A 007, dalla Russia con amore A 007, dalla Russia con amore

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A 007, dalla Russia con amore: recensione del film con Sean Connery

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Appena un anno dopo Agente 007 – Licenza di uccidere, arriva il secondo capitolo delle avventure di James Bond, nonché uno dei migliori di tutta la serie: A 007, dalla Russia con amore. Al cinema come nello sport, squadra che vince non si cambia: ritroviamo così Terence Young alla regia, coadiuvato dal direttore della fotografia Ted Moore e dal montatore Peter Hunt, e soprattutto il volto per eccellenza dell’Agente 007, Sean Connery. Il raddoppio del budget, passato a 2 milioni di dollari, ci consegna inoltre un’opera molto più dinamica, che si snoda fra il Regno Unito e la Turchia, facendo tappa anche a Venezia. Il primo sodalizio fra James Bond e l’Italia è inoltre fortificato dalla presenza nel cast della nostra Daniela Bianchi, che interpreta la sovietica Tatiana Romanova, entrando immediatamente nell’immaginario collettivo come una delle più sofisticate e convincenti Bond girl.

A 007, dalla Russia con amore: le avventure di James Bond continuano

A 007, dalla Russia con amore si apre con quello che diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica della saga, cioè la scena prima dei titoli di testa, in cui, nel corso di un’esercitazione, il villain principale di questo secondo capitolo, Donald Grant (Robert Shaw), uccide un uomo mascherato da James Bond. Quest’ultimo lavora per la multinazionale del crimine SPECTRE (che abbiamo imparato a conoscere nel corso di Agente 007 – Licenza di uccidere), e ha la doppia missione di impossessarsi del cosiddetto Lektor, una macchina di decrittazione sovietica, e di assassinare Bond, reo di avere ucciso il Dr. No.

Facciamo così la conoscenza di un altro punto fermo della serie, cioè il capo della SPECTRE Ernst Stavro Blofeld (qui ancora senza volto), che attraverso la numero 3 dell’organizzazione Rosa Klebb assolda la splendida agente dei servizi segreti russi Tatiana Romanova, con il compito di beffare Bond. L’agente 007 è infatti a sua volta scelto dall’MI6 per una missione di recupero del Lektor, da realizzare con l’insperato aiuto della collega sovietica. Bond parte quindi per Istanbul, dove prende contatti con il diplomatico Ali Kerim Bey (l’ultima interpretazione di Pedro Armendáriz, già gravemente malato durante le riprese e sofferente al punto da essere sostituito dallo stesso Young in alcune inquadrature) e incontra, nel letto della sua camera d’albergo, la Romanova.

Comincia così un lungo viaggio attraverso l’Europa a bordo del celeberrimo Orient Express, che porterà Bond e la Romanova ad approfondire la loro conoscenza e a incrociare le loro strade con quelle di Grant e della SPECTRE.

A 007, dalla Russia con amore: un seguito più centrato del predecessore

A 007, dalla Russia con amore

Rispetto alla comunque affascinante ingenuità del primo capitolo, A 007, dalla Russia con amore si rivela ancora oggi un’opera decisamente più ricca e compatta. James Bond è talmente fascinoso e sicuro di sé da arrivare a un passo dall’arroganza, ma allo stesso tempo ci appare più volte fallibile. Lo vediamo infatti in difficoltà sia con la Romanova, il cui iniziale doppio gioco non è colto da 007, sia con Grant, che si dimostra più volte almeno allo stesso livello di Bond in quanto a perspicacia e prestanza fisica. Solo un’imperdonabile mancanza di gusto da parte del rivale (il vino rosso col pesce) e un provvidenziale gadget di Q (Desmond Llewelyn, alla sua prima apparizione nella serie) permettono a 007 di salvare la pelle nel passaggio più carico di tensione del racconto, a bordo dell’Orient Express.

La trama spionistica si fa più intricata, e i debiti di riconoscenza verso Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, già evidenti nel precedente episodio, diventano ancora più espliciti: la già citata parentesi sul treno e soprattutto l’inseguimento a Bond da parte di un elicottero sono molto più di un semplice omaggio al maestro del brivido. Ciò che sorprende maggiormente di questo secondo capitolo è però la sua capacità di incanalare in una trama fittizia il contesto politico e sociale dell’epoca.

