
Interviste
Valley of the Gods: Lech Majewski, Keir Dullea e Bérénice Marlohe presentano il film
In occasione dell’uscita di Valley of the Gods, nuovo film di Lech Majewski che arriverà nelle sale italiane il 3 giugno grazie a CG Entertainment e Lo Scrittoio, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare il regista polacco e le star Bérénice Marlohe e Keir Dullea, che affiancano John Malkovich e Josh Hartnett come protagonisti del film. Questa la sinossi ufficiale dell’opera:
Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco sulla terra e collezionista di arte, vive nascosto dal mondo in un misterioso palazzo, conservando un segreto che lo tormenta. John Ecas (Josh Hartnett), dopo una separazione traumatica dalla moglie, inizia a scrivere la biografia di Tauros e accetta un invito nella sua magione. La società del magnate, che estrae uranio, ha deciso di scavare anche nella Valle degli Dei, violando una terra sacra: secondo un’antica leggenda Navajo tra le rocce della Valle sono rinchiusi gli spiriti di antiche divinità.
Il co-produttore e presidente di CG Entertainment Lorenzo Ferrari Ardicini ha esordito parlando dello sforzo produttivo e distributivo per Valley of the Gods:
Abbiamo aspettato molto per fare uscire Valley of the Gods, perché volevamo dare al pubblico italiano la possibilità di vederlo in sala. Pensiamo che la visionarietà delle immagini di Lech Majewski sia pienamente godibile solo in sala. Non usciremo su nessuna piattaforma streaming e manterremo le finestre normali. Ho conosciuto Lech a Lucca, e qualche anno fa mi ha chiamato dicendomi che avrebbe voluto che CG co-producesse Valley of the Gods, anche per il suo grande amore per l’Italia.
Fra le altre cose, mi disse che avrebbe voluto girare una scena molto importante alla Fontana di Trevi. Sapevo che sarebbe stata una sfida complicata, perché è difficile ottenere i permessi per quella location, ma ce l’abbiamo fatta. L’unico permesso che non ci hanno dato è stato quello di fare entrare i cantanti lirici dentro la fontana, per cui li abbiamo aggiunti con effetti digitali. Il resto delle scene che vedete alla Fontana sono al 100% reali. Siamo contenti del risultato e di questa esperienza.
Sulla stessa lunghezza d’onda Claudio Puglisi de Lo Scrittoio:
Ringrazio soprattutto i protagonisti di Valley of the Gods, a partire dal regista, di cui abbiamo amato moltissimo il lavoro fin dal primo momento. Ringraziamo inoltre le sale, che abbiamo voluto oggi con noi per riportare il concetto della sala in primissimo piano. Nonostante la vocazione di CG Entertainment per l’home video, la scelta è stata quella di mettere al centro la sala, pur in un momento così complesso per gli spettatori e per i cinema. Abbiamo sempre cercato di sostenere nelle più diverse forme un cinema d’autore che non fosse convenzionale e che potesse dare agli spettatori un punto di vista sul mondo differente, rispetto a quello omologato che ci viene proposto dalle grandi distribuzioni o dalle televisioni.
A seguire, il saluto del Direttore dell’Istituto Polacco di Roma Lukasz Paprotny:
Vorrei fare i complimenti ai protagonisti e al regista polacco Lech Majewski, che ho avuto l’onore di incontrare di persona nel 2013 e nel 2014. Siamo sempre molto felici e molto curiosi per i suoi nuovi progetti, compresi quelli sulla pittura. Speriamo di incontrarci di persona il più presto possibile.
Lech Majewski ha parlato del suo interesse per i miti e della sua collaborazione con i Navajo per Valley of the Gods:
Io ero molto interessato a mostrare il grande diapason dell’America. Mentre lavoravo al soggetto di Basquiat, ho incontrato molti miliardari che collezionavano arte moderna, interessandomi al potenziale che quei soldi gli potevano dare. Mi sono però accorto che erano molto limitati. Devono guardarsi le spalle, essere separati dalla vita comune e andare in giro con le guardie del corpo. Vivono in una gabbia dorata, ed è davvero incredibile quanto poca libertà abbiano.
