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Time is Up: Bella Thorne e Benjamin Mascolo presentano il film

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Nel corso di Alice nella città, sezione parallela e autonoma della Festa del Cinema di Roma, ha trovato spazio anche la presentazione di Time is Up, nuovo film di Elisa Amoruso che ha per protagonisti Bella Thorne e Benjamin Mascolo, vera coppia nella vita. Il teen drama, girato anche a Roma durante la pandemia, sarà nelle sale italiane dal 25 al 27 ottobre, distribuito da 01 Distribution. Abbiamo avuto l’occasione di incontrare la regista, i due protagonisti, il produttore Marco Belardi e Paolo Del Brocco di Rai Cinema. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Time is Up

Elisa Amoruso è al suo secondo film di finzione consecutivo dopo Maledetta primavera:

Sono qui perché Marco Belardi mi ha proposto un suo soggetto. Per me era una sfida incredibile, che consisteva anche nel girare in inglese con attori americani. Una nuova avventura mi stimola sempre. La prima cosa che ho fatto è stato chiedere una call con Bella, e da lì abbiamo iniziato il lavoro sulla sceneggiatura. Insieme abbiamo dato vita a questi personaggi, rendendoli più vicini a Bella e Ben. È stata una corsa contro il tempo, perché da lì a un mese siamo andati sul set. Time is Up prende spunto da un’idea di un’altra persona, ma mi appartiene perché racconta due racconti di formazione, genere a me caro, e perché ho avuto occasione di lavorare con una professionista e con Ben, che invece era alle prime armi ma è stato molto determinato e umile.

Elisa Amoruso

Bella Thorne ha raccontato il suo approccio a Time is Up:

Il progetto mi è stato proposto da Ben. È stato molto interessante ed entusiasmante, perché uscivo con una persona con cui stavo lavorando. È stato bello essere con lui durante la sua prima esperienza come attore. Di solito mi piace interpretare personaggi con cui non ho niente in comune, perché è molto più divertente. In questo caso invece, il mio personaggio ha qualcosa a che fare con la parte più ansiosa e profonda di me. È stato bello andare a giocare con le mie ansie ed è stato un lavoro interessante e positivo, anche grazie a Elisa. Ero già stata in Italia tante volte, ma mai mi ero trattenuta così a lungo come stavolta, a Roma e con un compagno che amo.

Questa invece l’esperienza di Benjamin Mascolo:

Time is Up è stata una delle cose più importanti della mia vita, perché mi sono messo in gioco come poche volte in passato. Avevo pochi mesi per diventare un attore, processo che durerà anni. Sono molto soddisfatto del mio inizio, con la mia insegnante di recitazione ho lavorato moltissimo per arrivare il più preparato possibile. Ho dato il massimo, quindi non ho rimpianti. Il semplice fatto che ci fosse Bella è stato un grande supporto emotivo. Anche Elisa è stata fondamentale, è stata al mio fianco e mi ha aiutato.

È stato surreale girare il film durante la pandemia, con il set blindato e le strade deserte. Mi viene in mente Piazza di Spagna senza turisti, è stato incredibile. Andavamo a cena alle 4-5 di pomeriggio, perché alle 6 chiudevano i ristoranti, così anche Bella si è innamorata di Roma. Mi sono reso conto che posso essere chiunque voglio nella vita. Entrare nei panni di una persona mi ha insegnato tantissime cose, è stato un grande momento di crescita umano e lavorativo.

Time is Up

Elisa Amoruso ha parlato del rapporto di Time is Up con il resto della sua filmografia:

Sono un essere strano, a cui non si riesce a dare una collocazione. Penso che sia tipico del nostro paese dare un’identità e un colore solo ai cineasti. È molto contemporaneo e internazionale avere invece registi che partecipano a progetti diversi a seconda dell’occasione e del committente. Negli Stati Uniti è sempre così. Noi abbiamo la possibilità di differenziare i nostri progetti, mettendo qualcosa di nostro. Non riesco a fare un film se non trovo un collegamento forte con cui entrare in contatto. Per me in questo caso quel collegamento è arrivato grazie al racconto di formazione e alla storia d’amore. Un altro elemento del progetto è la memoria, che viene analizzata e scomposta dandole una forma visiva.

