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A Complete Unknown: recensione del film su Bob Dylan con Timothée Chalamet

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«Non basta una parola sola per spiegare la vita di un uomo», si dice nel capolavoro di Orson Welles Quarto potere. Può invece bastare una singola scelta artistica, per quanto fondamentale come la celebre svolta elettrica di Bob Dylan, per definire il percorso di un cantautore? Per James Mangold la risposta è evidentemente affermativa, dal momento che il regista e sceneggiatore statunitense si concentra soprattutto su questo aspetto nel suo A Complete Unknown, come del resto la biografia di Elijah Wald Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica. A Complete Unknown: Dylan Goes Electric!, su cui il film è basato.

A Complete Unknown non è solo parte dell’immortale ritornello di Like A Rolling Stone, ma anche una calzante definizione di un artista sfuggente e inafferrabile, un perfetto sconosciuto non solo per i suoi fan, ma anche per chiunque ha gravitato intorno a lui. Un mistero esistenziale e artistico su cui hanno cercato di indagare in tanti, in particolare Martin Scorsese con il suo fluviale documentario No Direction Home: Bob Dylan e Todd Haynes con il suo sperimentale biopic Io non sono qui, in cui Bob Dylan è interpretato addirittura da sei attori diversi, fra cui una stratosferica Cate Blanchett. Lavori che hanno cercato di abbracciare l’ambiguità e i paradossi di Bob Dylan, scomponendo le infinite sfaccettature in racconti sfumati e contraddittori, ma paradossalmente coerenti con questa figura ineffabile.

Una strada che James Mangold invece evita, compiendo la scelta di campo di concentrarsi su una specifica fase della vita di Bob Dylan, dal 1961 al 1965 della già citata famigerata svolta elettrica, vissuta come un vero e proprio tradimento dai fan di quello che fino a quel momento era un punto di riferimento del folk.

A Complete Unknown: un perfetto sconosciuto inafferrabile e sfuggente

A dare corpo e volto al protagonista è Timothée Chalamet, che compie un discreto lavoro sia sulla voce (è lui a cantare i brani di A Complete Unknown, insieme all’interprete di Joan Baez Monica Barbaro e a Edward Norton, che impersona invece Pete Seeger), sia sulla mimesi, pur eccedendo talvolta in qualche smorfia di troppo. Una scelta che gioca volutamente sugli opposti (un divo contemporaneo nella parte dell’anti-divo per eccellenza, un volto raffinato e armonico sovrapposto alla spigolosità di Bob Dylan), coerente con l’intento di esplorare il Bob Dylan più giovane e turbolento, durante il delicato passaggio dal totale anonimato alla popolarità planetaria.

Su questo pilastro, James Mangold tesse una tela ben congegnata, che si poggia su altrettanto solidi archetipi: abbiamo il mito (l’ormai malato divo del folk Woody Guthrie, interpretato da Scoot McNairy), l’amico-mentore Pete Seeger e un triangolo amoroso da Nouvelle Vague, completato dalla talentuosa e sfrontata Joan Baez e dalla più dolce e timida Sylvie Russo di Elle Fanning, ispirata alla vera fidanzata di Bob Dylan Suze Rotolo, immortalata insieme a lui sulla copertina dell’album The Freewheelin’ Bob Dylan. Direttrici che il registra attraversa con indubbio mestiere, tratteggiando con realismo e dovizia di particolari la scena folk newyorkese dell’epoca (già recentemente esplorata dai fratelli Coen nel loro gioiellino A proposito di Davis) e utilizzando le dinamiche proprie del musical, con i brani del cantautore che si trasformano in veri e propri dialoghi volti a scandagliare la personalità del protagonista e i suoi rapporti con le persone a lui più vicine.

La buona prova di Timothée Chalamet

Una scelta editoriale e narrativa ben precisa, tutta incentrata sull’indecifrabilità del protagonista, che tuttavia con il passare dei minuti si trasforma in un alibi per non scavare mai per davvero negli anfratti dell’anima di Bob Dylan. Timothée Chalamet si cimenta in un campionario di respingente ombrosità, ma la scontrosità del protagonista è rappresentata più dalle parole che dalle azioni. La stessa voglia di sfuggire dalle convenzioni e dai tentativi di classificazione da parte di un cantautore in continuo mutamento si riduce troppo spesso a mere scelte di scaletta, indubbiamente importanti per chi vedeva in Bob Dylan il presente e il futuro del folk, ma che non possono dipingere da sole un animo irrequieto e anticonformista.