In piena guerra fredda e a poche settimane di distanza dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy (pare che A 007, dalla Russia con amore sia proprio l’ultimo film visto dal 35º Presidente degli Stati Uniti d’America), stupisce la rappresentazione della SPECTRE come ente in grado di innalzarsi addirittura al di sopra delle tensioni fra il Blocco occidentale e l’URSS, come l’ideale cooperazione contro un nemico comune di queste due fazioni, rappresentate da Bond e dalla ravveduta Romanova.

L’influenza di A 007, dalla Russia con amore sul cinema successivo

A 007, dalla Russia con amore

A esaltare una trama ricca di spunti e sfumature, come Bond per la prima volta vicino a un sentimento di amicizia con Kerim, è una messa in scena che punta tutto sull’azione e sulla concretezza, sfruttando efficacemente la varietà di location. Non mancano alcune forzature e imperfezioni (L’uccisione di un nemico dentro alla bocca di Anita Ekberg, impressa su un cartellone gigante di Chiamami buana, o lo sfondo visibilmente posticcio di Venezia nelle battute conclusive), ma siamo indubbiamente di fronte a uno dei capitoli della serie che hanno retto meglio alla prova del tempo. Non è un caso che A 007, dalla Russia con amore abbia influenzato il cinema successivo sia all’interno (la figura di Blofeld, la title song, i gadget futuristici) che all’esterno della saga.

L’influenza di quest’opera nell’immaginario collettivo si estende da grandi classici del passato (Marlon Brando che ne Il padrino accarezza il suo gatto in maniera analoga a quella di Blofeld), attraversa la storia dei blockbuster (un altro amante della saga come Steven Spielberg, che ha realizzato con Indiana Jones una sua personale rivisitazione di James Bond, ha ripreso il secondo capitolo della saga nel suo Indiana Jones e l’ultima crociata, mettendo in scena un altro inseguimento fra motoscafi e scegliendo non a caso Venezia come location e Sean Connery come padre del protagonista) e arriva fino ai giorni nostri, con la Red Sparrow di Jennifer Lawrence con diversi punti di contatto con la Romanova o quel “James Bond tornerà” sui titoli di coda, ampiamente ripreso dal Marvel Cinematic Universe.

James Bond: fedele a se stesso, ma in costante mutamento

A 007, dalla Russia con amore

Fra i proverbiali ammiccamenti di Sean Connery, l’eterno flirt con Miss Moneypenny, un erotismo meno plateale ma sempre tangibile e il fascino mistico e misterioso di Istanbul, emergono in A 007, dalla Russia con amore sprazzi di grande umanità, come quella dell’indimenticabile Bond girl di Daniela Bianchi, contemporaneamente fatale e tormentata, spavalda amante e appassionata compagna, la cupa quanto efficace rappresentazione della gerarchia del crimine, in cui ogni persona diventa un anello della catena del male e una pedina sacrificabile quando le cose non vanno come previsto, e addirittura un profetico accenno di revenge porn, con il filmato della notte di passione fra James e Tatiana utilizzato come minaccia nei confronti dei due.

Ed è anche grazie a questi dettagli che la serie dell’Agente 007 comincia con A 007, dalla Russia con amore a rivelare la sua ineguagliabile natura: apparentemente statica e fedele a se stessa e ai propri eccessi, ma in realtà capace di mutare in maniera sostanziale e di leggere, spesso in anticipo sui tempi, l’evoluzione della società e dei costumi.

Overall
8.5/10

Verdetto

A 007, dalla Russia con amore si rivela un seguito più convincente e solido del primo capitolo, nonché un passo decisivo nella costruzione della mitologia della florida e longeva saga di James Bond.

Apple TV+

La donna del lago: recensione della serie con Natalie Portman

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Se c’è una qualità che si deve riconoscere ad Apple TV+, indipendentemente dal giudizio di ognuno di noi sui prodotti della piattaforma, è sicuramente il coraggio di sperimentare con narrazioni in netta controtendenza con la standardizzazione seriale odierna, sfidando l’attenzione e la curiosità dello spettatore. Non fa eccezione a questa vera e propria linea editoriale La donna del lago, serie di Alma Har’el basata sull’omonimo romanzo di Laura Lippman, nonché primo show televisivo con protagonista Natalie Portman.