Ho incontrato i Navajo mentre preparavo Gospel According to Harry, con Viggo Mortensen. Siamo andati alla Valle degli Dei. Loro erano molto restii a parlare con noi, ma io ero molto intrigato dal loro modo di essere. Li ho incontrati e ho stabilito un rapporto con loro, cominciando a capire qual era l’agio che loro avevano nella vita interiore rispetto alla loro povertà. C’era un vero e proprio diapason fra ricchi e poveri, ma dal punto di vista spirituale era l’esatto contrario. Ho cercato un modo per esprimere questa corrente elettrica che c’era fra loro e che mi arrivava.
Il regista si è soffermato sulla reazione dei Navajo a Valley of the Gods:
Credo che loro siano molto orgogliosi di questo film. Mi hanno detto che questo era il primo film realizzato da un uomo bianco che guardava le cose dalla loro prospettiva. Loro vedono il mondo come lo vede il film: non secondo una logica di causa-effetto, ma con un approccio poetico. A un certo punto sono stato fermato da un ragazzo Navajo, che mi ha preso per un braccio senza muoversi per due o tre minuti. Poi si è mosso e io l’ho seguito, mi ha sorriso e mi ha detto che stavano passando i mustang. Io ho visto una nuvola librarsi in cielo e ho capito che era successo veramente. Il ragazzo ha poi cominciato a creare dei circoli con del legno e della roccia. Mi ha detto che lo faceva per non fare scappare la roccia nel momento del passaggio dei mustang.
Ho iniziato ad ascoltarli e a capire come loro si interfacciano con la natura, cioè comunicando costantemente con i loro antenati. La cosa interessante è che il paese Navajo è enorme, con un’estrema povertà fisica, ma con alcune delle persone più ricche del mondo nei dintorni. È straordinario, perché si può passare un giorno con i poveri e uno con i ricchi. Ma di quali poveri e quali ricchi parliamo?
Bérénice Marlohe ha poi raccontato il suo rapporto con Lech Majewski:
Devo stare attenta a parlare, perché lui mi vede (ride, ndr)! Per me l’arte ha un grande valore, che sia cinema, musica o pittura. In questo periodo questi film sono molto rari. Io cerco una sorta di magia. Io sono molto interessata alle questioni esistenziali e alle antiche civiltà. Quando ho letto la sceneggiatura di Valley of the Gods, ho avuto la sensazione di essere di fronte a ciò che stavo cercando. Ho intuito che Lech come regista aveva una dimensione spirituale e un’elevata comprensione delle cose. Per me è stato meraviglioso e straordinario collaborare con lui, che è un regista molto ricco e complesso.
Bérénice Marlohe si è poi soffermata sul suo personaggio di Valley of the Gods:
Mi sono preparata a quel ruolo soprattutto concentrandomi su come immaginavo che lei sarebbe stata nella vita e sul perché avrebbe fatto una cosa del genere, cioè una sorta di patto col Diavolo per salvarsi.
Keir Dullea ha parlato dei collegamenti fra Valley of the Gods e il cinema di Stanley Kubrick, che l’ha diretto in 2001: Odissea nello spazio:
Io ho lavorato con tanti registi nella mia carriera, ma credo che Lech sia quello più vicino a Stanley Kubrick, perché lui ha una particolare attenzione al dettaglio. È stata una vera avventura, e la mia parte è stata una battaglia. Io avevo visto un film di Lech, che si chiama I colori della passione, e appena terminato ho pensato subito di voler lavorare con lui. Ha catturato la mia attenzione in maniera molto rara.
