Ad Astra: recensione del film di James Gray con Brad Pitt

Ad Astra: recensione del film di James Gray con Brad Pitt

A 25 anni esatti dal suo esordio in un lungometraggio Little Odessa (condito da Leone d’argento per la regia e Coppa Volpi a Vanessa Redgrave), James Gray torna a Venezia con l’avventura fantascientifica Ad Astra, affidandosi alla star di caratura mondiale Brad Pitt, supportato da altri affermati interpreti come Tommy Lee JonesDonald SutherlandLiv Tyler e Ruth Negga. Un’opera ambiziosa e intimista, decisamente lontana dai canoni hollywoodiani contemporanei, che strizza l’occhio a pietre miliari del passato come 2001: Odissea nello spazio e Apocalypse Now per una riflessione sull’ignoto e sul mistero dell’esistenza.

Ci troviamo in un prossimo futuro, dove il Maggiore Roy McBride (Brad Pitt), a capo di un progetto volto a ricercare e localizzare forme di vita intelligente lontane dalla Terra, viene coinvolto in un incidente dovuto a un calo di tensione, che per poco non lo uccide. Indagando sull’accaduto e su altri fenomeni analoghi, l’intelligence degli Stati Uniti scopre che essi sono causati da delle esplosioni in corso su Nettuno, pianeta in cui era situato il Progetto Lima, una vecchia missione spaziale capitanata da Clifford McBride (Tommy Lee Jones), padre di Roy disperso ormai da 16 anni. Guidato dal Colonnello Pruitt (Donald Sutherland), Roy intraprende una missione che lo porterà prima sulla Luna, poi su Marte e infine su Nettuno, nel tentativo di contattare suo padre e indagare su quanto sta accadendo dall’altra parte della galassia.

Ad Astra: la prima delusione di Venezia 76
Ad Astra

Il feeling fra la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e i viaggi nello spazio, certificato da ben due film d’apertura delle ultime edizioni (Gravity e First Man – Il primo uomo), continua con un’opera dall’approccio riflessivo e filosofico, che utilizza l’imperituro desiderio di conoscere l’ignoto e di indagare sui misteri che ci circondano per indagare sulla società e per scoprire di più su noi stessi. All’interno del solido percorso artistico di James Gray, Ad Astra appare così come la naturale prosecuzione del discorso già sviluppato con i precedenti C’era una volta a New York e Civiltà perduta: guardare fuori da noi, che sia l’America del secolo scorso, l’Amazzonia o Nettuno, per capire chi siamo.

Nonostante la messa in scena di Gray sia sempre impeccabile, con delle sequenze spaziali che riescono a fondere l’eleganza dei movimenti di macchina di Stanley Kubrick con il realismo del già citato First Man – Il primo uomo, l’ultimo lavoro del cineasta statunitense non convince mai del tutto, rivelandosi un frullato di cose già viste e riviste nei suoi momenti migliori e un racconto abbastanza fiacco in quelli peggiori. I demeriti non sono certo da attribuire a Pitt, che dopo C’era una volta a… Hollywood (che sarà in sala appena una settimana prima di Ad Astra) sforna un’altra prova maiuscola, reggendo gran parte dell’opera sulle proprie spalle, con un’interpretazione di grande controllo e sottrazione, né delle principali svolte narrative, quanto piuttosto di una sceneggiatura inefficace, che non riesce mai a dare cuore e profondità all’imponenza dell’impianto visivo, limitandosi ad affastellare spunti e temi mai approfonditi a sufficienza.

Un’occasione sprecata

Ad Astra

Il personaggio di Roy McBride, eroe solitario e introverso, naturale conseguenza di un padre assente e anaffettivo, non riesce mai a diventare il nostro sguardo su qualcosa di più profondo di un controverso rapporto fra padre e figlio. Il suo percorso verso l’ignoto, pur seguendo quello di Bowman verso Giove e il suo monolito, non ci infonde mai una palpabile sensazione di mistero, mentre la figura di un pur ottimo Tommy Lee Jones non ha mai l’aura inquietante e mistica del colonnello Kurtz, nonostante i due condividano l’abbraccio all’esilio e al caos come fuga da una realtà con la quale non riescono a confrontarsi. A vincere non è né la domanda, né la risposta. Semplicemente, durante il viaggio ci dimentichiamo la domanda, e la conclusione è fin troppo semplicistica e fredda per appagare lo spettatore.

Lungi dall’essere un lavoro fallimentare (anche se gli 87 milioni di dollari di budget, più le spese promozionali, rappresentano una cifra difficile da coprire al box-office), Ad Astra finisce per diventare ciò che un film, e soprattutto uno così ambizioso, non dovrebbe mai essere: innocuo, impalpabile, fondamentalmente dimenticabile. E il mestiere di Gray, certamente intaccato dai vari reshoot e dai continui ritardi produttivi, oltre che dal montaggio non particolarmente ispirato di John Axelrad e Lee Haugen, non basta ad allontanare la sensazione di essere di fronte a una grande occasione sprecata.

Ad Astra non crea mai un solido legame con lo spettatore

Il cinema ha bisogno di autori coraggiosi come James Gray, capaci di sfidare senza paura l’appiattimento narrativo e la riluttanza all’approfondimento su cui Hollywood troppo spesso si accartoccia, e di opere che si confrontino a viso aperto con i grandi riferimenti del passato, riflettendo al tempo stesso su ciò che siamo e su dove stiamo andando. Con il suo rifiuto della spettacolarità, le sue tante parentesi aperte e mai chiuse (spuntano anche riferimenti ad Alien e Il pianete delle scimmie) e le sue riflessioni decisamente scontate sulla natura dell’uomo, Ad Astra fallisce però in un obiettivo altrettanto importante: creare un legame con lo spettatore. La narrativa ci ha insegnato più volte che ciò che conta non è la destinazione, ma il viaggio. Stavolta, purtroppo, mancano entrambi.

Ad Astra arriverà nelle sale italiane il 26 settembre 2019, distribuito da 20th Century Fox.

  • Verdetto

2

Sommario

L’ultimo lavoro di James Gray convince dal punto di visto della messa in scena, ma si limita ad affastellare temi, spunti e riferimenti a pietre miliari del passato, senza mai addentrarsi nel dettaglio e creare un solido legame con lo spettatore.

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Marco Paiano

Fondatore di Lost in Cinema e collaboratore per Cinematographe - Film Is Now ed Empire Italia. Amo il cinema in ogni sua forma, anche quelle meno riuscite. La prendo come viene.