A Complete Unknown ondeggia così fra triangolo sentimentale decisamente convenzionale, ricostruzione biografica (con qualche voluta modifica, giusto per fare infervorare i puristi) e cenni di riflessione storia e sociale, con parallelismi abbastanza didascalici fra la trasformazione artistica di Bob Dylan e quella della società statunitense, scossa dalla crisi dei missili di Cuba e dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Non mancano i momenti emozionanti, che prevedibilmente arrivano attraverso gli inarrivabili brani dylaniani: difficile non emozionarsi durante i duetti fra il protagonista e Joan Baez o nello splendido momento di cinema che sancisce la fine della storia d’amore fra Bob e Sylvie, ma il quadro generale è appena abbozzato e privo di un vero e proprio baricentro narrativo al di fuori della svolta elettrica. La vaghezza e l’asprezza sono fondamentali tessere del puzzle umano e artistico di Bob Dylan, ma non possono essere una giustificazione per quella che a conti fatti è una palese rinuncia a una concreta analisi del protagonista, che non viene mai realmente scalfito o decostruito, al punto da non sorprendersi per l’accorato benestare dello stesso cantautore verso l’intera operazione.

A Complete Unknown e la svolta elettrica

A Complete Unknown si risolve con il decisivo concerto del Newport Folk Festival del 1965, che sancì la definitiva rottura fra gli appassionati di folk e Bob Dylan, simboleggiata dalla scelta da parte di quest’ultimo di imbracciare una chitarra elettrica. Una scelta comune a molti biopic recenti (pensiamo per esempio alla riproposizione di memorabili performance live nel finale di Bohemian Rhapsody ed Elvis), ma che in questo caso coincide con uno scontro e non con una celebrazione. Scontro che diventa emblema di un personaggio che, come ci ricordano i titoli di coda, ha poi proseguito per oltre 60 anni un percorso artistico sempre libero da schemi e condizionamenti, conquistando addirittura un Nobel per la letteratura (primo e per ora unico per un cantante), non ritirato di persona.

Come accennavamo in apertura, il Bob Dylan di A Complete Unknown è definito e limitato dalla sua svolta elettrica, incastonata in un quadro di umanità a tratti vibrante, che non fornisce però mai una chiave di lettura per interpretare o comprendere quel perfetto sconosciuto a cui allude il titolo.

A Complete Unknown è in programmazione nelle sale italiane dal 23 gennaio.

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Dove vedere A Complete Unknown in streaming

5,5/10
Il voto di Marco Paiano

Cinema indipendente

De Palma: recensione del documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow

La recensione di De Palma, il documentario di Noah Baumbach e Jake Paltrow presentato alla 72ª Mostra del Cinema di Venezia: due ore di lezione di cinema affidate interamente alla voce di Brian De Palma.

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De Palma

De Palma è il documentario diretto da Noah Baumbach e Jake Paltrow sulla vita e la carriera di uno dei più talentuosi registi della New Hollywood, Brian De Palma. I due registi compiono fin da subito una scelta di campo che diventa al tempo stesso il maggiore pregio e il peggiore difetto della pellicola, ovvero eclissarsi completamente dal racconto, limitandosi a montare al meglio le fotografie e le scene più belle della carriera di De Palma in ordine rigorosamente cronologico e lasciando campo aperto alla sua parlantina. Il maestro intrattiene e affascina lo spettatore per quasi due ore con una serie di aneddoti sulle proprie opere e sulla propria vita, togliendosi più di un sassolino dalla scarpa su produttori, attori e sceneggiatori con i quali si è scontrato nel corso della sua memorabile carriera.

Baumbach e Paltrow ci restituiscono così il ritratto di quello che prima di tutto è un appassionato cinefilo e un adoratore delle opere dei suoi predecessori, da Sergej Ėjzenštejn ad Alfred Hitchcock (a cui non risparmia una stoccata sull’ultima parte della sua carriera) passando per Akira Kurosawa, dai quali ammette con grande sincerità e umiltà di avere tratto spunto e ispirazione. Un autore che per tutto il suo percorso umano e professionale ha cercato di rinnovarsi e migliorarsi sul piano tecnico e contenutistico, arrivando però all’amara conclusione che il meglio della carriera di un regista si concentri fra i 30 e i 50 anni, e che tutto ciò che viene dopo sia poco più di una rimasticatura di quanto fatto in precedenza.

De Palma: una lezione di cinema di due ore

De Palma

Ci si accorge ben presto di non avere a che fare con un classico documentario, ma con una vera e propria lezione di cinema, in cui Brian De Palma ripercorre in un lungo one man show tutta la sua carriera: dagli inizi in compagnia degli amici Steven Spielberg e George Lucas, periodo durante il quale lanciò anche un giovane Robert De Niro in film come Ciao America!, Oggi sposi e Hi, Mom!, passando per i successi di Carrie, Scarface, Gli intoccabili e Carlito’s Way, fino alle ultime pellicole come The Black Dahlia, Redacted e Passion, alle quali, coerentemente con la tesi dello stesso De Palma sul declino della carriera di un regista dopo i 50 anni, viene dedicato meno spazio.