Lech Majewski ha parlato delle sue ispirazioni per Valley of the Gods:
Mi piace molto il cinema italiano, soprattutto le opere di Federico Fellini, Ermanno Olmi e Michelangelo Antonioni. Sono un figlio del cinema italiano, perché quando ero piccolo lo vedevo, anche se non capivo nulla. Quei film però sono rimasti con me, sono stati i miei maestri. La Valley of the Gods parla di mitologia antica, che io volevo scontrare con altro, come l’occhio di 2001: Odissea nello spazio che coglie tutto o il castello di Batman. Ci sono richiami anche a Bill Gates ed Elon Musk, dei miti di ricchezza di oggi. Dino Buzzati è il mio scrittore preferito, mentre De Chirico è il mio pittore preferito, nonché mia grande fonte di ispirazione.
Keir Dullea ha parlato della sua esperienza col cinema italiano:
Ho fatto due film Le ore nude e Il diavolo nel cervello. Ricordo che non c’era una divisione fra grandi stelle e persone meno importanti. Amavo il fatto che l’Italia lavorava solo con persone fantastiche, senza distinzione di importanza. Era diverso rispetto a Hollywood, dove c’è una sorta di gerarchia.
Lech Majewski ha concluso parlando di come ha diretto John Malkovich in Valley of the Gods:
Le persone che avevano lavorato in precedenza con lui mi avevano detto che poteva essere difficile convincerlo a fare alcune cose, per via del suo carattere molto forte. Io non ho mai avuto nemmeno un momento di difficoltà. Lui recepiva le mie indicazioni ed eseguiva. È stato incredibile. Tutti gli attori sono stati straordinari.
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Piero Pelù. Rumore dentro: la nostra intervista al regista Francesco Fei

Presentato fuori concorso all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Piero Pelù. Rumore Dentro è il ritratto intimo che il regista Francesco Fei dedica a un momento cruciale nella vita dell’icona del rock italiano.
Il documentario arriverà nelle sale italiane il 10, 11 e 12 novembre, offrendo al pubblico la possibilità di accompagnare Pelù in un nuovo viaggio artistico e umano. Tutto ha origine nell’ottobre del 2022, quando durante una sessione di registrazione un improvviso shock acustico — dovuto a un errore tecnico nel cambio di cuffie — fa svenire l’artista, causando un danno permanente al nervo acustico. da quel momento inizia per Pelù una difficile battaglia interiore, che lo costringe a cancellare un tour già programmato e a fare i conti con la possibilità di dover interrompere la sua attività live. Quel rumore dentro si trasforma però in un’occasione di riflessione e rinascita. L’artista intraprende un percorso di rigenerazione che lo porta a scrivere un nuovo album, esplorando in profondità il proprio mondo interiore: la famiglia, la libertà, gli amici — tra cui i Litfiba —, il viaggio e, naturalmente, la musica.
Il film è arricchito da una straordinaria selezione di materiali provenienti dall’immenso archivio personale di Pelù, tra pellicole e video che ripercorrono la sua storia musicale fin dagli esordi.
scandito dal pellegrinaggio dei gitani a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, in onore di Santa Sarah la Nera, Piero Pelù. Rumore Dentro si trasforma in un vero e proprio road movie dell’anima: una riflessione su oltre quarant’anni vissuti off road, nel segno della libertà e del coraggio che hanno sempre contraddistinto l’artista.
Ne abbiamo parlato con il regista Francesco Fei, che ci conduce dietro le quinte del film e ci racconta come sia riuscito a trasformare una ferita personale in un potente racconto di rinascita artistica e umana.
Francesco Fei ci parla di Piero Pelù. Rumore dentro
Piero Pelù. Rumore Dentro sarà nelle sale italiane dal 10 al 12 novembre, distribuito da Nexo Studios.
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Holland: il nostro incontro con Nicole Kidman, Gael García Bernal e Mimi Cave

In occasione dell’uscita del film Holland (questa la nostra recensione), disponibile dal 27 marzo su Prime Video, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare la regista Mimi Cave e i protagonisti Nicole Kidman e Gael García Bernal. I tre ci hanno parlato di questo thriller ambiguo e sfuggente, ambientato nella pittoresca cittadina di Holland, in Michigan. Qui la vita della casalinga Nancy Vandergroot si sgretola in un vortice di segreti e sospetti, facendole capire che la realtà è ben diversa dalla cornice che la donna si è costruita.