Mystery, noir e thriller intrecciati nella Baltimora degli anni ’60, teatro di una storia che nasce dal pregiudizio, dalla sopraffazione e dalla tragedia, per poi proporre allo spettatore un’angosciante riflessione sull’indipendenza e sull’autodeterminazione, a trazione femminile. Al centro della vicenda ci sono infatti tre donne: la ragazzina 11enne ebrea Tessie Durst (Bianca Belle) e la barista nera Cleo Johnson (Moses Ingram), entrambe scomparse e capaci di suscitare l’attenzione e l’interesse investigativo di Maddie Schwartz (Natalie Portman), moglie e madre casalinga con la passione sopita ma mai esaurita per il giornalismo. Per inseguire la sua ritrovata passione, Maddie lascia il marito Milton (Brett Gelman) e il figlio Seth (Noah Jupe), dedicandosi anima e corpo a un’indagine su due omicidi, ma anche e soprattutto su se stessa.

La donna del lago: su Apple TV+ la prima serie con Natalie Portman

La donna del lago

La donna del lago gioca con la formula del whodunit per parlare di molto altro, precipitandoci in un’America in cui nonostante l’avvento del Civil Rights Act la segregazione razziale è ancora triste realtà, insieme alle discriminazioni per sesso e religione. In questo ribollente contesto, in cui si fondono marciume morale e slanci progressisti, ha luogo un racconto di ri-formazione, grazie al quale Maddie Schwartz prende coscienza di se stessa, del suo posto nel mondo e del suo doloroso passato, ripercorrendo due vite spezzate completamente diverse dalla sua. Il risultato è un viaggio avvilente in una società profondamente razzista e maschilista, che sminuisce il lavoro e le intuizioni delle donne e oscura i soprusi subiti dalla comunità nera.

Una società corrotta e opportunista in cui non si salva nessuno compresa Maddie, che con il passare del tempo è mossa sempre più dal carrierismo, anziché per genuino interesse nei confronti di Cleo. Alma Har’el porta avanti in parallelo la storia di questi due personaggi, in una dinamica a tratti zoppicante per le differenze di scrittura e interpretazione: nonostante gli sforzi della regista e della stessa Moses Ingram per dare profondità e spessore alla vicenda di Cleo, Natalie Portman surclassa inevitabilmente il resto del cast, dominando la scena da diva consumata e catalizzando l’attenzione del pubblico anche quando il racconto si dilata nel tempo e negli spazi, abbracciando l’onirico e il surreale.

Un universo in cui è affascinante e doloroso perdersi

Con una cura per le atmosfere e per l’immagine più unica che rara nel panorama seriale contemporaneo. la regista mescola sogni, suggestioni e ricordi con scene musicali, umanità disperata e momenti di pura claustrofobia, dando vita a un’opera suggestiva e allo stesso tempo respingente (emblematico in questo senso il penultimo episodio dei 7 totali). Un racconto che ci parla di abuso, di anime tormentate e di discriminazione su molteplici livelli, dando vita a toccanti rapporti umani (come quello fra la protagonista e il personaggio di Mikey Madison, già vista in C’era una volta a… Hollywood e nella Palma d’Oro di Cannes 2024 Anora) ma mettendo in secondo piano ciò che dovrebbe fare da collante narrativo, ovvero il mistero.

Come in Twin Peaks, verso cui La donna del lago sembra quasi spingersi nei momenti più perturbanti, quando la componente mystery perde di intensità ne risente l’intera opera, che resta comunque un mondo in cui è affascinante e doloroso perdersi, per comprendere come ogni storia e ogni battaglia per i diritti siano fondamentali nel lungo e tortuoso cammino per il cambiamento e l’evoluzione della società.

La donna del lago è disponibile dal 19 luglio su Apple TV+.

La donna del lago

Dove vedere La donna del lago in streaming

Al momento non disponibile su nessuna piattaforma.
Overall
6.5/10

Verdetto

La prima serie con Natalie Portman è un’opera dal livello tecnico e produttivo impeccabile, che tende però a disperdere parte del proprio fascino quando mette in secondo piano il mistero.