Nel corso del racconto, De Palma parla anche dei propri difficili rapporti con il mondo di Hollywood, sempre pronto a mettere le mani sulle sue opere distorcendone i contenuti, del sincero dispiacere per l’insuccesso commerciale di pellicole in cui credeva molto come Blow Out e dell’orgoglio per alcune sue scelte tecniche, come lo split screen de Le due sorelle, l’inseguimento nel museo di Vestito per uccidere e la scena finale di Carrie, film sul quale il maestro si autocompiace anche per il fatto che, a suo dire, i seguiti e i vari remake hanno commesso tutti gli errori che lui aveva diligentemente evitato.

Il documentario non tralascia nessuno dei film della carriera del maestro, dedicando a ognuno almeno un cenno. Fra aneddoti particolarmente interessanti e divertenti, come quello in cui un Al Pacino stanco delle ripetizioni della scena dell’inseguimento sul treno di Carlito’s Way approfittò di uno di quegli stessi treni per abbandonare il set e tornare a casa, o le reali provocazioni rivolte a Michael J. Fox da parte di Sean Penn sul set di Vittime di guerra, con lo scopo di tirare fuori un autentico sentimento di rabbia dal protagonista di Ritorno al futuro, e un pizzico di malinconia per un periodo che secondo De Palma semplicemente non è ripetibile, vorremmo che la conclusione non arrivasse mai, come quando ritroviamo un amico con il quale avevamo perso i contatti e che, dopo una serata di ricordi e risate, non vorremmo più lasciare.

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Narnia: Il nipote del mago, il trailer del film di Greta Gerwig

Il primo trailer di Narnia: Il nipote del mago, il film di Greta Gerwig tratto da C.S. Lewis, al cinema dall’11 febbraio 2027 con Eagle Pictures.

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Narnia: Il nipote del mago

Eagle Pictures ha diffuso il primo trailer e il poster di Narnia: Il nipote del mago, scritto e diretto da Greta Gerwig, che porta per la prima volta sul grande schermo l’omonimo romanzo di C.S. Lewis. Protagonisti David McKenna e Beatrice Campbell, affiancati da Emma Mackey, Carey Mulligan, Ciarán Hinds e Daniel Craig. Il film arriverà nelle sale l’11 febbraio 2027.

Il trailer ufficiale di Narnia: Il nipote del mago

Questa la sinossi ufficiale del film:

La regista candidata all’Oscar Greta Gerwig porta per la prima volta sullo schermo Il nipote del mago, l’amatissimo romanzo di C.S. Lewis, in un’avventura epica che invita i sognatori di ogni età a vivere la creazione di Narnia.

Il cast

Completano il cast Kobna Holdbrook-Smith, Denise Gough e Susan Wokoma. Il romanzo, pubblicato nel 1955, è il sesto scritto da Lewis ma il primo nell’ordine cronologico del ciclo: racconta l’origine del mondo di Narnia e dell’armadio che vi conduce.

Narnia: Il nipote del mago sarà nelle sale italiane dall’11 febbraio 2027 distribuito da Eagle Pictures. In conclusione, ecco il poster ufficiale del film.

Narnia: Il nipote del mago
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Le cronache di Narnia - La trilogia (Blu-ray)

I tre film tratti dal ciclo di C.S. Lewis prodotti tra il 2005 e il 2010.

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Il nipote del mago (libro)

Il romanzo di C.S. Lewis da cui è tratto il film di Greta Gerwig.

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Burn After Reading – A prova di spia: recensione del film dei fratelli Coen

Recensione di Burn After Reading – A prova di spia, la spy story grottesca dei fratelli Coen con Brad Pitt, George Clooney e Frances McDormand.

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Burn After Reading

Burn After Reading – A prova di spia è un film del 2008 scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, presentato in anteprima mondiale alla 65ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, di cui è stato il film d’apertura. Fra i protagonisti del film, una vera e propria parata di star hollywoodiane: Brad Pitt, George Clooney, John Malkovich, Tilda Swinton, J. K. Simmons e l’immancabile Frances McDormand, moglie di Joel Coen nella vita reale. Burn After Reading si è rivelato un discreto successo di pubblico, raccogliendo più di 163 milioni di dollari nei box office di tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 60 milioni.