Nicole, abbiamo questa vita idilliaca tra i tulipani e i mulini a vento di Holland, Michigan. Ma sotto la superficie, il tuo personaggio, Nancy Vandergroot, è convinta che ci siano dei segreti e si mette a indagare. Raccontaci un po’ di lei.
Nicole Kidman: «È una donna che ha un’idea ben precisa di cosa significhi vivere una vita idilliaca, tipo “casa con la staccionata bianca”. Ma sotto sotto è inquieta, ha un desiderio latente. E penso che sia lì che la troviamo all’inizio. Voglio sottolineare che quando si pensa a mulini a vento e tulipani, non si pensa subito a Holland, Michigan. [ride] Ed è proprio questo uno degli aspetti affascinanti dell’ambientazione, come ti spiegherà Mimi. È un luogo che ha qualcosa di fiabesco, di idilliaco, ma anche di un po’ surreale. Ed è un ottimo punto di partenza per un thriller, no?»
Mimi Cave: «Ero proprio a Holland, Michigan ieri sera per una proiezione, e abbiamo parlato molto di questo: perché Holland, Michigan? Credo che somigli molto a tante altre periferie americane, ma ha anche qualcosa di speciale. Hanno preservato tradizioni molto ricche: la parata del Tulip Time, il mulino… È come uno spaccato del passato, mantenuto vivo. È un’ambientazione davvero cinematografica, che aiuta molto a raccontare visivamente la storia».
Gael, il tuo personaggio, Dave, si ritrova coinvolto in quest’avventura con Nancy. Cosa vede in lei che lo spinge a seguirla?
Gael García Bernal: «C’è qualcosa di misterioso e magnetico in lei, ma allo stesso tempo una fiducia immediata e una semplicità. Dave, all’inizio, è un po’ solo, nel senso peggiore del termine: non riesce a connettersi con nessuno. E Nancy è l’unica che lo guarda, davvero lo guarda dentro. C’è una connessione immediata. E poi una cosa tira l’altra… [ride]»
Mimi, questo film è difficile da incasellare in un solo genere. Come lo descriveresti?
Mimi Cave: «Hai ragione, è difficile oggi. Ma tante storie ormai vengono raccontate in modi diversi, che sia in TV, al cinema o in streaming. La cosa bella è proprio poter mescolare i generi e toccare tanti punti emotivi diversi. Holland è un’esperienza movimentata: si spera che si rida, ci si spaventi, si resti col fiato sospeso… È un viaggio emozionante, da vivere fino in fondo».

Nicole, Nancy indossa costumi molto particolari. Quanto ha influito il guardaroba nel definire il personaggio?
Nicole Kidman: «Tantissimo. Avevamo una costumista fantastica, Susan Lyall. E trovare il personaggio, anche attraverso questo, è stato fondamentale. Mimi aveva un’idea molto forte dei colori e del modo in cui i costumi dovevano essere… restrittivi. Hanno un leggero senso di costrizione a volte, e poi c’è una sorta di liberazione. C’è anche un aspetto divertente, perché per quanto il film abbia questi colpi di scena e l’aspetto thriller, si deve anche ridere e divertirsi. E questo succede più o meno a metà del film. Cominci davvero a vedere l’aspetto del giallo, del divertimento, dell’investigazione. Poi piano piano tutto comincia a sfilacciarsi, e adoro quando ti ritrovi a dire: “Aspetta un attimo, tutto quello che pensavi di sapere non è affatto come sembra”. Quindi devi iniziare a guardare il film fin dall’inizio cercando gli indizi».
Gael, quali temi tratta Holland che ritieni particolarmente attuali?
