1917: recensione del film di Sam Mendes con George MacKay

1917: recensione del film di Sam Mendes con George MacKay

Dopo le 10 nomination guadagnate per i prossimi Oscar, approda finalmente nelle sale italiane 1917, nuovo lavoro di Sam Mendes, che torna a dirigere un film di guerra a 15 anni di distanza da Jarhead. Dopo la prima guerra del Golfo, Mendes concentra la sua attenzione sulla prima guerra mondiale, ispirandosi dichiaratamente, come già fatto da Peter Jackson per il suo documentario They Shall Not Grow Old – Per sempre giovani, ai racconti di suo nonno Alfred Hubert Mendes.

Oltre che per il successo riscosso durante questa prima parte della stagione dei premi, 1917 arriva al cinema con grande attenzione da parte degli addetti ai lavori per la particolare scelta registica da parte di Mendes, che, come fatto da Alejandro González Iñárritu con Birdman o, in tempi meno recenti, da Alfred Hitchcock con Nodo alla gola, ha girato il film in modo da dare allo spettatore la sensazione di essere di fronte a un unico piano sequenza.

L’illusione del piano sequenza
1917

I caporali britannici William Schofield (George MacKay) e Tom Blake (Dean-Charles Chapman), stanziati nella Francia del nord insieme ai loro commilitoni, ricevono il compito di attraversare le linee tedesche per consegnare un importante dispaccio, che avverte un altro battaglione di un imminente attacco a sorpresa da parte dei nemici. In caso di riuscita di quest’ardua missione, Schofield e Blake potrebbero salvare la vita a circa 1600 commilitoni, fra cui il fratello dello stesso Blake. I due si avventurano così in una disperata corsa contro il tempo, in mezzo a bombe e nemici, per cambiare la sorte della battaglia.

L’illusorio piano sequenza orchestrato da Mendes ha la precisa funzione di rendere il racconto il più immersivo possibile. Obiettivo totalmente raggiunto, dal momento che per lunghi tratti sembra quasi di trovarsi accanto ai protagonisti, e di vivere con loro la desolazione e la pericolosità del capo di battaglia. Un fulgido esempio di tecnica messa totalmente al servizio della narrazione, che trova una fondamentale sponda nel lavoro del direttore della fotografia Roger Deakins, già premiato con l’Oscar della categoria per Blade Runner 2049 e candidato anche in questa edizione, con ottime possibilità di bis.

L’opera di Deakins è davvero magnifica: con sorprendente naturalezza, il direttore della fotografia ci accompagna in una lacerante giornata al fronte, tratteggiando l’insensatezza di ogni conflitto bellico attraverso le panoramiche di un paesaggio che odora di morte, i dettagli della vita in trincea, capaci di farci quasi respirare la polvere del campo di battaglia, e delle fughe a perdifiato, che anche in assenza di luce ci trasmettono la fragilità della vita di un soldato, perennemente appesa a un filo.

1917: quando la guerra rompe la barriera dello schermo

Il lavoro di Mendes e quello di Deakins trovano il connubio perfetto nel momento in cui un aereo precipita a pochi passi dai protagonisti, forzandoci a condividere con loro la sorpresa e la paura per l’evento. La guerra rompe così la barriera dello schermo, diventando quasi tangibile in tutto il suo orrore. Dire di più significherebbe anticipare uno snodo narrativo fondamentale di 1917, per cui ci limitiamo ad affermare che questa precisa sequenza è destinata a ritagliarsi un piccolo pezzo di storia del war movie. Da quella scena in poi, l’opera di Mendes perde qualcosa in coesione e potenza, avvicinandosi con una certa ridondanza a dinamiche da videogame, pur attestandosi costantemente su livelli tecnici eccelsi.

Proprio il raffinato impianto visivo rischia così paradossalmente di diventare anche il più evidente limite di 1917, che sconta anche la scelta di tagliare fuori dal racconto il contesto storico e l’epica della battaglia e il ritardo con cui si presenta all’interno di un filone decisamente florido. Impossibilitato a riflessioni antimilitariste sulla scia di Orizzonti di gloria o a spettacolarizzazioni della battaglia come quelle viste in Salvate il soldato Ryan, 1917 rischia di lasciare un retrogusto di già visto allo spettatore, faticando a imporre anche il proprio ragionamento sul tempo, che appare inevitabilmente più semplificato rispetto a quanto fatto da Christopher Nolan con il suo Dunkirk.

1917: il difficile equilibrio fra forma e contenuto

1917

1917 si riduce quindi a un mero esercizio di stile? Dipende da cosa si cerca in un war movie. Dal punto di vista dell’intreccio, l’opera di Mendes si riduce a una lunga e lineare rincorsa, scandita da diverse tappe, che coincidono con altrettante comparsate di celebri attori britannici (fra i tanti, Benedict CumberbatchMark Strong, Andrew Scott, Richard Madden e Colin Firth). Andando oltre alla mera trama e alla già menzionata illusione di un unico piano sequenza, realizzata attraverso invisibili stacchi di montaggio, troviamo però anche molto altro. L’ottima performance di George MacKay ricorda la Sandra Bullock di Gravity, per la capacità dell’attore britannico (già visto in Captain Fantastic e 22.11.63) di reggere interamente la scena all’interno di un ambiente ostile. Troviamo inoltre una non scontata riflessione sulla fratellanza fra commilitoni, inevitabilmente intrecciata con quella di sangue e incentrata sul reciproco sostegno e sul vicendevole sacrificio.

Ciò che però si incolla maggiormente addosso allo spettatore dopo la visione di 1917 è la sensazione di assenza e di insensatezza di quanto mostrato sul grande schermo. Un disagio che è figlio proprio di quella certosina ricostruzione scenica, fatta di cadaveri in putrefazione, edifici sventrati, cunicoli bui da attraversare, paesaggi spettrali e soldati accatastati in trincea, ad aspettare una salvezza quasi impossibile da ottenere. Ed è proprio in questo aspetto che 1917 trova il perfetto equilibrio fra forma e contenuto.

Le gesta di un eroe anonimo

1917

Come rappresentare quello che è stato fondamentalmente uno scontro di posizione, superato per numero di morti soltanto dalla seconda guerra mondiale, in cui milioni di soldati hanno perso la vita per proteggere o conquistare inutilmente pochi chilometri di terreno, in un contesto sociale e politico avvilente, che diventò terreno fertile per i successivi totalitarismi? Forse proprio con le gesta di un eroe anonimo, novello Filippide costretto ad attraversare diversi campi di battaglia solo per portare un’informazione. E quando un messaggio semplice e limpido incontra una messa in scena così raffinata, si può anche rinunciare all’originalità e alla costruzione drammaturgica per lasciarsi sopraffare dalle emozioni e dalle immagini.

1917 è nelle sale italiane dal 23 gennaio, distribuito da 01 Distribution.

Valutazione
7.5/10

Verdetto

Con 1917, Sam Mendes realizza un’opera ricercata e complessa, in cui la forma prende spesso il sopravvento sul contenuto, riuscendo però nell’intento di descrivere l’insensatezza e l’orrore della guerra, grazie anche alle particolari soluzioni registiche adottate.

Marco Paiano

Marco Paiano