Triassic Attack - Il ritorno dei dinosauri Triassic Attack - Il ritorno dei dinosauri

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Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri: recensione del film

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Sì, è proprio lei, ma devo subito deludere chi è arrivato su questa pagina cercando “Emilia Clarke nuda”, perché in Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri non si vedono le nudità della khaleesi di Game of Thrones, che prima di diventare la celeberrima madre dei draghi si è cimentata nella caccia ai dinosauri in questo Z-movie, prodotto direttamente per il mercato televisivo dal canale americano SyFy, sempre generoso nel fornirci materiale per le nostre visioni autopunitive.

A dispetto di quello che si è portati a pensare, Triassic Attack non è un misero clone della serie di Jurassic Park, è molto peggio: i dinosauri qui vengono riportati in vita per sbaglio da un rito indiano del curatore nativo americano di un museo di fossili. Senza tante spiegazioni, ci ritroviamo così davanti a degli scheletri di dinosauri viventi, che, nonostante siano composti solo di ossa, vanno comunque a caccia di carne fresca da mangiare e presumo anche da digerire, visto che per tutto il film i corpi delle persone divorate spariscono nel nulla, come se l’animale fosse dotato di organi interni.

Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri: fra mostri e ormoni

Triassic Attack - Il ritorno dei dinosauri

Le vicende dei dinosauri si intrecciano con dei patetici siparietti familiari, che vedono protagonisti i genitori separati di Savannah (Emilia Clarke), che non riescono più a contenere la sua esuberanza e la sua voglia di socialità: la madre archeologa Emma (Kirsty Mitchell) e il padre Jake (Steven Brand), separati per circostanze non meglio chiarite. Altro personaggio fondamentale è il nativo americano Dakota (Raoul Trujillo), zio di Jake e autore del rito che ha riportato in vita i temibili animali preistorici. L’uomo è inoltre in piena polemica col governo, colpevole di aver sottratto della terra la sua gente per espandere l’università. A completare il quadro c’è poi il suo amico Wyatt (Gabriel Womack), personaggio non meglio identificato che però ha la trovata più geniale del film, ovvero rotolarsi nello sterco di mucca per puzzare e tenere così lontani da lui i dinosauri più snob.

La parte centrale del film non è altro che una lunga e tediosa fuga dai mostri da parte di Jake ed Emma, con quest’ultima che si fa notare per la sua totale insensibilità di fronte alla carneficina compiuta dai dinosauri ai danni dei suoi studenti di archeologia e soprattutto per la ritrovata attrazione verso l’ex marito, che fa passare in secondo piano anche la preoccupazione per la ricerca della figlia Savannah, scomparsa in mezzo ai boschi insieme al suo ragazzo e a sua volta troppo in preda agli ormoni per accorgersi dell’arrivo del pericolo.

Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri: la khaleesi contro i dinosauri

Triassic Attack - Il ritorno dei dinosauri

Dopo una serie di incursioni da parte dei mostri preistorici, per altro realizzati in maniera tutto sommato accettabile, si arriva al finale, in cui i componenti del nucleo familiare si ricongiungono e, dopo aver constatato che dei semplici colpi di pistola non riescono ad uccidere delle creature composte solo da ossa, decidono di attirare i dinosauri presso la centrale elettrica per poi friggerli con la corrente ad alta tensione. Per portare gli animali in trappola serve però un nuovo rito indiano, che Dakota non può eseguire in quanto ferito gravemente.

A salvare la situazione è così Savannah che, sulla base del nulla, dopo aver passato la parte precedente del film occupandosi di petting spinto e sentenziando frasi senza senso, in pochi minuti si scopre sciamana navigata e attira sul posto i dinosauri, che possono in questo modo essere abbattuti. Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri giunge così al più classico e scontato degli happy ending, che vede i genitori della ragazza rimettersi insieme e lei libera di consumare finalmente l’amore con il suo inutile fidanzato.