Gael García Bernal: «Il tema dell’identità collettiva, di come viene costruita e di come si confronta con il mondo e con il passaggio delle persone. È tutto molto interessante e complesso. Ci sono molte cose che risuonano con l’attualità, l’identità messa in discussione, i cambiamenti».
Nicole, hai un approccio diverso come attrice quando sei anche produttrice?
Nicole Kidman: «Una volta che passo la palla, cerco di delegare alle persone intorno a me, così da essere totalmente un’attrice, in questa situazione. Perché è importante che la regista sia leader. Io sono lì come sua attrice, e lei mi sta plasmando e formando in quel senso. Abbiamo avuto delle situazioni in cui ci sono state delle crisi, come succede in ogni produzione. In quel caso allora devi mobilitare le tue risorse e anche intervenire, ma principalmente, gran parte del mio ruolo è riuscire a far partire il progetto, riuscire a sostenerlo. Oggi è molto difficile fare film, quindi poter dire a Mimi: “Possiamo finanziare e far partire il tuo film” è davvero un grande supporto, ed è questo che amo poter offrire. Poi mi calo nel ruolo di attrice e dico: “Ok, plasmatemi, guidatemi, datemi idee. Andiamo. Giochiamo.”. Perché alla fine stiamo giocando e dovrebbe essere divertente. Ci dev’essere un elemento di divertimento».

Com’è stato lavorare con questo cast incredibile?
Mimi Cave: «È stato emozionante. Conosciamo tutti i loro volti, il loro lavoro, ma non li avevamo mai visti insieme. Anche loro si ammiravano a vicenda. Io mi sono sentita come se stessi guidando una nave piena di maestri, ma allo stesso tempo ho imparato da talenti straordinari. È stato meraviglioso vederli connettersi e crescere insieme sul set».
Gael García Bernal: «Per me è stato un onore lavorare con Nicole e Matthew. Era come far parte di un gioco con persone che portano sempre tutto il loro percorso artistico nei personaggi. E questo è raro oggi. Ammiro molto la carriera di Nicole, è stato davvero bello. Era tutto in fermento, in continuo movimento. Ogni istante lo vivevo con gratitudine».
Nicole Kidman: «È stato davvero divertente. Quando Gael ha detto sì al ruolo, ho tirato un sospiro di sollievo, perché ero davvero entusiasta di andare a fare questa storia d’amore così insolita, che si svela e si dispiega man mano che va avanti. Lui riesce a farmi ridere, ma è anche incredibilmente aperto come attore, molto disponibile. E ovviamente, così talentuoso,
e con una ricchezza emotiva e una comprensione intellettuale delle cose davvero, davvero profonda. Ha davvero aiutato a plasmare tutto il progetto. Anche Matthew, che avevo visto in Succession, ha portato con sé un grande bagaglio di competenze. È un inglese che interpreta un americano, ma ha questo tempismo comico e questo senso oscuro di malizia nella sua performance, davvero fantastico. Io adoro la complicità, e qui c’era una grandissima complicità,
che si rifletteva anche fuori dal set».
Cosa sperate che il pubblico porti con sé dal film?
Nicole Kidman: «Spero che sia un viaggio inaspettato. Che la gente si sieda sul divano, prema play e venga trasportata in qualcosa che non si aspettava. E si diverta. Ne abbiamo bisogno».
Mimi Cave: «Concordo. Penso che sia un grande viaggio inaspettato, volevo che avesse un senso di nostalgia, quasi da film del passato. Spero che lo si senta».
Gael, quale aspetto di Holland ti ha catturato di più al punto da accettare di recitarvi? È stata la natura contorta della storia, oppure ha influito il tono indie del progetto?