Anche l’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco ha accolto con entusiasmo il progetto Time is Up:

Quando mi hanno parlato di questo progetto abbiamo aderito con piacere, perché cercavamo proprio un young adult internazionale da girare in Italia. Abbiamo una regista di cui ci fidiamo molto e che è molto eclettica, una grande ricchezza. Quando ha aderito Bella per noi è stato un plus, perché è brava e giusta per Time is Up. Siamo orgogliosi di farlo vedere in sala e siamo felici che questo film possa andare in tutto il mondo col marchio Rai Cinema.

Bella Thorne ha parlato così della prova del debuttante Benjamin Mascolo in Time is Up:

Generalmente per un attore alle prime armi è sempre molto difficile, invece Ben quando facevamo le prove ha avuto un’invidiabile semplicità nell’entrare nel personaggio, più di molti attori con esperienza. Non mi piace la noia, non è facile trovare ruoli che siano interessanti e stimolanti. Io recito da tantissimo tempo, ancora prima della Disney. Ho avuto modo di leggere tantissime sceneggiature e non è facile trovare ruoli interessanti, soprattutto femminili. Cerco qualcosa di diverso da me e in questo film mi è stata data la possibilità di interpretare un ruolo diverso, con sfumature più dark.

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Mascolo ha parlato della canzone del film Up In Flames:

È stata una cosa che abbiamo aggiunto dopo, arrivavamo al weekend molto stanchi ma comunque lavoravamo in studio per creare canzoni come questa. Racconta in modo elegante e romantico la storia fra Roy e Vivien e quando ho visto il film mi sono emozionato, quindi vuol dire che arriva al cuore.

La canzone è interpretata anche da Bella Thorne:

Non ero dell’umore per tornare in studio a cantare, anche perché ultimamente canto molto meno, e soprattutto rock e rap. Quindi in questo caso è tutta colpa di Ben!

Benjamin Mascolo ha raccontato il suo legame affettivo con Time is Up:

Avevo paura a entrare in questo progetto, perché temevo che potesse creare tensioni nel rapporto. Invece per tutta la durata del film siamo andati d’accordo e ha creato una memoria indelebile nel nostro rapporto, che sarà speciale da vedere negli anni futuri anche dai nostri figli e nipoti. Time is Up per me è stata la conferma che io e Bella siamo fatti per stare insieme per tutta la vita. Infatti le ho chiesto di sposarmi alla fine dell’ultimo giorno di riprese.

Elisa Amoruso ha raccontato com’è stato per lei lavorare con una vera coppia:

Se avessi fatto il terzo incomodo, avrei sbagliato tutto. Loro stavano insieme da poco, ma c’era tantissima affinità e anche la voglia di sostenersi l’un l’altra. Non essendo un attore navigato, Ben aveva bisogno di qualche meccanismo per tirare fuori le sue emozioni e grazie a Bella lo abbiamo aiutato a fare un percorso verso la recitazione. L’unico disturbo è stato l’ultimo giorno delle riprese, perché la proposta di matrimonio ha tolto tempo al set! Ma è stato un momento meraviglioso: Ben guardando in camera ha letto una lunghissima lettera d’amore, e alla fine le ha chiesto di sposarlo.

Mascolo ha rivelato qualche dettaglio sull’imminente matrimonio con Bella Thorne:

Ci sposeremo sul lago di Como, perché è uno dei primi posti che abbiamo visitato insieme. Poi faremo un altro matrimonio anche in America per i nostri amici che vivono là. I produttori di Time is Up sono invitati, perché un po’ è anche colpa loro. Ci hanno anche sostenuto nelle spese per la proposta di matrimonio!