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Recensioni

Twister: recensione del film con Helen Hunt e Bill Paxton

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Twister

Squadra che vince non si cambia, recita l’adagio. Devono avere pensato la stessa cosa Steven Spielberg e Michael Crichton, che dopo il successo planetario di Jurassic Park nel 1996 decidono di cavalcare l’onda con Twister. A prendere il posto dei suggestivi e spaventosi dinosauri del parco di divertimenti di John Hammond sono i tornado, altrettanto pericolosi e spettacolari, con il dirompente progresso degli effetti speciali a fare da ulteriore trait d’union fra i due progetti. Michael Crichton si occupa di soggetto e sceneggiatura insieme alla moglie Anne-Marie Martin, mentre Steven Spielberg, che l’anno successivo sfornerà Il mondo perduto – Jurassic Park e Amistad, si limita alla co-produzione con la sua Amblin Entertainment, lasciando la regia a Jan de Bont, reduce dal successo della sua opera prima Speed.

Ci sono tutti gli ingredienti per il successo, che in effetti arriva sotto forma di poco meno di 500 milioni di dollari di incasso, il secondo dell’anno dopo l’irraggiungibile Independence Day. In occasione dell’imminente uscita del sequel stand-alone Twisters, è però opportuno ripensare a questo film, scolpito nell’immaginario collettivo e indubbiamente fra i più notevoli frutti del filone del disaster movie, imperante a cavallo fra gli anni ’90 e i 2000. Oggi che la polvere sollevata nella finzione e nella realtà da Twister si è definitivamente posata, possiamo infatti osservare con equilibrio ed equidistanza quest’opera, i cui difetti appaiono ora molto più evidenti dei pregi.

Twister: l’uomo contro la natura in una sbiadita rimasticatura di Jurassic Park

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Al centro della vicenda c’è l’ex coppia formata da Jo (Helen Hunt) e Bill Harding (Bill Paxton), due esperti di tornado in procinto di divorziare che si ritrovano per firmare le ultime carte in coincidenza dell’inizio della sperimentazione de La piccola Dorothy, innovativo strumento dedicato allo studio di questi violenti fenomeni atmosferici. Con Bill c’è anche la nuova fidanzata Melissa Reeves (Jami Gertz), mentre con Jo c’è la sua affiatata squadra, capitanata dallo spassoso Dusty Davis (Philip Seymour Hoffman). Fra dolorosi ricordi e crescenti pericoli, il gruppo si ritrova in mezzo a tornado sempre violenti, con il doppio fine di salvare la pelle e di fare compiere un passo in avanti alla scienza.

Di nuovo il genere umano impegnato nel vano tentativo di controllare e dominare la natura, ancora persone ordinarie alle prese con situazioni straordinarie. I punti fermi del cinema di Steven Spielberg (a cui possiamo aggiungere le famiglie disastrate) sono in bella vista, insieme al desiderio di spingere più avanti l’asticella dello spettacolo, in un percorso parallelo a quello della stessa Jo, ossessionata dai tornado fin dall’infanzia. Proprio a questo triste collegamento fra la protagonista e l’oggetto della sua ossessione è dedicato l’incipit di Twister, con l’improvvisa e raggelante morte del padre della piccola Jo a costituire l’unico vero momento tipicamente spielberghiano di un’opera che per il resto sceglie sempre di privilegiare l’azione fine a se stessa, lasciando in secondo piano l’evoluzione dei personaggi e il racconto per immagini.

Un prodotto di buona fattura tecnica (ottimo il sonoro, invecchiati decisamente peggio gli effetti speciali), in cui manca però sempre il bicchiere che vibra, ovvero quel dettaglio che in un vero capolavoro come Jurassic Park riesce a coniugare spettacolo, tensione, tecnica e umanità.

Twister: un film museale

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Lo scarso interesse di Jan de Bont (in precedenza direttore della fotografia di film come Trappola di cristallo, Black Rain – Pioggia sporca, Caccia a Ottobre Rosso e Basic Instinct) nei confronti dei personaggi dà vita a caratteri nel migliore dei casi impalpabili, quando non totalmente macchiettistici. È questo il caso della psicologa Melissa Reeves, improbabile portabandiera della linea comica persa fra inutili siparietti telefonici a sfondo sessuale e imbarazzanti gag sulla sua sempre più traballante storia d’amore, ma le cose non vanno meglio per il compianto Philip Seymour Hoffman, sprecato nel ruolo di bizzarra spalla.