Gael García Bernal: «Penso sia stato, prima di tutto, l’invito, sai, l’intero spettro di quello che questo film sarebbe stato, insieme al fatto che ci fosse Nicole. Poi però ho anche parlato con Mimi, perché alla fine sono i registi a guidare davvero tutto. E lì è dove in un certo senso succede che ti innamori. Non c’è una risposta diretta sul perché questo mi ha attratto. È un insieme di molte, molte cose che iniziano a dispiegarsi. E più vai avanti, più inizi a innamorarti sempre di più. Poi diventa questo meraviglioso atto di fede. Quindi non l’ho visto attraverso connotazioni industriali, tipo indipendente o no. L’ho visto più come un gruppo di persone che erano entusiaste di raccontare questa storia e mi hanno invitato a farne parte. Quindi è stato questo ad attrarmi».

Nicole, le sequenze oniriche nel film sono viscerali e inquietanti. Questi momenti nello script ti hanno fornito indizi specifici su come interpretare Nancy?
Nicole Kidman: «Beh, quella è stata proprio Mimi. È stata lei a inventarsi quelle cose. Per me rappresentano il lato disturbato di lei, e io amo sempre poter entrare nello spazio onirico di un personaggio».
Mimi Cave: «Sì, quelle sono state aggiunte alla sceneggiatura da me. Penso fosse importante esplorare quella dimensione, per portarci in un certo stato mentale così da poter stare davvero con Nancy durante il resto del film».
Gael, sei uno dei messicani che stanno trionfando a Hollywood. Com’è stato far parte di questo ultimo progetto?
Gael García Bernal: «Sono davvero felice di far parte di questo film. Sono entusiasta e contentissimo che stia per uscire. Non vedo l’ora di parlarne e ricevere reazioni, soprattutto dalla mia famiglia! Ma anche dalle persone per strada, sono curioso di sentire cosa diranno. Sono grato di essere parte di tutto questo».

Nicole, hai sempre abbracciato il rischio come attrice. La decisione di unirti a Holland nasce dallo stesso desiderio di metterti alla prova?
Nicole Kidman: «Assolutamente sì. Mi definisco un’attrice di carattere. Non mi considero una protagonista “da film di Hollywood”, ma piuttosto una che ama creare personaggi. E questo è quello di cui ho parlato con Mimi: come costruire Nancy come personaggio. Anche l’accento era una parte importante. E poi c’era un’innocenza in lei, una meraviglia che mi attirava molto. Non avevo mai avuto occasione di esplorare quegli aspetti. Siamo molto fortunati se abbiamo l’opportunità di provare, e io sono in una posizione in cui posso provare. Perché è un dono magnifico, un viaggio bellissimo che stiamo facendo. E non dimentico mai quanto sia straordinario. Ci sono così tante persone che non possono fare questo nella loro vita. Noi sì, e non lo do mai per scontato».
Mimi Cave: «Aggiungo anche io una cosa. Nicole ovviamente l’ho vista in tutti i suoi ruoli, e credo anch’io che faccia scelte coraggiose. Vederla nelle scene, vederla diventare Nancy, è stato davvero magnifico, ispirante. Perché se sei qualcuno come Nicole Kidman o Gael García Bernal, con una carriera enorme, e ancora prendi dei rischi… Significa che ami davvero quello che fai. Penso che quell’impegno sia tutto radicato nell’amore, ed è davvero bello starci attorno. Vedere questo in azione con tutti questi attori è stato indimenticabile».
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Broken Rage: il nostro incontro con Takeshi Kitano

Con Broken Rage, Takeshi Kitano torna dietro la macchina da presa con un’opera audace che sfida le convenzioni del cinema tradizionale. Presentato fuori concorso all’81° Festival del Cinema di Venezia (questa la nostra recensione), il film segna una nuova fase nella carriera del regista giapponese. Tra violenza e comicità, Broken Rage si configura come una riflessione sul futuro del cinema e sulle possibilità offerte dalle piattaforme digitali. Durante la recente conferenza stampa, Kitano e il cast hanno svelato i retroscena della produzione, raccontando le sfide e le scelte artistiche che hanno dato vita a questa pellicola innovativa.