Qual è il successo più grande di Bella Thorne? L’attrice la pensa così:

Credo che sia stato il mio libro, fra l’altro sono in fase di stesura del secondo. Una grandissima soddisfazione, perché fino a quel momento tutto mi parlavano dei film, ma dopo il libro tutti mi fermano dicendomi che si sono commossi o che li ha aiutati. Credo che dipenda dal fatto il libro contiene tutta me stessa, anche in modo duro e grezzo. Non ho consentito neanche di apportare correzioni, infatti è pieno di errori di ortografia, perché sono dislessica. Ho voluto che il libro rimanesse così, e questa è stata una grande soddisfazione. Proprio perché questo libro riesce a toccare le anime nel profondo, quando i miei agenti mi hanno chiamato per dirmi che era un best seller sono scoppiata a piangere, non per le copie vendute ma perché tante persone lo avrebbero letto.

Tutta la mia vita è basata sul pregiudizio. Quando sono nata la mia lingua madre era lo spagnolo: non ero in grado di esprimermi in una lingua, figuriamoci in due. Mi dicevano che non avrei mai potuto leggere e scrivere e invece ce l’ho fatta. Pensavano che non avrei mai potuto recitare e l’ho fatto. Mi dicevano che ero la classica modella bella e cretina e invece li ho smentiti. A prescindere da quello che ti dicono e da quello che ti è contro, se continui a lottare ce la puoi fare. Se lo vuoi veramente e ti impegni, lo puoi ottenere.

La storia di Time is Up non finisce qui. A confermarlo è Marco Belardi:

Posso dire che stiamo lavorando a Time is Up 2, perché all’estero ci è stato chiesto di lavorarci, in quanto è piaciuto molto.

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Wim Wenders: la nostra intervista al regista tedesco

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Wim Wenders

Wim Wenders sabato scorso ha inaugurato il suo tour a Bologna con sette serate di proiezioni durante la 37a edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Regista rivoluzionario del nuovo cinema tedesco, documentarista e grande cinefilo, Wim Wenders presenterà quattro dei suoi film e tre opere da lui scelte. Il 22 giugno ha incontrato il pubblico per l’anteprima mondiale del restauro del suo Die Gebrüder Skladanowsky. La stessa sera, in coppia con un altro grande regista, Alexander Payne, ha presentato in piazza Maggiore Sentieri selvaggi di John Ford nel nuovo maestoso restauro in 70mm. Nei giorni a seguire Wenders introdurrà sia film suoi (Paris, Texas e Buena Vista Social Club) che di cineasti che ne hanno segnato profondamente lo stile (Devil’s Doorway di Anthony Mann e Umarete wa mita keredo… di Yasujiro Ozu). 

Wenders ci ha raccontato le motivazioni dietro la selezione dei film, il suo rapporto con altri grandi del cinema e le riflessioni sul successo delle sue opere recenti.

La selezione dei film e il significato delle proiezioni

Quando gli è stato chiesto come ha scelto i film per il tour, Wenders ha espresso il suo dispiacere per non poter presentare tutti i film del suo catalogo, pur sottolineando l’importanza dei film selezionati. Tra questi, “Il passo del diavolo” di Anthony Mann, un’opera che ha visto vent’anni fa in una copia 35mm. Mann, descritto da Wenders come un grande formalista e insegnante di cinema, ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione del regista tedesco: “Il film di Anthony Mann, Il passo del diavolo, l’ho visto 20 anni fa in una copia 35mm, e Anthony Mann è stato il mio insegnante di cinema, senza che lo sapesse. La sua retrospettiva è stata la prima che ho visto e da lui ho imparato il linguaggio cinematografico, i movimenti di macchina. Lui è un grande formalista, un ottimo insegnante. Per quanto riguarda Sentieri selvaggi, l’ho visto 30 anni fa, è uno dei miei film preferiti. Anche questo, voglio vederlo in una copia come si deve, senza tagli, con un buon suono. Il romanzo alla base del film è importante anche per il mio film, Lo stato delle cose”.

Per quanto riguarda Yasujiro Ozu, Wenders ha mostrato un profondo affetto per l’autore giapponese. Ha ricordato con emozione la visione di tre film di Ozu restaurati l’anno scorso e ha parlato del film “Sono nato ma…”, che presenterà a Bologna, invitando gli spettatori a guardarlo con attenzione: “Ozu è un autore che mi è carissimo. L’anno scorso ho visto tre film di Ozu al Cinema Ritrovato. Due di quelli non li avevo mai visti, li ho visti con le lacrime agli occhi. Il film che presenterò, Sono nato ma…, l’ho già presentato a Parigi. Sono felice di vederlo restaurato. Però vi dico che se non sapete che film è, non mi potete parlare finché non l’avrete visto. Mi ricordo che l’ultima volta che ho visto Sentieri selvaggi ero a Tokyo e John Wayne parlava in giapponese”.

