa più bella che una madre può dare a un figlio. La seconda vita, la vita per il quale il ragazzino è portato, e lei lo individua e gli sta accanto sempre con tutta la forza e la passione. Un viaggio in una famiglia normale, romana che ama il proprio figlio, che gli sta accanto e che soffre mortalmente nel vedere che questa fine inevitabile lo sta devastando. Tant’è che il titolo, che trovo bellissimo, Speravo de morì prima, è un modo per dire: è un dolore troppo grande che mi schianta”.
Durante la conferenza stampa è intervenuto anche Giorgio Colangeli:
“Enzo è un personaggio tipicamente romano, è proprio il marito e il padre romano, quello che è apparentemente assente, che però ha una sua presenza fatta di silenzi, di ascolto, di attenzione. Si riserva qualche battuta nel controtempo, nella pausa che gli viene concessa, perché Fiorella è straripante, c’è poco tempo a disposizione, bisogna essere pungenti, efficaci con poco, riuscire a dire quello che serve”.
In seguito, Pietro Castellitto ha dichiarato:
“Quando convivi tanto con un idolo in qualche modo presumi di conoscerlo. Incontrandolo per la prima volta ho scoperto un Totti incredibilmente loquace. Io penso che per giocare così bene a pallone devi anche essere molto intelligente, devi avere un cervello che metabolizza i dati in maniera veloce, sintetico, non è detto che quell’intelligenza esca anche a parole. Invece ho scoperto il suo essere loquace, che teneva banco, e anche molto consapevole di quello che rappresenta per un ragazzo cresciuto con lui. È consapevole del mito che è e proprio per questo fa di tutto per metterti a tuo agio. Una persona libera che se si accorge che ci stanno le premesse per divertirsi si diverte con te”.
“Totti lo conoscevo dalla tribuna, la serie è soprattutto concentrata sulla parte più intima, ed è li che si sarebbe giocata la partita. Anche perché nessuno sa com’è Totti dentro casa, come si relaziona una volta che esce dal campo con i propri familiari. Uno può presumerlo: quella era una zona d’ombra che nessuno conosce e che anche a noi attori consentiva maggiore creatività. Ho cercato di riportare anche in quell’ambito l’essenza di Totti che è un’essenza ironica, e come attore credo che forse mai così tanto ho percepito giorno per giorno di migliorare come attore, di crescere”.
Speravo de morì prima, dal 19 Marzo su Sky Atlantic
“Oggi andiamo interpretando la morte in vita di Totti, il tema principale di questa serie è la fine, tutti si possono riconoscere in questo concetto. Tutti i tifosi si potranno riconoscere in Totti perché Totti è per sua natura archetipo, è una rete di salvataggio. Il Totti che conoscevo da tifoso era un Totti innanzitutto ironico; nella preparazione del personaggio ho cercato di amplificare i ricordi che avevo di Totti, anche perché ho sempre creduto che se mi erano rimaste in testa quelle immagini è perché la dentro c’era già la sua essenza. Totti è rimasto molto soddisfatto, il parametro da seguire credo che fosse lui. Per quanto riguarda Spalletti, io penso che GianMarco sia riuscito con una sensibilità incredibile a conferirgli una profondissima fragilità, tutto ciò che accade è figlio di quella fragilità, e ogni gesto è umanizzato. Quindi credo che dentro le dinamiche umane tutto abbia un senso.
Infine Nicola Maccanico ha affermato:
“Speravo de morì prima nasce per andare oltre le barriere del tifo, la serie nasce per raccontare la storia di un uomo che va molto oltre la maglia che ha indossato, ed è chiaro che il suo pubblico di riferimento, i suoi fan, sono le prime persone che ci aspettiamo che reagiscano, ma l’abbiamo immaginata e realizzata per raccontare una storia universale e nella sua universalità non c’è un tifo più forte di un altro”.
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.