Il regista giapponese, affiancato dagli attori Tadanobu Asano, Nao Omori, Hakuryu e Shoken Kunimoto, ha raccontato la genesi di un’opera che si distingue per la sua natura sperimentale e per la capacità di fondere violenza e comicità in un modo del tutto inedito.

Kitano ha spiegato come Broken Rage sia nato dall’opportunità offerta da Amazon di esplorare nuove forme espressive, senza i vincoli imposti dalla distribuzione tradizionale. “Quando mi è stato chiesto di realizzare questo film, ho pensato a che tipo di esperienza potesse essere per chi lo guarderà nel proprio salotto,” ha dichiarato il regista. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’impronta autoriale di Kitano, si distacca dalle convenzioni del cinema in sala per abbracciare le peculiarità della fruizione domestica.
L’attore Tadanobu Asano, che interpreta il detective Inoue, ha descritto l’entusiasmo e la sfida di lavorare ancora una volta con Kitano e con i colleghi Nao Omori e Hakuryu. “Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono reso conto che andava oltre ogni mia aspettativa. La combinazione tra dramma e comicità era qualcosa di completamente nuovo” ha affermato Asano, sottolineando quanto il set fosse un luogo di costante sperimentazione.
L’accoglienza a Venezia
Uno dei momenti centrali della conferenza è stato il racconto dell’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Venezia, dove Broken Rage è stato presentato fuori concorso. Kitano ha rivelato un episodio surreale legato alla sua partecipazione all’evento: “Ho battuto la testa mentre salivo su una barca diretta al festival e, onestamente, non ho molti ricordi della serata. Mi è stato detto che il film ha avuto un’ottima accoglienza, ma io non ne ho memoria!“.
Gli attori presenti hanno confermato l’entusiasmo del pubblico, evidenziando come la percezione del film sia cambiata nel corso della proiezione. “Nella prima parte, il pubblico sembrava aspettarsi un classico film di Kitano, con il suo stile inconfondibile. Ma quando è iniziata la sezione comica, l’atmosfera nella sala è cambiata radicalmente, trasformandosi in un’esperienza collettiva di divertimento e sorpresa” ha raccontato Asano.

Cinema e streaming
Una delle questioni più profonde affrontate nella conferenza è stata la differenza tra cinema e streaming. Kitano ha ammesso che il montaggio del film è stato influenzato dal nuovo formato: “Guardandolo su uno schermo televisivo, ho istintivamente accorciato molte scene, rendendo il film più compatto di quanto inizialmente previsto. Se fosse stato destinato al cinema, probabilmente avrei lasciato più respiro alle sequenze“.
Alla domanda su come il cinema possa evolvere in questo contesto, Kitano ha offerto una visione affascinante: “Se la pittura ha avuto movimenti come il cubismo e l’impressionismo, il cinema non ha ancora sviluppato del tutto il proprio linguaggio sperimentale. Credo che in futuro potremo vedere film che sfruttano tecniche innovative, come la frammentazione delle scene in stili completamente nuovi“.

Un omaggio a Outrage
Il titolo Broken Rage richiama volutamente Outrage, una delle opere più celebri di Kitano. “Si tratta di una sorta di parodia del mio stesso lavoro. È un modo per spezzare il mio percorso artistico e ricostruirlo in una nuova direzione“, ha spiegato il regista. Questa dichiarazione evidenzia l’intento di Kitano di non fermarsi mai sulle proprie certezze, ma di mettersi costantemente alla prova.
Il futuro del cinema secondo Kitano
Verso la conclusione della conferenza, Kitano ha condiviso la sua visione sul futuro del cinema nell’era dello streaming. “La storia del cinema è sempre stata legata all’evoluzione tecnologica, dal passaggio dal muto al sonoro fino ai nuovi effetti digitali. Ora ci troviamo in una fase di trasformazione: il pubblico si sta spostando verso nuove modalità di fruizione e noi registi dobbiamo adattarci e trovare nuove soluzioni creative“.
Broken Rage è attualmente disponibile su Prime Video.