Wim Wenders

Successi recenti e collaborazioni

La discussione si è poi spostata sul successo di Perfect Days, un film che ha sorpreso lo stesso Wenders per l’accoglienza calorosa, soprattutto in Italia. Il regista ha spiegato che il film, che racconta la storia di un uomo che pulisce bagni pubblici a Tokyo, è nato da un profondo amore per la città e per il lavoro dell’attore protagonista. Ha espresso la sua meraviglia per i numeri ottenuti al box office, sottolineando come la reazione del pubblico sia stata una delle esperienze più intense della sua carriera: Devo dire che nessuno è stato più sorpreso di me dal successo di Perfect Days. Quando fai un film su un uomo che pulisce i bagni pubblici a Tokyo, non ti aspetti che diventi un blockbuster. Per me è stato un lavoro appassionante, una cosa di amore. Sono appassionato di Tokyo, quindi è stato molto bello girarlo. Spero sempre che piaccia anche a qualcun altro e sono stato meravigliato dai numeri, anche solo in Italia”. 

Wenders ha inoltre condiviso la sua esperienza con Francis Ford Coppola e il suo film Megalopolis, visto a Cannes. Ha elogiato il coraggio di Coppola nel realizzare un’opera così ambiziosa, pur riconoscendo che ogni grande film ha i suoi difetti: “Ho visto Megalopolis a Cannes, l’ho visto in una proiezione che Coppola ha fatto fare una domenica mattina alle 8.30. Ho parlato con Francis del film per un’ora, è un film secondo me incredibile, E’ incredibile che sia stato fatto, che sia riuscito a farlo. Come tutti i film, i grandissimi film, ha qualche difetto, ma solo i film mediocri non ne hanno”.

Wim Wenders e il potere del cinema

Riguardo alla sua collaborazione con Sam Shepard per Paris, Texas, Wenders ha parlato dell’intensa sinergia che si è creata tra loro. Ha descritto Shepard come uno dei più grandi attori del XX secolo e ha elogiato il lavoro di Ry Cooder, il cui talento musicale ha contribuito significativamente alla colonna sonora del film. Wenders ha ricordato con affetto il processo di lavorazione del film, sottolineando come l’assenza di interferenze esterne abbia permesso di creare un’opera pura e autentica.

Infine, Wim Wenders ha riflettuto sul ruolo del cinema e dei festival cinematografici nel connettere le persone con la propria storia e memoria. Ha sottolineato come il cinema sia uno strumento potente per riflettere sull’umanità e le responsabilità individuali, offrendo un’opportunità unica per pensare collettivamente a come migliorare il nostro mondo: “Quest’anno ci sono molti film che possono aiutare le persone a riconnettersi con la propria storia, il proprio paese, o la memoria del proprio paese. Il cinema aiuta le persone a prendere contatto con l’umanità, con le proprie responsabilità. Ci sono tanti film che ragionano su come potremmo vivere meglio, e questo è un modo per pensarci tutti insieme. Se il cinema non esistesse, bisognerebbe inventarlo subito”.

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Inside Out 2: il regista e le voci italiane raccontano il nuovo film Pixar

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Inside Out 2

Dopo il trionfale successo di Inside Out, il pubblico attende con impazienza il ritorno nel colorato mondo delle emozioni. Con Inside Out 2, si apre un nuovo capitolo che promette di essere altrettanto coinvolgente e indipendente dal suo predecessore. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare con il cast del film, ovvero il produttore Mark Nielsen, il regista Kelsey Mann e le voci italiani delle emozioni Pilar Fogliati, Deva Cassel, Sara Ciocca, Marta Filippi e Federico Cesari, per scoprire cosa ha alimentato la loro passione nel dare vita a questo secondo capitolo. 