La confusione nelle ere geologiche

Triassic Attack - Il ritorno dei dinosauri

Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri è un film banale e privo di scene madri, ma non estremamente autopunitivo; è perciò consigliabile sia ai cultori del trash sia ai neofiti, che, come il sottoscritto, rifletteranno per tutta la durata del lungometraggio sulla caparbietà di Emilia Clarke, capace di rilanciare la sua carriera dopo tale scempio, e soprattutto sul perché si sia scelto di chiamare un film Triassic Attack nonostante le creature al suo interno provengano dal periodo Cretacico, di decine di milioni di anni successivo al Triassico.

Overall
3/10

Sommario

Triassic Attack – Il ritorno dei dinosauri non deluderà gli amanti del trash, che non potranno che apprezzare la totale approssimazione degli effetti speciali e dei principali snodi narrativi.

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Netflix

Too Hot to Handle: recensione del reality show Netflix

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Too Hot to Handle

In questi giorni di reclusione, ci sono un’infinità di visioni perfette per passare il tempo. Potete recuperare le migliori uscite della stagione passata, buttarvi su una delle svariate serie televisive delle principali piattaforme di streaming o recuperare grande classici del passato. Scorrendo il catalogo Netflix, può inoltre capitarvi di vedere il titolo che nel momento in cui scriviamo è al primo posto nella classifica dei più visti: Too Hot to Handle. Con una rapida occhiata, potreste bollare questo reality come l’apoteosi del trash e dirigervi su altri lidi. Non fatelo: Too Hot to Handle è molto peggio di quello che potreste immaginarvi, e proprio per questo non dovete perdervelo.

Lo scenario di questo reality non è diverso da tanti altri: 10 bellissimi e bellissime costretti a una convivenza forzata in una location esotica per un periodo più o meno lungo, al termine del quale il vincitore metterà le mani su un sostanzioso premio in denaro. A fare la differenza sono due dettagli: la scelta dei concorrenti e ciò che dovranno fare (o meglio, non fare) durante il loro soggiorno.

Ci troviamo davanti a 10 aitanti e illetterati ragazzi, che hanno un unico scopo nella vita, cioè fare sesso più volte possibile e con la maggiore varietà concepibile di partner. Dopo le presentazioni, seguite nel giro di poche ore da un bacio e da un accoppiamento evitato per un pelo, ai partecipanti viene comunicato il regolamento di Too Hot to Handle. A questi depravati erotomani, inseriti nel loro habitat ideale, sono proibiti i baci e qualsiasi tipo di contatto sessuale, compreso l’autoerotismo, pena l’abbassamento del montepremi di 100.000 dollari, in proporzione alla tentazione a cui si cede. Per un semplice bacio saranno scalati dal totale 3.000 dollari, mentre per un rapporto sessuale completo si può arrivare fino a 20.000.

Too Hot to Handle: l’apoteosi del trash

Too Hot to Handle

A dirigere le operazioni ci sono l’intelligenza artificiale sotto forma di cono Lana, che comunica ai concorrenti le violazioni al regolamento come una sorta di Alexa moralizzatrice, e la voce narrante di Desiree Burch, che non mancherà di fare ripetuti spoiler nei momenti chiave delle puntate, togliendovi così qualsiasi possibilità di sorpresa. Non mancano inoltre alcuni workshop, disseminati in maniera uniforme nel corso degli 8 episodi che compongono la prima stagione di Too Hot to Handle. Si passa con invidiabile disinvoltura dall’utilizzo di corde per legare il partner, alla scrittura sul corpo di un altro concorrente dei peggiori insulti che gli sono stati rivolti, in modo da restituire l’idea della nuova persona che uscirà dallo show, passando per il migliore di tutti, cioè il seminario attraverso il quale le ragazze si riconnettono con la loro yoni, ovvero la loro vagina, osservandola attentamente con lo specchio e disegnandola.