L’agente della CIA Osborne Cox (John Malkovich) viene sollevato dal suo incarico a causa dei suoi problemi con l’alcol. Ritiratosi a vita privata, Cox comincia a trascrivere le sue memorie degli svariati anni passati nell’agenzia. Un CD contenente alcune sue scottanti rivelazioni finisce però accidentalmente nelle mani di Linda Litzke (Frances McDormand) e Chad Feldheimer (Brad Pitt), due inetti dipendenti di una palestra che decidono di ricattare l’ormai ex agente in cambio del loro silenzio. Parallelamente, Linda comincia una frequentazione con lo sceriffo federale Harry Pfarrer (George Clooney), che è anche l’amante della moglie di Cox, Katie (Tilda Swinton). Per una serie di casualità, incidenti ed equivoci, le vite dei protagonisti precipitano ben presto in un vortice di ossessione e pericolo.

Burn After Reading: una spy story nichilista e grottesca perfettamente incastonata nel cinema dei fratelli Coen

Burn After Reading

A una prima superficiale occhiata, Burn After Reading può sembrare un oggetto minore all’interno della strepitosa filmografia dei Coen, quasi una pausa frivola e disimpegnata dalle vette drammatiche raggiunte con Fargo, L’uomo che non c’era e Non è un paese per vecchi. Con una riflessione più attenta e approfondita, risulta invece chiaro e lampante che questa spy story nichilista e grottesca, quasi ai limiti del demenziale, si incastona perfettamente nell’universo cinematografico dei due fratelli, continuando la loro corrosiva satira sull’assoluta insensatezza di buona parte delle vicende umane e sul caos che le governa.

I registi divertono e soprattutto si divertono a ridicolizzare non solo le star hollywoodiane a loro disposizione, costrette a interpretare in maniera sublime e irresistibile una vera e propria manica di imbecilli, ma anche l’intero sistema politico e burocratico americano, dipinto come un covo di esseri abietti e immorali, ossessionati dalla paura di essere spiati e ricattati. Ma a uscirne con le ossa rotte è anche il ceto medio, raffigurato come una classe perennemente insoddisfatta e alla ricerca di futili consolazioni alla propria mediocrità. Intorno a questo scheletro, i Coen imbastiscono una commedia degli equivoci a tratti particolarmente intricata e complessa, resa però assolutamente spassosa da una sceneggiatura a orologeria e da interpreti in stato di grazia.

Burn After Reading mette in scena con cinismo e humour nerissimo i peggiori vizi e le più assurde paranoie dell’animo umano. Fra traditori seriali, agenti ossessionati da inesistenti complotti e ordinari impiegati in cerca di appagamento e sicurezza e miraggi di miracolosi interventi di chirurgia estetica, il circo imbastito dai fratelli Coen si muove come una scheggia impazzita: impossibile prevederne i successivi movimenti, impensabile cercare di comprenderne le dinamiche. La logica è superata dalla più profonda idiozia, l’umanità è eclissata dalla più bieca forma di egoismo. Non ci sono né buoni né cattivi, ma soltanto tante misere macchiette che si comportano in maniera folle e indecifrabile, alla ricerca di obiettivi irrilevanti o inesistenti.

Il lato più oscuro e grottesco dell’America in un’illuminante commedia degli equivoci

I Coen mantengono il ritmo sempre alto e trovano il giusto compromesso fra umorismo e azione, condendo il tutto con i loro proverbiali inarrivabili dialoghi e con alcune trovate comiche esilaranti, su tutte la sedia a dondolo del piacere ideata dal personaggio di Clooney. Formidabili le prove di tutti gli attori principali e in particolare di Brad Pitt, che riesce in un solo colpo a prendersi gioco di se stesso e a dimostrare la propria completezza come interprete, nella parte di un istruttore di palestra talmente stupido e inetto da diventare assolutamente delizioso. Un plauso anche alle puntuali musiche di Carter Burwell, assiduo collaboratore dei Coen, e alla fotografia di Emmanuel Lubezki, lontana dalle vette poetiche ed espressive dei suoi successivi lavori con Malick e Iñárritu, ma altrettanto efficace. Da segnalare inoltre il personaggio di John Malkovich, che 18 anni dopo sarà l’evidente riferimento di Martin McDonagh per la costruzione del protagonista di Wild Horse Nine, interpretato peraltro dallo stesso attore, premiato con la prestigiosa Coppa Volpi di Venezia 83.

Fra accelerazioni improvvise e colpi di scena, Burn After Reading approda a un finale esemplare nel definire l’intrinseco significato della vicenda, ovvero la totale assenza di senso e di logica. Dopo aver condensato con cinismo e sarcasmo in poco più di un’ora e mezza l’inadeguatezza e la pochezza del genere umano, i Coen ci dicono esplicitamente di non poter concludere o imparare assolutamente nulla dalla vicenda. Alla loro macchina da presa non resta quindi che darsela a gambe e allontanarsi beffardamente da questo teatro dell’assurdo e del grottesco, con un’ultima illuminante e irriverente inquadratura satellitare.

8/10
Il voto di Marco Paiano
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