Mark Nielsen ci ha raccontato di come il regista del primo film, Pete Docter, abbia seminato i semi per il sequel già quattro anni fa: “Pete ha visto qualcosa di speciale nel primo film, qualcosa che ha risuonato profondamente nel pubblico. Non potevamo ignorare l’eco di quelle emozioni che continuavano a vivere nelle persone” ha affermato. La decisione di procedere è stata quindi naturale, spinta dal desiderio di esplorare ulteriormente un mondo già tanto amato. Kelsey Mann ha sottolineato l’importanza di veicolare messaggi potenti su emozioni universali a un pubblico così variegato: “Il primo film ha aperto un dialogo sulle emozioni, specialmente tra i più giovani. Ora, con Inside Out 2, vogliamo approfondire emozioni ancora più complesse come l’ansia, l’imbarazzo e l’invidia. I bambini comprendono queste sfumature emotive, spesso meglio degli adulti.”

Inside Out 2: Pilar Fogliati e Deva Cassel sono Ansia e Noia

Pilar Fogliati, che presta la voce all’Ansia, ha raccontato quanto sia rilevante questo sentimento e sulla sua rappresentazione nel film: “Dare voce all’ansia è stato un privilegio. Il film la presenta in una luce positiva, come un eccesso di amore, e ci insegna ad abbracciare ogni emozione, non a respingerla”. Deva Cassel ha parlato dell’importanza dell’emozione della Noia, spesso sottovalutata, ma cruciale per il nostro sviluppo personale. “La noia ci permette di riflettere e di aprirci a nuove idee. È un sentimento che dovremmo imparare ad accettare e valorizzare”. 

Sara Ciocca e Marta Filippi hanno parlato della loro esperienza nel doppiare rispettivamente Riley e l’Invidia, che attraversano fasi di crescita e di cambiamento, identificandosi con le loro lotte e le loro vittorie: “Doppiare Riley è stata un’esplorazione interiore,” dice Ciocca. “E invidia” aggiunge Filippi, “non è il personaggio negativo che molti si aspettano, ma piuttosto uno pieno di ammirazione e desiderio di crescitaCi spiegavano gli animatori della Pixar che l’hanno disegnata più piccola nelle proporzioni rispetto agli altri personaggi proprio perché potesse comunicare il fatto che lei guarda tutti dal basso verso l’alto, si sente più piccola, si sente inadeguata.

Federico Cesari, che ha dato voce all’Imbarazzo, ha spiegato che come elemento ed emozione è fondamentale sia nella vita che nell’arte: “L’imbarazzo ci riporta alla nostra essenza e ci sfida ad abbracciare nuove prospettive. Il nostro lavoro è fondato molto spesso sull’imbarazzo, su frequentissimi momenti di imbarazzo; è bello sperimentarlo perché ti riporta in qualche modo al tuo essere bambino, alla tua vera essenza e il nostro lavoro è dominato da questo.  Quando mi approccio a un personaggio, quando devo fare il grande salto verso il personaggio, c’è sempre quel momento di imbarazzo iniziale in cui devi prendere le distanze da te e abbracciare qualcuno che non conosci”.

Inside Out 2 e l’hockey

L’hockey non era presente nelle prime bozze del film,” spiega il produttore. “Ma riflettendo su ciò che rendeva Riley speciale nel primo film, abbiamo realizzato che l’hockey è un elemento fondamentale della sua vita, un modo per connettersi con suo padre. Lo sport, con le sue ansie e pressioni, è un campo di battaglia perfetto per esplorare nuove emozioni.” Il film, inoltre, evita cliché come il primo amore adolescenziale: “Volevamo esplorare qualcosa di diverso, qualcosa che potesse risuonare con le esperienze personali” afferma il regista. “Riley si innamora, ma della persona più importante: se stessa. Il film celebra l’auto-accettazione”, commenta il regista.

Alla domanda su un possibile seguito, il regista ha risposto con entusiasmo: “Abbiamo molte idee ancora da esplorare. Personaggi, emozioni, mondi… Uno di questi è la ‘Terra della Procrastinazione’, un luogo che non abbiamo ancora potuto mostrare. Se il pubblico desidera un terzo film, il supporto a questo capitolo sarà decisivo.”