Il risultato, come avrete capito, è eccezionale. Non tanto per la dinamica di gioco, che dovrebbe portare o alla totale astensione sessuale o al suo esatto contrario, cioè una libertà sessuale pressoché totale scaturita da un montepremi tutto sommato modesto (la sensazione è che alcuni dei partecipanti siano in grado di guadagnare cifre paragonabili solo con qualche post su Instagram), quanto piuttosto per i personaggi in campo e per come essi interagiscono fra di loro e con le paternali di Lana. Tanto per cominciare, i protagonisti, che provengono da diverse nazioni a lingua inglese, sono tutti in corsa per il titolo mondiale dell’ignoranza. In confronto a molti di loro, anche il vostro collega che “Te lo dico io, il Coronavirus è un complotto per impoverirci dei poteri forti, della Cina e della Spectre” vi sembrerà un redivivo Stephen Hawking, in grado di migliorare con poche rivelazioni la vostra esistenza.

Gli esilaranti dialoghi

Too Hot to Handle

«Ciao.»
«Ciao.»
«Vorrei chiamarti Bambi.»
«Bambi muore?»
«Credo muoia sua madre.»
«Già.»

Questo dialogo fra due dei partecipanti è solo uno dei tanti momenti surreali a cui assisterete durante Too Hot to Handle. Momenti che potrebbero certamente essere stati costruiti a tavolino, ma che in assenza di una solida base di cafonaggine metterebbe i protagonisti dello show allo stesso livello di Meryl Streep e Laurence Olivier per qualità recitative. Dove invece la produzione si fa più invadente, e involontariamente esilarante, è nei continui richiami moralizzatori ai partecipanti. C’è del sadismo nel liberare dei giovani atletici in pieno esubero ormonale costringendoli a scendere a patti con la loro sessualità, ma è ancora più perverso assistere a spassose prediche che invitano i protagonisti a prendere il gioco come una ricerca dei sentimenti veri e della connessione mentale con un’altra persona, colpevolizzando i non pochi partecipanti che cedono comprensibilmente alla libido.

Fra gli stessi personaggi di Too Hot to Handle si creano diverse fazioni. C’è quella dei parsimoniosi, capitana da Kelechi “Kelz” Dyke, che riesce anche a resistere alle esplicite avance sessuali della più provocante ragazza del gruppo, ricordando pragmaticamente che “secondo un amico” ad Amsterdam per 3000 dollari si può fare molto di meglio. Fra questi c’è anche uno dei più bizzarri personaggi del gruppo, Matthew Smith, soprannominato simpaticamente Gesù per i suoi lunghi capelli e il suo aspetto saggio. Per tutta la durata della sua partecipazione allo show, lo vediamo invitare i suoi compagni all’astensione sessuale, per poi sorprenderlo ad approcciare le concorrenti con battute raggelanti, che finiscono per mettere in fuga da lui tutta la popolazione di sesso femminile presente nel resort.

Too Hot to Handle: fra erotomani e British gentlemen

A regalare i momenti migliori è invece il gruppo dei peccatori, rappresentato soprattutto dall’australiano Harry Jowsey e dalla canadese (con origini italiane) Francesca Farago. Riusciamo quasi a percepire la loro fatica nel tenersi addosso le mutande e la loro insofferenza alla salvaguardia del montepremi, che fosse per loro andrebbe in negativo dopo pochi giorni. Ma ancora più buffe sono le loro patetiche confessioni alla telecamera, con la quale simulano la nascita di un sentimento e un cambiamento interiore, nella speranza di conquistare un ingresso nella suite privata o uno stop temporaneo alle regole, due delle ricompense offerte dall’onnipresente Lana. Dall’altro lato della barricata troviamo i due afroamericani Rhonda Paul e Sharron Townsend, trasformatisi nel giro di pochi giorni da libidinosi satiri a profeti dell’illibatezza, perdendo di conseguenza in naturalezza.

Ai margini di un gruppo sorprendentemente ben assortito si muovono anche figure paradossali come i due britannici Chloe Veitch, che manifesta continuamente la sua volontà di accoppiarsi con qualsiasi esponente di sesso maschile, salvo poi ritrarsi ogni volta per motivazioni non particolarmente convincenti, e David Birtwistle, auto-dichiaratosi British gentleman. In un gruppo di persone prive di ritegno e di qualsiasi tipo di freno inibitorio, lo vediamo addirittura farsi da parte per amicizia da un triangolo amoroso e mostrare i pochi segnali di umanità nello show, stando di volta in volta vicino ai suoi compagni in difficoltà e bisognosi di un supporto psicologico.