Persino due ottimi interpreti come Helen Hunt e Bill Paxton faticano a dare vita ai rispettivi personaggi, pallide imitazioni di Alan Grant ed Ellie Sattler alimentate più dal loro ruolo che da una vero e proprio arco narrativo. Completa il quadro l’incolore villain di Cary Elwes, che anche i più strenui sostenitori di Twister faticheranno a ricordare.

Dalla prospettiva odierna, emerge invece con chiarezza la dimensione museale di Twister, che cita più volte esplicitamente Il mago di Oz (non dimentichiamo inoltre che il viaggio di Dorothy inizia proprio con un tornado che trascina via casa sua), mostra malinconicamente la stessa Judy Garland in È nata una stella e distrugge un drive-in che proietta Shining, in un simbolico viaggio all’interno dell’incubo kubrickiano e kinghiano che anticipa di 22 anni l’amorevole omaggio contenuto in Ready Player One, firmato ovviamente dallo stesso Steven Spielberg. Nel momento in cui il cinema si scopre sempre più in grado di superare i propri limiti, volontariamente o meno Twister rimarca così la fragilità del genere umano e della settima arte, entrambi alla mercè di un fenomeno atmosferico incomprensibile e ingovernabile.

Il mancato messaggio ecologista

Mentre l’ineluttabile termine di paragone Jurassic Park (evocato anche dal tema musicale) riesce a mettere in scena anche un inquietante monito all’umanità, sempre più sull’orlo dell’abisso per la sua tendenza a superare i limiti e a prevaricare la natura, Twister manca anche l’opportunità di ragionare sull’ecologismo. In piena emergenza climatica, oggi possiamo purtroppo toccare con mano le colpe del genere umano per i sempre più frequenti fenomeni atmosferici estremi, ma le avvisaglie nel 1996 erano già evidenti, e sapientemente sfruttate da film coevi come Pom Poko e Il pianeta verde. Nell’opera di Jan de Bont non ci sono invece né prese di coscienza né critiche sociali, ma solo una rassegnazione condita da pallida utopia, evidente nel finale in cui si festeggia per il sospirato invio dei dati dei sensori sulla struttura dei tornado.

Restano una manciata di buone sequenze di fughe dai tornado (favorite anche dal caos correlato a questo evento atmosferico), qualche effetto speciale capace di reggere alla prova del tempo e una suggestiva fotografia plumbea. Troppo poco per un film che oggi fatica a reggere il confronto anche con prodotti realizzati nello stesso periodo e altrettanto fracassoni come Deep Impact e Armageddon – Giudizio finale. Oggi sono dunque più attuali che mai le parole di un grande maestro della critica mondiale come Roger Ebert: «Volete un intrattenimento rumoroso, stupido, abile ed evasivo? Twister funziona. Volete pensare? Pensateci due volte prima di vederlo».

Twister

Twister in Home Video

Dove vedere Twister in streaming

Overall
5/10

Valutazione

Nonostante il successo dell’epoca e gli effetti speciali pionieristici, oggi Twister appare come una pallida imitazione di Jurassic Park, priva di vitalità e abilità nel racconto per immagini.

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Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: recensione del film con Scarlett Johansson

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Fly Me to the Moon

L’allunaggio del 20 luglio 1969 è stato un evento fondamentale sotto diversi punti di vista: quello tecnico-scientifico ovviamente, ma anche sul fronte geo-politico, dal momento che, con questa conquista, in piena Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno inferto un duro colpo di immagine all’Unione Sovietica, precedentemente in testa nella corsa allo spazio grazie a Jurij Gagarin, primo uomo a volare nel cosmo. Quel piccolo passo per un uomo e allo stesso tempo gigantesco balzo per l’umanità ha però immediatamente acceso la fantasia di milioni di persone in tutto il mondo, dando vita alla cosiddetta teoria del complotto lunare, secondo cui le storiche immagine trasmesse in tutto il mondo sono state in realtà un’abile messa in scena. Una teoria già esplorata da film come Capricorn One e Moonwalkers, al centro anche di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna.