Kelsey Mann inoltre rivela che l’emozione della gelosia era stata considerata per il film: “Gelosia e invidia sono emozioni complesse e distinte. L’invidia è un sentimento adolescenziale per eccellenza, ma non escludiamo che la gelosia possa apparire in futuro”. “I colori sono essenziali per la narrazione,” continua Mann. “Ogni emozione ha un colore che la rappresenta, scelto per riflettere la sua essenza. L’ansia, per esempio, è arancione: un colore vibrante e pieno di energia.

Un mondo di emozioni

Pilar Fogliati ha poi condiviso la sua visione sull’ansia: “Anche se non sono più un’adolescente, l’ansia è un tema universale. Ho cercato di portare la mia ricerca personale nel personaggio di Riley, mostrando come l’ansia si trasforma. È molto interessante si parli di ansia a 13 anni. Il film rende in maniera intelligente l’ansia: il mio lavoro è preoccuparmi dei problemi che non si vedono, ed è una battuta assolutamente perfetta e descrive alla perfezione che cosa fa l’ansia, che in realtà è troppo amore e quindi la fa vedere anche in una chiave positiva. Ogni emozione la devi abbracciare e non devi provare a scacciarla via, non è cattiva, è per te”.

Con queste parole, il cast di Inside Out 2 ci invita a immergerci nuovamente in un viaggio emozionale che promette di essere altrettanto illuminante e trasformativo del primo. Non vediamo l’ora di scoprire quali nuove avventure ci attendono nel mondo delle emozioni.

Inside Out 2 uscirà nelle sale italiane il 19 giugno, distribuito da The Walt Disney Company Italia.

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Sweat: l’intervista a Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

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Sweat

Cinema e social sembrano due mondi che vivono agli antipodi, due poli opposti, due versioni, due modi di narrare totalmente ambivalenti. Eppure i social media ogni giorno cambiano forma, e da mero strumento intrattenitivo, che nasce e muore sulle piattaforme più diverse, sta diventando e assumendo caratteristiche sempre più simili al cinema, nel suo modo di raccontare, di sperimentare, attraverso molecole di realtà, pillole di autofiction, proprio come lo intendeva Serge Doubrovsky, avventure del linguaggio, e del quotidiano. Raccontare la propria vita attraverso uno schermo verticale sembra essere un modo spontaneo di porsi nella propria narrazione, poco strategico, la possibilità di condividere tutto in maniera rude, anche naturale, senza infingimenti. Eppure il regista Magnus Von Horn ha realizzato una riflessione precisa ed efficace sulle contraddizioni e le libertà di un’esistenza trascorsa e spesa sui social media. 

La nostra recensione di Sweat 

Sweat

Sweat è l’ultimo lavoro del regista svedese che ha diretto Magdalena Koleśnik nel ruolo dell’influencer Sylwia Zajac, la cui lunga coda di cavallo bionda, gli occhi azzurri e il corpo tonico sono tutto ciò che ci si aspetterebbe di vedere da un’influencer. Sylwia è una fitness influncer – una sorta di erede, epigono di Jane Fonda e del suo celebre Workout – che conduce frequenti lezioni di allenamento attraverso il suo profilo Instagram, che ha più di 600mila followers.

Durante le sue lezioni di fitness sprona e incita i suoi fan, ogni giorno svela i suoi segreti per rimanere in forma, con i suoi regolari post online, in cui mostra prodotti del suo sponsor, cerca di mantenere i suoi follower sempre motivati ​​ad essere in forma come lei. Sui social conduce una vita impeccabile, sempre perfetta. Il suo successo però ha abissi e ostacoli ben visibili per lei. Nonostante la persona brillante che si costringe ad essere online, c’è una tristezza sempiterna dentro i suoi occhi: Sylwia è una persona sola, e le conseguenze del suo perpetuo esibizionismo emotivo spingono lei a fare i conti con la sua fragilità, con la sua vita al di là dei riflettori dei social media e lo stile di vita di un’influencer.