Fra gli ingressi in corso d’opera, ci piace ricordare quello del californiano Bryce Hirschberg. Capitano di una barca su cui vive a Marina del Rey, pessimo pianista e sedicente formidabile amatore, capace di fare sesso con una donna diversa ogni giorno. Finirà per andare clamorosamente in bianco, come un qualsiasi sedicenne brufoloso.

Too Hot to Handle sposta più in alto l’asticella del cattivo gusto

Too Hot to Handle

Il proverbiale puritanesimo americano si riflette prevedibilmente nelle scelte di regia. Nonostante il materiale a disposizione, non vedrete né scene di sesso esplicito, né nudità più vistose di quelle concesse da reggiseni e slip di due taglie inferiori a quanto necessario. Essendo però Too Hot to Handle un reality che, a differenza di molti altri, ha nel sesso non il proprio fine, ma un vero e proprio motore della narrazione, non mancano i racconti su quanto avvenuto sotto le coperte. Fra fellatio notturne estemporanee e desideri da realizzare (“Quanto costa il sesso anale?“, si chiede candidamente Francesca in un momento chiave del gioco), nulla o quasi viene lasciato all’immaginazione.

Fra dialoghi senza senso, repentini cambi di idea, discorsi motivazionali durante i mini seminari new age e dichiarazioni di maturazione interiore seguite da richieste di footjob, arriviamo alla ciliegina sulla torta, cioè il finale, con l’agognata assegnazione del residuo del montepremi. Un finale a metà fra la mancanza di materiale umano da premiare e un attacco di follia da parte della produzione, che non vi anticipiamo per non togliervi il gusto della sorpresa e per farvi assaporare meglio la malcelata collera delle persone coinvolte.

Cala così il sipario su una pietra miliare del trash televisivo, che pur spostando più in alto l’asticella del cattivo gusto rimane sorprendentemente coerente con se stesso, rivelandosi una visione ottimale per chi non ha solo bisogno di staccare col cervello, ma desidera riporlo nello sgabuzzino per 8 agghiaccianti episodi e lasciarsi colpire, senza la minima difesa, da un puro e consapevole attacco ai propri neuroni.

Overall
2/10

Verdetto

Anche se abbiamo l’abitudine di dare i voti a ciò che vediamo, siamo consapevoli che non si può dare un voto all’amore, in questo caso all’amore per il trash assoluto. Assegniamo quindi a Too Hot to Handle un voto puramente simbolico, cioè il 2, nella speranza di vedere al più presto una stagione numero 2 di questo memorabile show.

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Saving Christmas: recensione del film con Kirk Cameron

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Saving Christmas

Prima di parlare di Saving Christmas è necessario fare due lunghe ma doverose premesse. Spesso durante le festività natalizie, fra un cotechino e una fetta di pandoro, fra un “I giovani di oggi hanno perso i valori” e un “Signora mia, qua una volta era tutta campagna”, capita di finire in un discorso più o meno serio sullo spirito del Natale, e di come esso si stia progressivamente affievolendo nel corso degli anni. Si confrontano così posizioni diametralmente opposte, come quella di chi crede che si dovrebbe fare qualcosa per mantenere vive le tradizioni, quella di chi invece ritiene che questo sia un mutamento inevitabile o quella di chi semplicemente lo smentisce, tirando in ballo il cambiamento di età, e quindi di prospettiva, nei confronti del Natale. Generalmente poco dopo la polemica natalizia si sgonfia, le divergenze si appianano e si torna a gozzovigliare come se nulla fosse accaduto.

Ora però facciamo un salto indietro nel tempo di circa 30 anni, in quegli indimenticabili anni ’80 che hanno influenzato tutti noi. Una delle serie in cui chiunque si è imbattuto per almeno una volta in quel periodo è Genitori in blue jeans, sitcom familiare particolarmente divertente. Uno dei personaggi più apprezzati della serie era Mike, ragazzo che con la sua aria scanzonata e cazzeggiatrice dava brio e comicità alla serie. Mike era interpretato da Kirk Cameron, giovane attore che sembrava avviato verso una carriera spumeggiante, ma che finì invece per perdersi fra squallidi film per la tv e serie televisive di quart’ordine.