Ennesimo importante investimento cinematografico di Apple in cerca di fortuna in sala (con primi risultati tutt’altro che incoraggianti, per usare un eufemismo), Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è un’operazione decisamente coraggiosa, che cerca di fondere ricostruzione storica, analisi del capitalismo statunitense e commedia romantica, affidandosi all’estro e all’aura divistica di Scarlett Johansson e Channing Tatum. Un racconto costantemente in bilico fra leggerezza e dramma, fra cospirazione e spirito pionieristico, fra sentimento e cinismo, affidato alla mano esperta di Greg Berlanti, reduce dal successo di Tuo, Simon. Non mancano gli spunti di interesse e i momenti riusciti, ma in più di un’occasione si ha la sensazione che la sceneggiatura di Rose Gilroy fatichi a tenere insieme tutte le suggestioni e le tematiche proposte.

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna: la corsa allo spazio come metafora del marketing capitalista

Fly Me to the Moon

Al centro della vicenda c’è la scaltra pubblicista Kelly Jones (Scarlett Johansson), ingaggiata da un funzionario governativo senza scrupoli (Woody Harrelson) con il compito di rilanciare l’immagine della NASA, alla disperata ricerca di consenso e sostegno economico per la missione Apollo 11. Quest’ultima si scontra però con Cole Davis (Channing Tatum), direttore del programma di lancio con diversi problemi da risolvere. Nonostante la diffidenza di Cole, fra i due nasce un sentimento sempre più forte. Le cose però si complicano quando la Casa Bianca chiede a Kelly di predisporre in gran segreto le riprese di un finto sbarco sulla Luna, da sostituire al filmato originale in caso di problemi.

Fin dai primi minuti, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si concentra su temi tutt’altro che superficiali come il concetto di verità (o post-verità) e il mefistofelico lavoro di marketing con cui gli USA vendono se stessi al loro interno e al resto del mondo. Riflessioni sviscerate con brio e leggerezza dall’ottima Scarlett Johansson, il cui personaggio racchiude perfettamente sia le dinamiche di personal branding con cui oggi infestiamo i nostri profili social, sia l’utilizzo più bieco dello storytelling, grazie al quale l’irresistibile Kelly Jones riesce a vendere letteralmente qualsiasi storia e a non farsi mai dire di no. Tutto ciò riverbera inevitabilmente nell’intreccio, che procede su un doppio binario: da una parte le verità nascoste fra Cole e Kelly, dall’altra la necessità di costruire una finzione alternativa alla realtà, che in uno dei momenti più emblematici del film è addirittura indistinguibile da essa.

Una rom-com insapore

Scarlett Johansson e Channing Tatum funzionano bene quando il secondo fa la spalla comica della prima; molto meno quando i due devono “venderci” una storia d’amore blanda e incolore. Il problema principale di Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna risiede proprio nella volontà di inserire a forza una sottotrama romantica in un impianto narrativo che avrebbe potuto tranquillamente reggersi sulla verve dei suoi protagonisti. Il risultato è un racconto che ondeggia senza convinzione fra commedia, sentimentalismo e seriosità, navigando a vista fra la screwball comedy e i più inflazionati cliché (un passato doloroso come unico improbabile punto di incontro fra persone diametralmente opposte).

Non è un caso che, nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum, il personaggio più efficace sia quello di Woody Harrelson, l’unico a cogliere pienamente lo spirito critico e disincantato alla base della vicenda. Molto meno efficace invece il personaggio di Jim Rash, che dopo Community si trova di nuovo a interpretare una macchietta gay, in questo caso decisamente fuori tempo massimo. Lontano dall’ossessiva epica di First Man – Il primo uomo, dalla raffinatezza di scrittura delle migliori rom-com e dalle più pungenti satire a sfondo cospirativo, Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna si accontenta dell’equidistanza in termini di temi e registri, con esiti non disprezzabili ma tutt’altro che travolgenti.

Fly Me to the Moon

Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna è attualmente in programmazione nelle sale italiane, distribuito da Eagle Pictures.

Dove vedere Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna in streaming

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Overall
6.5/10

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Fly Me to the Moon – Le due facce della Luna funziona quando affronta il cinico marketing targato USA, ma lascia a desiderare sul fronte della rom-com, davvero poco ispirata nonostante le buone prove di Scarlett Johansson e Channing Tatum

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