Sweat: l’intervista al regista Magnus von Horn e Magdalena Kolesnik

Abbiamo intervistato il regista Magnus Von Horn e la protagonista Magdalena Koleśnik che ci hanno parlato del film e del personaggio di Sylwia, che ci permette di entrare nella – vera – vita privata di un’influencer. 

Ispirazione

Magnus Von Horn: Ci sono state diverse ispirazioni che hanno aiutato a costruire la storia, diverse, ma il film non è basato su nessuno di realmente esistente, abbiamo voluto creare il personaggio di Sylwia non basandoci espressamente su qualcuno di preciso. 

Sweat: la creazione del personaggio 

Magdalena Koleśnik: Ho lavorato per un anno come allenatrice, ho provato a ricreare il mio corpo e farlo sembrare come una fitness trainer, e ho avuto tantissime conversazioni con Magnus in cui abbiamo parlato di Sylwia, abbiamo costruito tutta la sua storia, il suo passato, il suo futuro, per avere una visione ampia della sua figura. Ho iniziato a lavorare per avvicinarmi al personaggio e ho iniziato a notare cose diverse nella realtà che potevano ispirarmi. Abbiamo fatto molte ricerche sui social media, ho aperto il mio primo profilo sui social, Instagram, e ho anche fatto work out sui social media, per capire al meglio come essere una fitness trainer, come essere un’influencer, come essere una persona che ispira le persone. 

Social media, un vero strumento narrativo?

Magnus Von Horn: Si, penso che lo siano. È un modo molto di interessante perché non è una narrazione tradizionale, è un modo davvero vicino alla vita di narrare, una delle cose che mi hanno ispirato di più per Sweat è la narrazione che nasce nelle storie su Instagram, su Snapchat. In quel caso non pensi di creare una narrazione ma sei quella narrazione, attraverso il blog, o condividendo parte della tua vita di tutti i giorni, quel tipo di narrazione è davvero un’ispirazione per me. Certe volte queste narrazioni sono più interessanti, quando cerchi di pensare alle storie, alla loro struttura, penso che la struttura esiste nel modo naturale in cui inconsciamente la puoi creare, ad esempio nel feed di Instagram o nelle storie. 

L’evoluzione del lavoro dell’influncer 

Magnus Von Horn: Penso che le influencer continueranno ad esistere finché le persone le vorranno seguire o vorranno contribuire alla loro fama, al loro lavoro, così come il cinema sopravviverà finché ci saranno persone che andranno in sala e guarderanno film. Io non ho una premonizione riguardante il futuro di questo tipo di fenomeno, anche perché quel che diventa trend sui social media è sempre una sorpresa per me. Due anni fa, un anno fa, se qualcuno mi avesse detto che Tiktok avrebbe dominato con le sue challenges, con le sue danze, avrei pensato che quel pensiero sarebbe stato veramente circostanziale, strano. 

Magdalena Koleśnik: È imprevedibile, penso che diventeremo sempre più virtuali, sono curiosa di vedere come potremmo diventare davvero creature sempre più virtuali; è un poco spaventoso, ma è il futuro, è come il futuro potrebbe essere, non voglio avere paura di qualcosa che probabilmente succederà. 

Sweat sarebbe stato diverso se fosse stato ambientato in un altro paese?

Magnus Von Horn: Penso sarebbe stato simile ma diverso, di paese in paese. Dipende dalla cultura, dalla politica, da quel che muove le persone. Se devo paragonare Svezia e Polonia, sono davvero paesi diversi, fatti sì da persone ma che evidentemente sono diverse, quindi anche i social e il loro impatto è differente, come anche può esserlo in Italia, in Germania. Lo si può percepire ne sono sicuro, si può analizzare, farne una statistica su quanti post ad esempio sul cibo vengono condivisi in Italia rispetto ad altri paesi. Se prendiamo ad esempio Svezia e Polonia, questo discorso è molto connesso anche a quel che gli influencer fanno: in Polonia ci sono molti “playboy sexy”, c’è una ipersessualizzazione e un male gaze imperante, mentre in Svezia questo tipo di influencer non va, non funzionerebbe.

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