In questi anni difficili, Kirk ha trovato conforto nella fede, diventando un fervente battista e macchiandosi di colpe più o meno gravi come sostenere il partito repubblicano, combattere l’ateismo e diffondere nelle scuole delle copie da lui modificate in chiave creazionista de L’origine della specie di Charles Darwin.

Detto questo, su le casse e partiamo con la colonna sonora della recensione di Saving Christmas

Kirk Cameron non si è fermato alla discussione coi parenti sul Natale di cui parlavamo prima, ma nel 2014 ha deciso di costruirci sopra un intero film (che nonostante sia scritto e diretto da Darren Doane è noto anche come Kirk Cameron’s Saving Christmas), con lo scopo di rivendicare la correlazione fra questa festa e la nascita di Gesù e con il risultato finale di distruggere definitivamente i bei ricordi che avevamo di lui. Per fare ciò, il buon Kirk ha piegato al suo volere la storia, la scienza, la logica di base e soprattutto ha creato 79 minuti di assoluto tedio, capaci di sfibrare anche la volontà dei cardinali riuniti in conclave. Più volte, durante la visione del film, vi chiederete se tutto stia veramente accadendo o se sia solo una proiezione della vostra mente. Purtroppo è tutto vero.

Saving Christmas parte subito fortissimo con Kirk Cameron che rompe la quarta parete con un patetico monologo di 4 minuti in cui, seduto davanti all’albero e al caminetto acceso, ci sputa addosso tutto il suo amore per il Natale, per i regali, per la cioccolata calda (!) e la sua sincera preoccupazione per la negatività di alcune persone verso questa tradizionale festa. Dopo questa delirante introduzione, il film comincia, e sono subito dolori, perché è immediatamente chiaro a chiunque che la trama è solo un mero pretesto per portare acqua al mulino di Kirk Cameron e per cercare di dare a una credibilità storica al Natale. Questo però avviene con discorsi e argomentazioni talmente puerili e campate in aria che non è uno scandalo dire che Saving Christmas possa creare più danni al cristianesimo di quanto siano in grado di fare pellicole come Il caso Spotlight, Philomena o Jesus Camp.

Saving Christmas: Kirk Cameron ci spiega lo spirito del Natale

Saving Christmas

Dopo degli inguardabili titoli di testa a tema natività, assistiamo alla ricostruzione dei festeggiamenti di Natale in casa Cameron, fra pacchi, luci, vestiti rossi e uno spropositato numero di invitati (sono almeno 50), di tutte le etnie e le età. Qui avviene però il fattaccio: Kirk apprende dalla sorella, la reale sorella Bridgette Cameron, che suo cognato Christian White (da notare la scelta del nome) quest’anno non vuole partecipare ai festeggiamenti perchè “non sente lo spirito del Natale”. Il cognato (interpretato dal regista e sceneggiatore Darren Doane) viene inoltre pateticamente dipinto come un misto fra una persona depressa e un serial killer, mentre la voce dello stesso Kirk Cameron sproloquia sulla pericolosità di questo atteggiamento. A questo punto Kirk raggiunge Christian a bordo della sua auto parcheggiata davanti a casa, e comincia con lui un interminabile dialogo sul senso del Natale, della religione e dell’esistenza.

Non vogliamo anticiparvi troppo sul contenuto di questo sfibrante discorso, ma sappiate che a due dei legittimi dubbi del cognato, cioè l’assenza dell’albero di Natale nella Bibbia e la nascita di Gesù avvenuta in un mese diverso da dicembre, Kirk risponde rispettivamente che l’albero di Natale è una scelta corretta, in quanto la Bibbia è piena di alberi creati da Dio fin dalla Genesi (l’albero della conoscenza del Bene e del Male) e che è giusto festeggiare il Natale a dicembre, perché in quel momento il mondo sembra addormentato e sul punto di morire, e questa festività arriva a risvegliarlo.

Saving Christmas: un film inqualificabile

Saving Christmas

Dopo rievocazioni religiose, spiegazioni raffazzonate e frasi aberranti di Kirk Cameron, il cognato Christian ritrova lo spirito del Natale, e rientra in casa buttandosi in scivolata di faccia verso l’albero, giusto per farci assistere a un’inqualificabile scena in cui Kirk, ormai in pieno delirio mistico, fa un parallelo fra le sagome dei pacchi sotto l’albero e la skyline di un’ipotetica nuova Gerusalemme fondata da Dio in persona. Proprio quando il peggio sembra finito, si sprofonda ancora più in basso, con l’esecuzione di un brano hip-hop a tema natalizio, con tanto di ballo di gruppo, che sancisce definitivamente lo sprofondamento di Saving Christmas nell’abisso delle produzioni cinematografiche più bieche e insensate di sempre.

Anche senza considerare i clamorosi limiti della sceneggiatura, Saving Christmas è deficitario da tutti gli altri punti di vista: tolto Kirk Cameron, che comunque riesce nell’impresa di essere detestabile anche dai più credenti, a causa della spocchia e dell’altezzosità con cui si propone per tutta la durata del film, il livello degli attori è quello di una recita parrocchiale (giusto per rimanere in tema). La regia è a tratti imbarazzante, soprattutto nei lunghi flashback sulla natività e sull’origine del Natale, sempre confusi e senza il minimo ritmo, e l’ovattata fotografia è degna delle peggiori telenovelas sudamericane.

Saving Christmas: a cosa possono portare arroganza, presunzione e fanatismo

Saving Christmas

Spiace dover dire che un’operazione del genere si sia clamorosamente rivelata un successo dal punto di vista commerciale, con quasi 3 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di 500.000. Grandi soddisfazioni sono però arrivate dal punto di vista della critica, che ha dato vita a una storia decisamente più interessante di quella del film. Sull’aggregatore di recensioni Rotten TomatoesSaving Christmas ha giustamente ottenuto un rating dello 0%, condito da battute e commenti di scherno da parte di utenti del sito e addetti ai lavori. Questo non è però bastato a placare l’arroganza di Kirk Cameron, che dalla sua pagina Facebook ha invitato tutti i sostenitori del Natale a votare positivamente il film per supportarlo. Il risultato è stato eccezionale: i voti e i commenti negativi su Saving Christmas si sono moltiplicati, facendo certamente pubblicità involontaria alla pellicola, ma trascinandola anche verso record negativi.

Nel momento in cui scriviamo, il film è infatti accreditato del nono posto nella classifica dei 100 film peggiori di sempre secondo gli utenti di IMDb, con un’autorevole media dell’1.5. Ormai in preda alla collera, Cameron ha sentenziato che i voti bassi sono dovuti a una campagna contro il film da parte degli atei. La ciliegina sulla torta è poi arrivata grazie ai mitici Razzie Awards, che hanno premiato Saving Christmas come peggior film, peggior attore (proprio Kirk Cameron), peggiore sceneggiatura e peggiore combinazione su schermo, ovvero la coppia composta dallo stesso Cameron e dal suo ego.

Il film è una visione necessaria sia per gli amanti del trash, che verranno messi alla prova da un’opera indecente sotto tutti i punti di vista, sia per tutti gli altri, che avranno modo di constatare a cosa possono portare arroganza, presunzione e fanatismo, uniti alla disponibilità economica necessaria a produrre una pellicola.

Overall
0.5/10

Sommario

Saving Christmas è un film colmo di supponenza, con il quale Kirk Cameron ha la pretesa di ricordarci lo spirito perduto del Natale. Un progetto indecoroso, pietra tombale sulla carriera dell’ex star di Genitori in blue jeans.

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Una vacanza fuori di testa: recensione del film con Jim Carrey

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Una vacanza fuori di testa

Una vacanza fuori di testa (Copper Mountain il titolo originale) è un film del 1983 di David Mitchell, capace di rovinare irrimediabilmente il ricordo di due icone dell’infanzia dei nati a cavallo fra anni ’80 e ’90 come Jim Carrey e Alan Thicke (l’indimenticabile padre della famiglia Seaver di Genitori in blue jeans). I due sono infatti riusciti incredibilmente ad avere delle ottime carriere nel cinema e nella televisione, nonostante abbiano partecipato nella prima fase del loro percorso nella recitazione a questo scempio, in grado di stroncare sul nascere i sogni di gloria di chiunque.

Una vacanza fuori di testa non è altro che un lungo e grottesco spot pubblicitario per il club med di Copper Mountain, rifugio di montagna che fa da sottotitolo e ambientazione a un film lungo 60 tediosissimi minuti. Importanti minuti della vostra unica vita, che nessuno vi restituirà.

Una vacanza fuori di testa: Jim Carrey non basta per salvare un film

Una vacanza fuori di testa

Il film è composto per più della metà della sua già breve durata da canzoni cantate da ospiti più o meno famosi in un improvvisato palco all’interno del club e da imitazioni di Jim Carrey completamente scollegate dal resto della pellicola. I pochi minuti rimanenti sono dedicati alla “trama” del film, che comunque riporto per dovere di recensore.

I due amici Bobby Todd (Jim Carrey) e Jackson Reach (Alan Thicke) si recano al club med di Copper Mountain per alcuni giorni di vacanza all’insegna dello sci e delle belle ragazze. Bobby è impacciato con le donne e non riesce a interfacciarsi con loro senza sembrare un pazzo, mentre Jackson millanta di essere un provetto sciatore. Bobby va a caccia di donne collezionando una lunga serie di figuracce e insuccessi, Jackson propone sfide sciistiche, finendo per essere costantemente sconfitto. Stenterete a crederci, ma non c’è davvero altro.

Per tutto il film aspetterete invano un sussulto, una scossa, una scena che vi faccia sganasciare dalle risate per la sua inadeguatezza e grossolanità, magari un cameo di un giovane Alberto Tomba che si prende gioco degli altri protagonisti con il suo celebre accento bolognese, ma purtroppo non accadrà nulla di tutto questo. Sarete soli contro il nulla più totale, guardando il tempo residuo del film, che si accorcerà molto più lentamente di quanto vorreste. Neanche le smorfie del già bravo Jim Carrey riusciranno a strapparvi un sorriso.

Una vacanza fuori di testa: un film inqualificabileUna vacanza fuori di testa

Mi risulta difficile capire come questo film possa essere stato pensato, realizzato, distribuito e addirittura doppiato in italiano e pubblicato in qualche rarissima copia in DVD. A parte l’inconsistenza della trama e della sceneggiatura, anche tutto il resto è inqualificabile: negli interni la fotografia è costantemente sfocata, gli effetti sonori sono inesistenti, il montaggio è stato fatto a colpi di accetta, senza alcun senso di continuità e gli attori secondari vagano in scena visibilmente spaesati e anche un po’ impauriti per quello che sta avvenendo intorno a loro.

Nonostante non ci siano segni tangibili della sua presenza e del suo operato, il regista e sceneggiatore David Mitchell esiste realmente, e ha avuto addirittura la possibilità di girare altri 8 film (!), dimostrando inoltre una chiara predilezione per il mondo dello sci con la regia di altre due pellicole sul tema, ovvero Ski School 2 e Ski Hard.

Una vacanza fuori di testa: una catastrofe che si fa fatica a definire cinematograficaUna vacanza fuori di testa

Per gli appassionati di sci che dovessero accidentalmente imbattersi in Una vacanza fuori di testa, segnaliamo il cameo dell’ex campione di sci Jean-Claude Killy, nella parte di se stesso.

In conclusione possiamo dire che Una vacanza fuori di testa è una catastrofe che si fa fatica a definire cinematografica, in quanto di cinematografico non ha praticamente nulla. Un’opera senza né capo né coda, consigliata solo ai completisti della carriera di Jim Carrey e agli Indiana Jones del cinema trash.

Overall
1.5/10

Sommario

Una vacanza fuori di testa non è niente di più che un lungo spot pubblicitario per un rifugio di montagna, che neanche l’estro di Jim Carrey riesce a salvare dallo sfacelo totale.

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